COSA INQUINA IL VOTO E LA NOSTRA LIBERTÁ

Il voto va espresso sempre in piena libertà, senza condizionamenti. Ma ci sono troppi elementi che rendono vano il principio. Il clientelismo, ad esempio.
Di Don Aniello Tortora

In questi giorni i giornali titolano, in grande, i “condizionamenti”, anche della criminalità organizzata, sul voto.
A “bocce ferme”, dopo una campagna elettorale definita da tutti “la più litigiosa e arrogante” degli ultimi tempi, è indispensabile riflettere su quanto accaduto.
La parola “Libertà” è stato il termine più usato e abusato. Ma, siamo veramente liberi? Si è veramente liberi quando si esprime il proprio voto? Quali i condizionamenti e le manipolazioni?
Libertà di voto, voto in libertà, voto di libertà. Espressioni sentite molte, troppe volte, agitate come slogan, alzate come bandiere.

La libertà di voto è e deve essere sempre garantita, il voto va espresso in piena e consapevole libertà, anzi esso esprime la libertà democratica del singolo cittadino. Si aggiunga che la logica della gratuità è l”intima natura della libertà; ciò comporta che l”atto libero non è gravato da debiti nè avanza crediti. Se si parte, poi, dal presupposto che non esiste una libertà assoluta, una libertà sciolta da ogni forma di vincolo, che l”uomo di per sè in ogni suo gesto nasconde più o meno inconsapevolmente tanti condizionamenti, allora bisognerà convenire che anche il semplicissimo gesto di un voto non è frutto dell”assoluta decisione della volontà dell”elettore.
I condizionamenti sono tanti e di varia natura.

Si va dall”amicizia personale, al di là degli schieramenti partitici o politici che nelle elezioni locali passano sempre in second”ordine, ai rapporti di parentela. Molti candidati al potere locale mettono in atto la scelta “scientifica”, studiata a tavolino, di dividere le famiglie. Certo, nelle elezioni comunali si è più attenti all”immondizia sotto casa, al segnale luminoso da aggiustare, alle buche nell”asfalto, al parcheggio comodo e sicuro, alla pulizia, e cose concrete visibili, che colpiscono quando si esce di casa la mattina; e ci si lascia convincere dal candidato del condominio, dal vicino di casa o dal collega di lavoro che dice di aver trovato la soluzione. Questo stile è molto diffuso, trasversale, non risparmia nessuno, è bipartisan.

Ci sono, inoltre, motivi di convenienza che spingono a scegliere un candidato piuttosto che un altro: opportunità economica soprattutto. E questo è elemento fortemente inquinante per una vera democrazia. Purtroppo il bisogno di lavoro, specie per le nuove generazioni, per i disoccupati e per chi il lavoro lo ha perso, è una grande limitazione alla libertà di voto. Il diritto al lavoro per tutti è essenziale in una democrazia che pretende di essere compiuta, come il diritto ad un voto libero.

Spesso mi chiedo come si fa, con questa crisi economica, a promettere posti di lavoro, sapendo di mentire e come si fa a dare credito a queste promesse che mai saranno mantenute. Si vota il tal candidato perchè è stata promessa una “ricompensa” (purtroppo anche in denaro!) o l”altro perchè si spera che permetta di raggiungere un scopo molto personale, come un avanzamento di carriera nella propria professione, la realizzazione di un progetto privato. Si vota , poi, quella persona, forse anche perchè si teme di perdere qualche vantaggio, qualche posizione di prestigio, qualche appalto.

È bene ricordarcelo tutti: ad ogni favore fatto e ricevuto corrisponde una ingiustizia ai danni di qualcuno, particolarmente quello più debole e poco garantito.
Clientelismi e favoritismi sono una brutta piaga, difficile da guarire. Dov”è – mi chiedo – la libertà in tutto questo? Dov”è la democrazia, cosi tanto “gridata”? Si è veramente liberi, consapevoli della propria dignità di persone che non si piegano a forme di ricatto più o meno subdoli e striscianti? Ovviamente quel “bene comune” da tutti auspicato e urlato improvvisamente scompare e lascia il posto solo ai propri sudici interessi. Il sospetto, poi, che più di qualche candidato, senza intendere di politica, sia costretto ad accettare di prestare la sua faccia perchè deve sdebitarsi per qualche diritto scambiato per favore o per qualche vantaggio acquisito, è evidente e inequivocabile .

Per non parlare, oltre al resto, dell”attuale “nauseante” legge elettorale. I candidati, senza il voto di preferenza espresso dall”elettore, sono scelti dai “capi” o dalle segreterie dei partiti, intorno ad una tavola imbandita all”inverosimile di un ristorante di grido della capitale, per nulla rappresentativi di un territorio, cui devono rendere conto. È questa la prima e vera riforma che tutti gli schieramenti politici, “distratti” in questo periodo da altri pseudo-problemi, devono attuare, pena la libertà di voto e l”attuazione di una democrazia compiuta.
Se questo non accadrà, temo che l”assenteismo aumenterà alle prossime tornate elettorali. Forse a cominciare anche da me!

Per educarci tutti al vero bene della comunità anche la Chiesa deve fare di più. Sarà necessario per noi cristiani riprendere nelle parrocchie, nei gruppi ecclesiali, la formazione alla socialità, alla legalità, alla giustizia, alla pace, alla politica intesa come servizio e partecipazione attiva alla vita della città.
Diceva il grande don Lorenzo Milani: “Il tuo problema è uguale al mio. Sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia”.
(Fonte foto: Rete Internet)

I CIELI NERI DEL PROSSIMO 25 APRILE

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L”anniversario della liberazione dell”Italia dal nazifascismo rischia di passare in sordina. Ormai non si porta più ricordare i perchè del 25 Aprile; troppi i guasti del presente per pensare alla storia andata.

Caro Direttore,
Salvatore ed io c”eravamo conosciuti oltre trent”anni fa. Frequentavamo, da collaboratori, le redazioni dei giornali cittadini, avevamo una laurea in lettere in comune, insieme a buone letture, ad amici che, spesso, chiamavamo compagni e ad alcuni riferimenti (politici, culturali, ideologici) dai quali non prescindevamo mai.
Quando, l”altro giorno, ci siamo rincontrati, abbiamo ripreso subito a ragionare alla nostra maniera e mi ha sorpreso, non poco, sentire dire da Salvatore che, ormai, possiamo sperare solo in Gianfranco Fini.

