Partita da infarto al San Paolo, il Napoli batte il Chievo al fotofinish
“Sembra solo ieri che la domenica ci si chiudeva in casa con la radio vedevamo le partite contro il muro non allo stadio”. (Tempo, Lucio Dalla, 1990). C’è stato un tempo in cui le tv non davano le partite in diretta e lo stadio non era poi così accessibile. Questione di tasche, di tempo, di opportunità e possibilità. Domeniche sacre, pranzi di famiglia inviolabili, nessuno tocchi il ragù. E chi andava allo stadio era fortunato, invidiato. Per la verità lo è anche adesso, solo che l’arrivo della pay tv e delle partite in diretta, coi gol in tempo reale, ha un po’ mitigato il sentimento.
E tuttavia, chi va a vedere le partite allo stadio resta un privilegiato. Non è questione di soldi, per carità. E questione che lui può e altri no. Poi ci sono quelli che non vogliono, quelli che se ne fregano della serie A e del calcio, quelli che non ci tengono proprio: ma questo è un altro discorso.
Diciamo che tutti gli appassionati del pallone vorrebbero stare sempre al campo sportivo e tutti i tifosi del Napoli sempre al San Paolo, in particolare. Per questo ieri, dopo un Napoli – Chievo da infarto (l’assalto degli azzurri, il rigore inesistente e sbagliato, il gol dei veronesi, il pareggio di Milik e il vantaggio di Diawara in pochi minuti) leggere che alcuni tifosi (chiamiamoli spettatori, è meglio) hanno lasciato lo stadio prima del triplice fischio, fa rabbrividire. Ma veramente fate? Ma state scherzando? Ma di che parliamo (mo si porta assai dire così)? Ma voi davvero abbandonate gli azzurri ed il loro show così solo perché non riescono a spostare i tre pullman di Maran? Non siete tifosi, fatevelo dire.
Lo scandalo è appena agli inizi. L’altro ieri il Comune ha fatto sigillare all’esterno con della plastica la discarica di tonnellate d’amianto, scoperta mercoledi scorso dai disoccupati “BROS” nella palestra del primo circolo didattico di piazzale Renella, durante l’occupazione del cantiere di ripristino. Ma un’intera popolazione adesso ha paura. Lo sversatoio abusivo di eternit si trova infatti nel centro cittadino. Intanto è partita la caccia ai responsabili. Stamane il presidente della commissione di vigilanza del Comune, Carmela Auriemma, convocherà in audizione l’assessore all’ambiente del Comune, Cuono Lombardi. Ieri però il sindaco, Raffaele Lettieri, ha fatto diramare un comunicato stampa con cui scarica tutta le responsabilità del cantiere del primo circolo sul Provveditorato alle Opere Pubbliche, il soggetto attuatore del ripristino della scuola, chiusa ufficialmente per dissesto 6 anni fa. “In attesa che le autorità individuino le responsabilità – ha commentato Lettieri – ho voluto che una ditta specializzata garantisse la sicurezza. Non faremo sconti a nessuno”. Dunque, il sindaco si dichiara pronto a punire. C’è però un problema di fondo. L’eternit sotto forma di tubi, vasche, serbatoi e caldaie si trovava in quella scuola da decenni. Ma l’amianto è stato messo al bando dallo Stato nel 1992. Stato che peraltro più di venti anni fa ha sancito l’obbligo di denuncia e bonifica, in particolare per le scuole pubbliche e gli ospedali. Il primo circolo didattico ha ospitato oltre mille alunni fino al 2012. E il proprietario di quella è il Comune di Acerra. A ogni modo Lettieri ieri ha fatto comunicare che “La titolarità dell’intervento di ristrutturazione del primo circolo è esclusivamente in capo al soggetto attuatore, il Provveditorato Interregionale alle Opere Pubbliche Campania/Molise, in base alla convenzione del 5 dicembre del 2012 sottoscritta dal Provveditorato con la Regione Campania”. “Sono in capo al soggetto attuatore – ha fatto aggiungere il sindaco – le attività di progettazione, verifica tecnica, validazione, acquisizione di pareri tecnici e autorizzazioni nonché le procedure di gara e affidamento dei lavori e vigilanza sugli stessi”. “Il Comune di Acerra – si aggiunge nel comunicato – è esclusivamente beneficiario dell’intervento, con l’opera che andrà riconsegnata all’ante collaudata e corredata di tutti i pareri e autorizzazioni necessari”. “Inoltre – puntualizza il sindaco – con le delibere di giunta comunale 126/2014 e 28/2018, il Comune ha autorizzato la realizzazione dell’intervento e consegnato le aree oggetto dei lavori al Provveditorato. Il Comune tornerà nella disponibilità di queste aree ad opere ultimate e collaudate. E la direzione dei lavori è completamente in carico al soggetto attuatore e, pertanto, non è svolta da personale dipendente dell’ente o incaricata dall’Ente”. Infine, l’ultima stoccata al Provveditorato: “Tutta l’area di cantiere è di esclusiva competenza e vigilanza del soggetto affidatario dei lavori, individuato nelle forme di legge dal soggetto attuatore”.
