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POCHE IMPRESE E POLITICA DISTORTA

Nel sud la voglia di fare impresa c”è. Quello che manca sono le opportunità pur non avendo grossi capitali a disposizione.
Di Amato Lamberti

Nella campagna elettorale in corso, a livello regionale ma anche comunale, le parole d’ordine sono sempre le stesse per tutti, destra, centro e sinistra: innanzitutto, il lavoro; poi, l’occupazione, soprattutto giovanile, anche per evitare la fuga dei “cervelli”; a seguire, lo sviluppo industriale, il sostegno alle imprese, il rilancio del turismo, l’innovazione tecnologica, le infrastrutture materiali e immateriali (trasporti e banda larga). La ricetta sul come realizzare questi obiettivi è più o meno sempre la stessa: investire fondi pubblici, soprattutto quelli europei.

Per sostenere i settori e le imprese in difficoltà e per salvaguardare innanzitutto i posti di lavoro, obiettivo certamente encomiabile, il rimedio proposto è sempre quello dell’iniezione di fondi pubblici. Ma se l’impresa è in crisi per ragioni di mercato, come avvenne con l’Italsider di Bagnoli quando, per tentare di salvarla, si investirono centinaia di miliardi di lire, il rischio è prolungare solo l’agonia dell’impresa senza aprire nessuna seria prospettiva per i lavoratori.

Di esempi se ne potrebbero fare tanti, anche relativamente alla situazione di oggi, ma il problema del Mezzogiorno resta sempre lo stesso: una grave mancanza di imprenditorialità privata e un ruolo distorto della politica che invece di sostenere l’iniziativa dei privati tende a sostenere un modello d’intervento fondato sulle sovvenzioni, gli incentivi a pioggia, le pensioni di invalidità, i contributi a persone, gruppi, associazioni, nella logica di un rapporto personale con finalità di consenso elettorale. Un modello che condanna il Mezzogiorno alla logica dell’assistenza e che è stato talmente interiorizzato da cittadini ed imprese da sembrare l’unico realmente praticabile.

Qui sta la fondamentale differenza tra il Sud e il resto dell’Italia. Quando ho fatto l’esempio dell’iniziativa da me promossa a Casola di Napoli, quella del “vieni a fare il maiale da noi”, (VEDI) non ho detto che l’idea mi era venuta osservando quanto era accaduto a Castelnuovo Rangone, un piccolo Comune alle porte di Modena, che sul maiale ha costruito in una decina di anni un vero e proprio distretto industriale. Sono partiti da una festa del maiale per dar vita ad alcuni salumifici che di prodotti artigianali con lunga tradizione ne hanno fatto una industria. Oggi sono 60 i salumifici a Castelnuovo Rangone, danno lavoro direttamente a 1700 persone e, indirettamente, nell’indotto commerciale e dei trasporti, ad altre 1000 persone.

Senza contare le centinaia di addetti nel settore dell’allevamento dei maiali. Il paese ha tremila abitanti che non sanno cosa significhi la disoccupazione, molti hanno anche un doppio lavoro e il reddito pro capite è tra i più alti in Italia. Al maiale, in segno di riconoscenza, hanno addirittura dedicato un monumento nella piazza principale del paese.
Ma gli esempi potrebbero essere praticamente infiniti, a partire dal consorzio per la produzione delle mele in Val di Non, in Trentino, a quelli per la produzione del culatello a Zibello, in Emilia, del parmigiano reggiano, del grana padano, del prosciutto di San Daniele, dell’asparago a Treviso.

Tutte iniziative consortili di imprenditori che alle istituzioni hanno chiesto solo autorizzazioni, normative e controlli di qualità. In Campania, solo per la valorizzazione di un prodotto di eccellenza, come la mozzarella, associazioni imprenditoriali e istituzioni sono riusciti a costruire una sinergia fatta di disciplinari e controlli di qualità, senza essere però capaci di intervenire sulla regolamentazione di un settore nel quale la fanno da padrone una imprenditoria non sempre di chiare origini e il lavoro nero.

Con la legge sull’imprenditoria giovanile il Governo Prodi aveva tentato di promuovere anche nel Sud uno spirito imprenditoriale fatto di idee, innovazione, creatività, assunzione in prima persona del rischio d’impresa, ma l’esperimento che pure aveva dato eccellenti risultati, anche nel Sud, non è stato portato avanti, nè le Regioni meridionali, tranne qualche tentativo, hanno ritenuto opportuno portare avanti l’esperimento che pure stava dando risultati interessanti. Basti pensare che più di 20.000 sono state le richieste di giovani aspiranti imprenditori che sono rimaste inevase. Questo significa che non manca nel Sud la voglia di impresa: quello che manca sono le opportunità di fare impresa pur non avendo ingenti capitali a disposizione.

Un esempio interessante è stato quello delle attività di bed & breakfast che si sono rapidamente moltiplicate soprattutto ad opera di giovani e donne di un ceto borghese professionale che in questa attività, come anche nel settore dell’agriturismo, hanno trovato una fonte di reddito ma anche di soddisfazione della propria creatività. È stata sufficiente una legge regionale che facilitasse l’iter delle autorizzazioni e concedesse anche piccoli incentivi per far esplodere la voglia di impresa che covava in tanti giovani e tante donne, anche laureati.

Questa è la strada, a mio avviso, che le istituzioni politiche dovrebbero portare avanti nel Mezzogiorno, rinunciando per sempre ai modelli e metodi clientelari finora utilizzati e che, almeno finora, lo hanno strozzato, nell’assistenzialismo e nel sottosviluppo.
(Fonte foto: Rete Internet)

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