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Presentato ieri a Roma il documento che vorrebbe sanare l’assenza del Mezzogiorno dai programmi politici dei leader nazionali. Tra i firmatari ci sono Svimez, Fondazione Banco Napoli, Istituto studi filosofici, Fondazione Sudd.

Si chiama Agenda per il Sud, ed è la risposta delle fondazioni e degli istituti meridionalisti all’eclissi del Mezzogiorno nei programmi dei principali partiti. Sono infatti ben ventuno le organizzazioni di ricerca e di cultura che hanno sottoscritto questo documento, presentato ieri nella capitale, alla Biblioteca del Senato: si va dallo Svimez alla Fondazione Banco Napoli, dall’Istituto studi filosofici alla bassoliniana Fondazione Sudd, solo per citarne alcuni.
Gli autori del documento lamentano l’assenza di una strategia per il Sud nei programmi fin qui presentati dai principali schieramenti in competizione per il governo dell’Italia.

Il documento parla infatti di una questione meridionale ridotta, nelle proposte attuali dei partiti, a «rituali e generiche citazioni». La prima bocciatura è per l’idea leghista di trattenere a livello regionale il 75 percento delle entrate fiscali: «anticostituzionale e controproducente persino per le stesse regioni del Nord», sostengono i meridionalisti.
Che partono da una serie di numeri: in cinque anni di crisi, dal 2007 al 2012, il Prodotto interno lordo si è contratto di ben dieci punti nel Mezzogiorno (rispetto a un dato nazionale del 7 percento). L’occupazione è calata di 530mila unità in tutto il Paese, ma di queste ben 370mila (il 70 percento) sono state perse a Sud del Garigliano.

A fronte di questo drammatico arretramento del Meridione, la spesa pubblica, che nel 2011 si concentrava al Sud per il 40 percento del totale nazionale (spesa in conto capitale delle pubbliche amministrazioni), alla fine del 2011 era stata compressa fino al 31 percento. Così, sostengono gli autori dell’Agenda per il Sud, il Mezzogiorno non riesce a tenere.
In sostanza, la politica del rigore nei conti pubblici va sì mantenuta, però va ricalibrata per evitare che il Mezzogiorno sprofondi, ritengono i meridionalisti. I quali elencano una serie di correttivi: innanzitutto, scambiare una maggiore tassazione dei consumi e dei patrimoni per una minore tassazione della produzione, in particolare quella industriale. Leggi: patrimoniale per le "grandi fortune", più tasse sugli immobili e via libera agli aumenti sull’Iva, in cambio dell’abolizione totale dell’Irap sulle attività manifatturiere e di una serie di interventi pubblici sugli investimenti e sul welfare.

Gli autori del documento fanno infatti notare che la quota di Pil prodotta dal settore manifatturiero non arriva al 10 percento, nel Mezzogiorno, rispetto a una media nazionale, comunque esigua, del 16 percento. Aride cifre dietro le quali si nasconde la desertificazione industriale del Meridione, portatrice di disoccupazione o nella migliore delle ipotesi cassa integrazione. Di fronte a questo dramma sociale, gli esperti delle fonazioni meridionaliste citano l’esigenza di muovere verso un modello di welfare veramente universale, che includa i giovani, i precari, i dipendenti delle piccole imprese, fino a studiare forme di reddito di cittadinanza: un tampone immediato per sottrarre centinaia di migliaia di persone alla povertà.

L’"Agenda per il Sud", d’altronde, considera riduttivo l’appello a un migliore utilizzo dei fondi europei. «Bisogna evitare di esternalizzare in Europa il problema del dualismo tra Nord e Sud Italia», scrivono gli autori del documento. I quali propongono un ritorno a un ruolo più incisivo dello Stato, seppure senza gli errori compiuti in passato da una classe dirigente meridionale considerata "da rinnovare" e «spesso incapace di coniugare autonomia e responsabilità». Ecco il ricorso a una forma di governance «multilivello», a «dosi variabili di sussidiarietà». Formule tecniche che indicano la capacità di Stato, Regioni ed enti locali di coordinarsi più strettamente per decidere chi è più indicato a intervenire su determinate questioni.

E veniamo quindi al ritorno degli investimenti pubblici: non per fini puramente assistenziali, precisano i meridionalisti, ma per fare leva su alcune «opzioni strategiche» e preparare così le basi dello sviluppo, «come negli anni Cinquanta». Il documento punta la sua attenzione sui cosiddetti "drivers" dello sviluppo, cioè i fattori trainanti. Il documento ne delinea alcuni: principalmente, le politiche di riqualificazione urbana ed efficienza energetica (pensate in particolare per rilanciare il comparto delle costruzioni, e allo stesso tempo contribuire a obiettivi di sostenibilità ambientale).
Altro capitolo, la logistica e le infrastrutture, con le cosiddette "filiere logistiche territoriali" in cui vengono integrati trasporti e industria.

Strategico, secondo l’Agenda, è il corridoio europeo ad alta velocità "Berlino-Palermo", il cui completamento – sottolineano i meridionalisti – «è stato del tutto accantonato». Terza opzione è quella delle fonti di energia, con le rinnovabili, tra cui l’eolico e il solare, che già oggi si concentrano nella parte meridionale della Penisola, e il cui ulteriore sviluppo potrebbe mitigare la dipendenza energetica dell’Italia: in questo settore il nostro Paese, ricordano gli autori del documento, è tra le grandi potenze economiche europee quello che più delle altre è soggetto ai rifornimenti dall’estero.
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