IL RE É NUDO, MA SE NON LO DICI NESSUNO LO VEDE

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Talvolta capita di dubitare che le parole incidono e che alla lunga, come la goccia, sono capaci di spaccare la dura roccia della realtà. Invece, è proprio così. “La parola mette paura”.

Caro Direttore,
a Pasqua c”erano solo pochi cani con i quali scambiare qualche chiacchiera. Ovviamente, per chi, come me, non era andato in vacanza. A casa mia il detto “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”, a ridosso della settimana santa diventa “Natale con chi vuoi, Pasqua con i tuoi”. Insomma, sempre a casa. Mentre la mia collega di Groppello Cairoli se n”è andata sulle spiagge del Mar Rosso (mi dice sempre che fare il bagno lì è come farlo in un acquario). È partita prima delle elezioni, non ha votato e mi ha comunicato che rientra a fine settimana; quindici giorni di ferie, per staccare dalla monotonia delle giornate tutte uguali e stemperare la stanchezza da lavoro.

Allora, mi sono tuffato nella lettura dei libri, dei settimanali e dei giornali. E leggendo, leggendo (ma non è una notizia che riportano i giornali di regime!), ho appreso che il nostro primo ministro ha un”altra “grande amica” di nome Darina Pavlova. Si tratta della seconda moglie di Ilia Pavlov, un boss bulgaro, ucciso nel 2002, del quale ha ereditato tutte le sostanze finanziarie. In verità, però, non mi ha sorpreso la notizia di questa nuova amicizia del premier. Mi ha sorpreso, invece, sapere che Darina Pavlova, nel 1999, versò un contributo simbolico di 1000 dollari a favore della campagna elettorale della senatrice democratica Illary Clinton.

Ma quel contributo simbolico fu rispedito al mittente, in quanto la provenienza di quel sostegno non era ben chiara. Indubbiamente, bel gesto! Ma dalle nostre parti sarebbe mai potuta accadere una roba simile?

Non oso addentrarmi nell”intrigata matassa dei finanziamenti elettorali. Gli strascichi dell”ultima competizione regionale lasciano ancora scie di sangue e di merda. Si paga per entrare in lista, si paga per la propaganda (manifesti, cene, palchi, macchine, caravan, schede fac simile, locali per incontri, capipopolo, comitati elettorali), si paga per raccattare preferenze, si paga per incoraggiare scelte a vantaggio dei primi non eletti (dimissioni, altri incarichi etc.), si paga per ringraziare gli elettori (tot voti, tot volte grazie!). Ma da dove devono uscire tutti questi soldi? E così nessuno ci fa caso più da quale cielo piovano gli assegni, i bigliettoni e le relative cambiali da pagare, successivamente, ad elezioni concluse.

Caro Direttore, i ricchi di famiglia ormai son rimasti in pochi. E quelli veramente ricchi, difficilmente si lasciano tentare da avventure politiche o pseudo tali; gli arricchiti, invece, si portano sempre appresso il peso delle parole di Balzac: “Dietro ogni grande fortuna c”è un crimine”. Quand”ero giovane non ci credevo, perchè pensavo che la fortuna potesse arrivare da un”eredità, da un terno a lotto, da un biglietto della lotteria ma anche dal lavoro. Poi, con gli anni, ho capito: ma quale lavoro? Col lavoro a stento arrivi alla fine del mese. E non tutti i lavori sono uguali.

Nel senso che lo stesso lavoro dà guadagni diversificati a secondo del comportamento del lavoratore. Gli onesti tagliano il traguardo del 27 del mese già con l”acqua alla gola; quelli disonesti scialacquano, fanno investimenti in borsa, comprano case, barche, auto, moto e vanno in vacanza in luoghi esotici (mica come te, Direttore, che per le tue vacanze estive, sei andato già tre volte a San Marco di Castellabate, per fittare un umido bilocale a tre chilometri dalla spiaggia!).

A un anno dall”inizio della mia collaborazione al Mediano.it, stavo considerando l”ipotesi di ringraziarti per l”ospitalità concessami settimanalmente e salutare, in modo definitivo, coloro che ancora hanno avuto voglia e pazienza di leggere la rubrica “Pensare italiano”. Perchè, a un certo punto, ho pensato, le parole –scritte o parlate che siano- stancano, non incidono più di tanto, rischiano di essere ripetitive e non cambiano la realtà.

Poi, sempre durante le festività pasquali, mi è capitato di leggere: “È proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l”autore, non è neanche il libro in sè, nè la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo mettere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d”improvviso avere la possibilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibilità di percepire determinate storie come le proprie storie”., (Roberto Saviano, “La parola contro la camorra”, Einaudi, 2010).

Per carità, “omnia non pariter rerum sunt omnibus apta”, non tutto si adatta a tutti! Però, ho capito che, anche nel nostro piccolo, ripetere certe parole, raccontare certe storie, possa essere utile a far percepire la propria realtà non come unica ed esclusiva. In fondo, tutte le vicende umane si assomigliano, perchè sono gli uomini ad essere uguali con i loro vizi e le loro virtù, i loro sentimenti e le loro miserie.

E su queste ultime considerazione, Direttore, ti confesso che mi sono molto soffermato a riflettere sulle parole di un libro presentato, qualche settimana fa, anche dal tuo stesso giornale: “Ora al Palazzo è difficile amministrare, perchè c”è stato un grande arrembaggio, nel corso del quale si sono persi valori, ideologie, idealità. Sembra che gli individualismi e i personalismi debbano sempre prevalere sulla comunità. Ogni tanto, quando qualcosa non fila per il verso giusto, si mandano messaggi subliminali; si inviano larvate minacce; si alza il prezzo del consenso nel consiglio comunale”., (C. Raia, “Il Paese di Asso di bastone”, Guida, 2010).

Com”è vero che le storie dei nostri paesi si assomigliano, come i personaggi che le animano. E com”è vero che il rendere pubbliche queste storie, insieme ai personaggi che le animano, contribuisca a far scoprire una realtà, che sta sotto gli occhi di tutti, della quale tutti, ma proprio tutti, fino a un momento prima, non se ne erano accorti.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

FATTO IL “GOVERNATORE” BISOGNEREBBE RIFARE LA CAMPANIA

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Secondo alcuni osservatori il rinnovo dei politici nei posti di comando ha portato euforia e fiducia. Sarà. Eppure in giro c”è tanta gente delusa, al punto che non va più neppure a votare.
Di Amato Lamberti

Sono passate le elezioni regionali e oggi abbiamo un nuovo “governatore” che tutti sperano sia molto diverso da quello che l’ha preceduto. In molti Comuni si sono rinnovati Sindaci e Consigli e tutti i cittadini sperano che le promesse fatte in campagna elettorale vengano onorate. C’è comunque in tutta la regione, secondo molti commentatori, se non un’aria di euforia, almeno di fiduciosa attesa. Personalmente non credo, guardandomi attorno, per la strada, che la “cifra” di Napoli, di tanti Comuni piccoli e grandi, dell’intera regione, sia oggi l’euforia o l’attesa fiduciosa, come si legge su alcuni giornali.

