Documenti d’archivio smentiscono la tradizione e la devozione popolare: Francesco Antonio, fratello del famoso giureconsulto Gian Vincenzo Gravina, non è il sacerdote mummificato il cui corpo giace sotto la Collegiata del quartiere Casamale. Le prove documentali spostano la sepoltura del Gravina nell’antica Chiesa di San Pietro extra moenia, aprendo il dibattito sulla reale identità della mummia parziale https://www.ilmediano.com/somma-vesuviana-la-fantasia-popolare-del-monaciello-adderete-e-campane-della-collegiata/
Per comprendere appieno chi sia stato Francesco Antonio Gravina e il suo rapporto con Somma, è doveroso inquadrarlo preliminarmente nel contesto della nota attività del fratello Gian Vincenzo, la cui opera non solo ha conosciuto una nuova stagione d’interesse con numerose e importanti pubblicazioni, ma merita di essere riscoperta per il suo immenso valore nella storia del diritto e della critica estetica. Il co-fondatore dell’Accademia dell’Arcadia è ricordato dalla storia letteraria come una figura di primissimo piano del Settecento italiano, celebre soprattutto per essere stato non solo uno dei fondatori dell’accademia, ma anche lo scopritore e mentore di Pietro Metastasio (1698 – 1782), celebre poeta e librettista. Pochi conoscono, però, la figura di Francesco Antonio o Francescantonio Gravina rimasto a lungo nell’ombra del celebre fratello, sebbene la storiografia principale si sia sempre concentrata sul grande giurista calabrese. Tanti documenti d’archivio e notizie rivelano una figura di rilievo nel panorama intellettuale, ecclesiastico e giuridico della Napoli a cavallo tra il Sei e il Settecento. Francesco Antonio non fu un semplice spettatore.

Di questo valentuomo son (note) per le stampe alcune leggiadre composizioni in varie raccolte Napolitane, ed una lunga, e dotta epistola a’ Lettori nella ristampa delle Rime di Monsignor Giovanni della Casa (1503 – 1556) in quarto, pubblicata da Antonio Bulifoni nell’anno 1964 colle giunte di Marcaurelio Severino (1580 – 1656), di Sertorio Quattromani (1541 – 1603), e di Gregorio Caloprese [Panfilo Teccaleio, Francesco Antonio Gravina in Notizie Istoriche degli Arcadi morti, Tomo I, Stamperia Antonio de Rossi, Roma 1720, pagg. 38, 39]. La sua firma, quindi, compare direttamente nel mondo editoriale dell’epoca a fianco del celebre editore francese Antoine Bulifon (1649 – 1707), inserendosi attivamente nei dibattiti intellettuali e nelle trame di potere accademico che legavano Napoli e Roma. Nacque il 13 gennaio del 1668, quattro anni dopo Gian Vincenzo, nella terra di Roggiano della Provincia di Calabria citra, poche miglia da Cosenza, da Gennaro e Anna Lombarda, ambedue di famiglia facoltosa. Il terzo fratello, nato il 24 febbraio del 1671, si chiamava Pietro Giuseppe Saverio. Dopo la morte del padre, avvenuta proprio nel 1671, e le seconde nozze della madre, Francescantonio e il fratello Gianvincenzo furono mandati a Scalea dallo zio Carlo Caloprese, marito di Donna Lucrezia Gravina, zia diretta dei fanciulli. I coniugi Caloprese erano i genitori di Gregorio (1654–1715), futuro filosofo, medico e matematico.
Quest’ultimo, dopo aver studiato a Napoli sotto la guida del celebre letterato Giuseppe Porcella (1614–1713) e aver seguito attentamente le lezioni del famoso medico e filosofo naturale Lucantonio Porzio (1639–1724), fece ritorno a casa; qui, iniziò a impartire i primi rudimenti di letteratura e filosofia ai suoi due cugini [Mirto Alfonso, Logos. Diritto e cultura nel nuovo corso di studi di Gianvincenzo Gravina, in «Rivista annuale del Dipartimento di Filosofia “A. Aliotta”» (7-2012), pp. 327-328]. Nel 1689, all’età di venticinque anni, Gianvincenzo si trasferì a Roma in qualità di agente dell’arcivescovo di Taranto, Mons. Francesco Pignatelli (1652 – 1734). Negli anni precedenti, durante la sua formazione giuridica e filosofica a Napoli, il giovane aveva stretto legami d’amicizia cruciali: innanzitutto con il cardinale Antonio Pignatelli di Spinazzola (1615 – 1700), allora arcivescovo di Napoli e futuro papa Innocenzo XII, e in secondo luogo con lo stesso Mons. Francesco Pignatelli.