La segnalazione è giunta l’altro ieri alla polizia di Stato, che la conferma. C’è anche una foto scattata da un telefonino e ci sono diversi testimoni oculari che riferiscono di un vero e proprio giallo emerso durante la recente scarcerazione dei fratelli Pellini, gli unici imprenditori campani dello smaltimento dei rifiuti condannati definitivamente, a maggio 2017, per il disastro ambientale in Terra dei Fuochi. Una scarcerazione che ha suscitato l’inevitabile ondata d’indignazione popolare. Intanto il giallo segnalato l’altro alla polizia riguarda un elicottero bianco che sarebbe decollato mercoledi pomeriggio dall’eliporto dei Pellini. Il velivolo avrebbe svolazzato sui tetti di Acerra per diverse ore. E il tam tam di strada è stato immediato. “Guardate, non sono nemmeno stati liberati che già si fanno il giro in elicottero”, ha esclamato la gente, gli sguardi rivolti al cielo. Non c’è però nessuna prova che all’interno del bell’elicottero bianco ci fossero gli imprenditori appena scarcerati. La polizia non dice nulla a riguardo. Né si sa se sia stata avviata un’indagine in merito. A ogni modo in questo caso la vicenda suscita scalpore per il fatto che i beni dei Pellini, almeno quelli accertati, sono stati tutti sequestrati dalla direzione distrettuale antimafia nel febbraio dell’anno scorso. E tra i beni sequestrati ci sono anche tre elicotteri e la società Eliservice, azienda di noleggio di mezzi di trasporto aereo. L’elicottero in questione è stato visto decollare nel pomeriggio di mercoledi dai cittadini che abitano nel rione Gescal, ubicato a poche centinaia di metri dall’eliporto fatto realizzare alcuni anni fa in via Tappia, accanto al grande impianto di smaltimento dei rifiuti, anche questo di proprietà dei tre condannati e anche questo sequestrato. Un ambientalista, Alessandro Cannavacciuolo, ha poi scattato, alle venti di mercoledi, la foto che ritrae il velivolo, bianco con le bande rosse, ormai atterrato in via Tappia. Ieri però dell’elicottero non c’era più traccia. In ogni caso il popolo della Terra dei Fuochi è di nuovo arrabbiato. “Gli organi competenti devono subito chiarire questa faccenda – sbotta Alessandro Cannavacciuolo, ambientalista e principale accusatore dei Pellini in sede giudiziaria – a ogni modo tutti i dubbi potranno essere risolti rispedendo in galera i tre condannati”. Per effetto di una serie di benefici previsti dalla legge i fratelli Pellini sono stati scarcerati a piede libero venerdi 30 marzo. Erano stati condannati dalla Cassazione il 17 maggio del 2017 a 7 anni di reclusione. Ma la carcerazione è stata sospesa dopo appena 10 mesi. L’ultima parola però spetta al tribunale di sorveglianza. Martedi scorso gli attivisti della Terra dei Fuochi hanno manifestato davanti al tribunale di Napoli. Ieri è stata anche avviata una petizione on line che finora ha fatto registrare un migliaio di sottoscrizioni. Firme che stanno arrivando via web al tribunale di sorveglianza. Intanto alla fine di questo mese il tribunale misure di prevenzione di Napoli dovrà decidere se confiscare o meno il grande patrimonio dei Pellini, 222 milioni di euro finora accertati. Un impero che non finisce mai di sorprendere per vastità e complessità: 250 fabbricati, 68 appezzamenti di terreno, 50 tra auto, moto di lusso e autoveicoli industriali, decine e decine di rapporti bancari e, appunto, 3 elicotteri. Gli inquirenti hanno anche avanzato sospetti circa l’esistenza di altri patrimoni rimasti nascosti in qualche paradiso fiscale. Per il momento comunque dall’elenco dei beni sequestrati dalla sezione misure di prevenzione del tribunale, su richiesta dei pm della Dda, emerge in particolare il dato che i Pellini si fidassero poco dei prestanome. Preferivano infatti gestire tutto in famiglia. Centinaia