La vita di Claudio, 52 anni, celibe, operaio edile, si è spenta all’una e venti del pomeriggio del 27 marzo, in via Saggese, a seguito di un terribile volo di 7 metri dal tetto di un capannone che stava riparando. Ma i carabinieri hanno avvertito la famiglia soltanto alle cinque del pomeriggio, dopo quasi quattro ore. Claudio stava lavorando al nero – come confermano i militari – per conto di un noto costruttore della zona. Ora l’imprenditore è indagato per omicidio colposo e per tutta una serie di violazioni della normativa sulla sicurezza e del lavoro. Intanto il fratello di Claudio, Pietro, è su tutte le furie. “Perchè ci hanno avvisato solo quattro ore dopo ? Perchè ? Forse – la rabbia di Tammaro – hanno dovuto prima nascondere qualcosa che non si doveva sapere ? Io voglio giustizia, noi della famiglia vogliamo giustizia”. L’amarezza e il dispiacere sono stati riassunti in una lettera aperta che la figlia di Pietro e nipote di Claudio, Annarita, ha pubblicato su facebook, nella pagina di “Casalnuovo Aut”. “Mio zio – scrive la ragazza – è morto da solo, nell’indifferenza di chi era lì ed è scappato, di chi ha visto ed ha taciuto. Si perché c’erano altri operai mentre mio zio era su quel tetto del capannone! Intanto altri hanno visto e altri ancora oggi sanno. Ma non parlano. In tutto questo i carabinieri sono intervenuti solo dopo e noi della famiglia abbiamo saputo dell’accaduto cinque ore più tardi! “. Quindi la stoccata agli enti pubblici preposti ai controlli. “La polizia municipale di Casalnuovo – scrive ancora Annarita – non controlla i cantieri illeciti e di conseguenza l’asl non verifica la loro sicurezza. Ma quello che mi colpisce di più è l’indifferenza del primo cittadino. Ritengo ancora più triste infatti che della cosa a Casalnuovo non si sia parlato affatto: si parla piuttosto dell’ iPhone del sindaco e non della morte di un suo concittadino”. Claudio è morto il 27 marzo ma né il sindaco, di solito molto attivo sui social, né le forze dell’ordine hanno voluto rendere nota questa tragedia. “Non l’ho resa nota – risponde Pelliccia -perché ho interpretato la volontà dei familiari di mantenere il riserbo sulla notizia, anche se i familiari io non li ho sentiti direttamente. A ogni modo io e la polizia municipale, insieme ai carabinieri, abbiamo seguito costantemente la vicenda, da subito”. Ma Annarita replica stizzita a Pelliccia. “Non è vero – afferma – noi volevamo che la notizia fosse resa pubblica. E poi il sindaco quando è morto mio zio non ci ha fatto le condoglianze, né in forma pubblica né in forma privata”. Resta ancora da capire il motivo della mancata comunicazione alla stampa di questa tragedia. Se non fosse stato per il post facebook di Annarita, pubblicato undici giorni dopo la morte bianca, questa tragedia dello zio Claudio sarebbe rimasta una questione tra pochi intimi. Ma c’è livore soprattutto nei riguardi di Mario Pelliccia, proprietario del capannone dal quale è caduto Claudio Tammaro e committente dei lavori di riparazione. Pelliccia è indagato per omicidio colposo e violazione delle norme sulla sicurezza e sul contratto di lavoro. L’imprenditore è uscito di galera solo alcuni mesi fa. Nel 2002 Era stato arrestato dalla Guardia di Finanza per usura, estorsione e per non aver mai dichiarato un patrimonio immobiliare di 400 appartamenti del valore totale di 50 milioni di euro. Mario Pelliccia è il fratello di Domenico, condannato in primo grado insieme a Vincenzo Perdono, figlio dell’ex consigliere comunale di Forza Italia Ciro, per aver costruito nel 2006 interi rioni abusivi sui suoli agricoli delle frazioni di Casarea e di Tavernanova: uno scandalo internazionale. Entrambi sono inoltre i cognati di Pasquale Iorio Raccioppoli, il personaggio “di spicco” di Casalnuovo trucidato a colpi di mitra, nel 2009, insieme al cugino, in un noto bar di Tavernanova.