L’incarico di agente personale e rappresentante di Francesco Pignatelli presso la Curia Pontificia segnò una svolta decisiva nella sua vita. L’evento ne favorì la rapida introduzione negli ambienti ecclesiastici, giuridici e letterari della capitale, culminando con la nomina a Maestro del Registro per le Suppliche Apostoliche. Pochi anni più tardi, nel 1690, Gianvincenzo figurò tra i principali fondatori della celebre Accademia dell’Arcadia. Al sodalizio partecipò pure il fratello Francesco Antonio; a testimoniarlo è il primo tomo delle Notizie istoriche che, a pagina 36, lo ricorda come degno membro dell’Arcadia e fratello del più celebre Gianvincenzo. Francescantonio, nel frattempo, aveva appreso con estrema facilità e rapidità le scienze matematiche, distinguendosi ancor di più nella filosofia; inoltre, oltre a possedere una profonda conoscenza della buona poetica italiana, si dedicò principalmente alla giurisprudenza. Divenuto un valoroso avvocato, sostenne con grandi elogi la difesa di importanti cause nei regi tribunali. Tuttavia, sazio degli affari cittadini, si sottrasse alle turbolenze del foro per una maggiore quiete dell’animo: all’età di ventisette anni volle così ricevere l’ordinazione sacerdotale, ministero che in seguito esercitò con straordinaria esemplarità a partire dal 1695 [op. cit. Notizie Istoriche, 37].

Intanto, il cardinale Francesco Pignatelli era divenuto arcivescovo di Napoli nel 1703. La solida amicizia e la stretta collaborazione di Gianvincenzo con l’arcivescovo favorirono l’ascesa e l’affermazione del fratello Francescantonio, che, nel 1708, ottenne la nomina di Avvocato fiscale della Visita, inserendosi così nei vivaci circuiti culturali e curiali di Napoli. Anticamente, l’Avvocato Fiscale della Visita, chiamato anche Promotore Fiscale della Visita, era un importante ufficiale giuridico delle curie diocesane in epoca d’antico regime, con il ruolo di pubblico ministero e tutore degli interessi economico-giuridici della Chiesa durante le Sante Visite, le ispezioni periodiche che normalmente un vescovo compiva nelle parrocchie della sua diocesi. Questo incarico richiedeva, comunque, una profonda conoscenza del diritto canonico e civile. Nell’espletamento di questa carica, Francescantonio dimostrò quanto grande fosse la sua dottrina nel bene e nel guidare accortamente gli affari della Chiesa, non meno che delle genti. L’avverso destino, però, che non gli voleva far godere di quella pace ch’egli tanto desiderava, unito alle continue amarezze, ai contrasti e alle delusioni con i ministri suoi compagni — dovuti a pareri soprammodo irregolari […] —, lo portò a rinunziare all’ufficio, sebbene ciò non fosse senza gran dispiacere dell’arcivescovo. Annoiato e dolente per il comportamento dei suoi confratelli, lasciò infatti la Curia di Napoli e si recò presso la Curia di Nola, accolto questa volta dall’amico vescovo, Mons. Francesco Maria Carafa (1646 – 1737). A Nola, Sua Eccellenza, al fine di riconoscere i meriti del sacerdote, gli conferì uno dei più rilevanti benefici della curia: il titolo di Abate della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, situata nel casale di Brusciano, nella terra di Marigliano (in terra Mariliani).

Storicamente, il parroco della chiesa madre di Brusciano aveva sempre avuto il titolo di abate. Questa dignità ecclesiastica era comune in molti centri storici del napoletano e del nolano, dove le chiese parrocchiali erano nate da antiche fondazioni benedettine o da benefici curati di rilievo. Nelle Rationes Decimarum Italiae del XIII e XIV secolo, cioè nei registri medievali delle decime pontificie, conservati nell’Archivio Vaticano, il primo abate titolare di Brusciano citato è Petrus Gogus. Qui, in questo luogo, Francescantonio visse assai contento e secondo il proprio desiderio. Ebbe uno zelo ardente nella cura delle anime, con una profonda predilezione per i poveri e gli ammalati, e scelse una vita di preghiera e di assoluto amore per il prossimo. Nel Liber Matrimoniorum della parrocchia di Brusciano (1685-1725), custodito nell’Archivio diocesano di Nola, il suo nome ricorre costantemente negli atti: «Ego D. Franciscus Antonius Gravina Parochus supradicti casalis». Non si tirò mai indietro, affrontando ogni avversità pur di compiere il proprio dovere. Si racconta, a tal proposito, che proprio mentre si dedicava alle missioni con incessante dedizione, fu colpito da una febbre maligna e si spense nella Terra di Somma all’età di 43 anni. La sua ultima apparizione a Brusciano è attestata in un atto di matrimonio del primo marzo di quell’anno [ASDN, Brusciano, Matrimoni 1685 – 1725]. Fu egli compianto generalmente da tutti di quella diocesi, e sopra il tutto dello stesso vescovo, il quale impose, che fosse onorevolissimamente seppellito in luogo particolare presso l’altar maggiore della Collegiata di detta terra [op. cit., Notizie Istoriche, 38]. Sembra, però, che dalle ultime acquisizioni sia stata rilevata una forte discrepanza tra quest’ultima testimonianza riportata nelle Notizie Istoriche e le prove documentali più recenti, conservate nell’Archivio Diocesano di Nola. A riguardo, leggendo attentamente l’atto di sepoltura n° 216 del 26 marzo del 1711 del Liber Defunctorum Ecclesiae Parochialis S. Petri Summarum, ossia della Chiesa di San Pietro e non della Collegiata, si legge:

