Tra le maggiori nazioni europee, soltanto l’Italia fa gravare il peso del suo walfare sulle spalle delle famiglie che vivono una difficoltà sociale.
Sembra interminabile l’elenco di dati che di giorno in giorno i mass-media ci propinano mostrandoci un quadro sull’occupazione lavorativa del nostro paese a dir poco desolante. Se poi analizziamo l’aspetto che riguarda il lavoro dei disabili, dovendo registrare la bocciatura del nostro paese da parte della UE su questo tema, non scopriamo nulla di nuovo, anzi, ci viene rimarcato quanto siano inique le misure messe in campo dal governo italiano per favorire l’occupazione dei diversamente abili.
Eppure, quell’importante legame che unisce lavoro e welfare, potrebbe trasformarsi in una buona pista di volo per l’intero paese. A confermarcelo, sono alcuni indicatori che sono il sentore di un quadro estremamente incoraggiante: il walfare sta crescendo. In Europa, infatti, nel periodo più buio della sua crisi, quell’arco temporale compreso tra il 2008 ed il 2012, mentre il settore manifatturiero riportava una grave flessione, i servizi sociali aumentavano di un +7,8%, ovvero 1 milione e 623mila unità. Sulla scia di questi dati, molti Paesi hanno ritenuto che, investire nel settore walfare, avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta per le loro economie. Tra questi, però, non vi è, come al solito, l’Italia, che addossa alle famiglie, vigliaccamente, la maggior parte dell’assistenza.
Chiunque abbia nella propria famiglia un soggetto disabile, un anziano o un bambino, sa benissimo che gestire queste situazioni comporta spese economiche che non tutti posso sostenere, per non parlare poi della forza fisica e del tempo. Di tutto ciò, è interessato il 38,4% della popolazione tra i 15 e i 64 anni, quindi più di 15 milioni di italiani. Cittadini che, in via del tutto autonoma, si prendono cura dei loro famigliari. Che dire, conosciamo bene l’italian style, quella qualità che ha soltanto la politica nostrana di abbandonare il welfare sulle spalle delle famiglie, dove la figura femminile è quella che si fa più carico di tutte le incombenze che ne derivano.
È chiaro, quindi, che investire nel walfare conviene. Infatti, all’interno di un rapporto stilato dall’Istat dal titolo Cresce il Welfare, cresce l’Italia, si legge: Destinare risorse pubbliche al welfare rappresenta, contrariamente a molti luoghi comuni, un investimento. Alcuni studi recenti confermano che l’uso della spesa pubblica per creare lavoro ha effetti sull’occupazione molto più alti e in tempi più rapidi rispetto ad altri tipi di misure: fino a 10 volte superiori rispetto al taglio delle tasse, da 2 a 4 rispetto all’aumento di spesa negli ammortizzatori sociali o alla riduzione dei contributi sul lavoro per le imprese.
L’Italia ha bisogno di un welfare che segua la tendenza della sua popolazione, che negli ultimi anni ha visto aumentare esponenzialmente il numero dei soggetti anziani. Un paese composto in maggioranza da anziani ha necessariamente bisogno di trovare piani che sappiano rispondere alle difficoltà di chi si presenta in condizioni di non di autosufficienza. A guardare i dati italiani, però, è evidente che il taglio ai Fondo sociali effettuati in questi anni abbia scatenato un progressivo dimezzamento delle risorse, che sono calate del 90% tra il 2008 e il 2012, ad un probabile azzeramento per il 2014.
Messo sotto i riflettori il problema, appare necessario, pertanto, trovare delle veloci soluzioni. Tra queste, vi è sicuramente il rifinanziamento dei Fondi per il sociale anche per il 2014, la messa in atto di un piano nazionale per la non autosufficienza e di un Piano di contrasto alla povertà. Non devono mancare, poi, incentivi fiscali per l’emersione del lavoro nero e maggiori risorse per servizi pubblici di assistenza alle persone.
(Fonte foto: Rete Internet)
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