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Narcisi e farenielli: chi sono e che mangiano. Considerando che quando camminano se quarteano, ecco cosa provano per loro i napoletani. Di Carmine CimminoI caratteri degli uomini saranno pure forme universali, ma alcuni di essi hanno certamente anche una storia territoriale. Dedicheremo alcuni articoli alla versione napoletana e vesuviana del narciso, del lussurioso, dell’avaro, del violento, e al loro rapporto con il cibo e in particolare con i maccheroni e con la loro filosofia.

Il narcisismo è una costellazione di vizi, difetti e patologie, al cui centro c’è la vanità assoluta. Il narciso esiste solo per sé stesso, e crede che gli altri esistano solo grazie a lui e per lui, solo per dipendere da lui. La sua vita scorre davanti a un perpetuo specchio, in cui egli perpetuamente trova solo la propria immagine, ed è perciò fatale che egli si innamori di sé. Il tipo lo conosciamo tutti, anche perché dosi, piccole o grandi di narcisismo, si trovano in ciascuno di noi. Il narcisismo patologico domina tutta la storia contemporanea, e, secondo Christopher Lasch, è una delle radici della dittatura. Il morbo si manifesta in forme nuove nella civiltà della televisione, di Internet e dei telefonini, in cui esistere significa essere visti.

Oggi, se uno non appare, non è. Ma in questa strana società dell’apparire può anche capitare che qualcuno, giunto al culmine della fama, si nasconda, fugga dalla folla, si sottragga all’attenzione, soprattutto se al centro di essa può mettere un segno di sé: Mina mette la voce, la voce mise Lucio Battisti, Thomas Pynchon si fa sostituire dai libri che continua a scrivere e a pubblicare. J. D. Salinger fu ancora più rigoroso: nel 1953 si ritirò a Cornish, non concesse più interviste, e non pubblicò più nulla, eccezion fatta di un racconto che comparve sul New York Times nel ’74. Il narcisismo è impastato di antitesi e di paradossi.

Il disprezzo che da sempre i napoletani hanno provato per questo carattere si manifesta nella cattiveria con cui ne hanno distinto i livelli, e nell’ironia dei nomi che hanno appioppato alle sue varie forme. Il narciso può essere un buriuso e un muccuso: può essere nu fareniello. I Toscani usavano il termine farinello, che il Lessico Battaglia spiega come ribaldo, mariuolo. Questo farinello non appena da Firenze arriva a Napoli, e incomincia a respirare aria densa di zolfo vulcanico, si trasforma: cambia nome in ‘o fareniello, e da ribaldo che era diventa impiccione, intrigante, invadente, nu ‘nciuciere, o se è donna, na nciucessa. Usiamo, per abitudine, il maschile: ma ci sono anche le narcise, le farenielle. Ma al femminile questo carattere napoletano è tutta un’altra cosa e merita una trattazione a parte.

Traducendo narciso con fareniello, i napoletani hanno voluto dire che a loro non interessa la versione tragica del tipo: interessa quella comica. Il narciso napoletano è una macchietta. A partire dal modo di camminare. Il fareniello non cammina normalmente: incede, se quartea, sempre, anche quando va in bagno: come se passasse eternamente tra ali di folla delirante; quando entra nel bar, non è solo la porta, ma è tutto il bar che gli si spalanca davanti. Prima di entrare in una piazza si ferma, nell’angolo alto, bene in vista, e se potesse, si farebbe annunciare da orchestre di tamburi e di trombe. Cammina a testa ritta: ma l’occhio obliquo ruota tutt’intorno, controlla se lo stanno guardando aspettando salutando, se si stanno scappellando. Il narciso fareniello vuole essere il centro, e dunque ha bisogno che gli altri gli facciano da circolo.

Se gli altri se ne vanno per i fatti loro, e non gli badano, il narciso si affloscia si smonta si sgretola. Per un momento la prende con filosofia: mi invidiano. Ma un attimo dopo, i nervi saltano, e allora egli sbraita, si dimena, fa ‘a vaiassa. Vi farò vedere io, chi sono. Poiché egli è innamorato solo di sé, la sua personalità è lacerata: e dalla netta fessura vengono fuori tutte le maschere della sua vanità. ‘O fareniello, carattere ermafrodito, fa il generoso e il miserabile, il nobile e l’ignobile, il timido e l’aggressore, il mite e il crudele. Fa, non è. Egli combatte ogni momento feroci battaglie con la realtà delle cose: ora le vede, le cose, con una certa chiarezza, ora se ne tiene lontano, ora cerca di nasconderle, di alterarle, di manipolarle: si propone di ingannare tutti, e prima di tutto cerca di ingannare sé stesso.

Con il cibo si comporta allo stesso modo. Digiuna spesso e a lungo, poiché attraverso il rifiuto del cibo rifiuta gli altri, ma può essere anche un raffinato piluccatore di squisitezze, e nei momenti in cui la vanità gli arroventa il cervello, è uno che si ingozza con volgare avidità. Se mangia ‘o munno. Potrebbe trovare un po’ di serenità nella patata bollita, o nel sushi, il solo cibo, scrive Ilaria Bellantoni, che sia capace di rasserenare i sensi. ‘O fareniello non ama per principio i maccheroni, che inducono alla meditazione e al culto del valore unico e irripetibile dell’individuo. Ma non è ostile agli spaghetti, perché possono essere ingoiati in corposi viluppi, e senza una masticazione analitica.

Se potesse, egli si consentirebbe sempre il lusso della violenza, e dunque non farebbe mai mancare dal menu quotidiano gli alimenti dell’aggressività, la carne prima di tutto, il basilico, il peperoncino, i frutti di mare, e il piacere sadico di raschiarli succhiarli strapparli dalle valve, lacerando e sfrangiando in filamenti il morbido tessuto della polpa, prima di torturarla sotto la macina lenta dei denti o di sfibrarla implacabilmente nella pressione della lingua contro il palato. Ma poiché oggi il pane della violenza è alla portata di tutti, ‘o fareniello preferisce acquattarsi nella sua viltà e da qui manovrare inganni e trappole, e accontentarsi di insalate di lattuga.

Francesco I Borbone, re di Napoli, e in quanto re, narciso istituzionale, fu un carnivoro convinto: ospiti assai frequenti dei suoi menù erano starne, piccioni, quaglie, pollanche, fegatini, ‘ntruglietielli di capretto, filetti di maiale casertano. Ma non disdegnava piattini di asparagi, budini alla francese e filetti di anguilla del Garigliano. Due volte alla settimana chiedeva maccheroni incaciati, e la zinna in umido: la mammella cotta in un bagno di vino bianco, sedano e cipolla.

Scrisse Nicola Nisco che c’era in Francesco un fondo di crudeltà, che nessuno avrebbe trovato in Ferdinando I suo padre, e in Ferdinando II suo figlio. Quel fondo di crudeltà penso che sia svelato pienamente dal piacere che egli provava nell’addentare la mammella sconciata della vacca.
(Foto: Narciso, di Caravaggio. Fonte: C.C.)

CIBI E RITI VESUVIANI