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Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici e poco considerati dagli scapigliati, i maccheroni non ebbero fortuna nemmeno con il futurista Marinetti. Ma se potessero parlare, i maccheroni, anzi, se solo sapessimo ascoltarli: Di

Potrebbe osservare qualcuno che avrei dovuto prendere le mosse dal latino maccheronico, e da Teofilo Folengo, in cui le grasse Muse, Gosa, Comina, Strizza, Ma- felina, Togna e Pedala accendono un’ispirazione fatta di gnocchi e di polenta, di frittatine, di trippe e di frattaglie. Il latino maccheronico sa di cotenne e di lardo, di fiati densi e di sentori di sugna, e, dunque, non ha nulla in comune con la nobile e rigorosa naturalezza dei maccheroni che Artusi chiama napoletani, lunghi e coerenti con il loro calibro da un capo all’altro, distinti dalle paste, che sono rigidamente corte.

Anche sotto una coltre di parmigiano, o immersi in un lago di salsa di pomodoro, o mollemente circuiti dall’insidia della genovese, i maccheroni e le paste conservano una nuda grandezza, una catoniana simplicitas: sono una sostanza che si mostra sempre per quello che è. Una sostanza spinoziana. Ma stiamo anticipando.
Dunque, per bocca di Leopardi gli illuministi condannarono i maccheroni: ma proprio nella dura condanna ci fu una chiara legittimazione del principio che i maccheroni sono un degno argomento di gnoseologia, di morale, di etica, e mi sono permesso di aggiungere, di estetica.

Condannati senza appello da don Giacomo, maccheroni e pasta non potevano sperare nella comprensione dei romantici. L’ eroe romantico, pallido, esangue peggio che se fosse succhiato ogni giorno da Dracula, lunare e chiagnaruso, non riesco a immaginarlo intento a mangiare maccheroni e pasta con quella inflessibile concentrazione che ziti, penne, maltagliati e vermicelli pretendono dai loro devoti e in cui Filippo Sgruttendio, misterioso e ammirevole poeta, naufragava fino al punto di chiedere a Dio la grazia di una metamorfosi estrema: se Narciso è stato tramutato in fiore, io voglio diventare Maccherone.

Dunque, i romantici non ce li vedo, a consumar zuppiere di pasta: e tuttavia, la storia degli Italiani mi costringe a non escludere che anche i romantici, dopo aver ostentato in pubblico, urbi et orbi, il loro antimaccheronismo, si ritirassero di corsa in stanze segrete, e gettatisi in ginocchio davanti a piatti colmi di ziti al ragù, implorassero il perdono per la loro viltà, e, perdonati, e armati di forchetta, si lanciassero nella mischia vorace, a mangiar montagne di maccheroni fino all’ultimo maccherone. Se i maccheroni potessero parlare: mi correggo: se sapessimo ascoltarli, apprenderemmo innumerevoli storie di ipocriti e di doppiogiochisti: quanti ne hanno visti, e ancora ne vedono, i maccheroni, quante volte hanno protestato contro il commento del pubblico: s’è vvenduto pe’ nu piatto ‘e maccarune. Fanno bene a protestare, i maccheroni: è offensivo, per loro, essere accostati agli opportunisti e alle banderuole.

La dignità dei maccheroni può essere macchiata da sughi e salse, ma non dalla bava di chi si vende come vacca al mercato delle vacche. I farenielli che zompano da una bandiera all’altra, prontamente, lietamente, senza dolori di pancia e senza rimorsi, i perogliosi sbrevognati che portano la stessa maschera sulla faccia davanti e sulla faccia di dietro meritano di essere accostati non ai maccheroni, ma alle polpette e alle braciole di cotica, a cui, del resto, le loro due facce assomigliano: purpettari e arravogliabraciole. Il napoletano ha il nome adatto per ogni specie di uomini. Per fortuna.

