Madonna dell’Arco, vandalizzata la mensa Caritas. Il priore Alessio Romano: “Sono amareggiato”

Nella notte tra sabato e domenica, alcuni vandali si sono intrufolati nella sala destinata a mensa della Caritas. L’episodio deve essere accaduto, certamente, dopo le 22 di sabato 3 luglio, ora in cui il priore dei Domenicani era uscito dal Santuario senza aver notato alcunché di anomalo. Ieri mattina, la spiacevole scoperta. Dopo aver scardinato la porta d’ingresso, un’impresa pressoché facile giacché non si trattava di un serramento blindato, i vandali hanno avuto libero accesso alla sala: molti i danni, quantificabili in alcune migliaia di euro. Banchi, sedie, porte, muri, tende, sono stati danneggiati e cosparsi di tintura di iodio, soluzione idroalcolica che i devastatori hanno trovato sul posto, violando anche la cassetta del pronto soccorso che, come normativa impone, era in dotazione alla mensa. Il rettore del Santuario di Madonna dell’Arco, padre Alessio Romano, ha sporto ieri denuncia contro ignoti alla locale stazione dell’Arma e, nel pomeriggio, i carabinieri di Castello di Cisterna sono arrivati per rilievi e sopralluogo. Il locale non è dotato di allarme e non sarà nemmeno possibile utilizzate le immagini della videosorveglianza perché l’area è sì provvista di telecamere ma, a causa di alcuni lavori di ristrutturazione in corso d’opera, le impalcature hanno fatto da schermo ai vandali. «Sono davvero amareggiato – dice padre Alessio – ma di sicuro non ci fermiamo né ci sentiamo esonerati dal proseguire l’opera mai fermata, nemmeno nei più brutti periodi di pandemia». La mensa Caritas era stata inaugurata nel 2018 e i locali erano appunto stati ristrutturati, grazie anche all’impegno di privati cittadini, imprenditori, iniziative. Da quel momento in poi sono sempre stati serviti pasti per 70 famiglie oltre che cestini da asporto che vengono regolarmente consegnati, tre volte alla settimana, ai senzatetto di Napoli. Dall’inizio della pandemia da Covid, l’opera non si è arrestata ma semplicemente continuata con la sola modalità di asporto. «Per fortuna non sono riusciti ad accedere alle cucine, quello sarebbe stato un danno che non avremmo potuto fronteggiare nell’immediato – prosegue il priore – ora cercheremo di riportare tutto alla normalità in tempi brevi senza fermarci, nemmeno atti come questo potranno piegare la gioia nostra e quella dei volontari nell’essere di aiuto per chi ne ha bisogno». La mensa che, pandemia permettendo, riprenderà di certo in presenza non appena possibile, conta 120 posti. Grazie alle donazioni e alle iniziative messe in piedi dai Domenicani per raccogliere fondi dedicati, dispone di cucina, frigoriferi ed attrezzature adatte a preparare i pasti in loco che poi sono distribuiti anche al di fuori, ai senzatetto ed altre persone in stato di disagio grazie ai ragazzi della parrocchia e al gruppo famiglie che lavorano fianco a fianco con altre associazioni già impegnate in questa missione.  

Pomigliano, in preghiera per Adil nella città delle fabbriche: messa a San Felice

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Stasera, alle 19, nella chiesa madre don Peppino Gambardella ricorderà il sindacalista travolto e ucciso da un camion durante uno sciopero     “Celebreremo nella chiesa di San Felice una Santa Messa in suffragio dell’anima del sindacalista Adil, investito da un camionista mentre si teneva uno sciopero in difesa dei lavoratori della LIDL di Briandate, il 18 giugno, alle ore 7,30. Purtroppo non c’è stato un sostegno alla causa da parte delle organizzazioni del mondo del lavoro per cui vogliamo essere noi a mostrare la nostra solidarietà”. Il significato della messa di stasera è tutta contenuta nelle parole di don Peppino Gambardella, parroco della chiesa madre di Pomigliano, la chiesa di San Felice in Pincis. Il sacerdote, ormai arcinoto difensore degli operai e di tutti i più deboli e reietti della società, con questa messa vuole sollecitare la solidarietà umana attorno al delicato tema del lavoro proprio nel cuore della città delle grandi fabbriche napoletane, che nello spazio di vent’anni hanno dimezzato il numero di lavoratori. Sembra una vicenda apparentemente lontana dal punto di vista geografico quella di Adil ma molto vicina a tutti coloro che lottano per i diritti e l’emancipazione da condizioni di vita insopportabili. Adil Belakhdim aveva 37 anni ed era marito e padre di due figli. Il sindacalista, italiano di origine marocchina, è morto due settimane fa a Biandrate, in Piemonte, mentre prendeva parte a una manifestazione in difesa dei lavoratori delle logistiche. L’uomo è stato investito da un tir che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, ha forzato il picchetto degli scioperanti. L’autista, un giovane della provincia di Caserta, è stato arrestato poco dopo l’accaduto. Si trova ai domiciliari. Intanto nelle parole di don Peppino si legge tanta amarezza. Le persone che con lui stanno organizzando la messa di stasera non hanno infatti trovato l’appoggio e il sostegno che ci si aspettava. “Ci appelliamo – rispondono gli organizzatori delle messa – a tutti i cittadini di buona volontà e sensibilità umana: preghiamo per Adil e per tutti i lavoratori”.