«Anno Domini 1711, die vero 26 Martii, Abbas D. Franciscus Antonius Gravina, Parochus Casalis Brusciani Terrae Mariliani, aetatis suae annorum 45, in domibus D. Salvatoris Miroballo canonici neapolitani, in communione Sanctae Matris Ecclesiae animam Deo reddidit, cuius corpus sepultus est in mea Parochiali Ecclesia S. Petri; per admodum Rev. P.H. Benedictus ordinis S. Ioannis de Deo confessus est, et S. Olei unctione die 24 eiusdem mensis per me roboratus est». (f.to Andrea Castelli parroco). La sepoltura, dunque, non ebbe luogo sotto l’altare dell’Insigne Collegiata, bensì all’interno dell’antica Chiesa di San Pietro, retta nel 1711 dall’arciprete Andrea Castelli, che firmò l’atto. Ove la sepoltura fosse avvenuta all’interno della Collegiata, il relativo atto ne avrebbe dato espressa menzione attraverso la formula locutiva in Insigni Ecclesia Collegiata, in perfetta analogia con le consuete registrazioni coeve. Dall’esegesi documentaria si evince, altresì, che il reverendo Francesco Antonio si spense presso la dimora sommese del canonico napoletano don Salvatore Miroballo. Prima del decesso, l’infermo ricevette il sacramento della confessione dal padre ospitaliero Benedetto — appartenente all’Ordine di San Giovanni di Dio — e, in data 24 marzo, l’estrema unzione dal rev. parroco d. Andrea Castelli. Nel medesimo anno, intanto, a seguito della scissione consumatasi in seno all’Arcadia, il fratello Gianvincenzo, accompagnato dal cugino Gregorio Caloprese, si trasferì da Roma dapprima a Napoli e, successivamente, a Somma, luogo di sepoltura di Francesco Antonio. In tale circostanza, egli condusse con sé il giovane Pietro Trapassi, figura precocemente celebrata e destinata a imporsi nel panorama culturale con lo pseudonimo di Pietro Metastasio [Alfonso Mirto, op. cit., p. 329]. La scoperta di questo prezioso tassello documentale non si limita a correggere una secolare svista biografica, ma riapre con forza un affascinante dibattito storiografico e antropologico. Se da un lato l’atto del Liber Defunctorum della Chiesa di San Pietro restituisce a Francesco Antonio Gravina la sua reale dimora eterna, dall’altro priva di un nome la celebre mummia parziale custodita dietro la Collegiata nel vicolo delle Campane. Chi era, dunque, il sacerdote che la tradizione popolare ha per secoli identificato con il colto abate calabrese, condizionata oltretutto dalla lettura delle settecentesche Notizie istoriche degli Arcadi morti?

L’indagine d’archivio, incrociata con il fitto reticolo di relazioni che legava la Napoli intellettuale alla quiete della Terra di Somma – come dimostra il successivo soggiorno di Gian Vincenzo Gravina e del giovane Metastasio –, dimostra quanto il territorio vesuviano sia stato un crocevia culturale di primissimo piano. Smontata la leggenda, resta oggi il profilo nitido di un uomo di legge e di fede che scelse di abbandonare i fasti dei tribunali per dedicarsi agli ultimi. Una figura che, finalmente libera da sovrapposizioni mitologiche, riacquisisce la dignità della propria reale e documentata memoria storica. Il quadro della ricerca troverà ulteriore sviluppo in un successivo contributo, specificamente orientato all’analisi delle antiche pratiche funerarie e del privilegio di sepoltura sub ecclesia presso la Collegiata. L’indagine verterà, in particolare, sul ruolo socio-religioso e devozionale esercitato dalla Confraternita della Neve a partire dalla sua istituzione, risalente al 1762.


