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A Madonna dell’Arco Gaetano Gigante dimostrò che poteva essere un buon pittore, degno del figlio Giacinto…

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Quando decise di fare il pittore “popolare”, Gaetano Gigante dedicò alcune opere, come la “Festa” la cui immagine correda l’articolo, ai riti della Madonna dell’Arco. Muovendo dai modelli di Fabris, Robert, Vervloet e Catel, egli dimostrò in queste opere di essere un buon pittore, un artista di cui il figlio Giacinto poteva dirsi  orgoglioso. I valori “pagani” di una Festa dall’atmosfera “sfrenata”.  I “tamburellai” di Sant’ Anastasia.

 

Gaetano Gigante (1770- 1840) decise, a un certo punto della sua vita, che la cosa importante era vendere i quadri, e che la strada della gloria conveniva lasciarla ad altri, come al figlio Giacinto. Per vendere i quadri era necessario seguire la moda: e la moda richiedeva scene popolari, personaggi caratteristici, paesaggi e riti pittoreschi, insomma i temi di una certa Napoli, “paradiso abitato da diavoli”, il cui mito, grazie a scrittori, pittori e musicisti già da un trentennio suscitava in tutta Europa l’attenzione non più solo degli intellettuali, ma anche di borghesi ben provvisti di danaro. E Gaetano Gigante incominciò a lavorare per questi “turisti”: il che gli tirò addosso la maldicenza di Raffaele Carelli, che, presa la stessa decisione, aveva aperto una bottega di quadri a olio, tempere, acquerelli e stampe dalle parti del Maschio Angioino. Gli articoli che i giornali inglesi e francesi dedicarono all’eruzione del 1794, le lettere di Goethe, le memorie e le opere della Vigée-Lebrun fecero sì che la fama del Santuario di Madonna dell’Arco si diffondesse in tutta Europa e che pittori importanti, Pietro Fabris, il Robert, il Vervloet, il Catel si ispirassero al culto della Madonna Nera.

Tutti, in questo culto e nei riti del lunedì in albis, colsero come fondamentale l’aspetto della festa, quasi che l’esplosivo concerto di cori canti balli tavolate fosse un grido di liberazione dalla paura del Vesuvio e una sfrenata cerimonia di scongiuro. Gaetano Gigante si recò a Madonna dell’Arco più volte, certamente nel 1824, e l’anno dopo presentò al pubblico il quadro “La Festa della Madonna dell’Arco”, oggi conservato nel Museo di San Martino, che ottenne un notevole successo, e ispirò certamente delle repliche. Il successo  convinse Gaetano Gigante a tornare spesso a questo tema: alla “Mostra delle Belle Arti” del 1833 e a quella del ’35 egli espose alcune tele che rappresentavano “Il ritorno dalla Festa della Madonna dell’Arco”: la tela del ’35 (v. immagine in appendice) è opera notevole. E notevole è anche questa “Festa”, in cui l’artista volle dimostrare che non aveva dimenticato la lezione del suo Maestro, Giacinto Diana, e che, se voleva, sapeva liberarsi dai lacci della mediocrità e volare alto.  Il quadro ha un’impaginazione complessa, come le opere di Fabris e di Robert: paesaggio e figure si dispongono secondo tre linee parallele, dal primo piano della folla festante al piano interno, che dovrebbe essere remoto, della fitta vegetazione e delle nuvole, e che invece attira la nostra attenzione perché si chiude, a sinistra, con l’immagine imponente della Chiesa e della cupola immerse nel sole. Anche il primo piano si “legge” dalla nostra destra a sinistra, perché qui campeggiano la zona d’ombra fitta e l’albero maestoso, mentre il piano centrale si muove da sinistra a destra, secondo la direzione delle carrozze dei nobili.

Sono solo parzialmente d’accordo con chi scrive che il pittore “ha lasciato quasi in secondo piano l’aspetto sacro dell’avvenimento , rappresentato dalla Chiesa e dal cantastorie che illustra i miracoli della Madonna.”( Maria Tommasone). In realtà Chiesa e cantastorie, attraverso il contrasto luce- ombra e per la posizione che occupano nella tela, non sono forme secondarie, e tuttavia non bastano a esprimere il valore religioso della festa: servono solo a far capire all’osservatore che il “luogo” è Madonna dell’Arco. Gaetano Gigante fu colpito da “questa festa che non finisce mai”, come raccontò al figlio Giacinto, e proprio questa suggestione egli cercò di trasformare in tema dominante dell’opera: credo che ci riesca, anche se alcune figure della prima fila, come i cavalli e i cavalieri, e come alcuni ballerini, hanno una rigidità che si spiega con il fatto che Gaetano Gigante dipinse la scena dopo averla costruita, nello studio, usando “pastori” e statuette. Tuttavia egli riuscì a rappresentare fedelmente l’atmosfera di sfrenata esultanza, che nella sua naturalezza ha caratteri pagani, come hanno notato alcuni studiosi. Notevole è, nel quadro, il rispetto dei valori realistici della cronaca: i costumi, il mercato del lunedì in albis, le “mosse” della tarantella vesuviana guidata dal suono del “tamburello”.

Tra le “botteghe” di Sant’ Anastasia e di Madonna dell’Arco legate alle attività della Festa e all’arrivo, da ogni parte della Campania, di migliaia di “fujenti” e di fedeli vi furono anche quelle di Beniamino Gifuni e di Raffaele Sdino, costruttori di strumenti musicali e “tamburellai” noti in tutto il territorio. Il 10 maggio 1839, a Ottajano, a chiusura della festa di San Michele ,lo Sdino venne aggredito da alcuni delinquenti, che gli portarono via soldi e strumenti. Ma di questo parleremo, deis iuvantibus, in un libro sul culto vesuviano della Madonna Nera.