Il paranzaro vive la devozione seriamente e non va confuso con chi sale durante le celebrazioni insozzando il Somma. È questo l’errore nel quale incappano molti borghesucoli e le amministrazioni locali.
Salire sul Monte Somma, ‘ncoppa ‘o Ciglio è un rituale ancestrale, tanto antico che va al di là del credo religioso. É probabile che preesistesse ai culti cristiani e che conservi ancora molti dei rituali pagani che il cattolicesimo ha saputo sapientemente e talvolta opportunamente preservare. Forse è per questo che continuo a salire con le paranze lungo gli umidi crinali della Caldera. È anche probabile che faccia tutto questo per spirito di appartenenza o per questo legame che presumo di avere con gli amici paranzari.
Anche quest’anno sono salito con le tenebre e con le nuvole e ormai, quella che per alcuni era un dubbio, è divenuto la certezza del mio legame tra la paranza del Sabato dei Fuochi e la pioggia. Pazienza! C’è di peggio! Sopravviverò anche a questo!
La levataccia è la solita, ore quattro, ma la nottata è stata insonne, come quella di un bambino prima degli esami; sarà questa la mia terza ascensione con la Paranza. Non è facile mettere a confronto la realtà di un mondo relativista e senza più principi e le verità antiche di un rituale. A volte c’è anche il rischio che il tutto divenga una grande mistificazione, di quelle tanto in voga oggi ma tanto vale la pena credere e rispettare la tradizione, almeno quella è consolidata e forgiata al dubbio di tante anime in pena come me.
Alle cinque e trenta sono già al parcheggio di fronte al ristorante Hermes, arrabbiato più che mai per gli imbecilli su SUV che ti lampeggiano dietro, anche alle cinque di mattina, lungo le strade libere del sabato. L’alba è matura e il tempo regge, saluto calorosamente i miei due amiconi Lucio Merone e Salvatore Mautone, faccio timidamente cenno a qualcun altro che vedo solo in queste occasioni e decido, visto il tempo clemente, di salire a piedi.
Superato un angustiante tratto asfaltato mi inerpico sul florido stradello, orfano dei PIRAP e dell’attenzione della politica. Più salgo e più la fatica si trasforma in pace, una pace laica, figlia di quell’atmosfera magica che l’aurora e la nebbia creano. Il percorso è stato di recente compattato da un bobcat cingolato, le frane sono state colmate alla meno peggio per cui, dopo qualche momento di pace, sopraggiungono le prime spedizioni alla Traversa.
Gli sbuffi dei tubi di scappamento abbattono quel senso di aria pulita e tranquilla del primo mattino ma il fastidio viene però compensato dai calorosi saluti dei conoscenti e dai sorrisi di approvazione dei più anziani nelle auto; passa la mitica 33 familiare grigio metallizzato, le immarcescibili Panda 4×4 e i più nuovi e forse un po’ più insipidi fuoristrada.
Man mano che salgo le voci festanti ed eccessivamente urlanti per il mio udito del primo mattino, mi dicono che la Traversa è vicina. Il tempo di salutare e si affronta, stavolta in compagnia, il sentiero, quello che nessun automezzo mai affronterà. Lo faccio come spesso è accaduto con Lucio e si discorre delle nostre umane cose, sempre con la battuta pronta e col sorriso sulle labbra come è in lui congeniale e va bene così, tra una chiacchiera e un incontro, tra una sosta e una riciatata, scorgiamo la Cappella.
I tempo è volato e sono già in vetta, saluto con rispetto ma rapidamente la Grande Madre e mi allontano perché stavolta ho la sensazione di rubare qualcosa a chi mostra apertamente la sua fede sincera. Quest’anno, dopo un anno d’assenza, sono di nuovo qui, davanti alla Mamma Schiavona, la Mamma Pacchiana, Santa Maria del Castello e chiamatela come volete, ma sono davanti a Lei; incarnazione di un attimo eterno d’amore. Le sono grato di essere arrivato lì e questo m’appaga e mi sosterrà per tutta la lunga giornata che vivrò tra me e me, ma anche tra i frizzi e lazzi d’o Ciccollillo, di Mario Menna e del meraviglioso Baldassarre De Simone, decano dei paranzari, il che vi lascerà capire che triste e ascetico non sono certo stato.
Quest’anno mi sono pure divertito ad andare di paranza in paranza e vivere la loro visione della devozione del Sabato dei Fuochi. Per prima cosa scendo verso la paranza più giovane, quella d’o Pullastriello, conosciuti su facebook e con i quali ora finalmente condivido con loro momenti di allegria e spensieratezza e il primo vino della giornata, saranno state neanche le nove!
A ritroso passo per l’Antica Paranza del Ciglio del Sabato dei Fuochi, dove avvisto un caciocavallo in via di affumicamento, e prendo nota! Ritorno, tra i botti dei pullastrielli, verso la mia paranza d’adozione, quella del Sabato dei Fuochi, giusto in tempo per la benedizione del capo paranza, e di beccarsi qualche goccia di vino e cocche mala parola. Approfitto per portare la mia rispettosa presenza anche agli Urteme arrivate, costola del Sabato dei fuochi e godo anche lì della loro ospitalità e della loro musica.
Il tempo regge per tutta la mattinata, anche la messa viene celebrata da padre Costanzo nella cappelluccia e non com’ero abituato a vedere, nelle mie precedenti e bagnate presenze, nella grande baracca di legno e lamiera. La giornata continua tra canti e danze fino al temporale e alla pioggia che occuperanno buona parte del pomeriggio, intervallando con sprazzi di sole la festa dei devoti. La baracca è uno scarno ed essenziale luogo ma i ragazzi del Sabato dei fuochi sapranno renderla, anche sotto gli strali di Giove e pluvio, il luogo più accogliente della terra.
Dopo la soddisfazione dell’assaggio del mio nocillo verso le sette della sera, si raccolgono le masserizie e si fa pulizia, e come spesso succede in questi casi si rimane in pochi; il tempo minaccia ancora le sue intemperanze e ritorna la nebbia del mattino, ma soprattutto la festa ora s’è spostata più a valle con le perteche.
Rimaniamo in pochi, saremmo stati in cinque o sei; di sicuro, Cric e Croc, Merone e Mautone, sono con me. Prima di scendere, vivo un momento nuovo di questa celebrazione dal fascino antico, una preghiera cantata da tutti i presenti e io, estraneo più che mai, rimango lì in silenzio a guardarli, invidiandone bonariamente fede e senso di appartenenza.
A quest’immagine arcaica si aggiunge l’accensione della luce della cappella, quella alimentata a cellule fotovoltaiche e che da anni vedo quando percorro la 268; anche questo mi ha toccato, vederla, soffusa nella nebbia ovattata di quella serata mi ha connesso alla mia realtà quotidiana, quella che mi apprestavo a riprendere scendendo da quel luogo fuori dal tempo, ma mantenevo la sicurezza che ogni qual volta avrei rivisto quella luce, avrei potuto pensare a quei momenti di elevazione e speranza.
W le Paranze!