Sarò sfortunato, ma incontro solo gente “incazzata” per le ragioni più diverse. Gli imprenditori, piccoli e grandi, non appena mi incontrano, mi scaricano addosso tutta la rabbia che hanno in corpo, perchè Comuni e Regione li stanno portando inesorabilmente al fallimento, perchè non solo non pagano le forniture ricevute da tempo, ma non danno alcuna certezza sui tempi nei quali onoreranno -si fa per dire- i loro debiti.

Tutti sono terrorizzati dal fatto che si possano ripetere le situazioni del 1992, quando il Comune e la Provincia di Napoli, insieme a molti altri Comuni della Campania, dichiararono il dissesto e trascinarono nel loro fallimento migliaia di piccole aziende, con tutte le conseguenze occupazionali e di attività già largamente sofferte dalla gente, ma completamente ignorate da politici e amministratori, allora come oggi.

Ma sono “incazzati” tutti: chi, per le strade sconnesse, chi, per i marciapiedi impraticabili, chi, perchè non trova lavoro, chi, perchè non riesce ad avviare una attività per le troppe pastoie burocratiche, chi, perchè non si sente sicuro per la strada, chi, perchè non si sente sicuro neppure nella propria casa con porta e finestre blindate, chi, perchè è soggetto allo stillicidio continuo del pagamento di tangenti per il solo fatto che tutte le mattine alza la saracinesca del suo negozio o del suo pubblico esercizio, chi, infine, perchè non riesce più a mettere insieme il pranzo e la cena.

Uomini e donne, giovani e anziani, occupati e disoccupati, tutti hanno qualcosa di cui lamentarsi: “governo ladro” è diventata una constatazione più che una imprecazione. Eppure, i politici continuano a parlare, come se nulla fosse, dei loro problemi personali, di alleanze strategiche, di segreterie politiche , di rimpasti nelle amministrazioni, come se questa indignazione non fosse rivolta a chi la politica la fa, da troppi anni, senza essere capace di risolvere anche uno solo dei problemi dei cittadini.

L’indignazione della gente non conta nulla, neppure quando arriva ai fischi e ai pernacchi: continuano a restare chiusi e isolati nei loro palazzi, nelle loro segreterie, nei loro assessorati, convinti di essere intangibili e insostituibili, anche se incapaci di frenare un processo di dissoluzione che insieme ai partiti sta coinvolgendo l’intera regione e, in particolare la città di Napoli.

I richiami, ormai quotidiani, del cardinale Sepe, al recupero della moralità, della legalità e di una attenzione alle sofferenze della città, vengono intesi, paradossalmente, come invito a continuare e non piuttosto a sbaraccare per far posto ad un nuovo modo di fare politica e di amministrare. L’intervento della Magistratura, su amministratori comunali,dirigenti pubblici e imprenditori, le rare volte che avviene, è salutato con ovazioni ed applausi negli uffici comunali, provinciali e regionali, ma anche negli uffici di aziende private, in negozi, in laboratori artigianali, presso le edicole dei giornali, prese d’assalto. In qualche caso si sono tirate fuori le bottiglie di spumante.

Non è stato, come è avvenuto recentemente, un bello spettacolo, ma quando la politica non è in grado di riformare e ripulire se stessa, non si può criticare la gente se si trova ridotta a chiedere l’intervento repressivo delle Forze dell’Ordine e della Magistratura. Comunque, con buona pace di tutti, nè l’intervento della Magistratura, nè la reazione spontanea della gente, hanno mai prodotto alcun risultato: politici e amministratori continuano a star chiusi nelle loro stanze, pensando solo ai loro problemi di sopravvivenza e di carriera, locale, nazionale ed europea, ma dichiarando ai quattro venti che è il lavoro il problema fondamentale, perchè solo il lavoro può creare sviluppo, occupazione, ricchezza.

Ma per gli amministratori locali è un problema di cui si deve occupare il Governo. Per Ministri e Parlamentari è naturalmente un problema delle Regioni e delle amministrazioni locali. Ai cittadini lasciati sempre più soli non resta che tirare su le maniche e darsi da fare: molti cominciano a pensare che la politica non si occupa dei loro problemi e quindi non vale neppure la pena perdere un po” di tempo per andare a votare.
(Fonte foto: Rete Internet)

GLI ARGOMENTI TRATTATI

ESPERIENZE DI SCUOLA A STRETTO GOMITO CON GLI ADOLESCENTI

Quando in aula si confrontano linguaggio narrativo e quello cinematografico nascono originali pensieri e belle riflessioni.
Di Annamaria Franzoni

In una realtà in cui le immagini, prepotenti, sembrano avere l”esclusiva rispetto alla parola scritta, i nostri adolescenti hanno bisogno di spazi in cui possano sperimentare e coltivare l”amore per la lettura e riflettere su quanto essa possa trasformarsi in piacere, così come ci suggerisce Pennac in “Come un romanzo” offrendo anche un simpatico decalogo del buon lettore.
Nell”ambito delle attività curriculari programmata per i miei allievi, particolare interesse ha destato un laboratorio denominato “Un libro:.ad un amico”.

Fin dal primo mese di scuola, ho proposto ai ragazzi di portare a scuola il libro più bello che avessero mai letto, per offrirlo in prestito ad un compagno di classe. Alla scadenza mensile in aula si è svolto, di volta in volta, un confronto, sempre a più voci con l”aumento dei lettori, sul medesimo testo.

Nell”incontro di fine febbraio, quando ormai i lettori di ciascun testo avevano raggiunto un numero tale da trasformare il confronto in una tavola rotonda, si è pensato di variare l”attività , perchè quei libri , in circolazione ormai da sei mesi, non suscitavano più lo stesso interesse e curiosità della prima fase.
Allora ho proposto una rosa di romanzi da cui sono stati tratti dei film più o meno noti: la scelta è caduta su “L”uomo che sussurrava ai cavalli” dello scrittore britannico Nicholas Evans, la cui opera cinematografica è stata diretta e interpretata da un Robert Redford che mostra di amare molto questa storia e questo personaggio complesso.

Grece , la giovane protagonista della storia, lacerata nel corpo e nello spirito, sarà gradualmente guidata a ricostruire se stessa da Tom Booker, il sussurratore di cavalli che si impegnerà con tutto se stesso a ricreare ciò che un terribile incidente aveva distrutto.
Alla fine del film la maggioranza dei ragazzi ha espresso un giudizio fortemente positivo sull”opera cinematografica, anche se tutti hanno condiviso il pensiero che il linguaggio narrativo è quello che ci gratifica maggiormente perchè, attraverso la lettura, ciascuno ha il ruolo di regista costruendo, secondo la propria capacità immaginativa, i personaggi e i luoghi presentati dall”autore.

