Un’invasione da “sceneggiata”: quando il brigante Pilone espugnò Terzigno

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Pare, a leggere gli atti, che tutti gli abitanti di Terzigno sapessero che quel 25 marzo i briganti di Pilone avrebbero invaso la loro città: solo il capitano della Guardia Nazionale, che aveva l’incarico di controllare il territorio, non ne era informato. Le dichiarazioni rese davanti al giudice da alcuni cittadini inducono a pensare che certe pagine di storia si ripetano da sempre, con implacabile continuità.

 

La lunga deposizione che Nicodemo Bifuco fu Nicola, proprietario di 29 anni, capitano della G.N. di Terzigno, rese al giudice subito dopo l’assalto al posto di guardia che da lui dipendeva, è soprattutto un’accusa limpida e robusta quanto meno alla sua incapacità.  Egli dichiarò che molte guardie della sua compagnia erano infide, ma dovette ammettere che nessun provvedimento aveva preso per difendere il paese dalle loro trame e per impedire che accadesse quello che accadde. Dalla ricostruzione che egli fece dei fatti risulta che tutti sapevano, fuori che lui, che quel 25 marzo 1862 Pilone avrebbe invaso Terzigno. Quel giorno Gaetano Iuliano, maniscalco, già segnalato “per il contegno continuamente disprezzevole” verso il Bifulco e il partito liberale, s’allontanò dal posto di guardia, poiché il figlio era venuto a dirgli che bisognava correre a casa di Vincenzo Ranieri “Mangiamelelle”, per trattare con qualche “medela” il suo mulo ammalato.  Stava tornando, il maniscalco, al posto di guardia, quando, a suo dire, i briganti gli piombarono addosso e gli strapparono il fucile: lo conoscevano bene, avendo bussato qualche sera prima alla sua porta, e chiesto e ottenuto del vino sotto lo sguardo attento di una vicina di casa. Che ne parlò al giudice, pur aggiungendo, a lenire gli effetti della spiata, che il maniscalco si piegava a Pilone solo per “timore”.  Per tutto il giorno il panettiere Carlo Rosa, che era guardia nazionale – il che non gli impediva di continuare a manifestare il suo disprezzo per i liberali – fu più agitato del solito.  Stava di guardia, ma non volle calzare il képi d’ordinanza e sull’imbrunire si allontanò dal suo posto con il collega Basilio Bianco, a cui voleva far gustare il suo vino. La sorella del Rosa, intanto, “sentendo un gran freddo”, mandava il figlio di 10 anni a chiamare il marito Domenico Pisani, “sospetto ladro e spia della banda”, che stava ad oziare nel caffè di Giuseppe Boccia, perché si ritirasse immediatamente in casa. Domenicantonio Ranieri si fece rimpiazzare, e il figlio, un ragazzetto di 12 anni, svelò poi al giudice Costantino che pochi giorni prima era venuta a casa sua “una grande quantità di armati”, che avevano molto bevuto con suo padre; lui, da un suo nascondiglio, li aveva a lungo osservati con un suo cuginetto, che gli aveva indicato un uomo assai alto e robusto, dalla barba nera, e gli aveva detto che quello era Pilone. L’invasione di Terzigno non fu una passeggiata trionfale; la gente non scese in piazza, né sventolò i fazzoletti bianchi. Alcune guardie si batterono con coraggio contro la comitiva: il capo aveva portato con sè Luigi Ranieri “il Gagliardo”, Luigi Carillo, Francesco Napodano, Luigi Auricchio, Giovanni Pagano, Domenico Cirigliano, Luigi Panariello, Angelo Ranieri “Cazzullo”.  Il bottino fu poca cosa: una tromba, qualche fucile arrugginito, qualche baionetta. Anche questa volta la retata, eseguita poche ore dopo l’attacco dai carabinieri di Ottajano al comando del brigadiere Luigi Sacchetti, tirò su solo pesci piccoli . Su indicazione del Bifulco vennero arrestati alcuni militi della G.N., i genitori di Napodano, la madre e la sorella del Carillo, la madre del “Gagliardo”, quella di Pagano e Maria “Puzzacane”, accusati quasi tutti di fornire viveri ai figli e ai loro compagni e di distribuire abitini della Madonna del Carmine, come aveva ordinato Pilone.  Furono messi in carcere anche alcuni braccianti che si riunivano ogni giorno, all’alba, alla Croce di Boscoreale “per ritrovare fatica”: non c’erano prove contro di loro, ma la polizia pensò che sapessero qualcosa sugli spostamenti della banda, spostandosi di frequente anche loro per le masserie e le vigne del territorio secondo la volontà dei caporali.

Vincenzo Albano, capitano della G.N. degli Avini e del Flocco, cercò di sfruttare i fatti di Terzigno per regolare i conti con il padre Tommaso, che, rimasto vedovo,s’era messo una domestica in casa, ne aveva avuto un figlio e ora minacciava di diseredare i figli legittimi. Il capitano fece circolare la voce che il vecchio aveva “sollecitato” Pilone contro di lui e pregò una sua parente di confermare quella voce al giudice con qualche “piccola aggiunta”.  Ma la donna svelò tutta la trama raccontando “quanto la verità e la coscienza suggerivano”. Nicodemo Bifulco difese il sarto Domenico Iervolino e il bettoliere Gennaro Annunziata, che, trovandosi la sua bettola in un luogo isolato, non poteva inimicarsi nessuno, e tanto meno Pilone. Qualche sospetto lo fece cadere, invece, su Luigi Menichino, che non negò d’aver fornito vino ai briganti, ma tacque sul banchetto che, a casa sua, aveva offerto a Pilone e ad alcuni “piloniani”. Gennaro Mazza, ventottenne figlio del sindaco e capo della G. N. di Ottajano, fu cauto sul Menichino, proprietario facoltoso e sensale: disse di avere rapporti di amicizia non con lui, ma con il fratello Giuseppe, “ufficiale garibaldino e noto liberale”.  Ma alla povera gente l’idea che fosse una colpa grave parlare con Pilone o regalargli un fiasco di vino appariva balzana.  Pareva che i giudici e i carabinieri non mettessero nel conto la paura; Pilone invece ne conosceva a tal punto il peso che si divertiva a compromettere i galantuomini, o mostrando deferenza per loro o chiedendo del vino e del pane con una gentilezza più convincente di qualsiasi minaccia.  Lo stesso Bifulco non negò che durante l’assalto i briganti avevano scaricato pistole e fucili sulle facciate di tutti i palazzi dei galantuomini, in piazza, di fronte alla chiesa dell’Immacolata,  ma  non avevano  sparato sul palazzo in cui  abitava la Signora Bifulco, madre del capitano.