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Consigliera comunale a Sant’Anastasia, presidente della commissione Affari Istituzionali, avvocato, sposata e mamma di due bimbe. Il vissuto, gli obiettivi, le speranze e le passioni di una donna che ha fatto della lotta alla violenza la sua ragione di vita.

Trentaquattro anni, prima di quattro sorelle di cui è diventata un po’ anche «mamma» quando lei ne aveva appena ventiquattro. Avvocato, si occupa essenzialmente di diritto della famiglia e tutela dei minori. È consigliere comunale di maggioranza, eletta in sostegno del sindaco Lello Abete alle amministrative del 2014, nonché presidente della commissione Affari Istituzionali. Ha avuto, nella sua esperienza politica, due sole tessere di partito: quella di Alleanza Nazionale e quella di La Destra, oggi è parte integrante della lista civica – movimento «Sant’Anastasia in Volo». Non si può prescindere, nel raccontare chi è oggi Rosaria Fornaro, tra l’altro la donna più votata di Sant’Anastasia alle scorse elezioni, dalla tragedia che ha segnato la sua vita dieci anni fa, il 21 ottobre del 2005. La vicenda balzò agli onori della cronaca nera per mesi: sua madre, Filomena De Cicco, che aveva all’epoca 46 anni, fu ritrovata morta, uccisa e con il corpo sfregiato, nelle campagne di Acerra. Rosaria, il suo papà, le sue sorelle, precipitarono nell’incubo. E lei, la più grande di casa, appena laureata in Giurisprudenza, spensierata e già fidanzata con il suo attuale marito, dovette cambiare radicalmente la sua vita, i suoi progetti. In quei mesi e poi negli anni successivi, gli assassini di Filomena non sono mai stati arrestati ma Rosaria accettò di testimoniare nel processo contro i clan di camorra di Sant’Anastasia. Non ha mai dimenticato quei momenti ma ha avuto la forza di andare avanti, di aspettare fiduciosa che prima o poi la giustizia arrivi. Intanto si è sposata ed ha avuto due bimbe e, scartato il diritto penale che pure era nelle sue ambizioni, si è dedicata alla difesa dei minori e al diritto di famiglia nel suo studio di Sant’Anastasia. E anche alla politica, una delle sue passioni, impegnandosi essenzialmente sui temi che le stanno a cuore: la tutela dei più deboli, la legalità. Candidata nel 2010 alle regionali con La Destra, intercettò circa mille preferenze nel suo solo paese risultando prima dei non eletti, circa 600 nella successiva tornata amministrativa che le ha consentito l’accesso in consiglio comunale.

Rosaria, mi parli della tua famiglia?
«Sono la prima di quattro sorelle, dopo di me ci sono Marianna, Valentina e Martina, l’ultima, che oggi ha diciotto anni e vive con me. Papà ha lavorato come ferroviere e nel resto del tempo commerciava in frutta, come entrambi i miei nonni. Ora è in pensione. Mamma invece ha gestito una lavanderia, poi una stireria. Da tempo, come sanno tutti, non c’è più. Oggi sono dieci anni che è scomparsa».

Com’è stata la tua infanzia?
«Bellissima. Abitavamo a Rione Paparo, nello stabile dove adesso ho il mio studio da avvocato. Giocavo con tutti i bambini del quartiere, ero sempre in strada, conoscevo tutti. Amavo pattinare – e in estate lo faccio ancora – mi dedicavo molto allo sport. Ginnastica artistica da bimba, poi danza moderna fino ai 14 anni, dopodiché scelsi di dedicarmi alla kick boxing, l’ho praticata per alcuni anni. Ho avuto un’infanzia molto bella, la mia famiglia era benestante, vivevo nel benessere, ricordo splendidi regali a Natale o per l’Epifania. Le tragedie sono venute dopo, nella mia vita».

Un tuo ricordo di quegli anni, la prima immagine del tuo vissuto che ti viene in mente?
«Mamma e papà in auto con me e la mia seconda sorella che torniamo a casa la sera, dopo che lei aveva terminato il lavoro in lavanderia. Di giorno io stavo a casa con mia
nonna Rosaria, studiavo a casa sua, mi portava alle lezioni di danza».

La scuola?
«Studiavo, mamma era moderna ma molto rigida e severa in merito. Gli insegnanti riconoscevano che ero molto intelligente e che mi applicavo allo studio, ma il mio carattere fumantino nessuno di loro è mai riuscito a cambiarlo. Mi intromettevo, litigavo per difendere i più deboli. Mi chiamavano “avvocato” già alle scuole medie, il ragazzino o la ragazzina con più problemi erano sempre amici miei».

Così anche alle superiori?
«Sempre. Però il liceo fu un’esperienza diversa, scelsi uno scientifico sperimentale con indirizzo in biologia a Napoli. Volevo libertà, intendevo cominciare a capire se la mia strada era quella che avevo pensato, cioè diventare medico, e quella scuola era l’ideale. Mi alzavo alle 5 del mattino per arrivare in classe in tempo, perciò è chiaro che avessi motivazioni fortissime. Sant’Anastasia la conoscevo bene, l’avevo vissuta da quando ero piccolissima, avevo amiche in ogni quartiere ma non mi bastava più».

Perciò scegliesti Napoli.
«Sì e furono anni bellissimi. Lì eravamo tutti uguali».

Qui ti sentivi diversa?
«Non proprio, ma il retroterra del paese e quello della città hanno differenze sostanziali. La scuola qui è stata difficile dal punto di vista dell’ambiente ma io ho sempre cercato di dare il meglio. Anche perché mamma non era una che partecipasse alle riunioni tra insegnanti e genitori, mi lasciava la libertà ma pretendeva i compiti, il dovere. Allora non mi faceva piacere, oggi la ringrazio perché sono mamma e capisco che già da allora mi faceva dono della fiducia e dell’indipendenza. Mi ripeteva un proverbio, spesso: “Il cavallo buono lo vanta la strada”. Aveva ragione, ora lo so».

