Somma Vesuviana, i consiglieri di opposizione: «Il nostro ricorso al Tar va avanti»





Disoccupati in rivolta ad Acerra: bloccato il cantiere di una scuola chiusa da anni. Dati sul lavoro da brivido
Mentre i dati nazionali sull’occupazione sembrano un più incoraggianti l’area napoletana resta nella palude della crisi profonda. E di conseguenza resta anche fucina di tensioni sociali. Ieri infatti i disoccupati di Acerra aderenti all’ex progetto regionale “BROS” hanno preso d’assalto il cantiere comunale per la ristrutturazione del primo circolo didattico, nel piazzale Renella, alle spalle del castello baronale. I lavori sono stati ovviamente bloccati. Il cantiere del primo circolo didattico di Acerra, la scuola più storica della città, era stato di recente faticosamente avviato dalla municipalità allo scopo di ristrutturare l’edificio scolastico, chiuso sei anni fa a causa di un dissesto strutturale. Da allora gli oltre mille iscritti della platea scolastica vengono sistematicamente dirottati in sistemazioni di fortuna ricavate da altri plessi. Ieri intanto è sopraggiunto un blocco inaspettato, stavolta a causa di una piaga tipica del tessuto sociale di queste zone, la mancanza di lavoro appunto. Il cantiere del primo circolo è stato occupato da un gruppo di giovani e meno giovani poco dopo l’alba. Sul posto è giunta subito la polizia. Dopo alcune ore di stallo due esponenti della giunta del comune di Acerra, due assessori, si sono recati all’interno dell’area messa in scacco dai “BROS”. Hanno parlato con i manifestanti. Ma il tentativo di mediazione non ha ottenuto i risultati sperati. Il cantiere è rimasto nella mani degli occupanti. Quindi, intorno all’una, un gruppetto composto da quattro giovani manifestanti si è arrampicato sulla gru del cantiere. I disoccupati sono rimasti per un po’ in bilico, in cima alla struttura alta trenta metri. Sono poi scesi nel pomeriggio. Si tratta di una protesta che ha una serie di rivendicazioni concrete. In ballo ci sono alcuni milioni di euro del progetto regionale Campania Più, salari sociali da erogare ai disoccupati nell’ambito di servizi di pubblica utilità. La Città metropolitana di Napoli sta già avviando questo piano per un certo numero di senza lavoro della città di Napoli. Il nodo intanto è quello dei senza lavoro della provincia. I disoccupati di Acerra chiedono al sindaco Raffaele Lettieri di fissare per loro incontri bilaterali con la Città Metropolitana e con la Regione Campania. “Perché da troppi anni – scrivono i BROS in un volantino distribuito in città – siamo stati esclusi dalle emergenze sociali di questo esecutivo e da una giunta distratta da altri interessi comunitari”. Il Movimento dei Corsisti Autorganizzati di via del Pennino ha aggiunto nel messaggio scritto un appello all’amministrazione Lettieri a “un maggiore impegno nel contrastare la povertà nel comprensorio acerrano in cui centinaia di famiglie sono indigenti”. Sono da scoramento assoluto i dati Istat sul mercato del lavoro in quello che fu il grande polo industriale della Montefibre, dell’Alfasud, dell’Avio e dell’Alenia. I dati di riferimento sono quello complessivo dell’Italia, che ha una disoccupazione del 10,9 % e quella giovanile al 34 %, e quelli, già ben più gravi, della Campania, dove c’è il 22 % di disoccupazione media e il 55,4 % di giovani senza lavoro. Ma nel territorio napoletano dell’ex polo industriale orientale i numeri sono da terzo mondo. Acerra: disoccupazione media al 27 %, giovanile al 61,6 %. Pomigliano: disoccupazione media al 24,4 %, giovanile al 61,7 %. Casalnuovo: disoccupazione media al 28 % e giovanile al 62,7 %. Castello di Cisterna: disoccupazione media al 30,1 % e giovanile al 71,2 %. Brusciano: disoccupazione media al 30,3 %, giovanile al 62,1 %.