Nell”ambito del circle time sono emerse significative riflessioni sul dolore che nasce da un grave lutto e la difficoltà di rielaborare vissuti complessi, oppure di affrontare la vita da disabile, sulla costruzione del complesso dialogo tra genitori e figli, sul rapporto tra la frenetica vita di città e la riflessività della vita serena di campagna. Fabrizio, infine,si è soffermato sull”identità di comportamento di Grace e Pilgrim invitandoci a riflettere su quanto sia talvolta superficiale l”uomo a non prendere in giusta considerazione il comportamento degli animali.

Tutti sono stati affascinati da questo libro che, tradotto in 36 lingue, ha fatto il giro del mondo e ha fatto emozionare ed ha coinvolto notevolmente i nostri giovani lettori/spettatori, anche grazie all”interpretazione della quattordicenne Scarlett Johansson, nel cui variegato mondo di esperienze essi hanno visto riflesso una piccola parte di sè.

MA LA CAMPANIA SARÁ MAI FELIX?

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Le elezioni regionali sono state vinte anche da quei capi politici che hanno dominato l”Italia: De Mita, Scotti, Di Donato. E sono state perse da chi per tre lustri ne ha imitato la pratica di governo.

Caro Direttore,
finalmente una Pasqua come Dio comanda! Una Pasqua di resurrezione. Una Pasqua nel segno della festa ebraica, nata per commemorare la liberazione dalla schiavitù dall”Egitto. A urne aperte, per Napoli e la Campania si aprono nuovi scenari e si preparano giorni di grande elaborazione di idee, di interventi, di attività destinate a trasformare una realtà sonnacchiosa se non proprio agonizzante in un elegante atelier.

Finalmente, la Campania felix si è liberata dal giogo ventennale (ma, forse, anche trentennale) di una vetusta classe politica e si è affidata a virginee, oltre che onestissime, figure di rampanti politici (“chi partecipa attivamente alla vita pubblica, alla pubblica amministrazione, alla direzione, al governo di uno Stato, di una città, dimostrando particolare abilità nelle arti del governo e nei maneggi diplomatici”, in S. Battaglia, Grande dizionario della lingua italiana, Utet) o, forse, di inossidabili politicanti (“chi si dedica all”attività politica senza disporre della necessaria preparazione o unicamente per soddisfare le proprie ambizioni”, in M. Cortelazzo e P.Zoli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli).

Il futuro della Campania felix è ora (o è ritornato ad essere), saldamente, nelle mani di Ciriaco De Mita (anni 82, esponente della vecchia Dc, ha ricoperto, negli anni, ruoli di responsabilità e potere in coalizioni di centrosinistra, centro e centrodestra), Enzo Scotti (anni 77, sindaco di Napoli nel 1984 e più volte ministro in governi di centrosinistra), Giulio Di Donato (anni 64, vicesindaco di Napoli nelle giunte Valenzi, vicesegretario nazionale del Psi di Craxi, ora segretario dell”Udeur di Mastella), Clemente Mastella (anni 64, ministro nei governi Berlusconi e Prodi) oltre che di mogli (Lonardo, presidente del consiglio regionale della Campania con Bassolino), di figli (Caldoro) e di nipoti d”arte (Gava).

Certo, chi è stato sconfitto sul campo non ha fatto niente per arginare lo tsunami delle urne. Arroccamento di posizioni, clientelismo, affarismo, familismo, trasformismo. Mica è poco? Oltre, naturalmente, a una sanità allo sfascio, alla nauseabonda questione dei rifiuti, alle omertà e alle faide di partito. Tutti fatti che hanno finito col vanificare quelle cose buone, che pure sono state fatte. Ma chi se ne frega! Il motto della nostra classe dirigente è crudo ma realista: “A un palmo dal mio culo fotta chi vuole”.

“C”è una frase di Truman Capote che spesso mi è girata nella testa in questi anni, vera e terribile: “Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte”. Se ho avuto un sogno, è stato quello di incidere con le mie parole, di dimostrare che la parola letteraria può ancora avere un peso e il potere di cambiare la realtà. Pur con tutto quello che mi è successo, la mia preghiera, grazie ai miei lettori, è stata esaudita. Ma sono anche divenuto altro da quel che avevo sempre immaginato. Ed è stato doloroso, difficile da accettare, finchè ho capito che nessuno sceglie il suo destino. Però può sempre scegliere la maniera in cui starci dentro”. (Roberto Saviano, “La bellezza e l”inferno”, Mondadori, 2009).

Caro Direttore, penso che per la Pasqua ti aspettassi un contributo più dolce, quasi una pastiera. Ti capisco, ma proprio non ci riesco. D”altra parte, siamo ancora in piena settimana di passione. E la mia passione dura da troppo tempo; non certo quanto dura, però, quella della mia terra, della Campania felix, dell”Italia (“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di province, ma bordello”, [Dante, Purgatorio, Canto VI]), della nota Repubblica delle Banane.

È, il nostro, il paese del “Grande fratello”, non c”è da meravigliarsi. Il grande fratello è il condimento della nostra giornata, ci fa appassionare alle sciocchezze, ci fa vivere in diretta le liti dei protagonisti, i loro amori, le loro bugie, le loro ansie, le loro depravazioni. È tutto così bello; vuoi mettere il Grande fratello con queste assurde vicende trite e ritrite, che ci propina la società e la politica? “Il Grande Fratello vi guarda. Dentro all”appartamento una voce dolciastra leggeva un elenco di cifre che aveva qualcosa a che fare con la produzione della ghisa. La voce veniva da una placca di metallo oblunga, simile a uno specchio opaco:Quell”apparecchio, che veniva chiamato teleschermo, si poteva abbassare ma non mai annullare del tutto.”, (George Orwell, “1984”, Mondadori, 1950).

Come si fa a meravigliarsi, Direttore, se nella realtà quotidiana accadono le stesse cose che un Grande fratello porta fin dentro le nostre case? Lo so, è scandaloso ciò che sto per scrivere. Ma se i partecipanti al Grande fratello sono presentati sin”anche mentre fanno l”amore, perchè, poi, un amplesso non potrebbe essere ripetuto in una classe, come di fatto è avvenuto? C”è, sicuramente, da dire che l”insegnante presente nella scuola di Salò era un po” coglione; che, forse, interpretava la sua professione come un mestiere alienante (ma la logica della scuola-azienda non è questa?); che rispondeva alla necessità (burocratica) dell”interrogazione più che all”etica ed alla profondità dell”educazione.

Ma, in fondo, i ragazzi della II C della scuola media di Salò, non hanno fatto altro che riproporre ciò che la televisione ha riproposto, sin nelle loro camerette, più volte! Questo è veramente scandaloso! Anzi, ciò che è ancora più scandaloso, è che nessuna scuola, nessuna società, nessuna politica si sia mai preoccupata nè si preoccupa di offrire, proporre, presentare modelli per facilitare la scelta della maniera in cui stare dentro al proprio destino.
(Fonte foto: Rete Internet)

PENSARE ITALIANO

IL DIRITTO ALLA SALUTE IN CARCERE: QUALE TUTELA?