Hai detto che era tua intenzione diventare medico. Poi che è successo?
«Sì, ed è il motivo per cui scelsi quell’istituto. Infatti ho imparato le nozioni base, so fare le siringhe, i prelievi, i lavaggi, conosco la chimica. Ma gli ultimi anni sono stati un incubo, ho proseguito per dovere. Mi sono resa conto che quella strada non era la mia. Non mi pento però di aver preferito quella scuola, mi ha dato un metodo di studio che poche altre scelte mi avrebbero insegnato. E poi si studiava filosofia, la mia passione. Sempre e da sempre».

Appassionata di filosofia?
«Innamorata di Platone fin da quando avevo quindici anni, del desiderio di conoscenza e di verità insito nelle sue teorie. E in seguito di Kant, della sua filosofia idealistica. Studiare la filosofia mi ha un po’ insegnato a capire anche me stessa».

Perché hai scelto Giurisprudenza?
«Perché il diritto è una materia viva, come ho avuto modo di capire alle superiori giacché in quel progetto sperimentale era compresa anche questa branca della conoscenza. E la struttura che mi ha dato è stata così solida che mi sono laureata giovanissima, avevo solo 22 anni. Tre anni e una sessione, ho dovuto aspettare sei mesi per discutere la tesi che verteva su due argomenti: prostituzione minorile e pedofilia. Sarei probabilmente diventata un avvocato penalista se non mi fosse accaduta la più grande disgrazia della mia vita proprio l’anno della laurea. Mi laureai ad aprile 2005, il 21 ottobre di quell’anno una tragedia si portò via mia madre e io ho in seguito optato per il diritto minorile, frequentando la scuola di specializzazione che mi ha permesso di approfondire la materia».

È ovvio che quella tragedia ti abbia segnato per sempre. Sono passati dieci anni, ricordo bene la vicenda ma vorrei me la raccontassi dal tuo punto di vista.
«Che dire, mi ha cambiato la vita. È come convivere con un cancro che non ti abbandonerà per l’intera esistenza. Ricordo lo smarrimento di quel giorno, il ritrovarmi in una realtà che non mi apparteneva. A me, a noi, lo dissero i carabinieri. Io non avevo compreso ancora, sapevo soltanto che mamma era scomparsa, mancava da una notte intera. La più piccola delle mie sorelle aveva solo sette anni, le altre due quattordici e diciannove. Quel giorno avrei potuto fare tante scelte, ne ho presa in considerazione solo una: diventare la loro mamma, aiutarle a crescere. Quasi tutti mi danno più anni di quel che ho effettivamente, lo so che mi si vede in faccia tutto quel che ho vissuto. Il dolore ti fa diventare adulta, troppo in fretta».

Avrai sicuramente letto tutti gli atti dell’indagine. Dunque saprai come le piste investigative in merito alla vicenda si orientarono sulle frequentazioni di tua madre. Cosa pensasti allora?
«All’epoca avevamo già problemi economici, mia madre era vittima di usura, aveva voluto accollarsi tutti i debiti di un familiare che aveva avuto un tracollo economico e gravissimi problemi con la sua attività. Da lì è nato il disastro anche se poi la famiglia si unì e risolse tutto, lei insieme con i miei zii. Ma i camorristi locali anche i miei gioielli si sono presi. Io lo so, lo so bene che lei frequentava la moglie di uno degli esponenti di un clan locale, che la trattava come un’amica. Io stessa ho seduto alla sua tavola, veniva a casa nostra, c’era un rapporto amichevole anche contro il volere della mia stessa famiglia, e parlo dei miei zii. Mamma però la vedeva semplicemente come una donna estranea alle vicende legate alla camorra, come la madre di tre bambini. Solo negli ultimi tempi, credo, si rese conto che così non era. Ho vissuto momenti terribili».

Sono passati dieci anni, l’indagine non è archiviata, non c’è stato un processo. Come la vivi?
«Io ritengo che l’omicidio di mia madre non sia legato né alla camorra né all’usura. Per le modalità, per quello che conosciamo e che è stato rinvenuto e accertato, credo che avesse visto e saputo qualcosa che non avrebbe dovuto né vedere né sapere. Tutto qui, questo è il mio punto di vista e quello di una pista delle indagini. Non ho nominato nemmeno un avvocato, non ho mai chiesto perizie, non ho mai voluto un colpevole a tutti i costi, ho rifiutato di partecipare, all’epoca, a trasmissioni televisive. Perché mi fido della Procura, perché sono una giurista, perché ritengo che il colpevole debba trovarlo la giustizia».

Hai voluto vederla mamma, prima dei funerali?
«Non capii nemmeno che avrei potuto farlo, forse ho anche avuto paura di chiederlo. Ho guardato il terrore negli occhi, in quei giorni precipitavo nell’abisso. Uno choc e, dal giorno stesso, un’altra vita. In questa storia si sono poi inserite altre delusioni, abbiamo impattato contro la corruzione di un esponente delle forze dell’ordine per il quale c’è stato un processo. L’autopsia di mia madre fu depositata solo a seguito della perquisizione in casa di un ex comandante dei carabinieri che non l’aveva consegnata integralmente, così come accaddero altre cose che non abbiamo capito. Oggi sono dieci anni, ma quando mi addormento la sera è come se fosse un solo giorno. Ero giovanissima, ero inesperta, non sapevo nemmeno cosa fosse la vita. In casi come quello che è capitato a me e alla mia famiglia hai due strade: seguire la giustizia o dar sfogo alla vendetta. Noi abbiamo scelto senza un solo dubbio la prima, mio padre è una persona per bene, un uomo buono e bravo che la sete di vendetta non ha mai saputo cosa fosse. Ma ha scelto di andar via da Sant’Anastasia, non vive più qui da dieci anni, abita a Policoro pur restando sempre presente per noi. C’è stato, ci ha aiutato ma ha capito che per me e le mie sorelle sopportare il suo dolore così intenso, così vivo, sarebbe stato ancora peggio. Di mamma, in quei mesi, furono dette tante cose. Talmente tante che a un certo punto io stessa iniziai a dubitare di non conoscerla, finché io e mio padre, con l’aiuto della Procura, abbiamo deciso di voler sapere e conoscere tutto, dalle intercettazioni fino all’ultimo angolino della sua vita. Constatando, prove alla mano, che lei era esattamente la madre che conoscevo. E per papà la stessa che si era fidanzata con lui a dodici anni, la sua donna e basta».