Somma Vesuviana, al via la manifestazione “A’ voce d’ ‘a ggente”: musica, balli e cultura vesuviana

Riceviamo e pubblichiamo dall’ Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche.   Nell’Ambito delle iniziative alla riscoperta del Beni Culturali e alla loro importanza per la rinascita della comunità e nell’ambito del Made in Somma – Cultura e Promozione delle Idee, promosse per la Città di Somma Vesuviana, secondo un’idea-progetto di Biagio Esposito, Presidente Accademia Etnostorica Prof. Angelo Calabrese già Accademia Vesuviana di Tradizioni Etnostoriche, è stata organizzata una manifestazione socio-culturale-musicale, cui hanno aderito: il Comune di Somma Vesuviana, il Museo Etnostorico delle Genti Campane, la Fondazione Aurelio Rigoli-Centro Internazionale di Etnostoria, Università di Tokyo, che ha meritato gli auspici della Presidenza del Consiglio dei Ministri –, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza a Beni Culturali di Napoli, Proloco di Somma Vesuviana, Ritualia edizioni etc. Come teatro dell’evento è stato scelto lo spettacolare Scenario degli SCAVI DELLA VILLA AUGUSTEA sita in Somma Vesuviana alla via Starza della Regina, cuore pulsante di una Citta quale Somma Vesuviana Antica e di Storia autentica e vissuta nei secoli, che si propone come autentico scenario palcoscenico, per le sue attrattive, e per un vero ed unico Patrimonio dell’Umanità. L’iniziativa, cosi come organicamente articolata, è proposta con il titolo: ‘A VOCE D’ ‘A GGENTE’. Il riferimento è palesemente rivolto alla produzione del nuovo CD prodotto da RITUALIA di Biagio Esposito e diretto dal Maestro Compositore Giuseppe Licciardi, che insieme al prof. Angelo Calabrese (scomparso nel luglio 2020), hanno voluto dare alla Città di Somma un CD musicale, formato da testi, musiche e canti della Tradizione Popolare rinnovata ma senza mortificare il passato. lI giorno 10 Luglio 2021, alle ore 20.30 si darà l’avvio alla manifestazione e al concerto, il quale sarà preceduto da un breve intervento del Sindaco di Somma Vesuviana dott. Salvatore di Sarno, all’Editore Biagio Esposito e dalla Professoressa Annamaria Amitrano, che ricorderanno il compianto prof. Angelo Calabrese direttore scientifico dell’Accademia Vesuviana dio Tradizioni Etnostoriche, ( ora Acca demia Etnostorica Prof: Angelo Calabrese)nonché autore di alcuni testi presenti nel CD diretto e musicato dal Maestro Peppe Licciardi. Dopo seguiranno danze e canti secondo l’idea innovativa della tradizione Sommese e saranno presentati i nuovi canti con testi di Angelo Calabrese e Peppe Licciardi. Lo spettacolo canoro sarà animato dal gruppo La Tamorra e dalle canzoni della incomparabile Consiglia Licciardi, Peppe Licciardi, Liliana Palermo, Salvatore Esposito, Pino Jove, Vittorio Cataldi, Francesco Liuzzi, Salvatore Minopoli, Marotta Fiore, Antonio Spera, Iovino Antonio, Vincenzo Rea, etc. Durante lo spettacolo è possibile acquistare il CD. Per info: Biagio Esposito 3480176398 Email: biaesp2@gmail.com Segreteria: Via S. Maria a Castello 127 80049 Somma Vesuviana (Na) info 3480176398 Si allegano manifesto e intervento su CD. ‘A voce d’ ‘a Ggente Comme se po’ sbruglià sta matassa… …Addò c’è miseria e l’arruobbo è sovrano appizza lirecchie lu pelicano… … E io canto cu ‘ paranza chesta tarantella saglienno p’a muntagna d’ ‘a Madonna bella. Ho messo insieme, traendoli dai testi due eminenti parolieri che hanno composto questi versi, e precisamente Angelo Calabrese per la prima strofa ( e mò m’a squaglio); e Giuseppe Licciardi per la seconda (‘A pizzica ‘e Castiello) perché essi – a mio avviso – legati in sequenza dallo stesso humus poetico, mi sono sembrate una speciale chiave di accesso per comprendere la speciosità di questo CD che, amalgamando poesia, musica e canti con sentimento e passione, è in grado di raccontare, con arte, il popolo napoletano nelle sue necessità, sia pratiche che spirituali. E così nel segno di una parola e di un suono che riflettono un vissuto collettivo, sia culturale che sociale. Però va detto che se ciò è stato possibile è perché l’Artista, nel nostro caso, pur rispondendo ai moti del proprio animo, non ha dimenticato di essere un “cantore del popolo” nel senso che, immersosi nel patrimonio della sua oralità, ne ha tratto tipi e costumanze; storie e personaggi; leggende e tradizioni; moduli musicali e stilemi linguistico – dialettali. Di fatto una lingua e una forma espressiva che, provenienti da una arcaicità