“Cianciosa” è la vongola, e lo è la “gnoccolara”, la protagonista di una bella commedia di Pietro Trinchera: infatti “gnuoccole” significa anche ” vezzo e moina”. Anche Cicerenella è una ragazza “cianciosa” e un po’ stramba:.
>Gnocchetti sardi con ceci e vongole. Ingredienti: gr.500 di gnocchetti sardi (o gnocchi freschi), gr.400 di ceci, gr.500 di vongole veraci, olio extra, aglio, sale, prezzemolo e peperoncino q.b.
Fate soffriggere in un tegame, per pochi minuti, olio, peperoncino e spicchi di aglio, aggiungete i ceci, e fate in modo che la metà dei ceci sia frullata, perchè la pietanza risulti cremosa; a parte fate aprire in un pentolino le vongole, sgusciatele, conservate l’acqua che aggiungerete ai ceci insieme alle vongole. Quando gli gnocchetti (o gli gnocchi) raggiungeranno il punto di cottura, amalgamate il tutto. Sull’ amalgama spruzzate prezzemolo tagliuzzato finemente.
Biagio Ferrara
Se ne pronunciate il nome in italiano pulito, “gnocchetti con vongole e ceci”, pare un banale piatto impiegatizio, una pietanza da travet: chiamatelo, invece, in lingua napoletana, “gnuoccole, o strangulaprievete cu cicere e vongole”, e la serie di parole sdrucciole, di suoni esplosivi e implosivi, vi suggerirà immediatamente l’immagine del disordine liberatorio, dell’ ” ammuina”. C’è di tutto, nel piatto: lo gnocco, che è “figura” dello sciocco, perchè lo sciocco, come lo gnocco, si fa schiacciare, modellare, girare e rigirare: gli gnocchi a Napoli si chiamano anche ” strangulaprièvete”, perchè se risultano troppo duri, “ammassati”, sono capaci di intasare perfino il “cannarone” dei preti, che pure, dicevano e dicono gli atei e i miscredenti, è spazioso, e fa passare di tutto. Ci sono le vongole, con tutto il loro corredo di simboli e di allusioni, e ci sono i “cicere”. Questo legume è un imbroglio di immagini : i ceci appartengono, con le fave, al culto dei morti, ma gli antichi li mettevano nell’elenco degli stuzzichini più appetitosi, insieme con farinate, pasticcini al sesamo, dolcetti di grano abbrustolito, crema d’orzo, e perfino rane e semi di canapa. Uno spasso per i denti. I toscani chiamano “cece ” una persona presuntuosa, vanitosa e stramba.
Il piatto di questa ricetta è un piatto strano, perchè in alcuni autori napoletani “‘e gnuoccole” sono anche le moine e i vezzi, ” ‘e verrizze”, su suggerimento probabilmente del gesto che fanno le dita della massaia quando arrotolano gli gnocchi, e delle smorfiette con cui la “gnoccolara” accompagna i movimenti delle dita. ” La gnoccolara” è il titolo di una commedia che Pietro Trinchera scrisse nel 1733, e dedicò a Gennaro Maria Carafa principe della Roccella. La protagonista si prende gioco dei suoi pretendenti illudendoli con vezzi e “gnuoccole”, portandoli, come si dice, ” con il filo di seta”, ma nulla concedendo: e quando il marito Luca Fasulo torna a casa dopo una lunga prigionia deve riconoscere che la moglie ha fatto, sì, la “cianciosa”, ma gli è rimasta fedele. ” Ciancioso” è un aggettivo caro a Salvatore Di Giacomo. L’innamorato della “Lettera amirosa” dice alla donna amata: ” Ve voglio fa’ na lettera a ll’ingrese/ chiena ‘e termene scivete e cianciuse, / e ll’aggia cumbinà tanto azzeccosa / ca s’ha d’azzeccà mmano pe nu mese”.
Un po’ cianciosa e anche un po’ stramba – è un omaggio completo al nome che porta – è “Cicerenella”, la protagonista di una tarantella del ‘700. La ragazza, ci garantisce l’anonimo autore del testo, innaffiava il suo giardino con l’acqua, ma anche con il vino, e soprattutto, senza usare recipienti ,” senza langella”. Cicerenella aveva una botte sfondata, versava il vino da sopra, e il vino usciva da sotto, ma “asceva tantu bello”. Strana era anche la sua gallina, che faceva l’uovo la sera e la mattina, forse perchè aveva imparato a mangiare ” farinella”. Ma la ragazza della tarantella non si accontenta di essere ” cianciosa” e “vrucculosa” solo a parole, come la “gnoccolara”: va oltre, va al concreto, e forse a questo allude l’autore, quando ci parla del “gallo” che ella cavalcava per tutta la notte, e senza sella: “Cicerenella teneva nu gallo /e tutta la notte nce jèva a cavallo… /Essa nce jèva po’ senza la sella… E chisto è lo gallo de Cicerenella.”. Ma anche il ciuccio era strano: “Cicerenella teneva nu ciuccio /e ll’avèa fatto nu bellu cappuccio../Ma nun teneva nè ossa e nè pelle”:
E’ la malizia napoletana, che anche l’umile “cicere” scopre in sè quando incontra la vongola, soprattutto se è verace. Il vero problema di molti napoletani è che la malizia li porta a conoscere il “privato” degli altri, ma essi non sanno mantenere i segreti, non sono abituati alla riservatezza: “tengono ‘a vocca comm”a ‘na scafarèa”, ma ” nun sanno tenè’ tre cicere ‘mmocca”.
Cicerenella teneva nu gallo /e tutta la notte nce jèva a cavallo… /Essa nce jèva po’ senza la sella…
E chisto è lo gallo de Cicerenella… /Cicerenella teneva nu ciuccio /e ll’avèa fatto nu bellu cappuccio… /Ma nu teneva nè ossa e nè pelle…