 L’ultima volta che l’hai vista viva?
«Il giorno stesso della scomparsa, la mattina. Un venerdì. Abbiamo litigato. Lei era una maniaca dell’ordine e mi prese letteralmente per i capelli, imponendomi di sistemare i vestiti lasciati in giro la sera prima. Ero stata alla festa di laurea di una cara amica e al mattino andavo di fretta, dovevo uscire perché facevo pratica in uno studio legale ed ero già in ritardo. Lei mi disse che non le interessava, avvocato o meno prima di uscire di casa pretendeva che facessi il mio dovere.  L’ho rivista dopo pranzo, insieme a mia sorella. Dopo di allora mai più, solo chiusa in una bara. Ancora oggi non ricordo cosa facevo nelle ore in cui, accorgendoci della sua scomparsa, siamo rimasti in tensione per almeno quindici ore. O meglio, ricordo di aver pregato, tanto. Di trovarla, anche morta, ma di trovarla. Non avrei mai sopportato di non sapere».

All’epoca eri già fidanzata?
«Sì, con Nello, oggi mio marito. Lui aveva un rapporto splendido con mamma, era il figlio maschio che lei aveva sempre desiderato e lo considerava l’uomo perfetto. Mi è stato accanto, ci siamo sposati due anni dopo e abbiamo due bimbe di sei e sette anni, Anna Lourdes e Ludovica. E Martina, mia sorella, che vive con noi e che per Nello è come una terza figlia o una sorella più piccola».

Ti senti una vittima?
«In realtà lo sono ma ho sempre rifiutato di farla, la vittima. Non volevo e non potevo trasferire questo stato d’animo alle mie sorelle. Non ho mai potuto piangere liberamente la tragedia che mi ha sconvolto la vita, lo facevo solo sotto la doccia. In realtà anche in una situazione così difficile ci si può migliorare, ci si rende conto di tante cose, si capisce quanto sia importante la normalità, quanto conti avere il necessario. Da allora, da quel giorno, non mi sono mai fermata. Il lutto l’ho elaborato, piangerò al momento giusto, magari quando sarò in pensione. Ora no, non posso, ho da fare».

La professione libera quando l’hai cominciata?
«Da subito, dovevo lavorare. Poi ho superato l’esame di stato da avvocato nel 2008, quando ero incinta. Ma l’avvocato ho cominciato a farlo immediatamente, da praticante. Grazie anche a tanti colleghi che ancora oggi ringrazio di avermi aiutato, stimato, di avermi dato una speranza. Ricordo la prima volta che dopo la tragedia ho rimesso piede in tribunale, evitando le aule penali ancora per i due anni successivi. Ero a disagio, ho lottato con le unghie e con i denti per la mia affermazione, contro i pregiudizi che qualcuno ha avuto e mostrato, contro la curiosità. Una grossa spinta me la diede il procuratore Vincenzo D’Onofrio dell’antimafia: lui non mi ha mai fatto sentire una vittima né trattata come tale. Mi disse, ricordo ancora le parole: “Tu sei una tra mille, ciò che è accaduto a te può succedere a chiunque di noi”. Per me quella frase fu un trampolino per ricominciare a vivere e lavorare».

Hai scelto un ramo del diritto molto delicato. Il caso più difficile che tu abbia affrontato?
«Quello di una bimba portata in una casa famiglia perché la mamma si prostituiva. Ma poi ha trovato un compagno, ha cambiato vita e abbiamo dovuto affrontare una lunga lotta in tribunale per riabilitarla. La scena più forte, quella che mai dimenticherò, è avvenuta una vigilia di Natale. Il primo incontro tra mamma e figlia dopo due anni e la bambina che si aggrappava alla madre, disperata quando hanno dovuto separarsi. Ho pianto per due giorni, il Natale per me non è esistito quell’anno».

Credi sia un pregio per un avvocato essere così emotivo?
«Sì, nella vita vera sì. Chi mi conosce, chi mi ha visto in tribunale, sa che parlo sempre con il cuore dinanzi ai giudici. Mi sono anche migliorata, lavorando su me stessa, seguendo corsi di tecnica della comunicazione, moderando il tono della voce perché tendevo a urlare. Lo faccio ancora, magari in consiglio comunale, meno in aula. Ma parlo sempre e solo con il cuore, nel rispetto del diritto che è vivo, ha una sua anima che non tutti colgono».

Ti sono capitati casi di bimbi abusati?
«Non ne ho mai difesi ma ho sentito, alla scuola di specializzazione, innumerevoli testimonianze. Lotterò sempre contro la pedofilia, contro gli abusi, contro quei genitori che usano i bambini come strumenti nel corso delle separazioni. Mi occupo di divorzi ma di fronte ai diritti dei figli faccio sempre un passo indietro, loro vengono prima di ogni cosa, non mi interessa nient’altro. Diciamo che sono un avvocato un po’ particolare, non difendo chiunque. Devo crederci, io per prima. In caso contrario avrei scelto di fare la penalista e mi sarebbe sicuramente riuscito».

L’avresti difeso un camorrista?
«Nemmeno per cento milioni di euro. La violenza che il popolo delle nostre terre ha subito è troppo grande. Tutti hanno diritto alla difesa ma non sarò mai io a sostenerla, per nessuno di loro. È uno stato parallelo che abbraccia gregari, società, organizzazione, persone. Un cancro. E io sono una testimone di giustizia, lotterò sempre contro questa malattia».

