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“Gesù non rideva”: un certo tipo di ridere è segno demoniaco (San Basilio). Serve una legge che lo vieti. Ma non è facile…

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Ernst R. Curtius, Jacques Le Goff e Umberto Eco hanno ricordato a tutti che secondo i Padri della Chiesa Gesù non rideva, perché chi ride pecca di vanità e di superbia: il ridere, secondo i teologi, può essere segno demoniaco. Il trionfo globale dell’individualismo favorisce la diffusione di un ridere malvagio, che costringe gli uomini di fede a porsi preoccupate domande su “presenze maligne”. Se poi certi segnali arrivano, in TV, perfino dal palcoscenico di Sanremo… Può essere utile una legge che impedisca questo tipo di ridere, ma che obblighi anche i cittadini tutti a non fornire occasioni idonee a suscitarlo, questo tipo di ridere…

Questo del ridere è un argomento su cui non conviene scherzare. Se Cicerone fece del comico e, dunque del riso, un’arma per la sua oratoria, e se si divertì a fare a pezzi i suoi avversari a colpi di battute ironiche, comiche e sarcastiche, Quintiliano, che era un saggio, ebbe il coraggio di dire che il ridere può indicare un disturbo della mente, è un cieco impulso al disordine, svilisce l’autorità, e, soprattutto, può offendere la ragione e può aiutare gli artefici di inganni a falsificare la verità. Insomma, se Quintiliano avesse avuto la fortuna di conoscere i Cristiani e di sentir parlare del demonio, avrebbe detto, prima ancora di San Basilio, che il riso è segno della presenza del Nemico di Cristo.

Sul Nemico, che si serve del ridere per esprimere il suo odio, che ci incita a ridere perché nel ridere il nostro volto si deforma, talvolta, in smorfie animalesche, in grugni da ebete, su questo Nemico non si scherza, per ovvi motivi: e ci dispiace che un’artista ispirata e raffinata come Virginia Raffaele abbia nominato l’Innominabile sul palcoscenico del Festival di Sanremo, confidando forse nella protezione di San Remo, e nel fatto che certe canzoni sarebbero bastate da sole a mettere in fuga anche Beelzebub. Per fortuna, i politici sono intervenuti immediatamente, e, con l’aiuto degli esorcisti di professione, hanno costruito un primo vallo, una prima trincea… Ma, lo ripeto, non scherziamo, su certi argomenti.

Un fatto è certo: Gesù non rideva. E’ apocrifo il vangelo in cui si legge che il Figlio di Dio non rideva, e il Vangelo di Luca dice “beati voi che piangete”, e aggiunge “perché poi riderete”. Ma non conviene sottilizzare: i grandi Padri della Chiesa, da Giovanni Crisostomo a Basilio, sono stati chiarissimi: Gesù, nella Sua vita terrena, non ha mai riso. E san Colombano e San Benedetto imposero il divieto di ridere come regola per i monaci dei loro ordini: chi ride degli altri dimostra di sentirsi superiore ai derisi, e dunque è preda di pensieri e di sentimenti contrari all’umiltà e alla carità: e l’odio e la superbia a chi appartengono? I motivi della condanna che il Medio Evo cristiano inflisse al ridere sono stati attentamente esaminati dal Curtius, da Jacques Le Goff e da Umberto Eco: nel “Nome della Rosa” il venerabile Jorge fa morire di veleno tutti coloro che, nella biblioteca dell’abbazia, sfogliano il secondo libro della “Poetica” in cui Aristotele discusse del tema della commedia e del ridere.

E alla fine l’abbazia, la biblioteca e il “diabolico” libro del filosofo greco vengono divorati dal fuoco purificatore. Tuttavia, sopravvisse l’idea di Aristotele che il ridere potesse essere segno di intelligenza: un ridere sano e moderato, un riso che potevano permettersi solo i Santi, San Francesco, per esempio, e San Luigi, re di Francia, che però di venerdì non scherzava e non rideva per nessuna ragione. Anche San Tommaso, di tanto in tanto, si concedeva il privilegio di una sorridente ironia. Un giorno, mentre era intento ai suoi studi, i suoi confratelli lo chiamarono, a gran voce: “ Esci, c’è un asino che vola”. E Tommaso uscì, e levando lo sguardo cercò l’asino volante: immaginate quale sia stato lo scroscio di risate e di sfottò che quelli gli rovesciarono addosso.

San Tommaso non si scompose. Ribatté “che gli era parso più verosimile che un asino volasse piuttosto che un frate potesse dire una bugia. Prendi su e porta a casa” ( U. Eco ). A questo serve leggere libri, capirli, e perfino scriverli. Dunque, solo ai Santi era concesso di ridere, perché il loro riso era “puro”, non contaminato da vanità e da superbia. Tutti gli altri monaci dovevano opporre al ridere – la peggiore delle sozzure – “il lucchetto della bocca e la barriera dei denti”, così come dovevano essere pronti a turarsi le orecchie e a coprirsi gli occhi, se altre lordure minacciavano la vista e l’udito.

Dunque, i politici e un esorcista, che si chiama Don Antonio, hanno sollevato, sollecitati da Sanremo, la questione del satanismo: ma non bisognava aspettare la battuta di Donna Virginia per sospettare che l’Europa e l’Italia fossero teatro di “presenze malefiche”, diciamo così: in giro, da qualche tempo, esplodono turbini continui e smisurati di risate squillanti, squarcianti, che devastano sguardi, bocche e espressioni, e che, soprattutto, suonano note metalliche di malignità. Ecco, di malignità.

Serve qualcuno che abbia il coraggio di chiedere una legge che vieti di ridere questo tipo di ridere. Ma questa legge da sola non basterà. Dovrà essere accompagnata da un’altra legge che ordini ai cittadini tutti di non fornire, con i loro atti e con le loro parole, e talvolta anche solo con le loro facce, occasioni idonee a scatenare quel tipo di ridere. E qua ti voglio…