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Gli adulti sgangherati diventano invisibili e i loro figli si rifugiano altrove…

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Osservare adulti e ragazzi insieme, padri, madri e figli, maestri e alunni, è uno spasso, talvolta una farsa, qualche volta una soddisfazione: approcci imbarazzati alla ricerca di un modello di riferimento, inconsapevolezze relazionali, ma anche buona volontà di capirsi, nel senso proprio di intendersi nei linguaggi, quasi sempre un misto di vicinanza corporea e lontananza educativa. Nelle città invisibili gli occhi si guardano senza vergogna e ciò che si è non è mai contrabbandato con messe in scena da dilettanti. Nelle città visibili, invece, è difficile guardarsi, forse perché distratti dalle fantasmagorie social, dai reality permanenti, dalle supertracce che bisogna lasciare perché i piccoli possano rimanere incantati dalle gesta folli dei grandi.

 

Eppure gli incontri fra generazioni sono sempre un po’ speciali, perché nutriti in gran parte dalla innata tendenza a mostrarsi migliori di quel che si è, a nascondere pensieri negativi, a dotarsi di un’attrezzatura affettiva adeguata, ma anche ad esprimere un invito a farsi compagnia forse poco chiaro, ma netto nelle sue manifestazioni.

I sistemi comunicativi, per dirla difficile, sono antitetici. Gli adulti vanno dalla melliflua condiscendenza, al giovanilismo d’accatto, qualche volta sono spietati e crudeli, ma altre volte, e per fortuna sono i casi di gran lunga più frequenti, definiti dal mutuo bisogno di essere accettati e dal desiderio di farcela a chiedere aiuto, cosa facilissima per un ragazzo e ancor più per un bambino, ma difficilissima per un adulto, che si crede sempre una specie di condottiero anche se sgangherato e incerto.

Il libro di Francesco Pira “Figli delle app” (Franco Angeli ed.) descrive i risultati di queste palesi difficoltà comunicative. Rifugiarsi nei social, per esempio, è per il 69% dei preadolescenti un’abitudine e perfino tik tok, riservato a chi ha più di tredici anni, è invaso da ragazzini già dalla primaria. Come prima gli adulti erano figli della tv, instupiditi dalle banalità, così oggi i loro ragazzi per il 49,7% sono dipendenti dallo smartphone più di cinque ore al giorno. Calciatori e veline i sogni dei padri, influencer e youtubers l’orizzonte dei figli. Mi direte che sono i soliti dati con cui fare superflue e inutili crociate e che questa è la realtà! Risponderò che certo, è così, questa è la realtà, ma bisogna farci i conti e non assumerla come una fatalità.

Tra tutte le possibilità che abbiamo, per affrontare situazioni così potenzialmente dannose, c’è quella di attraversare i meccanismi comunicativi dei ragazzi, imparare i loro alfabeti prima di giudicare. Proprio come fa un esploratore: caschetto, binocolo, ricerca e cautela. Ci accorgeremmo di Jonathan Galindo e di Blue Whale sulle sfide sociali estreme che si spingono fino all’autolesionismo e al suicidio o, ancora peggio, faremmo caso alla tendenza a crearsi un profilo falso o un’identità altra, in maniera da eludere il controllo dei genitori, quando il controllo c’è, perché spesso la riluttanza e la colpevole pigrizia si sostituiscono alla vigilanza educativa.

In queste condizioni chi aiuta i ragazzi a distinguere tra la ricerca del vero e le palesi falsità? Chi riesce a invertire le priorità dando all’informazione serena il primato sulla disinformazione dilagante? Potrà mai essere l’inganno la misura del rapporto con gli altri?

Risuoneranno certamente le voci di ragazzi in gamba che aiuteranno gli adulti ad avere coraggio; sono sicuro che ciò accadrà, se non fosse altro per la forza della vita che li caratterizza, ma insieme alle loro dovrebbero risuonare le voci degli educatori, esploratori capaci di scegliere l’accompagnamento e le competenza dell’empatia alla fuga o peggio all’autoritarismo alimentato dai divieti che tutto coprono. Non è forse la voglia di parlare che si camuffa nella rete? Si fa fatica a riconoscerla è vero, ma essa giace intatta nel cuore dei ragazzi. E aspetta.

 

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