A Sant’Anastasia la camorra c’è ancora?
«Se non ci sarà un’azione pubblica potrebbe riorganizzarsi. I semi ci sono ancora, in molti hanno finito di scontare le pene. Se potrò far qualcosa per evitare che questo accada sono pronta, anche per questo mi sono candidata. La parte del popolo che mi ha eletto conosce bene le mie battaglie, condivide i miei stessi ideali. Un camorrista non avrebbe mai votato per me, è chiaro».

Tuo marito ti sta accanto, condivide queste tue battaglie?
«Nello sa che lotterò sempre per le cose in cui credo e lui mi ha appoggiato, non ha mai tentato di ostacolarmi. È onnipresente nella mia vita, mi ha regalato un equilibrio quando non ne avevo, mi ha donato le sicurezze che cercavo, ha accettato le mie sorelle come fossero le sue. C’è sempre per me. Ha apprezzato la mia sincerità quando, dopo la morte di mia madre, gli ho chiesto di andare via. L’amavo troppo per mentire, volevo allontanarlo perché pensavo che mai più sarei stata la ragazza spensierata che aveva conosciuto fino ad allora, credevo di non poter più tornare la Rosaria che non usciva di casa senza trucco e tacchi a spillo. Lui è rimasto e io lo amo di più».

Un po’ di quella ragazza spensierata c’è ancora?
«C’è l’equilibrio conquistato anche grazie al matrimonio, a lui. Ma è difficile. Del resto io e tutto il resto della mia famiglia abbiamo osservato un lutto stretto per ben due anni. Senza trucco, senza mai andare dal parrucchiere, portando le calze nere anche in estate. Potevamo non farlo ma abbiamo voluto, anche per elaborare. Dopo ho indossato l’abito bianco da sposa e oggi, dopo dieci anni, mi accingo forse ad essere una bella e curata mamma per le mie figlie. Ma fatico ancora, per esempio, a indossare gioielli, orologio, orecchini».

La politica quando è entrata nella tua vita?
«Già alle scuole superiori ero una simpatizzante di Alleanza Nazionale, insieme alle mie amiche partecipavamo alle manifestazioni, frequentavo il partito. La passione c’è sempre stata e mi sono da subito sentita una donna di destra. Ho avuto ovviamente un anno di buio totale dopo la morte di mia madre, avevo altro a cui pensare, le mie sorelle da crescere, il lavoro da portare avanti.  Già nel 2007, o poco prima non ricordo, quando il sindaco a Sant’Anastasia era Carmine Pone, presi la prima tessera di partito, quella di An naturalmente. Fu il mio amico Gustavo Viterbo a convincermi, mi costrinse a frequentare il partito, mi fece tornare la passione per la politica. Con lui condivido anche l’amore per i classici della letteratura, per Goethe ad esempio, ci confrontiamo molto».

Poi però Alleanza Nazionale chiuse i battenti, diventò costola del Pdl.
«Non perdonerò mai Gianfranco Fini per questo».

E scegliesti La Destra di Storace.
«Sì, dopo l’incontro con Mario Gifuni, attuale presidente del consiglio comunale ed esponente di Sant’Anastasia in Volo. Mi candidai alle regionali nel 2010, ero incinta di sette mesi.  Fu una bellissima e spensierata campagna elettorale ed ottenni un buon risultato, tanto da arrivare seconda dopo l’unico eletto, Carlo Aveta.  A dire il vero non investii molto in quell’avventura, limitandomi a Sant’Anastasia e mancando di girare in altre città della Regione: perché aspettavo Ludovica, la mia seconda figlia, e perché non avevo denaro. Perciò poco più di mille preferenze nel mio paese e poche altrove, con un investimento di poco meno di 5mila euro in manifesti e per qualche evento. Mi aiutarono mio marito, i miei zii, i miei cognati».

Il motivo per cui decidesti di candidarti?
«La sete di giustizia, la lotta affinché su questo territorio non sia mai più la camorra a governare».

Pensi che la politica sia uno scudo?
«Non proprio, ma può fare molto, moltissimo, se non si limita alla demagogia. Ed è lo stesso motivo per cui ho deciso di candidarmi anche nel 2010, alle amministrative. Ce n’è anche un altro: dare nuova linfa alla politica, dimostrare che può farcela anche una come me, che non arriva dalle solite famiglie che hanno sempre governato le sorti del paese negli ultimi trent’anni».

Uno dei tuoi zii materni, Antonio, è stato consigliere comunale per molti anni…
«È vero. Ma non ha mai fatto parte delle “caste” ed è fuori da questo ambiente da molti anni. Ricordo le campagne elettorali quando lui era candidato, l’impegno di mia madre per questo, la sfrenata passione. Ed è un bel ricordo. Io mi sono candidata per i motivi che ho detto e perché credo di poter dare il mio contributo per un paese migliore. Ho appoggiato il sindaco Carmine Esposito nel 2010, l’ho votato, l’ho sostenuto. Ed altrettanto ho fatto nel 2014, con Lello Abete, è stata una vittoria prendere circa 600 preferenze personali».

Come si fa ad intercettare 600 voti con tanti candidati?
«Ci si fa conoscere, si gira, si fa capire alle persone che tu ci credi per prima. Ho rinunciato a tante cose, la gente si accorge che ha dinanzi una donna sincera, combattiva, onesta».

Un anno e mezzo da consigliere comunale. Delusa o contenta dell’esperienza fino ad ora?
«Ci credo ancora. Delusa per i tempi lunghissimi, ho toccato con mano cosa significhi la gestione frenata dai tempi lunghissimi della burocrazia. Da presidente della commissione Affari Istituzionali ho revisionato regolamenti obsoleti, mai modificati dal 1996, quello dei lavori pubblici in economia per esempio. I componenti di maggioranza e di opposizione hanno condiviso le mie idee: creare una short list finalizzata a dare a tutte le ditte del territorio la possibilità di lavorare con il Comune e, ovviamente riferendosi alla legge nazionale, pretendere una rotazione. Ci è voluto un anno intero».