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Tra le mura del carcere, il diritto alla salute dei reclusi non sempre è applicato come si dovrebbe. La storia vera di R.
Di Simona Carandente

Il vasto e variegato panorama della realtà carceraria, italiana e campana in particolare, che emerge sia dai mass media che dalle esperienze concrete di tutti coloro che vi interagiscono, a diverso titolo, non è sempre incoraggiante.
Difatti, senza voler fare facile retorica nè tantomeno critica, non può non trascurarsi il dato secondo cui, a fronte di poche e limitatissime realtà senza dubbio privilegiate, sovente all”interno del carcere viene negato il riconoscimento anche dei più elementari diritti dell”individuo.

Tra quest”ultimi merita un posto rilevante il diritto alla salute, già sancito dalla Carta Costituzionale e dalla legislazione di diritto interno, il quale però tra le mura del carcere subisce, in molti casi, una profonda compressione.
In particolare, si tenga presente che l”ordinamento penitenziario, di cui alla L. 26 luglio 1975 n. 354, prevede all”art. 47 ter la possibilità per il detenuto di poter scontare la pena nella propria abitazione, o in altro luogo di cura o assistenza, qualora ci si trovi in presenza di requisiti tassativamente previsti dalla norma.

In particolare, la detenzione domiciliare può essere riconosciuta a persona in condizioni di salute particolarmente gravi, che richiedano contatti costanti con i presidi sanitari territoriali, non potendosi ricorrere in tali casi esclusivamente all”assistenza sanitaria inframuraria.
Tuttavia, anche l”applicazione del beneficio è soggetto a limiti edittali, rigorosamente previsti dalla norma penitenziaria ed insuscettibili di diversa applicazione.
Il principale, vistoso limite alla concessione della detenzione domiciliare è quello che vede il soggetto ristretto dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza, oppure condannato con l”aggravante (recidiva) di cui all”art. 99 del codice penale.

In tale ultimo caso, vi è tuttavia la possibilità di poter fruire del beneficio anche se la pena detentiva inflitta, anche se costituente parte residua di maggior pena, non superi i tre anni.
In quest”ultima fattispecie rientra il caso di R.: dal 2001 è completamente paralizzato dalla vita in giù, a causa di un conflitto a fuoco nel quale rimase, suo malgrado, coinvolto. Ulteriori complicanze della patologia hanno interessato, successivamente, anche gli arti superiori, con il risultato che R. È su di una sedia a rotelle, completamente impossibilitato a svolgere anche le mansioni più elementari.

Per R. La detenzione è ancora più afflittiva rispetto ad una persona comune: ha bisogno di un piantone che lo aiuti in tutto e per tutto, notte e giorno; non può partecipare ad alcuna opera di rieducazione; non può neanche beneficiare del sostegno esterno dei familiari, in quanto anch”essi sono gravemente ammalati ed impossibilitati ad assisterlo anche solo sporadicamente.
Tuttavia, la corretta ed univoca applicazione della norma non consente al Tribunale di Sorveglianza, pur consapevole della gravità della situazione, nonchè della dubbia compatibilità della condizioni di salute di R. Con il regime carcerario, di potersi pronunciare in senso positivo, posto che la pena residua da scontare è, per R., superiore ai tre anni.

Solo la concessione di qualche beneficio di legge, tale da ridurre la pena che R. Deve scontare, potrà permettere al Tribunale di ripronunciarsi sulla delicatissima questione: il tutto, però, decorsi i tempi previsti dalla legge che, com”è verosimile, non saranno brevissimi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

L’IPERURANIO DEI TEMPI ANDATI:

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Gli autori del dialogo riflettono sulla difficoltà di trovare una strategia per far leggere i ragazzi. E dunque si chiedono: “perchè (leggere e scrivere), che cosa, come?” Aggiungendo anche : “dove e quando?”.
Di Giovanni Ariola

IL DIALOGO PRECEDENTE


All”elencazione delle domande del prof. Carlo, è seguito un momento di silenzio da parte dei presenti, come se ognuno si concentrasse per riflettere ed elaborare una risposta personale.
Il prof. Fantasia intanto è entrato alquanto rumorosamente, non solo annunciandosi dal pianerottolo con una ripetuta chiusura e apertura dell”ombrello per scuoterne le gocce di pioggia, ma anche con lo strusciare delle scarpe sullo stuoino nell”ingresso tirato molto per le lunghe, quindi con un certo numero di colpi di tosse, nervosa dice lui, per tutte le arrabbiature che si prende malgrado la sua pazienza di Giobbe.

– Devi ammettere – inizia il prof. Eligio rivolgendosi al collega Carlo – che sono domande le tue alle quali non si può rispondere qui su due piedi, in quattro e quattr”otto….Un tempo sapevamo rispondere senza incertezze:ma ora?
– Lungi da me l”intento di voler tentare qui e ora un”impresa alla quale hanno lavorato e continuano a lavorare fior di studiosi senza riuscire a dare risposte del tutto esaustive:Possiamo però avanzare qualche riflessione. Sì, quando eravamo studenti noi, il nostro docente di italiano si preoccupava di fornirci le risposte belle e pronte.
– Ricordo – continua il prof. Eligio – il mio insegnante di lettere del primo anno della scuola superiore, che ci lesse alcuni capitoli da “L”idioma gentile” di Edmondo De Amicis:
– Figuriamoci! – sbotta il prof. Piermario.

– Quando si nomina questo autore – risponde insolitamente calmo il prof. Eligio – si pensa subito al suo “Cuore“, del quale è stato detto tutto il male possibile e io dico a torto perchè a suo modo e con tutte le riserve che vuoi, di stile e di contenuto, è un libro che ci ha formati:perchè più degli altri ci ha fatto conoscere il piacere della lettura :senza averlo assaporato forse non avremmo continuato a leggere:con tanta passione.

– È un libro indubbiamente datato, – osserva il prof. Carlo – ma nessuno che nella sua fanciullezza l”abbia letto, può negare di averlo mai più dimenticato o che non provi, nel ricordarlo, un profondo turbamento che, solo ipocritamente e per darsi arie di intellettuale ultramoderno, si nega e si nasconde. Ringrazio ancora in cuor mio il mio insegnante di quinta elementare che ce lo lesse un quarto d”ora ogni giorno, al termine delle lezioni, a noi alunni, incorreggibili un momento prima con la testa già al dopocampanello e ora immobili e muti inchiodati nei banchi ad ascoltare e a palpitare con i piccoli eroi deamicisiani:D”altra parte di recente lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato che annovera nel suo Pantheon privato, insieme con Faulkner, Kafka, Camus proprio De Amicis per il suo libro “Cuore”, perchè “convinto che il libro riuscito è quello che ti commuove”.