Ti confesso, Direttore, che credevo di aver sbagliato amico-compagno. Invece, era proprio Salvatore che conoscevo io e parlava proprio dell”ex delfino di Giorgio Almirante, nonchè presenza ingombrante nella stanza dei bottoni della Questura di Genova, all”epoca del famigerato G8. È vero, siamo ridotti proprio male se, per individuare una via di sbocco alle vicende italiane, bisogna rifare la verginità a personaggi dall”imene tragicamente lacerato!

Intanto, la mia collega di Groppello Cairoli, che continua a professarsi progressista e di sinistra, si dice d”accordo con quelli della Lega, che –sostiene- le sono visceralmente antipatici (veramente usa un”espressione più colorita: le stanno sulle palle), però, difendono buone cause. E le buone cause sono le seguenti: eliminazione della transumanza docente dal sud al nord; graduatorie regionali per ogni incarico di lavoro; allontanamento degli extracomunitari (che, fra l”altro, puzzano); divieto di sedersi a mensa per gli alunni che non pagano (perchè non ne hanno la possibilità) il ticket; discriminazione quasi razziale per tutti quanti, a vari motivo, vengono dal sud e, in special modo, da piccole realtà territoriali. Insomma, a tutti i poveri cristi che vengono dalle terre oltre Eboli, -ma anche a quelli che vengono dalla Campania, dalla Puglia e dal Molise- , un invito a non farsi più vedere in un giro condiviso di conoscenze e di possibilità lavorative.

Quando, poi, le ho chiesto se, per caso, non avesse votato anche Lega, mi ha risposto di no; ma ha aggiunto che i leghisti si sono sostituiti alla politica dei vecchi comunisti, sanno parlare al cuore della gente e ne capiscono le necessità. “Sorcula, sorcula; magna sorcula!”. Ovviamente, degli imminenti 150 anni dell”Unità d”Italia non ne sa niente ed argomenta anche il perchè: da donna di scuola sedicente progressista e di sinistra, con metodo didattico oculato e parsimonioso (tradotto significa: “cazzimma” anche nel carico orario!), ha ceduto al suo collega l”insegnamento della storia, mentre ha tenuto per sè quello della geografia! Gregorio, un bidello meridionale, sintetizza dicendo che quella maestra sedicente progressista e di sinistra è tenuta a sapere dove si trova la città di Torino, mica la storia che ha respirato o di cui è stata protagonista!

Caro Direttore, fra tre giorni, domenica, si celebra il 65° anniversario della Liberazione dell” Italia dal giogo nazifascista. Credo che per molti sarà una domenica come un”altra. Si perde anche la festa, a che serve ricordare un anniversario simile? Sui giornali ci sarà sempre meno spazio (ormai è una data anacronistica); da qualche parte qualcuno (sempre più incanutito, sdentato e, per una buona maggioranza di persone, solo “laudator temporis acti”) esalterà ancora i valori della Resistenza; da più parti, invece, si invocheranno una festa ed una memoria condivisa! Sì, perchè , in fin dei conti, si ricorrerà –talvolta con molto successo- all”assurdo logico di un”idea di memoria (questa volta non condivisa nè condivisibile) inutile.

Quello della memoria, infatti, è un riferimento ai morti (da una parte e dall”altra), ad un tragico epilogo, che impressiona ma che esclude le cause, le ragioni, i fatti, le violenze, le idee, i valori, che hanno portato a quell”atto finale. Chi glielo dice più ai giovani di oggi che solo una parte di Italiani lottò e si immolò per la libertà di tutti? E chi glielo dice più agli stessi giovani che, precedentemente, una piccola parte di Italiani aveva cospirato, con successo, per togliere la libertà a tutti quanti non avessero condiviso l”ideologia e le finalità di un partito, di un regime, di uno Stato fascista?

“Cara Gisella, quando leggerai queste righe il tuo papà non sarà più:Il tuo papà è stato condannato a morte per le sue idee di Giustizia e di Eguaglianza. Oggi sei troppo piccola per comprendere perfettamente queste cose, ma quando sarai più grande sarai orgogliosa di tuo padre:Per me la vita è finita, per te incomincia, la vita vale di essere vissuta quando si ha un ideale, quando si vive onestamente, quando si ha l”ambizione di essere non solo utili a se stessi ma a tutta l”Umanità.”, (Lettera di Eusebio Giambone, linotipista di 40 anni, fucilato nel 1944 dopo essere stato arrestato e processato da alcuni elementi della Federazione dei Fasci Repubblicani di Torino).

Caro Direttore, non so se altri 25 aprile siano stati mai celebrati sotto cieli più neri. Non per le condizioni meteorologiche nè per le ceneri del vulcano irlandese dal nome (Eyjafjallajkull) impronunciabile. Ma solo perchè siamo allo sfascio più totale (sanità scuola, lavoro, giustizia, politica, partecipazione, cultura, democrazia. . .) e sempre per colpa degli “altri”.

Però, questa volta, si spera ci tragga dalla palude l”attuale Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, già segretario nazionale del Fronte della Gioventù, già segretario nazionale del Msi-Dn, poi, An, e cofondatore del Pdl.

“Il forte si mesce col vinto nemico./ Col nuovo signore rimane l”antico;/ l”un popolo e l”altro sul collo vi sta:/ dividono i servi, dividon gli armenti;/ si posano insieme sui campi cruenti/ d”un volgo disperso che nome non ha.”, (A. Manzoni, “Adelchi”).