Come definiresti il consiglio comunale attuale?
«Poco politicizzato, con giovani volenterosi. Mi aspettavo di peggio a dire il vero. Non abbiamo un’opposizione dura, anzi. Non so se questo volga a nostro favore ma in ogni caso abbiamo campo libero però vorrei che le sedute fossero più frequentate dunque sono tra coloro che chiedono si svolgano di sera, con grande disappunto di mio marito. Vorrei che i cittadini ci fossero».

Il risultato dell’amministrazione Abete del quale sei più soddisfatta?
«Carmine Esposito aveva già iniziato ad abbattere le caste, sdoganato il concetto che la politica è per tutti. Lello Abete sta proseguendo su questa scia. All’inizio alcuni consiglieri non ricordavano nemmeno il mio nome, si era abituati a vedere su quei banchi sempre gli stessi. Invece impareranno tutti a conoscere non solo il mio ma anche il nome di tanti altri giovani».

Perché è così importante per te?
«Sono per la meritocrazia, è l’unico scoglio che deve esistere tra i giovani e la politica».

La scorsa estate il sindaco Abete ha azzerato la giunta, non riconfermando un assessore, Lucia Barra, eletta nella lista Sant’Anastasia in Volo. Il tuo movimento non ha chiesto di essere rappresentato in esecutivo?
«L’ex assessore Barra era stata eletta nella nostra lista ma non la rappresentava. Il sindaco Abete ha ampio mandato, scegliere la giunta spetta solo a lui, non ai consiglieri comunali. Perciò ha scelto e se ne è assunto tutte le responsabilità, così come ha fatto per tutti gli altri assessori. Noi non abbiamo chiesto nulla, né indicato nessuno. Del resto siamo ampiamente rappresentati con un nostro uomo alla presidenza del consiglio comunale, Mario Gifuni».

Una donna alla guida dell’assise sarebbe stata bene, non ci hai pensato?
«Certo, mi sarebbe piaciuto molto rappresentare il consiglio comunale da presidente. Però abbiamo scelto Mario e ne sono contenta, è benvoluto dal popolo e lavora tanto».

Avete dinanzi quasi quattro anni di governo, qual è il risultato che più vorresti raggiungesse l’amministrazione Abete?
«L’abbattimento di tutte le caste in primis. Voglio che ci siano le rotazioni per i lavori pubblici, voglio che in tutti i progetti siano coinvolti giovani meritevoli e non amici o parenti di Caio, Tizio e Sempronio. L’Italia è in ginocchio, lo è tutta la politica e adesso è il momento di cambiare. Forse cinque anni sono pochi ma noi possiamo progettare e realizzare la progettazione già acquisita dalla giunta precedente. Voglio che si realizzi, che si dia la priorità alle cose giuste, anche e soprattutto nel bilancio».

Non avete ancora un assessore al Bilancio, dopo le dimissioni di Di Perna il sindaco non ha ancora proceduto alla nomina del sostituto.
«Aspettiamo che lo faccia, serenamente. Non sono tra coloro che criticano l’assessore uscente né il suo bilancio che tra l’altro ho votato. Ho il buon senso di tacere, dovrebbero averlo tutti».

Sei alla prima esperienza da consigliere. In precedenza ti appassionavi alla politica cittadina?
«Solo da quando fu eletto il sindaco Carmine Pone. Ho un ricordo buono di lui e del suo governo, per me sarà sempre colui che ha cominciato a scardinare lo strapotere della sinistra. Purtroppo ha pagato il prezzo di non avere una maggioranza. Sono stata vicina al governo di Carmine Esposito e ho lavorato, con sua nomina, nel nucleo di valutazione comunale ed ora siedo in consiglio con Lello Abete che ho conosciuto solo a febbraio scorso».

 Hai detto più volte che il tuo obiettivo principale, la tua finalità, è quella della lotta alla camorra. Cosa credi di poter fare in merito, e cosa stai facendo, da consigliere comunale?
«Non so se la spunterò ma ho chiesto di mettere in bilancio un budget a disposizione di tutti i ragazzi ex detenuti che non trovano lavoro. Nessuno vuole dargliene, non so dirti se giustamente ma comprendo chi è scettico, perciò finiscono per ritrovarsi tutti insieme fuori dai bar, senza lavoro e senza dignità. Così stando le cose, per evitare che possano riorganizzarsi perché è così che potrebbe finire, noi qualcosa possiamo fare. Un fondo comunale, un incentivo. Per dare loro una possibilità, per riconoscere che esistono e sono cittadini come noi, per insegnargli ad amare la nostra città, per dar loro una speranza, per avvicinarli alle istituzioni. Potrebbero tagliare l’erba, curare le aiuole, sorvegliare i bambini fuori dalle scuole, dovremmo metterli a contatto con la realtà, impiegarli in un servizio civile».

Far sì che sorveglino i bimbi fuori dalle scuole…non temi reazioni negative dei genitori in questa eventualità?
«Io sono una mamma e ti dico che una possibilità va data a tutti. Se te lo dice una alla quale hanno strappato una vita intera non vedo perché non possano pensarla così tutti gli altri, abbattendo i pregiudizi. A me fa più paura vederli fuori da un bar senza far nulla, vorrei integrarli nella comunità non aspettare che si riorganizzino rimettendo su piazze di droga o estorsioni. Sono cittadini, fanno parte della società, ce la possono fare, ma noi dobbiamo fare i conti con le nostre responsabilità».

Di cosa ha più bisogno Sant’Anastasia?
«Di una lotta seria contro l’evasione fiscale, non è giusto che siano penalizzati sempre i cittadini contribuenti. Dobbiamo pagare tutti le tasse affinché possano essere ridotte e dobbiamo denunciare chi non lo fa. Per me è fondamentale dividere il paese in macro aree e verificare per ciascuna di esse i problemi principali».