– Ma c”è anche un De Amicis meno sentimentale – riprende il prof. Eligio – autore di un romanzo come “Amore e ginnastica” che è stato riscoperto qualche anno fa con un buon apprezzamento da parte della critica, e soprattutto un De Amicis studioso della lingua italiana che a mio giudizio andrebbe conosciuto:Bene ha fatto Andrea Giardina a curare la ripubblicazione appunto de “L”idioma gentile” per i tipi editoriali di Baldini Castoldi Dalai (Milano, 2006). Ho potuto rileggere ancora l”incipit del famoso capitolo intitolato “A traverso i secoli” : “A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s”hanno da leggere per imparare la lingua:” E giù tutto l”elenco dei principali classici della letteratura italiana, suddivisi per periodi in diversi paragrafi, i trecentisti, da Leonardo Da Vinci a Machiavelli, da Galileo all”Alfieri, dal Foscolo al Carducci fino al “suo” (del De Amicis) Manzoni” e all”elogio dei Promessi Sposi, ma bisogna riconoscergli l”intelligente raccomandazione conclusiva che il nostro insegnante ci leggeva e ripeteva più volte con voce solenne: “Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita. Ma non lo adorare; ti sia maestro non idolo”.

– Citerei anche questi pensieri: – concorda il prof. Carlo che ha prelevato da uno scaffale il libro del De Amicis – “Non te lo (il Manzoni) prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; :.poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.”(p.368)
– È una esplicita esortazione al plurilinguismo a scuola! – esclama il prof. Piermario, visibilmente infervorato – Esortazione lungimirante ma rigorosamente ignorata fino a pochi decenni fa negli atti ufficiali e in molte scuole ancora oggi.

– Sì, – ammette il prof. Carlo – Le letture che ci venivano proposte con indicazioni precise e perentorie dalla scuola erano a senso unico, letterarie e basta. Oltretutto si fermavano al primo Novecento:Solo qualche docente si spingeva fino a Vittorini e alla sua polemica con Togliatti. Il resto lo abbiamo fatto noi:eravamo assetati di libri:abbiamo letto per conto nostro il Novecento, non solo letteratura e non solo autori italiani:.leggevamo di tutto:anche robaccia bisogna dirlo:e i fumetti, di nascosto perchè non era consentito sottrarre tempo allo studio per dedicarsi a letture inutili:i fumetti erano per noi come le playstation per i ragazzi di oggi:

– Leggevamo quello che trovavamo: – interviene il prof. Fantasia – se si aveva la fortuna di vivere in un ambiente favorevole. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso è stata dura. Nei paesi arrivavano dal Ministero alle bibliotechine locali, spesso autentici fantasmi, se affidate a persone, per lo più insegnanti di scuola elementare, poco o per niente zelanti, un certo numero di libri (erano gialli con la copertina dura, editi da Mondadori) da distribuire gratuitamente ai lettori più assidui (sic!), ricordo “I Promessi Sposi”, “I Malavoglia”, “Le novelle” di Pirandello. Allora avevamo molto tempo a disposizione, specie nelle lunghe serate invernali, quando c”era appena la radio e non ancora la televisione. Sì, provavamo piacere a leggere.

Al di là della sete di conoscere, avvertita in modo più o meno intenso, ci affascinavano le storie raccontate e le emozioni che ci comunicavano i poeti. E tuttavia uno dei motivi che ci spingeva era anche quello di acquistarsi la considerazione dei concittadini.

Camminare per la strada, portando uno o due libri sotto il braccio, faceva un certo effetto. Per molti leggere equivaleva a studiare e basta, ossia un dovere, una necessità per farsi un avvenire diverso da quello dei genitori:quasi tutti appartenenti ai ceti più umili. D”altra parte si era drastici con quelli che non ne volevano sapere di studiare. I genitori facevano patti chiari con i figli: o studi e sei promosso o vai a lavorare. Il lavoro per i ragazzi minorenni era una cosa legale e diciamo normale. Si studiava con lo spauracchio della cardar ella (o cantarella= specie di secchio con due manici nel quale i muratori trasportano la malta) da portare in spalla lavorando alle dipendenze di un muratore o di un apprendistato sempre molto duro presso qualche masto
(= maestro, artigiano: falegname, fabbro, barbiere, sarto e simili).

– Nello stesso tempo – ricorda ancora il prof. Eligio – era molto diffusa, soprattutto negli ambienti contadini, una certa avversione alla lettura, diciamo, per diporto, ossia non legata ai compiti scolastici. Lo studio andava bene, ma oltre no, il tempo andava utilizzato per il lavoro che, in campagna, non mancava mai. Insomma al di fuori dei compiti per la scuola altre letture erano inutili e perfino dannose. Colui che s”attardava a leggere poteva perfino sentirsi dire: “Staie sempe ncoppa a sti libri. Accorto ca te se strudono ll”uocchie e “o cerviello” (Stai sempre incollato a cotesti libri. Attento che ti si consumino gli occhi e il cervello).

– Per favore, basta con questo vostro amarcord! – esplode il prof. Piermario – Vogliamo scendere dall”iperuranio dei tempi andati e tornare nella realtà presente? Per la vostra generazione e anche per la mia è stato facile avvicinarsi e poi convertirsi alla lettura dei libri, ma oggi?
– Ma tu, caro Piermario – chiede con tono grave il prof. Carlo – tu così critico verso il passato e verso il presente, hai risposte da dare alle domande che abbiamo formulato? (continua)

LA RUBRICA

“I CONTENUTI NON NEGOZIABILI”

Quanto detto dal Cardinale Bagnasco al Consiglio permanente dei Vescovi italiani ha favorito polemiche e dibattiti. Va ricordato che la Chiesa annuncia solo dei valori e nessuno deve strumentalizzare.
Di Don Aniello Tortora

Ha destato scalpore nella società italiana, soprattutto quella politica, la Prolusione del Card. Bagnasco, di lunedì scorso, al Consiglio permanente dei Vescovi italiani. Grandi titoli, in prima pagina, su tutti i giornali. Il discorso del Cardinale Bagnasco “stiracchiato” a destra, al centro e a sinistra. Ogni parte politica ha cercato di strumentalizzare le parole del cardinale, portando, come sempre, “acqua al proprio mulino”. Ma vediamo, in sintesi, cosa ha detto Bagnasco.

In primis il cardinale ha affrontato il tema della crisi economica, dicendo: “Ci sono tuttavia dei motivi di contingente quanto seria preoccupazione, dovuti in gran parte alla crisi economica internazionale, che sprigiona ora sul territorio i suoi frutti più amari. Mi riferisco in particolare alla realtà del lavoro, il lavoro che è “bene per l”uomo, per la famiglia e per la società, ed è fonte di libertà e responsabilità”. In non poche aree assistiamo ad industrie che fermano la produzione”.