di milioni sono stati reinvestiti nel mattone. Case, ville, palazzi. Anche nelle località turistiche più rinomate: 8 appartamenti a San Felice Circeo, 10 ville a Santa Maria del Cedro, una villa di oltre 800 metri quadrati coperti ad Agrogoli e 10 case a Tortora, a poca distanza da Praia a Mare. E 3 grandi appartamenti a Roma: due in viale Medaglie d’Oro, alle spalle del Vaticano, e uno a Cinecittà. Impressionante poi l’elenco degli alloggi residenziali sotto sequestro ad Acerra. Oltre alle tre, enormi, ville in cui sono tornati a vivere i Pellini ci sono altri 144 appartamenti intestati ai re Mida dei rifiuti e alle loro mogli. Altri 14 si trovano a Caserta e 6 a Pomigliano, sul centrale corso Vittorio Emanuele. Ci sono pure una pasticceria di Marigliano e un distributore di benzina in provincia di Frosinone. Moltissimi i terreni. Cingono tutta la parte occidentale e settentrionale di Acerra: località Lenza Schiavone, Lenza Fusaro, Sagliano, Tappia, Ponte di Napoli, vicino all’ospedale Villa dei Fiori. Secondo la dda è tutto provento dei rifiuti tossici del nord mascherati da innocui scarti attraverso un complicato “giro” di bolla e quindi sversati illecitamente nei campi e nei regi lagni.
“Non credere in chi non crede in te, piuttosto credi in te, e falli ricredere”. Il motto di una giovane scrittrice salernitana che urla al mondo che la disabilità non è un limite. Lo racconta in un libro e attraverso le scelte di ogni giorno.
Certe sentenze arrivano come pugni allo stomaco, lasciano sospesi. Certi percorsi partono da strade tortuose che potrebbero indurre alla resa, l’alternativa è andare avanti più forte che mai. Anna Adamo è una giovane salernitana, con un percorso duro da subito, da sempre. Sopravvissuta ad un parto gemellare complicato, un fratellino che non ce la fa, su di lei la parola dei medici come un macigno ad appena due mesi, per loro, non avrebbe camminato, non avrebbe visto, avrebbe avuto difficoltà di linguaggio. Oggi Anna 22 anni, è iscritta al terzo anno di giurisprudenza, ha vinto più di un concorso legato alla sua grande passione per la scrittura, ha all’attivo un romanzo che racconta la sua giovane vita, dall’infanzia, ai sogni di oggi: “La disabilità non è un limite” (Europa Edizioni) nato anche perché: “della disabilità si parla poco e male” un altro libro in produzione sui disturbi alimentari.
“Mi piace raccontare la realtà- dice- senza inventare, non potrei essere, o raccontarmi diversamente da ciò che sono”. La sua tetraparesi spastica non le ha impedito di sognare, e di mettercela tutta per realizzare puntando in alto, i suoi obiettivi. Senza retorica, con le idee chiare che somigliano agli occhi, trasparenti, l’entusiasmo anche quando si è trovata davanti il muro ottuso di chi la disabilità non l’accetta, non la capisce: “e mette da parte le persone che non le assomigliano, facendole sentire nullità. Ne ho incontrate tante di persone così, fin dai tempi della scuola. Non mi hanno fermata, avevo obiettivi, li ho perseguiti cercando di dimostrare che la disabilità non è un limite”.
Chi è Anna?
«Una ragazza che non riesce a stare mai ferma, con la passione per la lettura e la scrittura da sempre. Sono iscritta a giurisprudenza, scelta che ha unito cuore e testa, che rispondeva alla voglia di avere risposte, conoscere i miei diritti, i diritti di chi vive condizioni di disabilità. Una scelta dura, ma le scelte facili non mi sono mai piaciute»
Come nasce la tua autobiografia?
«Per caso. Scrivevo in un momento di pausa dal lavoro e dalle sessioni degli esami. Guardavo la mia foto da piccola e scrivevo. Un’amica ha letto e deciso a mia insaputa di inviare tutto ad una casa editrice. Non pensavo di accettare, poi ho considerato che della disabilità si parla poco e male e ho accettato.»