Quali sono le differenze più marcate tra la Sant’Anastasia che vivevi da bambina e quella di oggi?
«Una su tutte: quando io era piccola vivevo e giocavo per le strade. Era un vero paese. Oggi le mie bimbe non le mando in strada a giocare con gli amici. Anche questa è una responsabilità del degrado durato vent’anni, degli agguati, delle violenze, degli omicidi. Quale madre avrebbe mandato i propri ragazzi in strada negli anni in cui a Madonna dell’Arco sparavano per uccidere un uomo che aveva moglie e figlioletta in auto? Quali genitori si sarebbero fidati nel consentire ai loro figli di percorrere strade dove si aveva paura di essere colpiti in raid omicidi? La camorra ha avvelenato il tessuto del paese e dieci anni di amministrazione del centrosinistra hanno fatto il resto, la gioventù anastasiana si è abituata ad andare altrove. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, ora vorrei che quest’amministrazione facesse rivivere il paese, promuovesse aggregazione, attirasse con iniziative – come i giochi della gioventù che sono in programma – tanti ragazzi. Che promuovesse la cultura, dove c’è la conoscenza non può esserci la violenza, la camorra non attecchisce. Anche per questo lavoro tanto, per esempio, nel consiglio di istituto del I comprensivo che le mie figlie frequentano. Sono attivissima, partecipo con altre mamme alla formazione, vagliamo progetti e programmi».

Da quando sei stata eletta le persone si rivolgono a te? Cosa ti chiedono?
«Con la crisi che ha messo in ginocchio tutti, la maggior parte chiedono possibilità di lavorare.  Io rispondo che se non ci lasciano prima progettare, se non si aprono cantieri, se non si muove l’economia, le speranze sono poche. I vincoli della Zona Rossa hanno avuto come risultato principale la depressione economica, perciò si deve lavorare perché qui arrivino i ristori e i fondi per costruire le vie di fuga, per riqualificare le strade. Se si aprono i cantieri i giovani non vanno a bussare dal politico di turno ma alle aziende, e così deve essere».

Ti chiedono solo lavoro?
«Mi chiedono anche di vigilare, di stare attenta affinché al Comune regni la legalità. Io sono ovviamente attentissima e che io sappia non c’è alcuno nella mia amministrazione che non agisca secondo legge. Il giorno in cui mi accorgessi che così non è non potrei far altro che agire di conseguenza e denunciare. Mi ha infastidito, per esempio, un consigliere di opposizione che ci ha appellato come “affaristi”. L’ho detto in assise e lo ripeto: facessero nomi e cognomi, se sapessi che è vero sarei la prima a denunciare. Non sono polemica ma pragmatica, nella mia vita ho imparato ad aspettare, dandomi però dei tempi e degli obiettivi».

Quanto tempo ti prende l’impegno politico?
«Tanto. Non vivo molto il municipio, a Palazzo Siano ci vado solo per prendere gli atti e per le riunioni alle quali è fondamentale anche la mia presenza, alle commissioni. Ma il mio impegno è per strada, accanto alla gente della quale raccolgo le istanze, mi metto a disposizione per quanto è nelle mie facoltà. Per me questo significa anche aiutare un cittadino se va in paranoia con una cartella esattoriale o sposare alcune cause che condivido. Per esempio, ho deciso di appoggiare la ventennale protesta dei residenti di via Pomigliano: non se ne può più di convivere con l’insopportabile puzza di maiali. Farò la guerra, su questo fronte. Per il resto, viene anche molta gente al mio studio, tanti ragazzi che vorrebbero affacciarsi alla politica ma non lo fanno, tento di dar loro fiducia. Ho un’associazione che porta il nome della mia mamma, Fdc cioè Filomena De Cicco: l’abbiamo creata sei anni fa, coinvolgiamo persone in vari progetti che porto poi alla mia scuola di specializzazione forense, mi occupo della lotta alla droga, di problemi di tossicodipendenza».

C’è tanta tossicodipendenza a Sant’Anastasia?
«Sì, tanta. Nascosta, non molto visibile. Non come quella degli anni ’80 quando ci fu l’exploit dell’eroina. Oggi è una tossicodipendenza diversa, mascherata, quasi oserei dire legalizzata. Come quella dell’alcool. Una semplice birra, che fa 13 gradi, venduta a un quattordicenne, è una iattura. Perché è come se avesse bevuto, alla fine, un’intera bottiglia di vino. Ogni giorno si aprono sale da gioco, sale da scommesse, la ludopatia è un problema sociale. Io lotto, anche a scuola e insieme alle altre mamme, perché i ragazzi possano avere la possibilità di dedicarsi ad un hobby o allo sport. Che sia la lettura, la scrittura, la danza, il karate. Tutto, pur di non farli stare in strada con i rischi che ci sono. Così faccio con le mie figlie: Anna Lourdes danza da quando aveva solo 4 anni, Ludovica è un po’ più ribelle, protesta, ma ora ha deciso di riprovare anche lei con la danza classica, poi le incito a scegliere uno strumento, a imparare la musica».

Tu uno spinello l’hai mai fumato?
«Andavo a scuola a San Domenico Maggiore, frequentavo posti in cui lo si faceva liberamente, certo che ho provato. Di sicuro non ho continuato, resta un’esperienza per capire e da non ripetere».

Come intendi difendere le tue figlie dai pericoli della società?
«Insegnando loro l’indipendenza, facendo sì che sappiano cavarsela sempre. Facendo capire ad entrambe che tutto quel che abbiamo domani potrebbe non esserci più, insegnando loro che il mondo cambia, come le persone. Che nessuno resta per sempre e che dunque devono essere autonome. Le mie figlie si lavano e vestono da sole, imparano ogni giorno ad aver cura di sé sia pure con la mia supervisione costante. Le difendo dando loro la possibilità di fare tante cose, di studiare secondo le propensioni di ciascuna e non spronandole a tutti i costi nella competizione scolastica, di danzare, di avere anche il superfluo. Ma so bene che pur essendo mie figlie, non sono “mie”».

Cosa fai quando non sei impegnata nei ruoli di mamma, moglie, sorella, consigliere comunale e avvocato?
«Da quando sono sposata non mi dedico più allo sport, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché ad oggi tra una lezione di ginnastica e un libro mi attira più il secondo».