“I giovani che già costituivano la fascia di popolazione più in sofferenza perchè meno garantiti e poco sussidiati nel loro tuffo verso la vita, oggi rischiano di demoralizzarsi definitivamente. Se sono meridionali tendono a trasferirsi al Settentrione, ma già è iniziato il fenomeno inverso, quello della gente del Sud che, perdendo il lavoro al Nord, torna a casa. Mentre un numero crescente di giovani – del Sud come del Nord – guarda oltre il confine nazionale: un dinamismo interessante nella misura in cui non è unidirezionale e obbligato.
Le crisi non si superano tagliando semplicemente i posti di lavoro e arrendendosi alla logica della remunerazione di breve periodo. Oggi troppe famiglie sono in ansia. Resistiamo insieme, pensiamo insieme, industriamoci insieme. E insieme, dopo la crisi, ripartiamo più forti”.

Bagnasco, poi, dopo aver trattato il tema dell”immigrazione, richiamando il principio dell”accoglienza e dell”integrazione, è passato a riflettere sul tema che, in questi giorni di campagna elettorale, sta scatenando furiose polemiche: quello dell”aborto. Il Cardinale, nel suo discorso, ha riportato delle cifre:

“Il rapporto, predisposto dall”Istituto per le politiche familiari a proposito dell”aborto in Europa, illustrato di recente a Bruxelles, forniva dati agghiaccianti: quasi tre milioni di bimbi non nati solo nel 2008, ossia ogni undici secondi, venti milioni negli ultimi quindici anni”.
A questo punto il Cardinale afferma quello che poi è diventata la polemica “politica” del momento:

“In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale. L”evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare. In esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento, giacchè il voto avviene sulla base dei programmi sempre più chiaramente dichiarati e assunti dinanzi all”opinione pubblica, e rispetto ai quali la stessa opinione pubblica si è abituata ad esercitare un discrimine sempre meno ingenuo, sottratto agli schematismi ideologici e massmediatici. C”è una linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme a Benedetto XVI, chiamiamo “valori non negoziabili”, e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l”evidenza della ragione e del senso comune”.

“Essi sono: la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l”indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. È solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l”accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l”integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata. Si tratta di un complesso indivisibile di beni, dislocati sulla frontiera della vita e della solidarietà, che costituisce l”orizzonte stabile del giudizio e dell”impegno nella società. Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole”?

Concludendo, poi, il suo discorso, il cardinale ha fatto un accenno alla “questione morale”, richiamando la politica a perseguire la giustizia ed evitare nel modo più assoluto la corruzione.
“Noi Vescovi – ha detto Bagnasco – ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà, di uscire dagli incatenamenti prodotti dall”egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera. Bisogna che, al di fuori delle vischiosità già intraviste e della morbosità per un certo accaparramento personale, si recuperi il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione”.

“C”è un impegno che, a questo punto, non può non riguardare proporzionatamente tutti, politici e cittadini, e che ciascuno nel proprio ambito è chiamato ad onorare: mettere fine cioè a quella falsa indulgenza secondo la quale, poichè tutti sembrano rubare, ciascuno si ritiene autorizzato a sua volta a farlo senza più scrupoli. Non cerchiamo alibi preventivi nè coperture impossibili: sottrarre qualcosa a ciò che fa parte della cosa pubblica non è rubare di meno; semmai, se fosse possibile, sarebbe un rubare di più. A qualunque livello si operi e in qualunque ambiente. Per i credenti poi, questo obbligo assurge alla dignità di comando del Signore, dunque non si può venir meno”.

Sono, queste, solo alcune riflessioni tratte dal lungo discorso di Bagnasco. Ovviamente i mass-media hanno riportato solo i passaggi che riguardavano il voto e le elezioni.
Per la mia sensibilità ecclesiale, anch”io penso che forse sarebbe stato meglio non fare l”accenno al voto, perchè i più hanno avuto l”impressione che la Chiesa ufficiale sia dalla parte politica che è per la famiglia e contro l”aborto. La Chiesa non ha nessun partito, annuncia solo dei valori, e a nessuna parte politica è lecito strumentalizzare “ad usum delphini” i suoi pronunciamenti sociali.

La storia mostra che spesso, proprio chi è pubblicamente contro l”aborto, poi, privatamente consiglia e pratica l”interruzione volontaria della gravidanza; come anche, chi “politicamente” è a favore della famiglia, spesso, poi, nel privato, assume comportamenti che la offendono.
(Fonte foto: Rainews24)

LA RUBRICA

ELEZIONI REGIONALI. NON ASTENERSI MA VOTARE!

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In questi ultimi giorni di campagna elettorale sembra di essere all”Apocalisse: c”è tutto e il suo contrario. Ma l”astensione no! Quella non è una scelta, sarebbe un danno. Votiamo per le persone oneste e che hanno dimostrato di saperci fare.

Caro Direttore,
nei “Mimi Siciliani” di Francesco Lanza (1897-1933) si racconta di una massaia, solita abbigliarsi con un grembiule vecchio e pieno di toppe ormai consunte. Si racconta, inoltre, che un giorno, quando qualcuno si decise a donarle un grembiule nuovo, la massaia, felicissima, lo adoperò per ricavarne toppe un po” più integre per il suo vecchio grembiule.

Mi sembra, quella del grembiule della massaia, una giusta e calzante metafora del nostro territorio. Martoriato, mortificato, sodomizzato, turlupinato. Poi, un giorno, accade qualcosa o compare qualcuno, in grado di dare una scossa, di imprimere una svolta. Dappertutto si inneggia alla novità, alla speranza del cambiamento. Ma, in un niente, il nuovo viene fagocitato dal vecchio, sedimentato, digerito ed anche evacuato. Al massimo di quel nuovo resta un colore, un odore, un veloce passaggio, quasi una meteora, di qualcosa che poteva essere e non è stato; un sogno, un”utopia.

Caro Direttore, fra tre giorni siamo chiamati al voto regionale. Con tutto quello che abbiamo dovuto sopportare nei mesi scorsi (rifiuti, Global Service, corruzione, peculato ed altro), ciascuno di noi, in cuor suo, aveva, forse, già deciso di astenersi dall”esercitare un diritto sacrosanto. Per protesta. Se la vedessero loro, i politicanti di mestiere, con le beghe, gli imbrogli, le ruberie: noi non ne vogliamo sapere più; vogliamo marcare le distanze, vogliamo sottolineare un dissenso. Era questo, più o meno, la decisione assunta alla fine di un ragionato percorso di sconforto. Poi, era successo qualcosa. Ci eravamo illusi, avevamo sperato, sognato. Poteva esserci qualcosa di nuovo, si poteva mettere da parte un grembiule vecchio e rattoppato. Meno male, c”era un nuovo grembiule!