Sessantacinque anni fa, i nostri padri ricevettero il dono della Libertà dal sacrificio estremo di tanti loro coetanei. Poi la ereditammo noi quella Libertà, forse, con un po” troppa disinvoltura. Quindi, le cose sono andate come sono andate: cioè male. Ora c”è solo l”obbligo di resistere, in ogni modo e con tutte le forze. Perchè, in definitiva, quella Libertà è d”obbligo sia tramandata “libera” e intatta ai nostri figli e ai nostri nipoti.
(Fonte foto: Rete Internet)

LITORALE DOMIZIO. “RIVIERA DELLA VERGOGNA”

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L”intero territorio è sotto il controllo della camorra, che ne ha fatto un gigantesco sversatoio di rifiuti industriali tossici e nocivi provenienti da tutta Italia. Tutto alla luce del sole.
Di Amato Lamberti

Il litorale domizio è l”emblema della condizione in cui versa il territorio della regione Campania. Praticamente una terra di nessuno, dove lo Stato non c”è, dove ognuno può pensare di fare quello che gli pare, dove l”unica legge è quella della violenza, dove l”unica pratica è quella dell”abusivismo, e che le stesse amministrazioni pubbliche usano come terreno di risulta dove allocare depuratori e discariche di rifiuti e di ogni specie di materiali.

Il paradosso è che si tratta di un”area con enormi potenzialità turistiche ed economiche che potrebbe dare lavoro ad almeno centomila persone e a diverse migliaia di aziende e di imprese. Non stiamo quindi parlando di un”area di risulta, senza prospettive, tagliata fuori da ogni possibilità di sviluppo e di progresso. Stiamo parlando di un”area costiera con lunghe spiagge sabbiose e con alle spalle pinete secolari ed aree archeologiche, come quella di Cuma, di enorme importanza.
Un”area che, anche per le sue caratteristiche, avrebbe meritato progetti di investimento e di sviluppo come quelli che hanno interessato la riviera romagnola e l”intera riviera adriatica con la creazione di poli di attrazione turistica come Milano marittima, Cesenatico, Riccione, Cattolica.

Questi investimenti non ci sono stati e il litorale domizio è stato trasformato nella “riviera della vergogna”, con le spiagge invase da vermi grandi come topi, con il mare più inquinato d”Italia, dove sversano depuratori che non hanno mai funzionato, canali di scolo che raccolgono acque nere di intere città come Marano, Giugliano, Castel Volturno, non dotate di sistemi fognari adeguati.
Gli stessi canali costruiti dai Borboni per la regimentazione delle acque piovane, i Regi Lagni, si sono trasformati in canali fognari a cielo aperto che raccolgono i reflui fognari di migliaia di allacciamenti abusivi e in discariche di ogni sorta di rifiuti provenienti in particolare dalle aziende per l”allevamento di bufale e la produzione di mozzarelle.

Naturalmente tutto quello che i Regi Lagni raccolgono, comprese le carcasse degli animali e i residui di lavorazione delle aziende che trattano scarti di macelleria, finisce a mare in acque che, dati i bassi fondali, diventano putrescenti, d”estate come di inverno. Gli unici a protestare, ogni anno all”apertura della stagione dei bagni e dell”elioterapia, sono gli operatori balneari che pagano per concessioni di spiagge che in molti casi è impossibile frequentare a meno di voler correre il rischio come minimo di dermatiti e ogni sorta di allergie. Il mare è del tutto off limits. Gli abitanti dell”area non inscenano proteste perchè essendo le loro abitazioni quasi tutte abusive temono interventi di controllo e demolizione.

Ma come tutto questo è stato possibile, viene da chiedersi. La risposta è semplice: la camorra. L”intero territorio è sotto il ferreo controllo di cosche malavitose che ne hanno fatto un gigantesco sversatoio di rifiuti industriali tossici e nocivi, sempre pronto per ogni operazione di smaltimento illecito di rifiuti provenienti da tutta Italia. I camion della camorra si muovono tutti i giorni, di notte come di giorno, su questo territorio, nella più totale sicurezza dell”impunità, per scaricare nelle buche appositamente preparate il loro carico di veleni. Per lungo tempo hanno gestito anche discariche di rifiuti solidi urbani, fornite di tutte le autorizzazioni, nelle quali occultavano anche rifiuti tossici. Anche lo Stato, assecondando le decisioni prese dalla camorra, aveva destinato quel territorio non allo sviluppo turistico ma agli affari dello smaltimento dei rifiuti.

Quando lo Stato decise non di togliere le discariche ma di gestirle in proprio attraverso i prefetti, la camorra non si fermò: troppo era l”oro che si poteva ricavare dai rifiuti. Passò semplicemente allo sversamento illegale utilizzando ogni pezzo del territorio compresi i laghetti costieri formatisi con il prelievo abusivo di sabbia per le costruzioni. Nessun pezzo del territorio si è salvato dall”aggressione selvaggia. Oggi è diventato la “terra dei fuochi” perchè continuamente cumuli di rifiuti, anche tossici, sono dati alle fiamme e, di notte, illuminano sinistramente un territorio deserto dove solo la camorra ha il diritto di muoversi ed operare.
(Fonte foto: www.laterradeifuochi.it)

GLI ALTRI ARGOMENTI TRATTATI

CARCERI. PER UN SOLO ANNO DI PENA SI PENSA AI DOMICILIARI

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Il sovraffollamento delle carceri induce il legislatore a trovare soluzioni urgenti. Ma viene da chiedersi come mai mancano riforme risolutive e di ampio respiro.
Di Simona Carandente


Con l”avvicinarsi del periodo estivo e l”aumentare della temperatura, si torna nuovamente a parlare delle condizioni in cui moltissimi detenuti sono costretti a scontare la propria pena, all”interno dei penitenziari sparsi sull”intero territorio nazionale.
La problematica, ancora una volta, non è di facile nè agevole soluzione. Del resto, anche a volerne rinvenire una, questa non sfuggirebbe alla tentazione di alcuni, in special modo i fautori della teoria retributiva della pena, a minimizzare il problema e i suoi riflessi sulla cosiddetta società civile.

Non si può non considerare, del resto, che quella del sovraffollamento delle carceri non sia una problematica di massa, tenuto conto del fatto che l”opinione pubblica, sovente divisa tra innocentisti e colpevolisti, non riesce sovente a comprendere una delle prime funzioni della pena nel nostro ordinamento positivo, ovvero quella rieducativa.
Ad ogni modo, prescindendo dalla sensibilizzazione o meno sul tema, il problema rimane incondizionatamente tale, al punto che ciclicamente il legislatore si ingegna nel rinvenire soluzioni palliative, tese ad arginarne i devastanti effetti.