Cosa leggi?
«Amo la letteratura sudamericana e i libri di Paolo Coelho, quelle pagine piene di energia. L’ultimo che ho letto è “Brida”, la storia di una donna che in un caffè di Lourdes racconta allo scrittore la sua esperienza di ricerca spirituale. Ho amato tutti gli scritti di Coelho, la ricerca di sé, la conoscenza. Negli anni dell’Università ho sperimentato la filosofia buddista, lo sono stata per tre anni della mia vita. Lavoravo su me stessa, dovevo capire chi ero».

L’hai capito chi sei?
«Sono Rosaria, una donna che va avanti, che ama la vita e non crede nelle favole, convinta che se tutti diamo un contributo di energia positiva, anche nelle peggiori tragedie, un motivo per andare avanti si trova sempre. Sono una donna di valori, ferma nelle idee, che cerca di non piangersi addosso e di essere attiva, sempre».

Il libro più bello che hai letto?
«Due, “L’Alchimista”, sempre di Paolo Coelho; e “Siddharta” di Hermann Hesse».

L’ultima volta che hai pianto?
«Il 12 ottobre, era il trentesimo compleanno di mia sorella, la seconda, con la quale ho un legame viscerale, di simbiosi. Per le altre due sono un po’ mamma ma è con lei che il dolore ha creato un rapporto fortissimo. Ho pianto per un’ora, prima di arrivare a casa sua».

Della nonna Filomena cosa hai raccontato alle tue bimbe?
«Ne parlo spesso, mia figlia Ludovica chiede come mai nessuna di loro due si chiama come la nonna e lei, tra l’altro, le somiglia caratterialmente tanto. Come me. Non andavamo d’accordo noi due, ed è frequente tra una madre ed una figlia giovane, ma oggi tutte le persone che incontro – e io stessa me ne rendo conto – dicono che le somiglio parecchio. Durante il processo in cui ho testimoniato, una camorrista mi disse che sembravo “Filomena ma con la penna in mano”. Mi sconvolse, diventai una furia. Oggi ne parlo tranquillamente alle bambine, per loro il ricordo della nonna è vivo. Sanno che è morta in un incidente, del resto non ho ancora spiegato come è andata davvero a mia sorella, la più piccola, che ha vent’anni. Aspetto che me lo chieda lei, un suo passo. Tra l’altro nessuna delle mie figlie si chiama Filomena ma c’è una nipotina che porta lo stesso nome e cognome, è come se fosse un po’ anche mia».

Che musica ascolti?
«Musica classica, adoro Puccini. Anche in auto».

A tuo marito piace?
«Lui ascolta di tutto, è molto romantico nella scelta della musica».

Solo nella scelta della musica?
«Credo di essere più romantica io, in genere. Ma ricordo il giorno in cui mi ha sorpreso con una festa il giorno del mio compleanno, compivo 30 anni, o quando mi ha regalato un anello nascondendolo tra i petali di una rosa. È stato quando ho partorito Ludovica, la mia seconda bimba, ha capito che stavo male, piangevo ininterrottamente perché in quel momento bellissimo avvertivo terribilmente l’assenza di mia madre. Ci siamo fidanzati quando avevo 15 anni, io e lui siamo come un mare e una piscina, ci compensiamo. Io sono il mare, spesso burrascoso e in tempesta, lui è silenzioso, equilibrato, introverso. Un incastro perfetto».

Qual è la cosa più romantica che hai fatto tu per lui?
«Tante, ma giacché ho una passione per il karaoke anche se sono una frana nel canto, capita che gli dedichi una canzone».

La canzone più bella?
«La più bella è “Riderà” di Little Tony, quella che mio marito dedica sempre al mio papà. Il mio cavallo di battaglia invece è “Sally” di Vasco Rossi, ne ho un verso tatuato sulla schiena».

Quale verso?
«Questo: “Forse alla fine di questa triste storia qualcuno troverà il coraggio per affrontare i sensi di colpa e cancellarli da questo viaggio”».

Hai altri tatuaggi?
«Sì, il nome della mia migliore amica, Elisa, tatuato sulla caviglia. L’ho fatto a 16 anni e lo rifarei altre mille volte, so che niente ci potrebbe dividere. Una mezza luna sul polpaccio perché amo tanto la luna, un sassofono a testimoniare la mia passione per la musica e il sax in particolare e un tatuaggio Maori nella parte bassa della schiena».

Un tatuaggio da guerriera.
«Sì, io non mi tatuo per moda, ciascuno di essi ha un significato per me».

Ne farai altri?
«Credo che vorrò lasciare le impronte della mie figlie sulla pelle, non so ancora come, con i nomi o con altro, ma lo farò».

Il nome di tuo marito no?
«Magari come regalo alle nostre nozze d’argento».

Cosa guardi in tv?
«Non guardo spesso la tv e del resto non vado nemmeno al cinema, mi piace solo ogni tanto qualche film d’amore. Ma se accendo la televisione è per programmi come “Un giorno in Procura”».

Il viaggio più bello che hai fatto?
«Il più bello è stato anche l’ultimo in cui ero totalmente felice. A Parigi, nel 2004, con Nello. Eravamo fidanzati, allora e ci siamo ritrovati a perderci nei boulevard che mi ricordavano la mia bellissima e amata Napoli, mi sentivo a casa. Ho apprezzato l’Opera ma dei nove giorni in cui siamo stati lì ne ho trascorsi quattro interi chiusa nel Louvre ad ammirarne le meraviglie».

Quello che vorresti fare?
«Cuba, amo la letteratura sudamericana e vorrei ritrovare il calore percepito nei libri nei luoghi di origine. Del resto io ho libri ovunque, li colleziono e li amo. Possiedo testi del ‘400 e del ‘700, non butto via nemmeno i libri delle bambine, quelli di scuola elementare. Lo considererei un sacrilegio. Spero che vivendone circondate, anche loro ameranno i libri, la lettura. Anzi non lo spero, ne sono certa».

Collezioni altro a parte i libri?
«Sfere, quelle con i paesaggi. Lì vedo il mondo come vorrei che fosse».