Tensione Auchan: oggi sit in a via Argine. Sciopero in Campania. Solidarietà dalla Lombardia: è stato di agitazione
Indipendentemente dai fatti che si stanno per consumare a Napoli forse il dato che spicca da questa vertenza per il salvataggio dell’ipermercato Auchan di Napoli e di tutti i cinque ipermercati campani del gruppo è probabilmente la solidarietà che i sindacati e i lavoratori lombardi della multinazionale francese hanno deciso allo scopo di sostenere la lotta campana. Tutte le sigle della catena lombarda di Auchan ieri hanno infatti proclamato lo stato di agitazione. Non è molto, certo, ma nemmeno poco: sicuramente un segnale di quelli che contano sotto il profilo quantomeno politico e del morale. Intanto la giornata di oggi conoscerà a Napoli il suo più alto picco di tensione nell’ambito della vertenza sulla cessione dell’ipermercato di via Argine e il conseguente ridimensionamento con il taglio di almeno 70 dei circa 150 addetti della struttura ubicata nel centro commerciale di proprietà del gruppo d’Oltralpe. Un piano da brividi che anticipa quello più ampio di lasciare entro un anno al massimo la Campania e quindi di assegnare stessa sorte toccata al sito di Argine anche agli altri ipermercati di Mugnano, Nola, Pompei e Giugliano (7 iper per un totale di 900 addetti ed almeno 400 licenziamenti pianificati nell’ambito di un vasto programma di cessioni). Oggi dunque, a partire dall’alba, scatterà lo sciopero proclamato per tutto il fine settimana di questo sabato e della domenica successiva. L’astensione interesserà i 5 ipermercati campani. Poi alle undici i lavoratori di via Argine e le delegazioni provenienti dagli altri ipermercati si ritroveranno davanti al centro commerciale di Napoli, accanto alla grande strada che collega l’area metropolitana orientale al centro cittadino di via Marina e della stazione centrale. Per quanto riguarda la vertenza la situazione appare poco leggibile. Per legge l’Auchan avrebbe dovuto consegnare ai sindacati entro ieri la documentazione della cessione dell’iper di Argine alla Sole 365, un gruppo emergente di Castellammare di Stabia. La consegna doveva infatti avvenire 25 giorni prima del giorno programmato per la cessione con fitto di ramo d’azienda, cioè il primo maggio, che come per un’ironia della sorte è la festa dei lavoratori. Non si sa ancora se la documentazione sia stata inviata da Auchan entro la mezzanotte di ieri. “Comunque oggi è il giorno in cui dobbiamo farci sentire – commenta Rodolfo Plesinger, della segreteria regionale Uiltucs – spero che tutti qui in Campania siano coscienti che ci stiamo giocando il nostro futuro di lavoratori e di persone per cui dobbiamo stare uniti e agire all’unisono. Sempre insieme”. La vertenza campana è nel frattempo coordinata da due dirigenti sindacali esperti e di spicco: Antonio Napoletano, segretario regionale della Uiltucs, e Luana Di Tuoro, segreteria regionale della Filcams Cgil. Ora però la parola passa ai lavoratori.
Veleni spagnoli
Nel cimitero di Tarquinia c’è un’iscrizione funeraria che recita più o meno così: “Ed ora che mia suocera qui giace, lei non lo so, ma io riposo in pace”.
Una frase che racchiude secoli di ingiurie, maldicenze, occhiatacce e antipatie reciproche tra lei, la moglie, e l’altra, la madre di lui. Per la cronaca, nuora e suocera.
Potevano sfuggire i nobili a questa regola non scritta? Giammai! Lo hanno testimoniato davanti al mondo pochi giorni fa i reali di Spagna, con la giovane regina Letizia che tentava in tutti i modi di impedire alla suocera Sofia, di farsi una foto con le nipotine.