Un libro che racconta tutto il tuo percorso. Com’è stata la tua infanzia?
«Non ho avuto un’infanzia. Non ricordo che significhi giocare, trascorrere il tempo a guardare la tv, perché dopo la scuola facevo fisioterapia. Studiavo tanto, sono sempre stata una che ha voluto mettercela tutta.»
Da cosa nasce la forza, dal carattere, dal vissuto, dagli insegnamenti?
«In parte credo dal carattere. Sono intransigente con me stessa, metto impegno nelle cose che faccio. I miei genitori non mi hanno mai fermata, hanno lasciato che facessi le mie esperienze, ed erano severi nelle scelte che riguardavano l’ambito scolastico. Oggi sono fiera della mia indipendenza, tendo a mettere il cuore nelle cose che faccio, e mi impegno tanto.»
Quale messaggio dovrebbe venire fuori dalla tua storia?
«Che spesso la società lascia uno spazio paragonabile al nulla. La persona disabile è considerata una persona che non arriverà mai. Ma nessuno è perfetto Nessuno può decidere cosa puoi o non puoi fare. Devi dimostrare chi sei, non cedere, impegnarti nelle cose che fai, smettere di piangerti addosso. Solo così puoi dimostrare che vali, che il loro pensiero su di te, è sbagliato.»
Hai sentito su di te la discriminazione, lo sguardo della diffidenza, della pietà?
«Sì e non solo dai coetanei, anche da alcuni insegnanti ed è grave quando proprio da loro arrivi il cattivo esempio. Al tempo delle scuole medie, fui scelta tra i più bravi per partecipare ad una visita a Roma alla Camera dei Deputati, ero entusiasta. Loro me lo vollero impedire, pensavano sarei stata d’intralcio. Tale giudizio si ripercosse sui miei compagni che mi videro come una persona da tenere alla larga. Io non mi arresi, mi feci accompagnare a Roma e partecipai. Restarono senza parole, avevo studiato alla perfezione.»
Sei cambiata da allora?
«Non troppo, magari ho solo più strumenti per difendermi, e poi prima mi vergognavo della mia diversità. Oggi no. Voglio raccontare tanto di me e dire agli altri che sono Anna non sono la mia disabilità, ho tante passioni, oltre la lettura, la scrittura anche per il make up, per la moda, come tutte le mie coetanee.»
Hai un secondo libro in produzione…
«Si parlerà di disturbi alimentari attraverso il racconto di dieci donne. Dirà ciò che si dovrebbe vedere oltre le cose palesi, che non esistono solo l’anoressia o la bulimia, che non si smette di mangiare solo per dimagrire ma che c’è qualcosa di più grande dietro, che magari non viene sempre fuori.»
Cosa vedi nel tuo domani?
«La magistratura, è il mio obiettivo.»
Un messaggio che vorresti lasciare ai giovani?
«Che non bisogna omologarsi, ognuno vale esattamente perché diverso dagli altri. Non può esistere uno standard da copiare. Vorrei ripetere a chi si sente diverso agli occhi degli altri, come un mantra: “non credere in chi non crede in te, piuttosto credi in te e falli ricredere”.»