Ad esempio, qualche anno fa venne emanata la legge sul cd. “indultino”, seguita a ruota da quella sull”indulto, fino a giungere ai giorni nostri ove il governo, allo scopo di poter temporaneamente alleggerire la popolazione penitenziaria, sta pensando di varare un provvedimento di urgenza contro il fenomeno del sovraffollamento.
In particolare, il decreto legge prevederà la possibilità, per chi debba scontare un solo anno di reclusione, verosimilmente anche come residuo di maggior pena, di poter beneficiare del regime degli arresti domiciliari, scontando pertanto la sanzione penale presso la propria abitazione, o presso un domicilio alternativo.

Inutile dire che, in relazione alla concreta possibilità di poter arginare il fenomeno, specie con l”avvicinarsi del periodo estivo, la decretazione di urgenza potrà fornire immediatamente risposte concrete: indubbiamente, però, viene da chiedersi le motivazioni di una legislazione spesso miope, e della mancanza di riforme risolutive e di più ampio respiro.
Difatti, anche per quel che concerne la cosiddetta certezza della pena, la risposta fornita dal decreto legge non appare esauriente, nè tantomeno esaustiva.

Rimedi quali l”edificazione di nuove strutture carcerarie sul territorio, l”introduzione di regimi alternativi alla detenzione che trasformino il detenuto in concreta forza lavoro, nonchè la stessa diminuzione dei tempi di durata massima di custodia cautelare potrebbero, laddove affrontati e risolti con una riforma organica della giustizia, condurre ad una pena certa che contemperi, una volta per tutte, i diritti della popolazione penitenziaria con le esigenze di protezione della collettività. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL PRIMO SENTIERO DI “PASSEGGIATE VESUVIANE”

Prende il via la rubrica nata per illustrare i sentieri da conoscere e percorrere lungo il Parco Nazionale del Vesuvio.
Galleria fotografica all”interno

Chi ha deciso di portare i rifiuti nel Parco Nazionale del Vesuvio è evidente che non conosce le bellezze naturali di questo posto. “Passeggiate Vesuviane”, a questo punto, diventa una forma di resistenza civile a quel disegno: il territorio si ama solo se lo si conosce.
Avviamoci lungo il primo sentiero.

Iniziamo con un sentiero facile facile, solo 12 chilometri!
Niente paura! Non mi sto prendendo gioco di voi, in realtà, questo, come molti altri sentieri vesuviani, può essere gestito in base alle vostre necessità podistiche e ridotto qualora se ne presentasse la necessità. Il dislivello poi non è elevato, solo 500 m. Il sentiero numero uno dell”Ente Parco attraversa, in buona parte, la Valle dell”Inferno, che, nonostante il poco invitante nome, risulterà, soprattutto in primavera, essere tutt”altro che infernale e di piacevole percorrenza.

Le raccomandazioni, in questo caso, come lo sarà per gli altri percorsi, sono in linea di massima sempre le stesse: calzature adatte alla montagna, bastoncini per l”equilibrio e la fatica, tanta acqua e una buona dose di prudenza, che non è mai troppa. Non bisogna essere dei rambo per divertirsi in natura e l”entusiasmo di entrare in contatto col nostro vulcano basterà a sopperire alla stanchezza e all”inesperienza.
L”accesso ufficiale al sentiero è quello da Ottaviano ma non mancano comunicazioni con il resto della sentieristica vesuviana. Raggiunta la cittadina, sede dell”Ente Parco, attraverso la statale 268, si arriva facilmente, seguendo la strada principale e le indicazioni “Valle delle Delizie”, all”ingresso del sentiero (quota 500 m.s.l.m.).

Dallo spiazzo, prospiciente un ristorante e un piccolo bar (utile all”occorrenza, per le birre sempre fredde!), si supera una sbarra di metallo rossa e dopo dieci fastidiosi tornanti di strada asfaltata, vestigia dei nefasti interessi sulla zona, si arriva finalmente al sentiero vero e proprio.
La profumata pineta sfuma, man mano che si sale, in un bosco di lecci e castagni, ma non mancano gli ontani e le onnipresenti robinie (Robinia Pseudoacacia). La passeggiata, assai piacevole, ci condurrà, dopo circa 1.800 m. a Largo Prisco (quota 724 m) dedicato alla memoria del maresciallo della guardia di finanza Angelo Prisco, ucciso in quei luoghi nel 1995 dai bracconieri. Di qui si diramano tre strade ma quella da seguire è quella più a sinistra e indicata dal segnavia giallo (n.b. talvolta i colori dei segnavia saranno più di uno per la concomitanza di più sentieri).

Si segue, in leggera salita, una piacevole e rilassante stradina che incontrerà sulla destra una casetta dalle imposte rosse, di proprietà del comune di S.Giuseppe Vesuviano, attualmente in uso dagli operai forestali della Provincia, unici manutentori dei percorsi. Dopo circa quattro chilometri si giunge al cosiddetto Slargo della Legalità, altro luogo simbolo, strappato alle grinfie della malavita che sembra volesse farne un residence con annesso campo da golf. Lo scenario è dei migliori (residui turistici e atti vandalici permettendo!), il Vesuvio in primo piano, e le ginestre, ad incorniciarlo. Questa potrebbe essere una prima tappa per coloro che preferiscono la qualità alla quantità per riposare, mordicchiando qualcosa per ristorarsi.

Piacevole fin qui anche l”ascensione notturna poichè di facile accesso e priva di ostacoli di rilievo, e le notti, tra maggio e giugno, con i profumi delle ginestre, la valeriana rossa, il pino e l”elicriso inebriano gli animi, soprattutto se coadiuvati da un buon Lacrima Cristi locale. Ma proseguiamo alla luce del sole, che, soprattutto d”estate può fare brutti scherzi, utile quindi l”immancabile cappellino e una crema protettiva per evitare problemi indesiderati. S”imbocca quindi, sempre sulla sinistra (ovest), una stradina che sale verso il vulcano, segnalata sempre dal segnavia giallo. Dopo quindici/venti minuti di tranquilla salita, intervallata da tre rampe di scale in legno, si imbocca a quota 848 e dopo 5 km di cammino, la famosa strada Matrone, fatta costruire dalla lungimirante famiglia di imprenditori vitivinicoli agli inizi del “900, splendido punto panoramico sulla Valle e sui Cognoli di Ottaviano.

