Gli autori del dialogo riflettono sulla difficoltà di trovare una strategia per far leggere i ragazzi. E dunque si chiedono: “perchè (leggere e scrivere), che cosa, come?” Aggiungendo anche : “dove e quando?”.
Di Giovanni Ariola
All”elencazione delle domande del prof. Carlo, è seguito un momento di silenzio da parte dei presenti, come se ognuno si concentrasse per riflettere ed elaborare una risposta personale.
Il prof. Fantasia intanto è entrato alquanto rumorosamente, non solo annunciandosi dal pianerottolo con una ripetuta chiusura e apertura dell”ombrello per scuoterne le gocce di pioggia, ma anche con lo strusciare delle scarpe sullo stuoino nell”ingresso tirato molto per le lunghe, quindi con un certo numero di colpi di tosse, nervosa dice lui, per tutte le arrabbiature che si prende malgrado la sua pazienza di Giobbe.
– Devi ammettere – inizia il prof. Eligio rivolgendosi al collega Carlo – che sono domande le tue alle quali non si può rispondere qui su due piedi, in quattro e quattr”otto….Un tempo sapevamo rispondere senza incertezze:ma ora?
– Lungi da me l”intento di voler tentare qui e ora un”impresa alla quale hanno lavorato e continuano a lavorare fior di studiosi senza riuscire a dare risposte del tutto esaustive:Possiamo però avanzare qualche riflessione. Sì, quando eravamo studenti noi, il nostro docente di italiano si preoccupava di fornirci le risposte belle e pronte.
– Ricordo – continua il prof. Eligio – il mio insegnante di lettere del primo anno della scuola superiore, che ci lesse alcuni capitoli da “L”idioma gentile” di Edmondo De Amicis:
– Figuriamoci! – sbotta il prof. Piermario.
– Quando si nomina questo autore – risponde insolitamente calmo il prof. Eligio – si pensa subito al suo “Cuore“, del quale è stato detto tutto il male possibile e io dico a torto perchè a suo modo e con tutte le riserve che vuoi, di stile e di contenuto, è un libro che ci ha formati:perchè più degli altri ci ha fatto conoscere il piacere della lettura :senza averlo assaporato forse non avremmo continuato a leggere:con tanta passione.
– È un libro indubbiamente datato, – osserva il prof. Carlo – ma nessuno che nella sua fanciullezza l”abbia letto, può negare di averlo mai più dimenticato o che non provi, nel ricordarlo, un profondo turbamento che, solo ipocritamente e per darsi arie di intellettuale ultramoderno, si nega e si nasconde. Ringrazio ancora in cuor mio il mio insegnante di quinta elementare che ce lo lesse un quarto d”ora ogni giorno, al termine delle lezioni, a noi alunni, incorreggibili un momento prima con la testa già al dopocampanello e ora immobili e muti inchiodati nei banchi ad ascoltare e a palpitare con i piccoli eroi deamicisiani:D”altra parte di recente lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato che annovera nel suo Pantheon privato, insieme con Faulkner, Kafka, Camus proprio De Amicis per il suo libro “Cuore”, perchè “convinto che il libro riuscito è quello che ti commuove”.
– Ma c”è anche un De Amicis meno sentimentale – riprende il prof. Eligio – autore di un romanzo come “Amore e ginnastica” che è stato riscoperto qualche anno fa con un buon apprezzamento da parte della critica, e soprattutto un De Amicis studioso della lingua italiana che a mio giudizio andrebbe conosciuto:Bene ha fatto Andrea Giardina a curare la ripubblicazione appunto de “L”idioma gentile” per i tipi editoriali di Baldini Castoldi Dalai (Milano, 2006). Ho potuto rileggere ancora l”incipit del famoso capitolo intitolato “A traverso i secoli” : “A questo punto bisogna che ci fermiamo un poco a discorrere dei principali scrittori che s”hanno da leggere per imparare la lingua:” E giù tutto l”elenco dei principali classici della letteratura italiana, suddivisi per periodi in diversi paragrafi, i trecentisti, da Leonardo Da Vinci a Machiavelli, da Galileo all”Alfieri, dal Foscolo al Carducci fino al “suo” (del De Amicis) Manzoni” e all”elogio dei Promessi Sposi, ma bisogna riconoscergli l”intelligente raccomandazione conclusiva che il nostro insegnante ci leggeva e ripeteva più volte con voce solenne: “Studia il Manzoni e amalo per tutta la vita. Ma non lo adorare; ti sia maestro non idolo”.
