Per liberarci del ricordo del 2014, che è stato una “seccia”, mangiamo, per secondo, seppie, melanzane fritte e peperoni e, per primo, la minestra della “bbona furtura”.”Furturella”, la canzone di Cinquegrana e Gambardella.
>Primo piatto: “cortecce” con zucca e speck: 500 gr. di pasta fresca,300 gr.di zucca,150 gr. di speck, olio, una cipolla, un bicchiere di vino bianco, preferibilmente di coda di volpe pompeiano, pecorino, peperoncino, rucola. Tagliate la cipolla e lo speck alla julienne, mettete il tutto in un tegame con l’olio extra e il peperoncino, fate soffriggere per circa 5 minuti a fiamma vivace, versate un bicchiere di vino bianco, e, quando il vino svapora, aggiungete la zucca tagliata a dadini. Scolate la pasta al dente, fate amalgamare il tutto, cospargete l’amalgama con spruzzi di pecorino e di rucola tagliuzzata finemente, e servite.
Secondo piatto: fritto di seppie piccole, peperoni e melanzane. Le seppie vanno pulite, ma, consiglia Guarnaschelli Gotti, non lavate: anzi dovrebbero essere fritte con il nero, ma non è cosa facile, perchè quando i liquidi interni entrano in contatto con l’olio di frittura, si scatenano ” esplosioni impressionanti”. L’olio di frittura deve essere una miscela di olio d’oliva e olio di arachidi, così ” la frittura verrà di sapore meno forte”. Le seppiette e le due verdure, opportunamente infarinate (senza sale), vanno fritte in tre padelle separate: le melanzane, dopo essere state tagliate in bastoncini lunghi una decina di centimetri e non grossi; i peperoni, dopo essere stati abbrustoliti, liberati dalle pellicine, dai semi, dai piccioli e dai filamenti interni, tagliati in strisce non più lunghe di un dito, infarinati e passati nell’uovo.
Al menù abbiniamo il coda di volpe pompeiano che abbiamo usato per preparare il primo.
Biagio Ferrara
I medici greci dicevano che le malattie si combattono o per antitesi o per analogia. Il 2014 è stato un anno nero, da qualsiasi punto di vista: è stato la quintessenza della “mala sciorta”: insomma, una “seccia”. La parola napoletana non ha nulla a che vedere con la “siccità”, ma è il nome della seppia, e questo mollusco è diventato simbolo della “mala sciorta” per la nera sostanza che esso secerne. Perciò, obbedendo ai precetti dei medici greci e della cultura popolare, seguiamo la strada del ” simile con il simile”, e liberiamoci dalla nefasta influenza della “seccia” mangiando seppiette fritte, e melanzane fritte: perchè anche le melanzane, con il loro colore violaceo, esprimono simboli non proprio rasserenanti.
Anche la zucca sta a metà strada: ricorda Halloween, i demoni e i morti, ma fa bene alla salute, libera la vescica, e proprio per queste sue virtù prosciuganti con la sua polpa gli istituti di bellezza preparano le “maschere” che liberano dalle rappe la pelle del volto. Ma contro la “seccia” della malasorte le medicine analogiche possono non bastare: perciò serve l’aiuto di quelle antitetiche: la forma della pasta (le “cortecce” nascondono e proteggono); lo speck, simbolo dell’abbondanza; la rucola, che fu cara a Priapo e venne ritenuta un preziosissimo tonico della potenza virile. Chi crede a certe cose si difende dal malocchio facendo le corna: un tempo sui portoni delle case si inchiodavano corna di toro. “Cornu” è, in latino, il corno, ma anche il membro virile, l’ immagine plastica della prosperità, che proteggeva le case pompeiane dagli sguardi nefasti. Nella stessa direzione vanno il peperone, il peperoncino e la cipolla.
Vestita, a prima vista, come una contadina di Canino, nel ritratto dipinto da Wicar tra il 1810 e il 1811, è Carlotta Bonaparte, detta Lolotte, figlia primogenita di Luciano Bonaparte, principe di Canino, e di Christine Boyer: le cioce sono quelle di una popolana viterbese, ma da un corredo principesco provengono non solo il prezioso velo che copre la chioma, ma anche la camicia, la gonna, la sopravveste. La principessa si è vestita da contadina per gioco, e per quella professione di umiltà che serve anche a stornare dalla sorte troppo prospera l’invidia degli dei e degli uomini maligni: servono allo stesso scopo i colori caldi della veste, il rosso dei papaveri che sfavillano nel cestino colmo di fiori, e il rosso del nastro con fiocco stretto intorno all’avambraccio.
Questo fiocco potrebbe voler dire, nel linguaggio dei costumi del Viterbese, che, quando fu ritratta da Wicar, la principessina era già fidanzata con Mario Gabrielli, principe di Prossedi, che avrebbe sposato nel 1815. La grazia acerba della nipote di Napoleone e il tema della “bbona sciorta” ricordano la Furturella della canzone che Pasquale Cinquegrana e Salvatore Gambardella composero nel 1894. Furturella è diminutivo di Fortuna, che in lingua napoletana borghese suona “furtuna” e in quella pebea “furtura”. Come la “fortuna” Furturella è fragile, “tien’ ‘a vetella/comm’ ‘a vucchella/ peccerella, peccerella”, ma ha le labbra di rosso vivo, ” sta bella schiocca/ de rose scicche, / ca tiene mmocca, / chi sa a chi attocca/”: la fortuna, si sa, è imprevedibile. Basterebbe una sola sua carezza per salvarci: “miette ‘sta mana, ca tocca e sana,/ ncopp’ ‘a sta spina / che m’arruvina / Furturè.”. Speriamo che anche il 2015 ” nce mett’ ‘ a mano soja”.
(>Foto: J.B. Wicar, Ritratto di Carlotta Bonaparte, 1810-11