Invece, quel po” di nuovo è servito solo a rattoppare un vestito logoro, vecchio, sgualcito, inservibile. Quasi un costume d”Arlecchino: toppe di tutti i colori. E qualcuno, poi, abbigliato da maschera multicolore, non ha disdegnato trasformarsi, da subito, in servo di due padroni o anche di tre. C”è sempre una spiegazione a tutto. Per cui ci si trova a dover ingoiare che i socialisti siano a destra, perchè non possono convivere con una sinistra giustizialista. Che sedicenti strateghi di sinistra, con assurdi progetti di riscossa e rinnovamento, abbiano finito con cancellare ogni traccia della stessa sinistra. Che mazzieri e buttafuori di mestiere, per una vita vestiti d”orbace, si siano ritrovati, poi, a essere stimati statisti in doppiopetto.

“Il Negus, spiega la maestra, è un selvaggio ignorante, come i suoi sudditi, nonostante pretenda di fare l”imperatore:Spiega che autarchia significa fare da soli, senza più dipendere da quelle nazioni che odiano l”Italia, perchè anche lei ha voluto conquistarsi il suo impero. I nostri geniali scienziati hanno fatto invenzioni sensazionali, come quella di ricavare la lana dal latte, proprio come dal latte si ricava il burro. E invece del burro (o con il burro? non era ben chiaro) si costruivano i cannoni.”, (Elena Gianini Belotti, “Pimpì Oselì”, Feltrinelli, 1995).

A dirla tutta, gli statisti veri (“uomini di stato, il cui apporto alla vita politica di un paese, ha rivestito o riveste un”importanza di grande rilievo o addirittura storica”, G. Devoto e G. C. Oli, “Il dizionario della lingua italiana”, pag. 1882), quelli con le palle (come si dice oggi), abbondano, quasi si buttano. Solitamente si interessano di mettere a posto le loro cose, i loro processi; si preoccupano di intervenire sull”Agcom, per mettere a tacere l”informazione; si battono per emendare la Costituzione. Ma, soprattutto, tesaurizzano il potere: a destra e a sinistra, senza differenza. Chi detiene il potere deve anche guadagnare bene. E sì! Devono rientrare, con gli interessi, i capitali messi in gioco per conquistare uno scranno in un qualsiasi luogo di potere. Di destra o di sinistra, senza differenza!

Caro Direttore, allora che facciamo? La voglia è quella di mandare tutto a puttane: bruciamo le schede, boicottiamo le urne, asteniamoci. Anche perchè, in questi ultimi giorni, sembra quasi di essere all”apocalisse. Politici condannati e politici assolti col dubbio, preti pedofili e preti santi, colletti bianchi truffati e colletti bianchi truffatori, donne eroine e donne escort, giudici inquirenti e giudici inquisiti. Insomma, un continuo gioco degli opposti. Insieme a un continuo lavoro di rattoppo. Però, non possiamo demordere. Non possiamo decidere di astenerci, per scelta, per punizione, per protesta o per altro.

“Non sono d”accordo con chi sostiene che è meglio astenersi nella prossima campagna elettorale, perchè il rifugio nell”astensionismo, pur essendo un segnale forte di presa di distanza da una modalità di azione politica e amministrativa che non si condivide, può avere come risultato solo quello di consegnare l”amministrazione della città proprio a coloro che, con il ‘beau geste’, si vorrebbe delegittimare. Non si può infatti immaginare che, dal confronto elettorale, si tirino fuori coloro che della politica fanno una professione o una strada per acquisire visibilità e potere, nè, tantomeno, quelli che, della politica, fanno solo lo strumento per coltivare affari e clientele: resterebbero fuori solo le anime belle e disgustate di un certo modo di fare politica.”, (Amato Lamberti, “Lazzaroni, Napoli sono anche loro”, Graus editore, 2006).

Diciamo che ci dobbiamo impegnare a votare gli onesti e non i mestieranti. D”altra parte, le qualità di un candidato dovrebbero essere sempre la prima preoccupazione dell”elettore. Nell”antica Pompei, per esempio, pesavano solo le testimonianze di moralità piuttosto che quelle di capacità precise. In altre parole, da sempre (anche nella corrotta Pompei antecedente al 79 d.C.), per essere degni di amministrare gli affari pubblici, bisognava essere onesti. Chi chiedeva un voto per qualcuno “Oro Vos Faciatis” (vi prego di votare per:), lo chiedeva perchè il candidato era semplicemente “Dignum Rei Publicae” (degno di amministrare gli affari municipali).

Così, caro Direttore, nel segnare la scheda –bandita la tentazione dell”astensione-, invece di votare i candidati vasa-vasa, puttanieri, mestieranti, equilibristi, trapezisti, imprenditori di sè stessi, potremmo fare la scelta (un voto utile, questa volta, però, a modo nostro) di “omni bono meritus iuvenis” (giovane degno di ogni bene), “frugi” (un brav”uomo), “iuvenis inocuae aetatis” (giovane irreprensibile), “adulescens probus” (giovane onesto), “verecundissimus” (fra i più riservati), “sanctissimus” (fra i più virtuosi). A forza di insistere, sempre qualcosa potrà cambiare!
(Fonte foto: Rete Internet)

POCHE IMPRESE E POLITICA DISTORTA

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Nel sud la voglia di fare impresa c”è. Quello che manca sono le opportunità pur non avendo grossi capitali a disposizione.
Di Amato Lamberti

Nella campagna elettorale in corso, a livello regionale ma anche comunale, le parole d’ordine sono sempre le stesse per tutti, destra, centro e sinistra: innanzitutto, il lavoro; poi, l’occupazione, soprattutto giovanile, anche per evitare la fuga dei “cervelli”; a seguire, lo sviluppo industriale, il sostegno alle imprese, il rilancio del turismo, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture materiali e immateriali (trasporti e banda larga). La ricetta sul come realizzare questi obiettivi è più o meno sempre la stessa: investire fondi pubblici, soprattutto quelli europei.

Per sostenere i settori e le imprese in difficoltà e per salvaguardare innanzitutto i posti di lavoro, obiettivo certamente encomiabile, il rimedio proposto è sempre quello dell’iniezione di fondi pubblici. Ma se l’impresa è in crisi per ragioni di mercato, come avvenne con l’Italsider di Bagnoli quando, per tentare di salvarla, si investirono centinaia di miliardi di lire, il rischio è prolungare solo l’agonia dell’impresa senza aprire nessuna seria prospettiva per i lavoratori.

Di esempi se ne potrebbero fare tanti, anche relativamente alla situazione di oggi, ma il problema del Mezzogiorno resta sempre lo stesso: una grave mancanza di imprenditorialità privata e un ruolo distorto della politica che invece di sostenere l’iniziativa dei privati tende a sostenere un modello d’intervento fondato sulle sovvenzioni, gli incentivi a pioggia, le pensioni di invalidità, i contributi a persone, gruppi, associazioni, nella logica di un rapporto personale con finalità di consenso elettorale. Un modello che condanna il Mezzogiorno alla logica dell’assistenza e che è stato talmente interiorizzato da cittadini ed imprese da sembrare l’unico realmente praticabile.