Poco c’è mancato che si menassero come due burine dei quartieri popolari, però se le son dette di tutti i colori, gli sguardi torvi e gli occhi infuocati hanno saputo raccontare più di mille parolacce reciproche.
E loro, i rispettivi mariti? Imbarazzati, impotenti e un po’ rincoglioniti si osservavano sperando che qualche saetta incenerisse le due streghette. Ma niente, la famigliola ha masticato amaro e l’ostilità tra le due era talmente ribollente che non sono state capaci nemmeno di fare buon viso a cattivo gioco. Immaginate cosa può essere successo allorquando i reali si sono ritirati nelle loro nobili dimore.
Anche i ricchi, i reali, i nobili, si odiano.
L’invettiva di Pasqua del vescovo contro la scarcerazione dei Pellini: “Decisione che ci umilia e che incoraggia certi comportamenti”
Sta facendo scatenare una ridda di polemiche la scarcerazione avvenuta venerdi scorso, dopo appena dieci mesi di reclusione, dei fratelli Giovanni, Salvatore e Cuono Pellini, gli imprenditori acerrani dello smaltimento dei rifiuti finiti in carcere l’anno scorso con una condanna a 7 anni per disastro ambientale nella Terra dei Fuochi. La liberazione dei tre condannati ha provocato la mobilitazione delle associazioni della Terra dei Fuochi, i cui militanti stamattina alle 9 e 30 daranno il via a una manifestazione di protesta sotto le mura del tribunale di Napoli. Ma contro il provvedimento della magistratura è sceso in campo anche il vescovo di Acerra, attraverso una dura omelia pronunciata dall’altare del duomo della città davanti a centinaia di fedeli, durante la messa della Santa Pasqua, domenica. “La decisione di scarcerare i Pellini – le parole del prelato – sottovaluta il dramma umanitario dell’inquinamento, umilia i cittadini e incoraggia certi comportamenti. Siamo rassegnati perché la legge ha fallito: è l’immagine emblematica del fallimento, quella del Cristo in croce”. Tecnicamente la questione è complessa. I pellini sono usciti di prigione così presto grazie all’effetto combinato dei 6 mesi di reclusione cautelare, dei tre anni di sconto consentiti dall’indulto del 2006 e di un provvedimento di sospensione discrezionale della reclusione inferiore ai quattro anni emanato dalla procura generale presso la corte d’appello di Napoli. Un provvedimento provvisorio che dovrà essere valutato dal tribunale di sorveglianza. ” Questa notizia – ha però affermato Di Donna dall’altare – ci ha lasciato sgomenti. Desta come minimo un forte sconcerto, un rammarico. Sono stati condannati per un grave disastro ambientale di cui ancora oggi non è possibile calcolare completamente gli effetti devastanti sulla salute dei cittadini”. “E anche se è un provvedimento che si dice provvisorio – ha proseguito il prelato – ridimensiona comunque fortemente quella sentenza grave, chiara, che la corte di cassazione, massimo grado di giustizia, solo pochi mesi fa aveva emanato e che parlava di grave disastro ambientale ad Acerra. E’ stata dunque una decisione che suscita sconcerto in noi perché significa sottovalutare il dramma umanitario dell’inquinamento per il quale da noi si continua ad ammalarsi e a morire. Una decisione che suscita disorientamento per la difformità di giudizio tra i diversi organi della giustizia. Una decisione che non tiene in considerazione, umilia e mortifica la sensibilità dei cittadini verso il dramma ambientale. Una decisione che, nonostante un decreto del governo di due anni fa (il decreto terra dei fuochi ndr), incoraggia certi comportamenti. Si, capisco la vostra rassegnazione: noi sperimentiamo il fallimento delle leggi, della nostra ansia di giustizia”. Dure anche le parole sulla situazione ambientale complessiva . “L’immobilismo regna sovrano e questo genera rassegnazione – ha sostenuto Di Donna durante l’omelia – E’ tutto fermo: gli impegni assunti dalle istituzioni, ma anche i nostri impegni personali e sociali sembrano fermi in questo ambito. L’osservatorio regionale sull’ambiente non parte. E non parliamo delle bonifiche. Si, c’è lo smaltimento delle ecoballe. Ma anche quello va a rilento. Inoltre indagini recenti hanno dimostrato che si continua a lucrare sull’affare dei rifiuti. E le richieste che più volte i cittadini hanno avanzato e cioè quelle di una moratoria seria, che si opponga a nuovi insediamenti inquinanti, le richieste di controllare continuamente l’aria che è inquinata, di far funzionare le centraline per il controllo delle polveri sottili: inevase”. Il vescovo ha anche parlato della vicenda del vigile eroe di Acerra, morto di cancro quattro anni fa dopo aver sequestrato decine di discariche abusive. “Il ministero ancora una volta nega di riconoscere Michele come vittima dell’inquinamento – l’amarezza di monsignor Di Donna – che ha causato la sua morte nonostante sia stato la sentinella dei rifiuti della nostra terra”.