Si sale a destra fino al bivio (quota 997 m.s.l.m., punto più alto del percorso) che conduce al Gran Cono, ma pazienza! Non è lì che dobbiamo andare, sarà per un”altra volta, c”è la Valle dell”inferno che c”aspetta. Infatti, svoltando a destra come da indicazione, in leggera discesa, raggiungeremo, sempre sulla destra, una deviazione (dopo circa 7.5 km di percorso totale). Una scalinatella ci condurrà nel pieno della Valle, tra pini marittimi, domestici e le arboree ginestre dell”Etna. Questa è per me la parte più bella, passeggiare tra le alte ginestre, tra boscaglia e improvvise radure, fa tornare bambini e rispolverare la voglia di scoprire che era in noi.

Dopo circa nove chilometri giungiamo in un anfiteatro naturale proprio sotto i Cognoli (i “comignoli” della caldera del Somma, il perimetro del più antico e grande vulcano), da notare, sulla vostra sinistra, il particolare arco naturale formatosi con gli scherzi che il vulcano ha saputo fare nella sua lunga storia, cosi come più avanti ha fatto con le lave “a corda” e il crepaccio, sorta di grotta per gli amanti del brivido (Attenzione! Munitevi di casco e affrontatene con cautela la perlustrazione, la sua lunghezza, di circa 80 m, e sovrastata da una volta instabile).

Il sentiero continua e ci condurrà tranquillamente, attraverso un agile percorso, di nuovo allo Slargo della Legalità dove ripercorreremo a ritroso la strada fatta all”andata fino a quota 500.

ARTICOLO CORRELATO

UN PERCORSO DI FILM PER CAPIRE GLI ADOLESCENTI E FARSI CAPIRE

Con gli studenti del Mercalli di Napoli si discute di conflittualità tra pari e con l”adulto, nel gruppo classe o in famiglia. Obiettivo: migliorare le abilità psico-relazionali.
Di Annamaria Franzoni

Riprendono gli incontri del mercoledì, presso l”aula multimediale del Liceo Mercalli, rivolti ai ragazzi di età compresa tra i 13 e i 16 anni che vogliano confrontarsi e discutere sulle conflittualità tra pari e con l”adulto, all”interno del gruppo classe o della famiglia, offrendo un contributo al proprio e all”altrui sviluppo delle abilità psico-relazionali, di cui tanto bisogno c”è nella complessa odierna vita sociale.

I laboratori, programmati nell”ambito del Progetto Scuole Aperte “Uno sguardo verso l”altrove”, finanziato dalla Regione Campania, saranno condotti da chi scrive e si prefiggono di sostenere lo sviluppo e la crescita del giovane, nella sua complessità, favorendo l”armonizzazione della sfera emotiva, cognitiva ed istintuale.
La fascia d”età coinvolta nelle attività è, infatti, in piena fase di crescita emotiva e psicologica, oltre che fisica: pertanto è molto difficile per il nostro giovane adolescente trovare la sua giusta collocazione nella famiglia, nel gruppo dei pari ed in generale nella società. Sempre più variegati ruoli, esigenze e bisogni muovono il ragazzo verso la continua ricerca di una sua identità personale e sociale.

In una fase così delicata il giovane non riesce a vivere in modo sereno questo momento mettendo in atto una serie di comportamenti “devianti”, che se non contenuti, concorreranno ad etichettarlo, dando vita ad una complessa spirale.
Questa fase della vita, d”altro canto, è così ricca di potenzialità, in attesa di esplicarsi, che ritengo che questi momenti di extra-scuola nelle pareti scolastiche, possano favorire il confronto dei giovani tra i giovani affinchè il singolo si formi come “persona” sotto la guida di un orientatore che sia disposto ad ascoltare e a facilitare la sua capacità di attenuare le conflittualità che spesso li contraddistingue.

Ho scelto per questo modulo dall”eloquente titolo “Adolescente:.mente” la seguente rassegna cinematografica che farà da sfondo ai laboratori di discussione e di riflessione che emergeranno dalle trame stesse dei film e soprattutto dalle emozioni che sicuramente tali splendide storie sapranno suscitare nei sensibili animi dei giovano spettatori:
Jack frusciante è uscito dal gruppo di Enza Negroni; The truman show di Peter Weir; L”albero delle pere di Francesca Archibugi ; Sognando Beckam di Gurinder Chadha ; Mai più come prima di Giacomo Campiotti ; American graffiti di Geoge Lucas.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LA DELEGA AD “ALTRI” CI FA FELICI E SPENSIERATI

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Ognuno è pronto a criticare “il sistema”, i guasti, le ruberie. Ma ecco che, appena si spengono le luci, ricompare il sortilegio: l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata. Naturalmente, è colpa degli “altri”.

Caro Direttore,
in fin dei conti, è così comodo stare alla finestra! Le castagne dal fuoco le devono togliere sempre gli altri; le proteste le devono fare sempre gli altri; un voto per cambiare lo devono dare sempre gli altri; la fila è meglio la facciano gli altri; le costruzioni abusive le edificano gli altri e gli imbrogli sono comportamenti di altri. Ma gli altri chi sono? Sicuramente, sono quelli della porta accanto, quelli che si incontrano in piazza o in ascensore, quelli che viaggiano in treno o giocano a burraco, quelli che prendono la tintarella otto ore al giorno e quelli che, per altrettante ore, fanno palestra.

E siamo anche noi. Perchè noi siamo “gli altri” per gli altri di cui prima. Ed, allora, c”è come una continua delega a qualcuno che è responsabile di non voler cambiare, a qualcuno a cui manca il coraggio di dire “no basta!”, a qualcuno che, secondo gli altri (e, quindi, secondo anche noi), vive bene in questo marasma.

Viviamo in un paese a vocazione vandeana e cesarista. Lo spirito reazionario è sempre vivo in ciascuno di noi e tutti reclamiamo –ignorando il passato, la storia- un governo (che sia quello centrale o quello periferico, non fa differenza!) forte, mascherato da forme di pseudodemocrazia (magari condito anche da qualche salacità o da qualche barzelletta). Viviamo in un paese xenofobo e clericale. Gli stranieri (ma anche i meridionali; o, almeno, tutti quelli che abitano il sud di una qualsiasi terra) puzzano, sono ladri, violentatori e sfaccendati. Sud è diventato sinonimo di arretratezza, di inciviltà, di incultura, di selvatichezza, di rozzezza. Nemmeno il rifugio nella religione dà più un sollievo.