Qui sta la fondamentale differenza tra il Sud e il resto dell’Italia. Quando ho fatto l’esempio dell’iniziativa da me promossa a Casola di Napoli, quella del “vieni a fare il maiale da noi”, (VEDI) non ho detto che l’idea mi era venuta osservando quanto era accaduto a Castelnuovo Rangone, un piccolo Comune alle porte di Modena, che sul maiale ha costruito in una decina di anni un vero e proprio distretto industriale. Sono partiti da una festa del maiale per dar vita ad alcuni salumifici che di prodotti artigianali con lunga tradizione ne hanno fatto una industria. Oggi sono 60 i salumifici a Castelnuovo Rangone, danno lavoro direttamente a 1700 persone e, indirettamente, nell’indotto commerciale e dei trasporti, ad altre 1000 persone.

Senza contare le centinaia di addetti nel settore dell’allevamento dei maiali. Il paese ha tremila abitanti che non sanno cosa significhi la disoccupazione, molti hanno anche un doppio lavoro e il reddito pro capite è tra i più alti in Italia. Al maiale, in segno di riconoscenza, hanno addirittura dedicato un monumento nella piazza principale del paese.
Ma gli esempi potrebbero essere praticamente infiniti, a partire dal consorzio per la produzione delle mele in Val di Non, in Trentino, a quelli per la produzione del culatello a Zibello, in Emilia, del parmigiano reggiano, del grana padano, del prosciutto di San Daniele, dell’asparago a Treviso.

Tutte iniziative consortili di imprenditori che alle istituzioni hanno chiesto solo autorizzazioni, normative e controlli di qualità. In Campania, solo per la valorizzazione di un prodotto di eccellenza, come la mozzarella, associazioni imprenditoriali e istituzioni sono riusciti a costruire una sinergia fatta di disciplinari e controlli di qualità, senza essere però capaci di intervenire sulla regolamentazione di un settore nel quale la fanno da padrone una imprenditoria non sempre di chiare origini e il lavoro nero.

Con la legge sull’imprenditoria giovanile il Governo Prodi aveva tentato di promuovere anche nel Sud uno spirito imprenditoriale fatto di idee, innovazione, creatività, assunzione in prima persona del rischio d’impresa, ma l’esperimento che pure aveva dato eccellenti risultati, anche nel Sud, non è stato portato avanti, nè le Regioni meridionali, tranne qualche tentativo, hanno ritenuto opportuno portare avanti l’esperimento che pure stava dando risultati interessanti. Basti pensare che più di 20.000 sono state le richieste di giovani aspiranti imprenditori che sono rimaste inevase. Questo significa che non manca nel Sud la voglia di impresa: quello che manca sono le opportunità di fare impresa pur non avendo ingenti capitali a disposizione.

Un esempio interessante è stato quello delle attività di bed & breakfast che si sono rapidamente moltiplicate soprattutto ad opera di giovani e donne di un ceto borghese professionale che in questa attività, come anche nel settore dell’agriturismo, hanno trovato una fonte di reddito ma anche di soddisfazione della propria creatività. È stata sufficiente una legge regionale che facilitasse l’iter delle autorizzazioni e concedesse anche piccoli incentivi per far esplodere la voglia di impresa che covava in tanti giovani e tante donne, anche laureati.

Questa è la strada, a mio avviso, che le istituzioni politiche dovrebbero portare avanti nel Mezzogiorno, rinunciando per sempre ai modelli e metodi clientelari finora utilizzati e che, almeno finora, lo hanno strozzato, nell’assistenzialismo e nel sottosviluppo.
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÁ AL SETACCIO

LA CIRCONVENZIONE DI INCAPACE. UN CASO CONCRETO

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Spesso succede che la persona anziana venga strumentalizzata al fine di disporre del suo patrimonio. Gli aspetti civili e penali.
Di Simona Carandente

Con l”avanzare dell”età ed il naturale mutare delle stagioni umane, è normale che ciascuno di noi perda, oltre alle forze fisiche, anche l”autonomia nel poter disporre liberamente della propria persona e del proprio tempo libero.
Difatti, capita sovente che la persona anziana, sempre meno autosufficiente e capace di badare ai propri interessi con lucidità, venga considerata dagli stessi familiari come un ingombro, difficile da gestire poichè necessitante, nella maggior parte dei casi, di una continua assistenza notturna e diurna.

Molte di queste situazioni, pur se in apparenza tranquille, sono per natura voltate a degenerare, con delle conseguenze spesso di difficile gestione, e per tal motivo portate sovente innanzi alle aule di giustizia.
Nel caso di specie, il sig. C. si è rivolto al legale per esporre una questione di non facile soluzione: il proprio padre F., quasi vicino al secolo, è praticamente gestito da A., unico figlio non sposato che, da qualche anno, è rimasto il solo all”interno della casa familiare a prendersene cura.

Il vero, serio problema di C. è proprio nel modo in cui il fratello si occupa del loro padre: non solo riscuote la pensione del genitore, ed i relativi arretrati, in maniera del tutto indisturbata, ma da qualche tempo ha anche convinto l”anziano, debole fisicamente e peraltro allettato da un po”, a vietare l”accesso alla casa familiare agli altri fratelli.
C. è preoccupato sotto un duplice punto di vista: da una parte crede che il padre sia stato plagiato, nel corso del tempo, da parte dell”altro fratello, approfittando della sua sudditanza morale e psicologica; dall”altra teme che il fratello A., lasciato libero di agire, possa continuare ad appropriarsi dei redditi del padre nonchè, ipotesi più grave, vendere con un artificio la stessa casa familiare intestata al genitore.

Dal punto di vista del diritto penale, in casi del genere, è possibile fare ben poco: infatti, reati quali la circonvenzione di incapace (art. 643 c.p.), rientrante nella categoria dei delitti contro il patrimonio, non sono punibili qualora commessi a danno di prossimi congiunti, come nel caso di specie, posto che la legge, con una logica non sempre comprensibile, tende comunque a salvaguardare l”unità familiare ed il buon andamento di quest”ultima.

L”unica strada concretamente percorribile, dal punto di vista legale, è quella fornita dal diritto civile attraverso la procedura di interdizione (art. 414 e ss c.c.): quest”ultima, che passa necessariamente per l”esistenza di un”incapacità di intendere e di volere del soggetto, tende a far sì che a questo venga inibita la capacità di porre in essere atti giuridici, nè di ordinaria nè di straordinaria amministrazione, per i quali si procede alla formale nomina di un tutore, scelto preferibilmente in ambito familiare.

Nei casi meno gravi, sarà comunque possibile ricorrere alla figura dell”amministrazione di sostegno, nata allo scopo di affiancare l”incapace nella cura dei propri interessi, senza privarlo del tutto di ogni potere decisionale. La nomina, a cura del giudice tutelare, dura dieci anni, e può essere utile anche a tutte quelle persone, non necessariamente anziane o incapaci, che possano aver bisogno di sostegno nell”esercizio dei propri atti di autonomia negoziale. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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