Il dato di ieri è inconfutabile: l’80 % dei 900 addetti di Auchan Campania ha scioperato. I danni per l’azienda sono stati notevoli. Il gruppo francese ha utilizzato quei pochi capireparto, capisettore e fedelissimi disposti a tutto pur di mantenere aperti i negozi più a rischio serrata. A ogni modo alla chiusura già effettuata da giorni nell’ipermercato di Napoli via Argine, sabato si è dovuta aggiungere quella dell’iper di Mugnano, dove i lavoratori hanno messo a segno anche blocchi stradali. Molto dura la protesta a Giugliano. Anche qui blocchi stradali. Ma l’ipermercato è rimasto aperto. Stessa cosa è capitata nel sito omologo di Nola, che però ha mantenuto le saracinesche alzate. A Pompei invece è stata bassa l’adesione allo sciopero organizzato da Filcams Cgil e Uiltucs . In ogni caso la protesta ha allontanato gran parte della clientela. I negozi sono rimasti semideserti fino a sera. C’è dunque da rilevare che c’è unità d’intenti attorno alla vertenza sulla cessione con fitto di ramo d’azienda e relativi licenziamenti dell’ipermercato di via Argine. Ieri centinaia di lavoratori di tutto il gruppo campano della multinazionale francese si sono ritrovati davanti al centro commerciale di Argine. Nel frattempo però è spuntata una notizia relativamente positiva: la cessione con fitto di ramo d’azienda dell’iper di Argine è infatti slittata di un mese. La consegna della struttura alla Sole 365 di Castellammare di Stabia era stata fissata per il primo maggio ma entro la mezzanotte di venerdi non è giunta ai sindacati la procedura scritta da parte del gruppo d’Oltralpe per cui l’eventuale cessione è stata prorogata a norma di legge di altri trenta giorni. Intanto Auchan ha deciso di vedersi con i sindacati il prossimo 12 aprile nella sede dell’ufficio regionale del Lavoro, al Centro Direzionale. “Non so in quella sede che cosa ci proporrà o annuncerà l’azienda – spiega Rodolfo Plesinger, della segreteria regionale Uiltucs – certo è che l’assemblea permanente nell’ipermercato di Argine resta inamovibile”. L’impianto napoletano è chiuso da sei giorni a causa della sostanziale occupazione dei locali da parte dei suoi 140 addetti. E attorno a questo impianto si sta coagulando la solidarietà di gran parte delle maestranze degli altri tre iper di Mugnano, Nola e Giugliano. Temono che la cessione si possa allargare anche a tutte le altre strutture campane, tutte in perdita.
La vita di Claudio, 52 anni, celibe, operaio edile, si è spenta all’una e venti del pomeriggio del 27 marzo, in via Saggese, a seguito di un terribile volo di 7 metri dal tetto di un capannone che stava riparando. Ma i carabinieri hanno avvertito la famiglia soltanto alle cinque del pomeriggio, dopo quasi quattro ore. Claudio stava lavorando al nero – come confermano i militari – per conto di un noto costruttore della zona. Ora l’imprenditore è indagato per omicidio colposo e per tutta una serie di violazioni della normativa sulla sicurezza e del lavoro. Intanto il fratello di Claudio, Pietro, è su tutte le furie. “Perchè ci hanno avvisato solo quattro ore dopo ? Perchè ? Forse – la rabbia di Tammaro – hanno dovuto prima nascondere qualcosa che non si doveva sapere ? Io voglio giustizia, noi della famiglia vogliamo giustizia”. L’amarezza e il dispiacere sono stati riassunti in una lettera aperta che la figlia di Pietro e nipote di Claudio, Annarita, ha pubblicato su facebook, nella pagina di “Casalnuovo Aut”. “Mio zio – scrive la ragazza – è morto da solo, nell’indifferenza di chi era lì ed è scappato, di chi ha visto ed ha taciuto. Si perché c’erano altri operai mentre mio zio era su quel tetto del capannone! Intanto altri hanno visto e altri ancora oggi sanno. Ma non parlano. In tutto questo i carabinieri sono intervenuti solo dopo e noi della famiglia abbiamo saputo dell’accaduto cinque ore più tardi! “. Quindi la stoccata agli enti pubblici preposti ai controlli. “La polizia municipale di Casalnuovo – scrive ancora Annarita – non controlla i cantieri illeciti e di conseguenza l’asl non verifica la loro sicurezza. Ma quello che mi colpisce di più è l’indifferenza del primo cittadino. Ritengo ancora più triste infatti che della cosa a Casalnuovo non si sia parlato affatto: si parla piuttosto dell’ iPhone del sindaco e non della morte di un suo concittadino”. Claudio è morto il 27 marzo ma né il sindaco, di solito molto attivo sui social, né le forze dell’ordine hanno voluto rendere nota questa tragedia. “Non l’ho resa nota – risponde Pelliccia -perché ho interpretato la volontà dei familiari di mantenere il riserbo sulla notizia, anche se i familiari io non li ho sentiti direttamente. A ogni modo io e la polizia municipale, insieme ai carabinieri, abbiamo seguito costantemente la vicenda, da subito”. Ma Annarita replica stizzita a Pelliccia. “Non è vero – afferma – noi volevamo che la notizia fosse resa pubblica. E poi il sindaco quando è morto mio zio non ci ha fatto le condoglianze, né in forma pubblica né in forma privata”. Resta ancora da capire il motivo della mancata comunicazione alla stampa di questa tragedia. Se non fosse stato per il post facebook di Annarita, pubblicato undici giorni dopo la morte bianca, questa tragedia dello zio Claudio sarebbe rimasta una questione tra pochi intimi. Ma c’è livore soprattutto nei riguardi di Mario Pelliccia, proprietario del capannone dal quale è caduto Claudio Tammaro e committente dei lavori di riparazione. Pelliccia è indagato per omicidio colposo e violazione delle norme sulla sicurezza e sul contratto di lavoro. L’imprenditore è uscito di galera solo alcuni mesi fa. Nel 2002 Era stato arrestato dalla Guardia di Finanza per usura, estorsione e per non aver mai dichiarato un patrimonio immobiliare di 400 appartamenti del valore totale di 50 milioni di euro. Mario Pelliccia è il fratello di Domenico, condannato in primo grado insieme a Vincenzo Perdono, figlio dell’ex consigliere comunale di Forza Italia Ciro, per aver costruito nel 2006 interi rioni abusivi sui suoli agricoli delle frazioni di Casarea e di Tavernanova: uno scandalo internazionale. Entrambi sono inoltre i cognati di Pasquale Iorio Raccioppoli, il personaggio “di spicco” di Casalnuovo trucidato a colpi di mitra, nel 2009, insieme al cugino, in un noto bar di Tavernanova.