Rosso infiammazione
Chi ha avuto l’opportunità di vederlo da vicino, afferma che avesse la faccia talmente rossa da far sospettare una scottatura per eccesso di esposizione al sole. Già, ma quale sole? E poi, dove l’avrebbe preso tutto questo sole Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica?
No, niente sole, né un rilascio di calore dovuto ad un uso eccessivo di cortisone. Il Presidente della Repubblica, però, subito dopo l’incontro con la delegazione di Forza Italia, capeggiata da Berlusconi, ha manifestato questo colorito molto accentuato al punto che qualcuno ha sospettato che si sarebbe azzuffato con Berlusconi e che lo stesso l’abbia fatto graffiare dalla Gelmini e dalla Bernini che lo accompagnavano.
Per evitare equivoci e maldicenze, però, una nota pubblicata nel pomeriggio smentiva qualsiasi zuffa e parapiglia con la delegazione dell’ex cavaliere. Tuttavia, qualcuno molto ben informato ha fatto trapelare che Mattarella, dopo aver incontrato Berlusconi, abbia cominciato a girare tutto in tondo al tavolo dove riceve le delegazioni e a lamentarsi ad alta voce, dicendo più o meno quanto segue: “Ma porca miseria, una sentenza definitiva dice che Berlusconi dal 1974 al 1982 ha stretto, mantenuto e rispettato dei patti stipulati con Cosa Nostra grazie all’intermediazione di Dell’Utri e oggi ancora mantiene ruoli importanti nella politica nazionale? È un condannato in via definitiva per evasione fiscale e io…, io sono costretto a incontrarlo!”.
E giù a darsi schiaffi in faccia in maniera ripetuta e via via sempre più violenta, fino a diventare rosso come un villeggiante al primo giorno di vacanza sotto al solleone di agosto.
Per il secondo giro di consultazioni pare che a Mattarella abbiano regalato una crema protettiva e una tisana Sedanerv. Tuttavia, il Presidente è molto preoccupato dei tranelli che potrebbe ordire l’incandidabile Silvio. Si è cautelato con la crema Fissan.
Non si sa mai…
A Gaetano Di Maiolo, “Ridiamo” per lui
Lettera a Gaetano. Indimenticabile Amico.
Io boh, pure voi, mah. Mi perdonerai , spero, se prendo in prestito la frase che troneggia sul tuo profilo ma è così dannatamente adeguata alla circostanza della tua morte e non ho saputo resistere. Io boh, non ci posso credere. E tu, mah. Tu che scherzavi sul senso della vita e della morte. Mah. Tu che qualche mese fa postavi la frase: “Hanno provato a seppellirci , ma non sapevano che siamo semi” . E, come al solito, avevi colpito nel segno: da giorni sui social gira la tua foto. Mah. Non ho saputo resistere neanche alla tentazione di tirare fuori dal cassetto dei ricordi l’invito al tuo quarantesimo compleanno. Non faccio che girarlo e rigirarlo tra le mani e non faccio che ridere. Si, ridere perché solo tu potevi pensare ad un invito simile:milioni di spermatozoi che corrono e uno al centro da cui esce la tua faccia: the winner is Gaetano! Geniale, come sempre. Originale, da sempre. Unico, per sempre.