La Chiesa è sempre più un luogo di pene da espiare, mentre i suoi rappresentanti con sempre maggiore convinzione affermano il principio del “fai come dico io, ma non fare come faccio io”. Negli ultimi tempi anche i santi sembrano diventati più diffidenti e sofferenti: i loro simulacri sono di una tristezza unica, non sorridono più. Almeno gli antichi dei avevano vizi e passioni uguali a quelle dei terreni! Tradimenti, incesti, zoccolerie, pedofilia! Non è che gli ecclesiastici di oggi (non tutti, per fortuna) abbiano cambiato maestri e riferimenti? Non più Gesù, Giuseppe e Maria ma Giove, Apollo e Venere!

Viviamo, caro Direttore, in un paese a vocazione populista e mafiosa. Chiunque fa una cosa, un atto, prende una posizione o promette un sogno, lo fa per turlupinare le masse, carpirne il consenso. Sembra una continua festa di piazza: i riflettori accesi, gli altoparlanti a mille, la musica assordante e un popolo che, in delirio, applaude, senza gusto, senza entrare nello spettacolo ma proponendosi esso stesso come spettacolo! E, quando questa esposizione festaiola (o festivaliera) svanisce, per cose più serie, più strettamente personali, ecco che subentra l”atteggiamento delinquenziale, malavitoso.

A ognuno di noi spetta tutto quello che vogliamo, anche in spregio dei diritti degli altri. E questo modo di vivere è condito da azioni, che contemplano l”istituto della raccomandazione, dei pizzini, delle calunnie, delle minacce e via discorrendo. Un modo per affermare che l”epoca del “mi manda Picone” non è mai tramontata.

Però, ciascuno pensa che di questo malessere siano responsabili gli altri. “Un giorno o l”altro questa crisi si concluderà, come tutte le altre, lasciando dietro di sè innumerevoli vittime e qualche raro vincitore. Ma qualcuno di noi potrebbe uscirne in uno stato di gran lunga migliore di quello con cui ci siamo entrati. Questo a patto di comprenderne la logica e il percorso, di servirsi delle nuove conoscenze accumulate in vari settori, di contare soltanto su se stessi, di prendersi sul serio, di diventare attori del proprio destino e di adottare audaci strategie di sopravvivenza personale”, (Jacques Attali, “Sopravvivere alle crisi”, Fazi, 2010).

Qualche anno fa, quando si guardava, con curiosità e speranza, al terzo millennio, sembrava che ognuno ambisse arrivarci, per godere di tutte le conquiste di libertà e di democrazia ricevute in eredità dagli avi, più recenti e più antichi. A terzo millennio avviato, invece, le cose non sono andate proprio così! Le libertà si mettono in discussione ogni giorno, la democrazia è un luogo comune.

Caro Direttore, non so se per una strana o fortunata combinazione, porto (immeritatamente) il nome di un personaggio letterario, che vive nel romanzo “Fontamara” di Ignazio Silone. Quando muore Berardo Viola, è proprio l”umile contadino (scarpe grosse e cervello fino!) Raffaele Scarpone che si chiede “che fare?”, rispetto a tante angherie del sistema politico, rispetto alle innumerevoli cose che non vanno nella piccola comunità della piana del Fucino.
Caro Direttore, il tempo per non precipitare nell”abisso è meno di zero. In nome del federalismo stanno distruggendo la scuola, la sanità, il lavoro. In nome della ragion di Stato (ma anche di sedicenti partiti politici) stanno eliminando il dissenso, il confronto, il pensiero divergente, diverso, minoritario.

In nome di una visione personale del raggiungimento e del mantenimento del potere, stanno minando i principi della Costituzione, stanno contrabbandando diritti per sè e doveri per gli altri, stanno disegnando un Paese classista, governato da una oligarchia plutocratica (nei piccoli centri, nelle città, nel Paese Italia).
Il Mahatma Gandhi era solito ripetere: “Siate voi stessi il cambiamento che volete vedere nel mondo”. Ecco perchè, forse, è ancora necessario continuare a chiedersi “che fare?”, da soli, con gli altri, tutti insieme!

GLI ARGOMENTI TRATTATI

LA CHIESA E LA PEDOFILIA

C”è sconcerto nel popolo di Dio. La pedofilia nella Chiesa è una vicenda dolorosa e complessa. Ma in fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione.
Di Don Aniello Tortora

È l”argomento del giorno. Se ne parla su tutti i giornali, nelle sacrestie, tra i preti e i fedeli. C”è molto sconcerto nel popolo di Dio.
Per una riflessione su questa dolorosissima, quanto complessa vicenda vorrei partire da un articolo apparso su Famiglia cristiana.

“Il Papa agisce, gli Stati no”. É quanto ha sostenuto Famiglia Cristiana in un editoriale dedicato allo scandalo della pedofilia. “Quale Stato si è mai preoccupato seriamente dell”abuso sessuale dei minori come fenomeno sociale di estrema importanza?” si è chiesto polemicamente il settimanale nell”articolo, in cui sono riassunte tutte le iniziative della Chiesa di Benedetto XVI, “per scovare, denunciare e assumere pubblicamente il problema, portandolo alla luce e perseguendolo esplicitamente”.

“Lo scandalo mediatico scatenato sui preti pedofili in due continenti, Europa e America, sta rivelando un fenomeno di malafede difficilmente immaginabile per qualsiasi altro caso di comportamenti immorali e illegali. È ora di reagire sul piano della realtà e dire le cose come stanno davvero”, si legge nel testo. L”articolo ha ribadito poi che “la pedofilia è per la Chiesa cattolica vergogna e disonore, come ha scritto Benedetto XVI nella Lettera ai cattolici irlandesi, in cui parla di crimini abnormi e di colpo inferto alla Chiesa, a un punto tale cui non erano giunti neppure secoli di persecuzione”.

