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martedì, Gennaio 25, 2022

Chi è Carlo Trigilia, nuovo ministro “per il Sud”

Le idee del titolare della Coesione territoriale, studioso oggi traghettato alla politica. Di origini siciliane, ex prof di Harvard, il neoministro è uno dei protagonisti del più recente dibattito meridionalista.

Lo abbiamo sentito: il nuovo ministro per la Coesione territoriale è Carlo Trigilia, a quanto pare scelto personalmente da Enrico Letta alla quale è legato da amicizia di lunga data. Sociologo 62enne, originario di Siracusa, Trigilia ha insegnato a Palermo, a Trento e a Harvard negli Stati Uniti, prima di approdare all’università di Firenze dove è attualmente ordinario della cattedra di Sociologia economica. Negli ultimi anni è stato uno dei studiosi più attivi nel dibattito politico (e scientifico) sulla questione meridionale, pubblicando l’anno scorso, per Il Mulino, il commentatissimo saggio “Non c’è Nord senza Sud”.

Per capire quali potrebbero essere gli orientamenti del nuovo esecutivo in materia di Mezzogiorno, conviene quindi partire dalle idee di questo apprezzato professore universitario diventato “ministro per il Sud” inaspettatamente per lui stesso – perlomeno così ha dichiarato a caldo ai cronisti alla notizia della sua nomina. Alla Conferenza del Pd per il Mezzogiorno, tenutasi a settembre scorso a Lamezia Terme, Trigilia ha tenuto un intervento salutato con diversi applausi dalla platea, non troppo convinti per la verità. Il filmato dell’intervento è disponibile su internet grazie a YouDem, la web-tv del Partito democratico.

In quella sede il professore sembrò in qualche modo sfidare i delegati presenti. «Con tutto il rispetto per il Pd, che è una grande organizzazione», ebbe a dire Trigilia, «rispetto ai problemi del Mezzogiorno bisogna cambiare mentalità». Lo studioso dunque esorta la classe politica a cambiare “diagnosi” e “terapia” rispetto ai problemi del Sud. La diagnosi di Trigilia è nota e non nuova: da diversi anni, si sarebbe inceppato il meccanismo dell’ «integrazione assistenziale-clientelare del Mezzogiorno nel modello di sviluppo nazionale», per dirla con le sue parole.

Che significa? Tutti sanno che, per la fragilità del suo tessuto produttivo, il Sud non ce la farebbe, da solo, a garantire i servizi pubblici con le sole risorse provenienti dal suo territorio. Non riuscirebbe, cioè, a tenere in vita le sue scuole, i suoi ospedali, a garantire i trasporti, e tutti quei sistemi senza i quali non è pensabile alcuno sviluppo. Così, da Roma arriva ogni anno una consistente iniezione di liquidi, sottoforma di “trasferimenti”.

«E’ acqua che viene immessa in un tubo», spiega Trigilia nel suo intervento a Lamezia, ricorrendo a una metafora. «Quel tubo è il sistema delle istituzioni del Sud. Ma è un tubo bucherellato, che perde acqua». E così quello che esce dal tubo, in forma di servizi, è molto meno di quanto è stato immesso. I buchi nel tubo sono gli sprechi, le inefficienze, la spesa improduttiva, l’inerzia delle istituzioni, la scarsa propensione degli operatori a cooperare tra loro. Di questo, spiega Trigilia, sono in parte responsabili le classi dirigenti locali, che fanno un cattivo uso dei trasferimenti dello Stato. Ma c’è anche una responsabilità delle classi dirigenti nazionali, che «non controllano – dice Trigilia – come vengono usate le risorse trasferite al Mezzogiorno».

Da Roma in genere si lascia fare, e beninteso non solo per banale pigrizia: «per decenni – spiega il sociologo – ha avuto luogo uno scambio politico tra classe politica nazionale e locale. Noi vi diamo le risorse, voi le allocate, noi non controlliamo, e voi continuate a fungere da grande serbatoio elettorale per noi». Questo, dunque, il sistema clientelare-assistenziale nella descrizione di Trigilia. In questo sistema, trovava una convenienza più o meno tacita anche il sistema industriale concentrato al Centro-Nord, perché il Mezzogiorno ha funzionato per decenni come «grande mercato protetto», che grazie al sistema clientelare-assistenziale poteva esprimere un potere d’acquisto verso le merci prodotte a Nord del Garigliano. «Tra Nord e Sud non c’è dunque uno sfruttato e uno sfruttatore», avverte Trigilia. «C’è piuttosto un particolare modello di sviluppo, che ha contraddistinto l’Italia». Un sistema che oggi non funziona più, anche perché non è più possibile svalutare la lira per dare impulso alle esportazioni e per gestire il debito pubblico stampando moneta, spiegano gli esperti.

Fin qui la diagnosi. Ma dov’è la cura? «La crescita del Sud non arriva pompando più soldi», ha asserito lo studioso nel corso dell’incontro di Lamezia. «Se il tubo è rotto, immettere più liquido può essere addirittura controproducente». La vecchia politica degli incentivi alle imprese che investono nel Sud, ad esempio, è pesantemente messa in discussione. «Quando l’incentivo finisce – dichiarò a suo tempo l’attuale ministro -, le imprese se ne vanno, perché si scontrano con la carenza delle infrastrutture, la formazione professionale scadente, la presenza della criminalità organizzata, eccetera».

Dunque, Trigilia è scettico verso le vecchie, opposte, ricette per lo sviluppo del Sud: quella keynesiana (pompiamo soldi pubblici in un tubo che però è rotto), come quella basata sulle liberalizzazioni (da sole, senza una strategia di sistema, non bastano per valorizzare le risorse del Mezzogiorno, spiega lo studioso). Nei confronti del Mezzogiorno è necessaria dunque «un’assunzione di responsabilità nazionale» simile a quella adottata in Germania per integrare i länder dell’Est all’indomani dell’unificazione. Una strategia che passa attraverso il potenziamento delle infrastrutture e dei servizi pubblici, ma con un rigoroso controllo centrale su regioni, enti locali, amministrazioni periferiche dello Stato.

Affinché funzionino quei sistemi necessari alle imprese, come la giustizia, i trasporti, la formazione, non basta infatti trasferire soldi da Roma. «Ci vuole una valutazione seria e professionale di come vengono spesi i trasferimenti», ha detto il neoministro a Lamezia. «Una valutazione, cioè, non affidata a criteri di vicinanza politica, tipo “chiudo un occhio perché quella regione mi è politicamente amica”». Occorre smentire, insomma, una perversa idea di federalismo che si è tradotta in «autonomia senza responsabilità», afferma Trigilia, e che rischia di essere «distruttiva per l’intero Paese». Fino a prefigurare «uno scenario che nessuno di noi auspica», cioè la divisione dell’Italia in due tronconi.

La politica di sviluppo più importante? «La selezione della classe politica locale – dice Trigilia -. E finora non è stato inventato un sistema di selezione della classe politica che non passi attraverso l’esistenza di partiti, parola che è diventata una parolaccia in Italia». Ma questa debolezza dei partiti, commenta Trigilia, porterà sempre più guai al Mezzogiorno. E – aggiungiamo noi – qualche rogna porterà al neoministro anche la debolezza del quadro politico che dovrebbe sostenere il governo di cui fa parte: un governo dalle intese tanto larghe quanto – prevedibilmente – precarie.
(Fonte foto: Rete Internet)

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