L’opera d’arte più bella che tu abbia mai visto?
«Sono due, entrambe a Napoli: gli affreschi di Giotto a Santa Chiara e il Cristo Velato nella cappella di Sansevero».

Se potessi avere a casa tua un quadro prezioso, quale sceglieresti?
«I Papaveri di Van Gogh, sia a casa che nel mio studio ho alle pareti riproduzioni di suoi quadri».

Geniale, incompreso in vita e predicatore mancato, Van Gogh. Tu sei cattolica?
«Credo in Dio e sono cattolica, ma non praticante. Non seguo alla lettera le indicazioni della Chiesa ma credo nei Santi e sono devota alla Madonna di Lourdes, tant’è che ho chiamato mia figlia come lei».

Cosa c’è nella tua borsa?
«La mia agenda, le chiavi, le mollettine per i capelli di mia sorella, un lucidalabbra delle bimbe, tutte le cartacce che le mie figlie sanno di non dover buttare in strada e infilano perciò nella mia borsa o in auto. E un fascio di scontrini che per lo stesso motivo finisco per dimenticare lì anche io. Per me è tassativo non sporcare in strada, ci tengo tantissimo e pretendo che loro imparino. Se gettano qualcosa dal finestrino poi stanno a casa in punizione».

Non hai un rossetto, uno specchio, i trucchi che di solito una donna porta con sé.
«No, spesso li porta Teresa, la mia collaboratrice di studio che tenta di convincermi a usarli, ad abituarmi a farlo tutti i giorni, ma credo di avere poche speranze. Però quando poi mi preparo le mie bimbe dicono che sono bella e questo mi basta».

Hai animali in casa?
«No, ho un brutto rapporto con gli animali, anche con cani e gatti. Ne ho paura».

Se fossi tu un animale, invece? Quale saresti?
«Non so scegliere, una farfalla o una tartaruga. La prima perché rappresenta la libertà, la seconda perché è lenta ma forte».

Hai un portafortuna?
«No, non ne ho bisogno e non ci credo».

Supponiamo che tu vinca alla lotteria molto denaro, cosa ne faresti?
«Penserei a tutta la mia famiglia e li dividerei con le mie sorelle. Regalerei una somma dignitosa a tutti coloro che so avere difficoltà, anche se dovessi andare casa per casa. Per me non so, non ho bisogno di nulla. Ma forse una casa, accanto al mare e non lontano da qui. Ne ho una a Scario ma io vorrei proprio viverci, accanto al mare. A Portici o a Torre del Greco, per esempio».

Andresti via da Sant’Anastasia?
«La lascerei per il mare, solo per il mare».

Il tuo ideale di bellezza maschile?
«Bruno, intelligente, senza vezzi che ricordino le femmine, che sappia conquistare la testa di una donna e con un naso importante, mio marito Nello praticamente. Ne sono innamoratissima e lo trovo molto bello».

È attualissimo il dibattito sulle unioni civili, secondo te due uomini o due donne che si amano dovrebbero poter sancire la loro unione liberamente, avere dignità e riconoscimento di famiglia?
«Un vincolo civile ci potrebbe anche stare, per me devono poter stare insieme e condividere tutto se vogliono. Ma non potrà mai essere una famiglia né sono d’accordo sul fatto che sia concesso loro di adottare bambini. La famiglia è composta da un uomo e una donna, punto. Ho tanti amici gay, li frequento, ma non credo che determinate cose possano averle, ne conosco tantissimi che sono d’accordo con me».

Hai ambizioni politiche? Ora sei consigliere comunale, ma dov’è che ti piacerebbe arrivare?
«Lontano, come chiunque abbia ambizioni politiche».

Per esempio? Il primo sindaco donna di Sant’Anastasia, per dirne una?
«Sarebbe molto dura e difficile ma sì, mi piacerebbe. Rappresenterebbe l’esempio lampante di come tutti possono farcela, nella vita».

La prima cosa che faresti da sindaco?
«Una rivoluzione di sicuro. Introdurrei la modalità del sorteggio nei concorsi e nei bandi pubblici».

La sorte non è sempre meritocratica.
«Ovviamente un sorteggio tra meritevoli».

Se toccasse a te scegliere il prossimo sindaco di Sant’Anastasia?
«Ci vorrà tempo prima che passino dieci anni, al momento Lello Abete ha la mia fiducia. Se proprio insisti, mi piacerebbe una donna. Diciamolo: siamo più caparbie e più capaci».

C’è un partito politico italiano in cui attualmente potresti riconoscerti?
«No, ci vorrebbe un partito vero. Com’è stato il Msi, com’è stato An. Per adesso ho Sant’Anastasia in Volo, un bel movimento civico».

Che aveva una pagina Facebook ufficiale anche, perché è scomparsa?
«È stata mal gestita, purtroppo. Siamo tutti liberi ma chi scrive a nome di un movimento o concerta cosa, come e quando scriverlo, oppure si firma e se ne assume la responsabilità personale. Ci legano ideali comuni, ma siamo diversi e bisogna rispettarsi. Abbiamo preferito eliminarla».

Cos’è che vuoi assolutamente fare nella vita? Un tuo obiettivo imprescindibile.
«Volevo fare l’avvocato e ci sono riuscita, volevo impegnarmi in politica e lo faccio, volevo essere moglie e mamma e lo sono, ora mi resta l’obiettivo più difficile: lottare contro le ingiustizie, pretendere che si faccia giustizia sociale».

Hai la possibilità di invitare a cena a casa tua chiunque al mondo. Chi scegli?
«Tutti quelli che vorrei invitare sono morti da tempo, Paolo Coelho è troppo anziano e non verrebbe. Credo che inviterei Matteo Renzi con la moglie Agnese e i tre figli per cenare insieme con tutta la mia famiglia. Ne approfitterei per dirgli tutto quel che secondo me proprio non va in Italia».

Per finire, sapresti descriverti con un solo aggettivo?
«Tosta».

Nel senso di caparbia, forte?
«Sì, nel senso che quando voglio una cosa la ottengo».