Quello che le donne non devono sapere

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Negare l’istruzione alle donne è da sempre uno dei sistemi più efficaci per assicurarsene l’asservimento. La drammatica storia di Malala è solo la punta dell’ iceberg.

E’ di pochi giorni fa la notizia agghiacciante di una ragazzina pakistana di 14 anni, Malala (foto), rimasta vittima di un attentato dei Talebani. La considerano pericolosa e meritevole di morte per i suoi terribili crimini contro la religione.

La sua imperdonabile colpa è aver affermato pubblicamente, su un blog della BBC urdu, il diritto delle bambine all’istruzione. In sostanza ha rivendicato per sé e per le sue compagne il diritto di andare a scuola e studiare. I Talebani, al contrario, credono che le bambine, le future donne, non debbano avere la stessa istruzione dei coetanei maschi, cioè, in definitiva, non debbano ricevere un’istruzione. Probabilmente auspicano che le bambine siano educate in casa, dalle madri e dalle altre donne di casa, a fare quello che devono fare da grandi, cioè le spose e le madri, possibilmente senza farsi vedere in giro, in particolare senza mostrare il proprio viso a nessun uomo tranne il marito, e possibilmente in silenzio.

Fortunatamente la piccola coraggiosa bambina non è morta, ma è grave ed è stata trasportata d’urgenza in un’altra città, in un ospedale più attrezzato, certamente più sicuro in quanto più lontano dalla zona controllata dai Talebani. E’ stupefacente quale e quanto sia stato in tutti i tempi e in ogni luogo della terra l’accanimento contro l’istruzione delle donne e il loro accesso alle conoscenze. Si capisce dal numero esiguo di donne del passato che abbiano scritto di Filosofia o di Scienza. Qualche voce in più viene dalla Letteratura, ma le ragioni sono evidenti. Imparare a leggere e scrivere in certe circostanze, in certe classi sociali, in certe epoche è stato concesso. Probabilmente ci si rendeva conto anche dell’utilità che una moglie e madre un po’ più istruita poteva avere.

E le donne che potevano hanno letto e, di conseguenza, scritto. Ma un’istruzione vera e propria che aprisse la strada a carriere politiche, a conoscenze tecniche e scientifiche che sono la chiave dell’economia e, purtroppo, delle attività militari, questo no. Questo alle donne è stato sempre negato. Si è dovuto aspettare la seconda metà del secolo ventesimo per avere nel nostro occidente quello che adesso sembra una cosa così ovvia: il diritto allo studio, effettivo, anche per le donne. Ancora sotto il fascismo alle donne veniva riservata un’istruzione, diciamo così, “domestica”, ritagliata sul ruolo che il regime assegnava alle donne.

Del resto l’accesso alla conoscenza è il presupposto dell’accesso al potere politico, anche nel senso elementare della rivendicazione di un diritto. Donne filosofe, matematiche, amanti del sapere non se ne ricordano molte. Tutti conosciamo la drammatica vicenda di Ipazia, filosofa di Alessandria che fu fatta a pezzi da un gruppo di monaci fanatici. Ma è ben poca cosa se paragonata alla schiera numerosa di sapienti che Greci e Romani, per fare l’esempio più vicino a noi, ci hanno lasciato e che a scuola ci tocca studiare, visto che sul loro pensiero e sulle loro scoperte si basa tutto il nostro bel sapere contemporaneo. La scarsità di donne importanti nel campo della conoscenza è stato per secoli, tacitamente o meno, presa come prova della inferiorità femminile dal punto di vista intellettuale.

Tesi insopportabile e stupida, brillantemente sbugiardata in una celebre pagina da Virginia Woolf, ormai quasi un secolo fa. Sarebbe come dire che il fatto che non c’è mai stata una donna papa è la prova della inferiorità femminile dal punto di vista spirituale. Certe vie non sono state percorse dalle donne perché per loro erano sbarrate. La realtà è che il sapere e la conoscenza sono gli elementi basilari della liberazione di qualunque essere umano dalle condizioni di asservimento e di oppressione e che le società che hanno bisogno nella loro organizzazione di scaricare sulle spalle delle donne il carico totale del lavoro di cura, il compito indispensabile della riproduzione e la tenuta dell’ordine sociale, non possono tollerare donne istruite, libere di imparare e di esprimersi.

Tale appare la società talebana, dove le attività produttive sembrano essere sostanzialmente il commercio dell’oppio e delle armi e tutto il resto è solo economia di sussistenza. Si sono dotati di una delle armi più efficaci e letali che l’umanità abbia conosciuto: il fanatismo religioso. Con quest’arma puntano a distruggere bambine come Malala, esattamente come l’Inquisizione qualche secolo fa ha bruciato sul rogo “streghe” bambine. Nel nostro dorato occidente, però, non è che il problema sia risolto. E’ curioso per un’insegnante quale io sono notare come nel corso degli anni si ripeta in maniera più o meno uguale la stessa storia. Le ragazze a scuola sono mediamente più brave dei ragazzi. Sono più studiose, ma anche più mature, più creative, più sensibili, più curiose. Lasciano i licei con ottimi voti.

Vanno a gonfie vele all’università. Poi i posti migliori, i più remunerati, i più importanti sono occupati per la maggior parte da uomini. Dove finiscono quelle ragazze? E c’è dell’altro. Negli ultimi anni sotto una falsa idea di libertà è stato fatto trionfare un modello di donna avvilente. Oggetto erotico per eccellenza e però (però!) “intelligente”. Le veline si sono chiamate professoresse, alle ragazze dei concorsi di bellezza sono state fatte domande di cultura (?) generale, di donne arrivate al potere per la loro avvenenza e non per capacità si è detto che però avevano la laurea. Come dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio.
(Fonte foto: Rete Internet)