Di fronte allo scandalo pedofilia anche i vescovi italiani “non si oppongono, ma anzi convergono, con una leale collaborazione con le autorità dello Stato, a cui compete accertare la consistenza dei fatti denunciati”. “Sgomento, senso di tradimento e rimorso per ciò che è stato compiuto da alcuni ministri della Chiesa” è stato espresso, in un documento, dai vescovi italiani. I Vescovi hanno riaffermato, inoltre, la vicinanza alle vittime di abusi e alle loro famiglie, parte vulnerata e offesa della Chiesa stessa”.

A Roma e dintorni molti hanno reagito con fermezza alle critiche rivolte al Papa per il suo silenzio su questi temi in tutti i discorsi pronunciati nella Settimana santa. Perchè, si chiede la stampa vaticana, si è prodotta questa “ignobile operazione diffamatoria” nei confronti della chiesa? Come mai gli attacchi colpiscono un Papa, come Benedetto XVI, che ha fatto della denuncia delle sporcizie nella chiesa un punto qualificante del suo pontificato? Molti in Vaticano denunciano un vento anti-romano che soffia con sempre maggior forza, per ridurre il peso della chiesa cattolica nella società e ammorbidire le sue verità religiose e morali.

Lontano da Roma, a dire il vero, le reazioni di vari uomini di chiesa ad un fenomeno infamante risultano nel complesso meno risentite e più propositive. In Austria, ad esempio, il cardinale Schonborn ha detto nella liturgia della Settimana Santa che “se le vittime parlano, Dio parla a noi”; mentre un suo confratello, il Vescovo di Salisburgo, ha ricordato nella messa di Pasqua che la chiesa è attesa da un “nuovo inizio” e che la risurrezione passa per la via del rimorso, del pentimento, della riconciliazione e della giustizia. Ma forse la riflessione più profonda e attenta sul dramma che la chiesa oggi sta vivendo è contenuta in un ampio articolo del cardinal Karl Lehmann (già arcivescovo di Magonza e per molti anni presidente della Conferenza episcopale tedesca).

L”analisi di Lehmann non manca di prudenza, anche se è improntata al riconoscimento della verità. Anche se si tratta di una scoperta dolorosa e lacerante, si può esprimere sollievo per il fatto che attualmente molti casi vengano allo scoperto.
La chiesa che il prelato tedesco auspica è anzitutto quella che non punta il dito prima sugli altri, dicendo che la pedofilia è un male diffuso e che tocca il clero meno di altre categorie sociali. Oltre a ciò, in questo lavoro di chiarificazione la chiesa è chiamata a cambiare atteggiamento, preoccupandosi più delle vittime degli abusi che degli autori, più dei minori che hanno vissuto uno scandalo che delle sorti dell”istituzione.

A livello personale mi sento di condividere l”analisi del cardinal Lehmann, densa di richiami sull”educazione cattolica, sulla formazione del clero, sulla necessità di collaborare con la giustizia, sugli sforzi che devono fare le chiese locali per seguire le indicazioni del Papa in questo campo. Un manifesto, da cui emerge non soltanto un dramma che la chiesa oggi sta vivendo, ma anche le potenzialità che essa ha per superarlo.
A mio modesto avviso viene alla luce, soprattutto oggi, un”esigenza di un”accurata selezione dei candidati al sacerdozio, vagliandone la maturità umana e affettiva oltre che spirituale e pastorale.

Penso pure che probabilmente se anche la gerarchia cattolica parlasse di meno dell”argomento, si difendesse in misura minore e fosse più attenta alla testimonianza cristiana sarebbe meglio per tutti.
In fondo un po” di persecuzione ci fa bene come chiesa, ci fa vivere il Vangelo e ci “costringe” alla purificazione. Ringraziando Dio nella Chiesa ci sono tantissimi preti, stimati dalla gente, che ogni giorno danno la vita per gli altri e “fanno quello che devono fare”, per essere “servi inutili”, a servizio del Regno.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA DI DON ANIELLO TORTORA

COMUNI CORROTTI E CITTADINI RASSEGNATI

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Ci sono Enti pubblici in cui il buon governo è una chimera e i cittadini sono rassegnati all”andazzo. Bisogna essere capaci di allontanare i peggiori e immaginare una realtà diversa. Un esempio concreto.
Di Amato Lamberti

In Italia c”è una legge che permette di sciogliere i Comuni, come anche altri Enti pubblici, nel momento in cui si accertasse che sono condizionati, o addirittura “infiltrati”, dalle organizzazioni criminali. Non si prevede, invece, nessun intervento sulla comunità nella quale si verificano queste situazioni di condizionamento del crimine organizzato. Anche per gli amministratori pubblici direttamente coinvolti non si prevedono misure interdittive relativamente alla loro carriera politica.

L”idea sembra sempre essere quella della camorra come “corpo estraneo” rispetto ad una società complessivamente sana. L”importante è quindi colpire i criminali camorristi che impongono con la forza e con il terrore la loro legge e il loro predominio, perchè in tal modo si ripristina la legalità nell”amministrazione e sul territorio. Una carenza su cui nessuno mai si interroga e che invece sarebbe importante come dimostra un esempio americano.

All”inizio degli anni novanta Chelsea, Massachusetts, era considerata una delle città più clientelari, corrotte e inefficienti d”America: Metà del consiglio comunale, compresi quattro sindaci, era stato condannato per corruzione; il corpo di polizia, invece di lottare contro il racket, lo favoriva; i pompieri prendevano tangenti per appiccare gli incendi e permettere alle ditte in fallimento di incassare i soldi delle assicurazioni; l”intero sistema scolastico pubblico era in uno stato di ingovernabilità tale che lo Stato del Massachusetts decise di affidarne la gestione in appalto provvisorio alla Boston University. Chelsea è una piccola città di provincia, di 28.000 abitanti, subito a nord di Boston, nello Stato del Massachusetts.

La storia di Chelsea è interessante, per noi campani (ma anche per tutti i meridionali e non solo) perchè è la storia di una intera città che passa dal consenso alle cosche malavitose, al consenso democratico partecipato, attraverso un intervento congiunto di magistratura, riforma istituzionale e partecipazione dei cittadini alla stesura di un nuovo statuto della città. Praticamente tutti gli abitanti della città, dopo il commissariamento del Comune, da parte dello Stato, vista la situazione di totale illegalità, vengono chiamati a contribuire alla scrittura della loro costituzione.