il capannone dov’è morto Tammaro, a Casalnuovo
Sant’Anastasia non è terra dei fuochi, non sulla carta. Eppure tanti giovani continuano ad ammalarsi e morire. Dinanzi a una serie lunghissima di brevi vite spezzate, gli amministratori delle pagine Facebook «Sant’Anastasia Oggi» e «Tele Anastasia», Ciro Colombrino e Mimmo Iossa, hanno deciso – coinvolgendo tantissimi cittadini – di organizzare per questa mattina – domenica 8 aprile – un maxi evento in piazza Madonna dell’Arco. Per fare «massa critica», per chiedere bonifiche immediate dei siti cittadini, per invocare una mappatura che confermi ufficialmente quello che – ufficiosamente – tutti dicono o sanno. Loro hanno intenzione di cominciare dalla richiesta di bonifica dei siti cancerosi, in primis – così scrivono sulle loro pagine – dalla ex Fag, area da tempo dismessa e proprietà di privati. Ma è solo l’inizio, appunto, perché nel territorio anastasiano – come del resto si può dire per buona parte dei comuni dell’hinterland napoletano – andrebbero bonificate, o quanto meno scandagliate, parecchie aree da monte a valle. Che la coscienza civica si sia improvvisamente destata – e si spera non soltanto quella – è evidente dall’attivismo seguito alle morti di alcuni giovani concittadini. Oggi, domenica 8 aprile, infatti, nel pomeriggio saranno in molti a rispondere all’appello lanciato dal giornalista e scrittore Francesco De Rosa che alle 17, nell’auditorium del convento francescano di Sant’Antonio ha dato appuntamento a chiunque voglia partecipare alla costituzione di un «Comitato Civico per la tutela della salute pubblica a Sant’Anastasia». Quanto all’amministrazione comunale, anche sulla pagina facebook del sindaco, Lello Abete, è comparso un post che fa ben capire come ci sia nell’aria preoccupazione e angoscia: «L’amministrazione comunale si è da sempre impegnata nella tutela dell’ambiente e della salute dei propri cittadini. Abbiamo posto in essere, in ogni momento e per ciò che attiene alle nostre competenze, azioni mirate alla tutela ambientale e del nostro territorio. Nei prossimi giorni organizzeremo una conferenza informativa molto interessante con esperti oncologi e di ecologia sui fattori di rischio e per comprendere meglio la situazione».