Quanto ci hai fatto ridere e quanto abbiamo riso insieme! Tu che, come nessuno mai, sapevi imitare il grande Eduardo de Filippo nella famosa scena di “Natale in Casa Cupiello”. Quella voce flebile, ironica, che ci inchiodava sempre e ci faceva impazzire dalle risate. E che dire della tua ormai famosa performance dell’Annunciazione di Massimo Troisi? Ridevamo per ore e chiedevamo sempre il bis… Allora vedevamo in te l’amico simpatico con cui trascorrere le nostre serate e nel frattempo, senza che ce ne rendessimo conto, l’artista che c’era in te usciva sempre più allo scoperto. La pittura, la poesia, la musica: ogni cosa con gli anni prendeva il suo posto e la nobiltà del tuo animo e del tuo intelletto si librava sempre più verso alte vette. Con la leggerezza, l’umiltà e il garbo che ti hanno sempre contraddistinto, hai iniziato ad esternare e a manifestare la tua arte nella galleria Borbonica, a Castel dell’Ovo, all’ex albergo dei Poveri dove hai presentato “Aylan”, un vero capolavoro, con l’intento di creare -come tu stesso dicevi- inciampo. E ci hai fatto inciampare in te e nella realtà che rappresentavi in modo straordinariamente originale…
Io boh, sono in seria difficoltà. Ho il timore di cadere nella retorica, di scrivere banalità. Ti rivedo in quel corridoio in lacrime e smarrito di fronte alla morte del nostro comune amico Gaetano Di Matteo e sento ancora forte il calore del tuo abbraccio, la dolcezza delle tue parole di conforto, la gioia di voler suonare così come lui, il Maestro, ti aveva insegnato. Io, boh. Ancora non ci credo che anche con te la vita è stata impietosa. Mah. Cerco di scacciare la malinconia concentrandomi sul nostro ultimo incontro di circa un mese fa. Tu si, Gaetano Di Maiolo al bar a gustare un buon caffè e a scambiare quattro chiacchiere con me. Come vecchi amici che, benché non avessero più trovato tanto tempo per frequentarsi spesso, avevano tanto da raccontarsi. E così rivedo i tuoi occhi che brillano mentre mi racconti di Antonio e di Salvo, i tuoi capolavori più grandi. I progetti, le speranze, i sogni e, naturalmente, le tue intelligenti battute. Quel giorno abbiamo riso tanto. Pure voi, senza mah questa volta. Voi, amici che come me avete avuto l’onore di conoscerlo e di frequentarlo, cercatelo in questo intrigante e straordinario gioco della parola RIDIAMO che lui stesso ha composto e che la sua dolcissima e amata compagna di vita, Maria Romano, ha voluto che si leggesse in chiesa. Ciao Gaetano, ti prometto che ridiamo…
Ridiamo
perché è utile
Ridiamo
perché liberarsi
è un atto di responsabilità
ridiamo
perché è una gioia
Ridiamo
perché è importante
Ridiamo
perché ci renderà
felici
Ridiamo
perché il futuro
sarà migliore
Ridiamo
quando nessuno
ce lo chiede
Ridiamo
tutti insieme
perché sarebbe bello
Ridiamo
perché le persone tristi
vedano che esiste una possibilità…
Ridiamo
tutto ciò che c’è da ridare
perché il nostro superfluo
è il loro necessario
Ridiamo
tutto ciò che abbiamo sottratto perché nulla appartiene definitivamente a noi
e poi finalmente
Ridiamo
Si !