Disprezzati dagli illuministi, visti con sospetto dai romantici, i maccheroni non trovarono sostegno nemmeno in Igino Ugo Tarchetti, lo scrittore scapigliato che sotto il tricolore dell’Italia unita combatté contro i briganti campani e lucani, e ebbe il coraggio di dire e di scrivere che i soldati italiani si comportavano, nelle terre del Sud, non da liberatori, ma da conquistatori. Pagò il suo coraggio con l’ostilità della casta militare e dei clan della politica, e continua a pagarlo con l’ oblio. Non è un grande scrittore, ma la fama sorrise e sorride a pennaioli che non valgono nemmeno un tacco dei suoi stivali: fu un coraggioso, e noi italiani non abbiamo né rispetto né pietà per i pazzi che si permettono di avere coraggio.

Un notevole racconto di Tarchetti, Un suicidio all’inglese, si apre con la scena del protagonista, il capitano Gubart, che nella sala da pranzo dell’ albergo Diomede a Pompei – l’ostessa era una delle amanti del brigante Pilone – sta divorando beccacce allo spiedo. Il capitano, che per certi versi è Tarchetti stesso, incomincia a intessere con il Vesuvio un silenzioso colloquio, fatto di solitarie arrampicate e di lunghe meditazioni e di copiose libagioni di vino alicante. Infine, vinto dalla disperazione per un amore non corrisposto, egli si uccide lanciandosi nel cratere del vulcano. Tarchetti ha colto perfettamente le intime corrispondenze che si intrecciano nello spirito delle cose: uno che tra le rovine di Pompei divora beccacce allo spiedo e tra le rocce del Vesuvio si ubriaca con vino spagnolo, è un suicida credibile; se avesse mangiato maccheroni e bevuto lacrima e falanghina, non si sarebbe ucciso, e men che mai per il no di una donna.

Poi ci fu l’attacco dei futuristi, il più duro, condotto dal loro capo in persona, Filippo Tommaso Marinetti, che tra il 1930 e il 1932 elaborò, con Luigi Colombo Fillia, teoria e ricette della cucina futurista. Ma prima di costruire il nuovo, Marinetti tentò di demolire la tradizione, e, dunque, i maccheroni, che ne erano il simbolo supremo. La guerra ai maccheroni il Marinetti venne a dichiararla proprio a Napoli, in una delle osterie più famose, i Due leoni. Mentre i camerieri correvano tra i tavoli a piazzare davanti ai clienti affamati piatti di pastasciutta e bottiglie di Gragnano e di Recupo, il capo dei futuristi lanciò l’ anatema contro i maccheroni, dichiarandoli nemici mortali della modernità dinamica, della velocità fascista, della rivoluzione permanente, e accusandoli di produrre lentezza di spirito, banalità, scetticismo, e corpi troppo floridi e pance prominenti e volumi di adipe.

Contro il piatto di maccheroni venivano schierati le audaci aereovivande della cucina futurista, e cioè portate di frutta (poca) e verdura (pochissima), che i commensali dovevano mangiare futuristicamente, e cioè accarezzando con la mano sinistra pezzi di carta vetrata e panni di raso e di velluto: i tocchi, le carezze e la forma stesso del tavolo, inclinato in modo da suggerire vagamente la forma di un velivolo, avrebbero prodotto l’impressione tattile del movimento. E venne schierato il carneplastico, che era una polpetta di carne a forma di tubo, ripiena di verdure cotte – una decina di tipi diversi-, e vennero schierate altre amenità.

Gli italiani reagirono alle proposte di Marinetti e Fillia come avevano reagito i napoletani la sera del comizio ai Due leoni: continuando a mangiare maccheroni: imperturbabili, questi, i maccheroni, e quelli, i napoletani che li mangiavano. Piace ricordare che il rivoluzionario Marinetti fu un rivoluzionario all’italiana: combattendo contro tutte le Accademie divenne Accademico d’ Italia. Piace sospettare che durante i banchetti dell’ Accademia abbia divorato non solo polpette e braciole di cotica, ma anche piatti di maccheroni, e piace immaginare che i maccheroni gli abbiano riso in faccia. I maccheroni sono pazienti, come notò Prezzolini, sanno aspettare e gustare la vendetta. Alla prossima. 
 

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