Rifiuti tossici occultati in un non troppo lontano passato, coperture in amianto, fattori di rischio latenti o palesi. La Campania e non certo solo Sant’Anastasia è puntellata da metaforiche «mine» pronte a brillare. Si ammalano e muoiono bambini, ragazzi, giovani e meno giovani. Oggi più di un tempo. Ben vengano quindi le manifestazioni, i flashmob, le manifestazioni, i comitati. Ben venga il coinvolgimento di medici, professionisti, istituzioni, forze dell’ordine, semplici cittadini. Il male ha un nome preciso: cancro. Che ha tante cause e non guarda in faccia nessuno quando «decide» di aggredire. Ci sono altri due mali; uno si si chiama «indifferenza», l’altro si chiama «superficialità». Perché per lottare contro un nemico così subdolo occorre non solo essere uniti e fare rumore, ma anche essere informati, fare unica massa – critica appunto – unico corpo. L’iniziativa dei due blogger anastasiani, Colombrino e Iossa, non ha precedenti in città e parte dalla indignazione del web, dall’angoscia di chi ha dovuto salutare troppo presto un familiare, un amico, magari solo un conoscente. O magari di chi quell’angoscia l’ha provata sulla propria stessa pelle. Si tratta di una cosa importante, che avrà sicuramente seguito. Magari con report dettagliati, con denunce e comunicazioni mirate. Ma occorre anche altro, coinvolgere i cittadini come gli amministratori delle due pagine social più seguite in città hanno fatto e faranno è fondamentale, però occorre la presenza concreta di chi può agire compiendo concretamente – e finalmente – le azioni che la «massa critica» chiede. Detto chiaro, occorrono le istituzioni, occorre la scienza, occorre lo Stato. E occorre responsabilità. L’appuntamento di oggi pomeriggio nell’auditorium di Sant’Antonio mira soprattutto a questo. «Ciascuno deve esserci come può, secondo le proprie professioni – spiega Francesco De Rosa – il medico, il giornalista, il politico, le istituzioni, le forze dell’ordine, le parrocchie, le famiglie, le scuole, psicologi, imprenditori, senza protagonismi». Sono entrambi appuntamenti importanti, quelli di oggi. Al mattino in piazza Arco ci sarà forse chi riesce a parlare e fare appello più alla «pancia», al cuore, alle coscienze della città. Al pomeriggio, provando a costituire il comitato per la tutela della salute pubblica, si riuscirà magari anche ad avviare un motore che finora nella comunità sembra in panne: quello della sinergia, del lavoro all’unisono, della squadra che unisca i Palazzi e le Piazze. «Individuazione e bonifica dei siti inquinati – spiega De Rosa illustrando gli obiettivi dell’iniziativa – ma anche screening e un osservatorio sui nostri stili di vita sbagliati, dall’abuso delle auto in città (ndr, l’intento è coinvolgere l’Arpac per monitorare i livelli di Pm10) agli incendi sulla montagna, alla sottrazione del verde pubblico e a tanti altri fattori». L’importante è essere operativi, insieme, per non dover piangere altri giovani. Tra flashmob e iniziative di stampo civico che coinvolgeranno anche le istituzioni e che hanno incassato le adesioni di oncologi di fama come Franco Ionna che già a Sant’Anastasia ci è stato per altre iniziative, arriva la promessa dell’amministrazione comunale. «Oggi ci saranno due momenti importanti in città – commenta il sindaco Lello Abete – il primo in piazza Arco, un flashmob nato in maniera spontanea e che servirà sicuramente a sensibilizzare ulteriormente i cittadini, il secondo – su iniziativa di Francesco De Rosa nel pomeriggio – che spero sia di proficuo accompagnamento alle iniziative che stiamo mettendo in campo. Quanto a noi, all’amministrazione comunale, stiamo organizzando insieme all’Asl, alla Regione e all’Arpac, un convegno informativo con la presenza di esponenti delle istituzioni e oncologi di fama, per informare la cittadinanza sulla prevenzione e sullo stato dei fattori di rischio in città. Lo faremo dati alla mano e con coscienza, sulla base dei fatti. Un problema c’è, esiste, non solo a Sant’Anastasia ma in tutta la Campania, noi ci saremo per illustrare quanto faremo e quanto già abbiamo messo in campo».
“Don Pascà fa acqua ‘a pippa”, commedia di Antonio Petito nel libero adattamento di Merone per la regia di Antonino Laudicina, dopo la prima di ieri sera tornerà al Metropolitan per la pomeridiana delle 18, 45. Come ieri, anche questo spettacolo Antonio Merone e la sua compagnia hanno voluto dedicarlo alla memoria di Luigi De Filippo.