Ridiamo di tutto ciò
che abbiamo
ridato
perché solo allora
se ridiamo
avremmo riso col cuore
se ridiamo
valore
alle cose che non hanno
prezzo
allora si
ridiamo
Ridiamo
Ridiamo…
prima che sia
troppo tardi
ridiamo a crepapelle
Pomigliano d’Arco, recuperata la tartaruga azzannatrice nel parco pubblico G.Paolo II
Tartaruga azzannatrice recuperata, nel parco pubblico Giovanni Paolo II di Pomigliano d’Arco, dal nucleo forestale CITES che si occupa di specie protette e a rischio estinzione. Detta anche tartaruga alligatore, la testuggine era già stata individuata ad ottobre, poco prima dello scorso inverno e “riconosciuta” da Salvatore Papaccio, coordinatore dei parchi pubblici cittadini, che ne aveva informato l’assessore all’Ambiente, Maria Grazia Tartari – medico veterinario – e il sindaco Lello Russo. Avevano tutti concordato circa la necessità di catturare l’esemplare per metterlo al sicuro e per evitare che facesse del male al resto della fauna presente: la tartaruga alligatore si nutre, infatti, di pesci, anfibi, uccelli, piccoli mammiferi. Da ottobre però nessuna traccia della tartaruga che era evidentemente in letargo, ma l’altro giorno si è rifatta finalmente vedere e si è potuto catturarla. L’assessore Tartari ha avvisato il corpo forestale e ne ha disposto il recupero, da oggi l’esemplare “pomiglianese” potrà scorrazzare tranquillamente in un’area che lo zoo di Napoli ha allestito di recente, dedicata proprio alle tartarughe azzannatrici. Altra questione è come sia arrivata, una tartaruga azzannatrice, nel laghetto del Parco Pubblico di Pomigliano: l’esemplare, come del resto altre tartarughe o anfibi, vi è stata abbandonata, evidentemente da qualcuno che l’aveva prima acquistata illegalmente e poi deciso di non poterla più accudire. “Teniamo molto alla salute della fauna nei nostri parchi – dice l’assessore Tartari – e facciamo in modo da monitorare sempre la situazione. Ringraziamo il curatore dello zoo di Napoli, il collega medico veterinario Michele Capasso che si è subito attivato su nostra richiesta contattando il capitano Marco Trapuzzano del nucleo forestale dell’Arma, sempre attivissimo rispetto alla piaga del mercato illecito di animali”.
Somma Vesuviana, i riti della montagna dal Sabato dei Fuochi al Tre della Croce
Inizia domani, sabato 6 aprile – il Sabato in Albis – la festa della montagna calda che avrà fine il 3 maggio, entrambe le occasioni di festa provengono dalla cultura contadina. Riti antichi e paranze devote alla Madonna che recuperano antichi riti che arrivano dalla notte dei tempi ma sempre con gli stessi ingredienti: musica, danza, vini, fiaccole, fede.
La festa della montagna calda, che ha inizio con l’equinozio di primavera, il Sabato in Albis, ha una durata variabile e termina il tre maggio. Essa s’inquadra nei cosiddetti riti della vegetazione, cioè tra quei riti di primavera, propiziatori al risveglio della natura e attraverso i quali – afferma la studiosa Maria Rosaria Celeo – il contadino spera di ottenere un ricco e favorevole raccolto. Dai documenti in possesso dell’Archivio storico non arriva alcuna documentazione su questa festa, tranne qualche appunto di Don Armando Giuliano, che per anni fu Rettore del Santuario. Certo è che a questo rito sono interessati tutti i Comuni vicini al Monte Somma che da sempre hanno fissato un giorno del periodo festivo per recarsi al Santuario di Santa Maria a Castello. La statua lignea di Mamma Schiavona, così denominata, fu portata a Somma da Carlo Carafa nel 1622 e numerose sono le grazie che gli abitanti del posto hanno ricevuto, testimoniate anche dalla presenza di numerosi ex-voto.