lontana, sono riuscite a mostrarsi nella loro “impersonalità” rappresentativa anche quando l’Autore in realtà, ha dato prova della sua soggettiva liricità. Come è potuto accadere tutto questo? La risposta è nella capacità dell’artista di proporsi”mediatore assente”; cioè a dire essa risiede nella sua capacità di riflettere, nell’atto della singolarità creativa, l’eco di una narrazione collettiva; sicché Egli è in grado di mimetizzarsi nello Spirito e nella Cultura dei territori evocati dalla tradizione. Si tratta, in altri termini, di una esibizione segnata da una forte connotazione di ritualità; sicché l’essenza elaborativa conduce all’unisono sia il valore di una contemporaneità vivente; sia il valore di una arcaicità originaria fortemente identitaria. Accedere a questo percorso artistico di raffinata e complessa produzione che prevede l’esserci e, in contemporanea, il non esserci, non è strada facilmente percorribile. Tra Tammurriate e Fronne ‘e limone, tra la grande tradizione della poesia seicentesca napoletana, le villanelle, e quella della canzone classica napoletana, bisogna trovare la giusta via perché la dimensione del popolare non scivoli nel folklorismo; né s mostri esclusivamente nella fissità di un documento consegnato definitivamente alla storia. E così perché la vera anima del “popolare” è nella ri-generazione costante e continua della sua assenza valoriale e sentimentale: – amore, dolore, povertà, abbondano sofferenza, marginalità, fatalità richiesta di protezione salvezza – il cui spettro permane nel tempo presente. Esprimere tutto ciò impone all’artista una consapevolezza elaborativa e cognitiva di altissimo livello, degna di un ricercatore di senso. E tali sono, di fatto, tutti gli Autori che sono a vario titolo intervenuti in questo progetto multiverso intestato, in modo puntuale, alla “Voce d’ ‘a Ggente”. Vi si ritrovano poeti in grado di proporre la Koinè del dialetto; ragion per cui, accanto a Calabrese e Licciardi, è presente Nazario Napoli Bruno, autore, tra l’altro, di una Via Crucis, in dialetto napoletano. Poi sono presenti cantanti e musicisti; e grandi performer della napoletanità. Tra i primi: Lello Giulivo, cantante folk, attore, mimo, componente di quella magnifica Nuova Compagnia di Canto Popolare che, sotto la guida di Roberto De Simone, si è fatta portavoce nel mondo della grande tradizione popolare campana, in particolare sommese. Poi, Adriana Lo Russo e Maria Teresa Vargas, entrambe portatrici di doti vocali e recitative di grande espressione. Poi ancora, Consiglia Licciardi che, nei suoi più di quaranta anni di carriera, è stata, oltre che voce partenopea esemplare, una vera e propria ricercatrice dell’anima del popolo napoletano, chiamato suo tramite, a confrontarsi nel gioco delle contaminazioni più diverse dalla sonorità del ……. portoghese fino all’armonia della musica celtica. Tra i secondi: Emilio Ausiello che con il suo tamburo dà voce alle percussioni mediterranee, offrendo ulteriore risonanza al battito ritmico della tarantella; poi Giovanni dell’Aversana che rincorre con la chitarra classica di cui è docente, gli stilemi originali della Canzone Napoletana; Salvatore Esposito, “l’uomo mandolino” che suona anche la Mandola e il Mandaloncello; maestro che ha fondato l’Associazione Mandolinistica Napoletana, e che, con il gruppo I Popularia, è diventato componente stabile della Grande Orchestra Italiana di Renzo Arbore, inoltre Peppe Quinti che, giovanissimo, ha cominciato a suonare il basso e, che, diplomatosi al Conservatorio Martucci di Salerno, ha fatto della musica folk-jazz la sua ragione di vita. Infine Giuseppe Licciardi, compositore arrangiatore, direttore d’orchestra, musicista che ha il popolare nel cuore a tal punto da offrire nuovi orizzonti a quella cultura campana autoctona e plebea di cui conosce intimamente le trame. Del resto, di Giuseppe Licciardi, fratello di Consiglia, sono tutte le musiche che questo CD raccoglie nonché i versi di ben quattro brani qui presenti: Uno e ddoie; Ce steva ‘na vota; ‘A senza naso; ‘A pizzica ‘e Castiello. In conclusione: un parterre de rois, che rende questa produzione davvero unica, perché porta con sé la gioia di una partecipazione – sine pecunia -, nella consapevolezza di rendere omaggio alla [mia] nostra terra che amiamo. La speranza è che tale impegno che ha coinvolto gli eccellenti protagonisti di questo progetto, segnato, peraltro, da un doveroso omaggio ad Angelo Calabrese, