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domenica, Maggio 22, 2022

Agricoltura bio: la studentessa di Poggiomarino che ha aperto bottega a Santa Chiara

Dagli studi in storia medievale alla gestione di un’azienda ortofrutticola. Marialuisa Squitieri, 30 anni, è partita da un pezzo di terra nel Vesuviano per aprire un negozio nel cuore del centro antico di Napoli.

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Marialuisa ha poco più di 30 anni e nel curriculum una laurea in storia medievale. Da dieci anni coltiva la terra a Poggiomarino, insieme alla madre, e da un anno circa vende frutta e verdura a via Santa Chiara, nel cuore della Napoli più antica. Al centro della città tutti, o quasi, la conoscono: è la ragazza di provincia che si affanna a spiegare alle signore del quartiere i benefici dell’agricoltura biologica. Già, perché i suoi non sono semplici prodotti ortofrutticoli: si tratta di ortaggi, agrumi ed erbe selvatiche cresciuti e raccolti con metodi quanto più possibile naturali. «Siamo certificati da un organismo di controllo», assicura lei (nella foto, è ritratta al lavoro).

Un percorso, il suo, iniziato quando la mamma, contadina, ha scoperto di essere allergica ai fitofarmaci. Così Marialuisa, che aveva appena terminato gli studi superiori, l’ha convinta a provare i metodi biologici. «Ne avevo sentito parlare da amici esperti di commercio equo e solidale», racconta. E allora ha iniziato a sperimentare le nuove colture nell’appezzamento di terra dei suoi genitori, circa un ettaro e mezzo a Est del Vesuvio. Dopo la svolta “bio”, però, per l’azienda di famiglia non c’era più spazio ai mercati generali: prezzo troppo alto, quello dei prodotti biologici, e frutta e ortaggi in media più minuti e quindi meno appetibili, alla vista, rispetto a quelli convenzionali.

«Da qui», spiega Marialuisa, «la scelta di vendere direttamente ai clienti, tagliando i passaggi commerciali intermedi per arrivare al consumatore con un prezzo più competitivo». All’inizio, lei e la madre hanno partecipato ai mercatini del biologico organizzati dalla Regione, soprattutto a Napoli. «Un’esperienza incoraggiante», ricorda, «ma la gente ci diceva: ok, interessante, ma se vi fate vedere una volta al mese, non è che ci servite a molto». Così, da Poggiomarino, la famiglia Squitieri (questo il cognome della ragazza) ha iniziato a vendere a domicilio nel capoluogo e in tutto il Napoletano, grazie anche a un sistema di ordinazioni email: in media, ogni settimana le due donne riuscivano a piazzare duecento-duecentocinquanta cassettine di frutta e verdura.

Oggi la loro azienda, “Madrenatura agricoltura biologica”, ha un sito internet ben curato con fotografie delle loro specialità e avvertenze per i consumatori, e non manca (va quasi da sé) un profilo Facebook con le immagini dei prodotti. Qui fanno bella mostra classici come lattuga e cavolfiore, melanzane, broccoli, scarole e ravanelli, ma anche erbe un po’ meno comuni come tarassaco, ortica e cicoria. «Per ordinare i prodotti», sottolinea Marialuisa, «è opportuno organizzarsi in un’associazione. Anche un gruppo di persone va bene, tipo gruppo d’acquisto, non necessariamente costituito in associazione. L’importante, per noi, è garantirci una certa continuità negli ordinativi, perché ci risulta difficile spostarci sul territorio per raggiungere i singoli acquirenti».

Nel 2011, la scelta di aprire un punto vendita tra i decumani del centro storico napoletano. «In precedenza», spiega la giovane imprenditrice, «attraverso i mercatini a piazza Dante e piazza Carità avevamo riscontrato una buona risposta di questa parte della città. Perciò abbiamo scelto di mettere casa qui. E all’inizio, ve lo giuro, è stato panico puro (ride). I conti, le spese, gli adempimenti burocratici: non vi dico, guardate che confusione di carte nel retrobottega». A ridosso delle alte mura di cinta di Santa Chiara, la piccola bottega della Squitieri si trova in un punto di passaggio molto vivace, frequentato da un misto di studenti, donne del popolo e professionisti colti. A dare una mano a Marialuisa, ci sono al momento tre persone, tra cui due studenti universitari.

«Quello biologico è un prodotto che va presentato in un certo modo», osserva lei. «Ovviamente alcuni consumatori ci chiedono: da dove viene? La nostra non è una zona che tranquillizza tutti: bisogna spiegare i nostri metodi, i controlli che facciamo. Nonostante questo, un’associazione napoletana ci ha detto: non compriamo in Campania, preferiamo fornirci da fuori regione». E i risultati? L’azienda è in attivo, ma non abbastanza per assicurare un reddito solido e stabile, nonostante tanto impegno. C’è il pigione del locale, ci sono le tasse, tutte le spese, e la mole di prodotti coltivati non è ovviamente gigantesca. «La scommessa», dice Marialuisa, «è coinvolgere altri fornitori di prodotti biologici. Anche se non è facile sul nostro territorio».

Le chiediamo come si immagina, lei, se non avesse il suo lavoro da imprenditrice. «Be’», risponde, «avrei puntato di più sui miei studi. Certo, mi sono laureata e ho anche iniziato a curare la pubblicazione di testi medievali, uno dei miei interessi più vivi, ma ovviamente più a rilento di quanto potrei. Tanto che qualcuno all’università mi ha bonariamente redarguito: ma come, dopo tutti gli studi, continui a fare la contadina? Io spesso dico che anche quello che faccio è un lavoro, in un certo senso, culturale: raccontiamo prodotti che rischiano di essere dimenticati, e contribuiamo a valorizzare il nostro territorio».

Luigi Mosca
ilsudchecammina@gmail.com

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