Già nell’antica Roma si celebrava una festa per onorare la dea Flora (dea della vegetazione) dal 28 aprile al 3 maggio, con cerimonie sfrenate e orgiastiche di tema pastorale. Durante questa festa – denominata Floralia – era ammessa una maggiore lascivia, con profusione di scherzi, balli e grandi bevute di vino. Un altro accostamento è da ricercare nel mondo greco con il culto di Dioniso, dio della religiosità agraria e del rinnovarsi annuale della produzione delle messi. Alla base del culto vi erano tre elementi che tuttora ritroviamo: la musica, la danza e il vino, oltre ai colori delle fiaccolate nell’ambientazione notturna che ci riportano alle torce accese in serata durante la salita e la discesa del monte.
E’un momento caratterizzato dalle tradizionali paranze, che promuovono una vera e tenera devozione alla Madre Celeste, iniziando un percorso di fede il sabato in albis dalla località a est del Monte Somma, detto Gnundo, per poi concluderlo sulla vetta più alta del Monte Somma, il Ciglio, il tre maggio seguente. Tutto è incentrato sul canto, una delle tante meraviglie che la natura ha offerto all’uomo, e se questo canto, poi, è rivolto a una bella figliola, la Madre Celeste, allora tutto si tramuta in fuoco e passione. Il fuoco che illumina durante le notti il Sacro Monte avvolto in miti e leggende e la passione che, invece, si trasforma in una dolce melodia che da sempre il solito cantatore con il coro dei devoti improvvisa sul sagrato della chiesetta sotto il sorriso della Madonna. Un canto che viene da lontano, sillabico, la cui melodia è costruita sulla scala maggiore napoletana con suoni prolungati e fioriti. Un infinito canto d’amore che si sparge tra le valli profumate di ginestre e arriva pian piano sotto la finestra della donna amata con il consueto dono della pertica. Tra i canti del mondo contadino una particolare attenzione è rivolta anche alla fronna, una forma di canto senza accompagnamento strumentale, una sorta di recitativo, che i contadini usavano per comunicare tra loro a grandi distanze, portando la mano alla guancia per amplificare il suono. Grazie alla buona trasmissione e alla leggerezza del suono le fronne furono utilizzate in seguito presso le finestre dei carcerati per comunicare notizie in codice o per trasmettere messaggi d’amore e di conforto. La fronna rimane, però, una tipica forma di canto che precede ancora oggi lo svolgimento della tammurriata e viene eseguita da un cantore solista che accompagna il suo gruppo fino al sagrato della chiesa, esaltando la devozione. Il Sabato in Albis sulla località Gnundo una piccola cappella segna il punto sacro della vetta e qui ceste di cibo, vino e fuochi d’artificio fanno da padroni. I gruppi o paranze di questa giornata sono parecchi e sono distribuiti lungo lo spiazzato, facendo sentire la loro presenza mediante balli e canti. Il 3 maggio, invece, conosciuto come anche tre della Croce, è il giorno di chiusura della festa. Le manifestazioni sono le stesse del Sabato dei fuochi ma la simbologia attivata nelle circostanze è quella del ringraziamento per l’abbondante raccolto. In questo giorno, infatti, si festeggia la resurrezione avvenuta, il miracolo della natura e il ringraziamento sale sul Ciglio, il punto più alto della montagna e quindi più vicino al cielo. Nel 1984 la paranza del Ciglio (nella foto) costruì su questa cima una cappella sulla destra della grande croce che segna tuttora il punto sacro della vetta. Anche qui le paranze sono parecchie e sono distribuite lungo le valli. Nel pomeriggio di questo giorno, invece, nel vallone le paranze con gli strumenti tradizionali (tamburi, putipù, triccabballacche e scetavaiasse) iniziano a suon di tammurriate a cantare e a danzare creando agli occhi dei visitatori spettacolari emozioni. Le danze e i canti continueranno fino a sera, quando – sostiene lo storico sommese Angelo Di Mauro – le stelline della pianura e quelle del cielo, fattosi nero di brume e di notti, preparano al monte un altro infinito di fuochi artificiali.
foto di copertina. collezione Vitolo
foto gallery: collezione Saverio Raia
foto di copertina. collezione Vitolo
foto gallery: collezione Saverio Raia