Quando, nel 1990, fu imposta a Chelsea, da una delibera del Parlamento statale, la gestione commissariale, il Comune era in mano ad una cricca di notabili: l”accesso ai servizi “pubblici” era consentito solo a chi aveva le “giuste conoscenze” e anche la possibilità di trovare un lavoro dipendeva da un sistema di protezioni piuttosto che da capacità e criteri di competenza. Chelsea era un caso particolarmente grave di degenerazione della responsabilità politica e di alienazione dei cittadini: coloro che ricoprivano cariche politiche seguivano regole di condotta completamente autonome e diverse da quelle per le quali erano stati designati. All”inizio degli anni novanta la città aveva accumulato un deficit di dieci milioni di dollari su un bilancio di quaranta e questo nonostante un salvataggio statale dalla bancarotta di ben cinque milioni di dollari.

Dopo molte resistenze si approvò il commissariamento che assegnava allo Stato una autorità assoluta sulla città, sospendeva i poteri del governo locale, e obbligava il commissario a presentare al governatore la proposta di una nuova forma di governo in grado di impedire le disfunzioni precedenti, proposta incorporata in un nuovo statuto della città, in sostituzione di quello vigente. La grande novità del commissario nominato, Lewis Harry Spence, fu quella di non affidare la redazione del nuovo statuto ad un consulente, anche molto titolato, ma di affidarne la redazione agli stessi cittadini che avrebbero dovuto sostenerlo: “se nessuno sa cosa c”è scritto, come facciamo a farlo rispettare?”.

L”idea era quella di elaborare uno strumento per aprire le porte del governo della città a tutti i cittadini di Chelsea, allo scopo di insediarvi una nuova e vitale democrazia.
Il progetto è riuscito grazie anche all”applicazione dei “Programmi di negoziazione” messi a punto dalle più importanti Università americane, come Harvard e Mit. Quante sono le Chelsea sul nostro territorio? In quanti Comuni c”è una realtà di corruzione e la convinzione tra i suoi abitanti che così era e così sarebbe sempre stato? In quante realtà chi osa affermare la possibilità di un buon governo viene considerato ingenuo e ignaro di come vanno davvero le cose?

Furono le attività illegali di una minoranza che avviarono Chelsea giù per la china della corruzione; altri diedero il loro contributo accodandosi, visto che già lo facevano tutti; altri ancora contribuirono passivamente, guardando da un”altra parte o evitando qualsiasi forma di impegno, visto che già accettavano la corruzione come realtà. Situazioni che conosciamo bene, anche perchè ci viviamo dentro. Come Chelsea dovremmo essere capaci di allontanare per sempre dal potere e punire i personaggi peggiori, e di mettere in gioco, nella politica e nell”amministrazione, gente capace di immaginare una realtà diversa per l”intera comunità.

CITTÁ AL SETACCIO

“PARENTI SERPENTI”: UN CASO DI APPROPRIAZIONE INDEBITA

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La nostra rubrica oggi si occupa di quei reati commessi da parenti o persone di fiducia che non esitano ad abusare del loro ruolo.
Di Simona Carandente

Nell”immensa compagine all”interno della quale, sempre più spesso, gli operatori del diritto sono volti ad operare, non si contano episodi nei quali gli autori di reati, delle più vaste tipologie, siano da indentificatsi proprio nei familiari delle persone offese.
Tralasciando i casi più gravi e sicuramente delicati, quali ad esempio gli abusi su soggetti minorenni, le violenze ed i maltrattamenti, capita spesso di imbattersi in casi senza dubbio di minor allarme sociale, ma di notevole pregiudizio per gli interessi delle parti coinvolte, non solo e non necessariamente di natura economica.

Proprio il rapporto di fiducia, alla base delle relazioni affettivo-parentali, è spesso causa di frodi e reati contro il patrimonio, commessi in abuso di rapporti di parentela, di coabitazione o, in taluni casi, di “semplice” fiducia.
La signora V.A., assieme alle sue quattro sorelle, si rivolge al legale per prospettare una complessa questione: qualche mese addietro, le sorelle hanno conferito al nipote C. una procura speciale a vendere degli immobili, facenti parte dell”eredità dei proprio genitori defunti. Proprio il rapporto di fiducia che le lega zie e nipote fa si che l”atto venga rilasciato senza particolari riserve, innanzi ad un notaio come previsto dalla legge, con l”obbligo per il procuratore speciale di ritrasferire alle zie i proventi della vendita, da ripartirsi in porzioni uguali.

Lo scaltro nipote mette in atto una vera e propria messinscena: finge di vendere gli immobili al proprio fratello, o meglio alla moglie di questi indicata come prestanome, per una somma pari a circa la metà del valore di mercato degli stessi. In un secondo momento, adducendo banali scuse, il procuratore speciale si appropria del denaro della vendita, negando ovviamente fino all”ultimo di aver sottratto in tal modo una ingente somma di denaro.

Nella complessa macchinazione di un siffatto reato, i due fratelli otterranno ciascuno vantaggi di natura economica, frodando di fatto le povere zie che si erano rivolte a loro con fiducia.
Con una norma di non semplice comprensione, per i reati contro il patrimonio esiste una causa di esclusione della punibilità, che trova applicazione quando gli stessi siano stati commessi in danno del coniuge, di ascendenti o discendenti o affini in linea retta, nonchè di fratello o sorelle conviventi (art. 649 c.p.).

Tuttavia, per quel che concerne il reato di appropriazione indebita di cui all”art. 646 del codice penale, la legge prevede che, laddove possa configurarsi la circostanza dell”abuso di prestazioni di opera (come in questo caso) si proceda con la fattispecie aggravata, superando quindi la non punibilità prevista per la disciplina generale dei reati contro il patrimonio.

Le sorelle, vistesi comunque truffate e depauperate dei proprio beni, hanno deciso di agire sia civilmente che penalmente nei confronti dei propri nipoti, più che mai convinti di non voler mollare le proprietà accuratamente sottratte alle proprie zie, ritenute probabilmente indifese e facilmente raggirabili. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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