La Compagnia Stabile del Teatro Metropolitan – Città di Sant’Anastasia è tornata in scena ieri sera, e replicherà oggi, con una commedia di Petito liberamente adattata da Antonio Merone. Accanto all’attore, al quale la moglie di De Filippo, Laura Tibaldi, ha voluto far pervenire un messaggio di suo pugno, ci sono i compagni di sempre in gran forma: Carmine Beneduce, Susy Muselli, Gennaro La Rocca, Annamaria Varetti, Lisa Terranova, Franco Abete, Attilio Miani, Alfredo Bruni, Antonio Fusco, Antonietta Galante, Aniello Sdino, Margherita D’Alessandro, Lorenza De Simone e suo figlio, Gabriele Merone. Le musiche di Giovanni Sepe, i costumi di Rosaria Riccio, le scene di Franco Piccolo realizzate da Castì, le luci di Megaride, le foto di scena di Ciro Merone, l’amministrazione affidata a Clelia Mosca e la regia di Laudicina per la direzione artistica dello stesso Merone. La compagnia va in scena, regalando due ore di risate al pubblico, anche grazie agli sponsor: Intimo e Fantasia di via Arco, Sud Italia Costruzioni di Somma Vesuviana e Tecnocasa di via D’Auria.
La commedia, scritta da Antonio Petito nel 1873, è ambientata in un basso napoletano dove abita una famiglia che non se la passa proprio bene. Ma una lettera proveniente dall’America fa intravedere uno spiraglio nella miseria dignitosa che avvolge la casa di Ciccillo Speranza (interpretato da Merone), falegname “morto di fame” per professione. Il copione che negli anni è stato rivisitato da artisti del calibro di Gaetano Di Maio, interpretato da Luisa Conte e più tardi dalla nipote Ingrid Sansone sembra, nell’adattamento di Merone, tagliato sulla sua caratteristica comicità.
Ieri dopo la prima, applausi a scena aperta e qualche sorpresa, dalla presenza di Francesco De Blasio, nipote di Nino Taranto, e dell’attore Lucio Ciotola, più volte sulle scene con Luigi De Filippo. C’è un’altra sorpresa, a base di «Caviale e Lenticchie», cavallo di battaglia di Taranto e che sarà nel prossimo futuro affidata all’estro di Merone. Ma forse il capocomico della compagnia stabile del Metropolitan vorrà svelare lui stesso i dettagli al pubblico di questa sera. Noi, ci torneremo di sicuro.
In una padella soffriggete in poco olio lo spicchio d’aglio e il peperoncino, dopo qualche minuto alzate la fiamma e calate il polpo intero già pulito e fate rosolare qualche minuto avendo cura di girarlo spesso. Una volta rosolato, sfumate con vino bianco.
Una volta evaporato l’alcool aggiungete la passata di pomodori e fate cuocere qualche minuto a fiamma alta, aggiungete le olive nere e dopo un po’ calate la fiamma e lasciate cuocere una mezz’oretta col coperchio lievemente alzato. A questo punto potete tagliare il polpo in pezzi se non lo avete fatto prima.
In un’altra padella scaldate qualche cucchiaio di olio evo e tostate il riso, fumate col vino bianco e iniziate a cuocere aggiungendo man mano il brodo di pesce precedentemente preparato e già salato.
E’ importante che il brodo sia sempre bollente.
Quando il riso sarà cotto aggiungete il sugo dei polpi, una bella manciata di prezzemolo tritato, sale e pepe e decorate con le code dei polpi.
Buona appetito
I migliori prodotti alimentari campani “a chilometro zero” saranno i protagonisti di grande evento dedicato al cibo che si terrà il 14 ed il 15 aprile prossimi nella splendida cornice della fonderia Righetti di villa Bruno, in via Cavalli di Bronzo 20. La due giorni, che ha ottenuto il patrocinio della Città di San Giorgio a Cremano, avrà come titolo “Le nostre eccellenze”, proprio a rimarcare i luoghi di produzione dei cibi che saranno presentati al pubblico. Saranno presentati al pubblico, che potrà acquistarli, latticini, dolci, vino, olio, gelato, liquori, birra, carni, salumi, pane, pomodori e pasta. Il cibo sarà, dunque, il grande protagonista dell’inizativa, a cui si potrà accedere sabato e domenica prossima, dalle 11 alle 14 e dalle 17 alle 21, grazie all Pop Art Adv, una dinamica azienda di organizzazione e promozione di eventi con sede nel Vesuviano.
“Negli ultimi anni, è cresciuta la tendenza a comprare cibi già pronti, o addirittura provenienti da migliaia di chilometri – spiegano gli organizzatori – Tal evento sarà un occasione per far ritornare le persone a cucinare ed a preparare il ‘buon cibo’, scegliendo ingredienti e materie prime di nostra produzione. Saranno presenti espositori e ristoratori che metteranno a disposizione i propri prodotti ed i propri chef, fondendosi tra loro, creando piatti da far degustare all’ utente finale.”
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