– Citerei anche questi pensieri: – concorda il prof. Carlo che ha prelevato da uno scaffale il libro del De Amicis – “Non te lo (il Manzoni) prefiggere modello unico di prosatore, per avere il pretesto, comodo alla pigrizia, di non leggerne altri, come molti fanno; :.poichè il Manzoni mostrò ciò che può la lingua nostra, ma non in tutti i campi, nè in ogni forma della letteratura, non avendo trattato ogni argomento, nè tutto detto in tutti i modi possibili neppure nel campo suo.”(p.368)
– È una esplicita esortazione al plurilinguismo a scuola! – esclama il prof. Piermario, visibilmente infervorato – Esortazione lungimirante ma rigorosamente ignorata fino a pochi decenni fa negli atti ufficiali e in molte scuole ancora oggi.
– Sì, – ammette il prof. Carlo – Le letture che ci venivano proposte con indicazioni precise e perentorie dalla scuola erano a senso unico, letterarie e basta. Oltretutto si fermavano al primo Novecento:Solo qualche docente si spingeva fino a Vittorini e alla sua polemica con Togliatti. Il resto lo abbiamo fatto noi:eravamo assetati di libri:abbiamo letto per conto nostro il Novecento, non solo letteratura e non solo autori italiani:.leggevamo di tutto:anche robaccia bisogna dirlo:e i fumetti, di nascosto perchè non era consentito sottrarre tempo allo studio per dedicarsi a letture inutili:i fumetti erano per noi come le playstation per i ragazzi di oggi:
– Leggevamo quello che trovavamo: – interviene il prof. Fantasia – se si aveva la fortuna di vivere in un ambiente favorevole. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso è stata dura. Nei paesi arrivavano dal Ministero alle bibliotechine locali, spesso autentici fantasmi, se affidate a persone, per lo più insegnanti di scuola elementare, poco o per niente zelanti, un certo numero di libri (erano gialli con la copertina dura, editi da Mondadori) da distribuire gratuitamente ai lettori più assidui (sic!), ricordo “I Promessi Sposi”, “I Malavoglia”, “Le novelle” di Pirandello. Allora avevamo molto tempo a disposizione, specie nelle lunghe serate invernali, quando c”era appena la radio e non ancora la televisione. Sì, provavamo piacere a leggere.
Al di là della sete di conoscere, avvertita in modo più o meno intenso, ci affascinavano le storie raccontate e le emozioni che ci comunicavano i poeti. E tuttavia uno dei motivi che ci spingeva era anche quello di acquistarsi la considerazione dei concittadini.
Camminare per la strada, portando uno o due libri sotto il braccio, faceva un certo effetto. Per molti leggere equivaleva a studiare e basta, ossia un dovere, una necessità per farsi un avvenire diverso da quello dei genitori:quasi tutti appartenenti ai ceti più umili. D”altra parte si era drastici con quelli che non ne volevano sapere di studiare. I genitori facevano patti chiari con i figli: o studi e sei promosso o vai a lavorare. Il lavoro per i ragazzi minorenni era una cosa legale e diciamo normale. Si studiava con lo spauracchio della cardar ella (o cantarella= specie di secchio con due manici nel quale i muratori trasportano la malta) da portare in spalla lavorando alle dipendenze di un muratore o di un apprendistato sempre molto duro presso qualche masto
(= maestro, artigiano: falegname, fabbro, barbiere, sarto e simili).
– Nello stesso tempo – ricorda ancora il prof. Eligio – era molto diffusa, soprattutto negli ambienti contadini, una certa avversione alla lettura, diciamo, per diporto, ossia non legata ai compiti scolastici. Lo studio andava bene, ma oltre no, il tempo andava utilizzato per il lavoro che, in campagna, non mancava mai. Insomma al di fuori dei compiti per la scuola altre letture erano inutili e perfino dannose. Colui che s”attardava a leggere poteva perfino sentirsi dire: “Staie sempe ncoppa a sti libri. Accorto ca te se strudono ll”uocchie e “o cerviello” (Stai sempre incollato a cotesti libri. Attento che ti si consumino gli occhi e il cervello).
– Per favore, basta con questo vostro amarcord! – esplode il prof. Piermario – Vogliamo scendere dall”iperuranio dei tempi andati e tornare nella realtà presente? Per la vostra generazione e anche per la mia è stato facile avvicinarsi e poi convertirsi alla lettura dei libri, ma oggi?
– Ma tu, caro Piermario – chiede con tono grave il prof. Carlo – tu così critico verso il passato e verso il presente, hai risposte da dare alle domande che abbiamo formulato? (continua)

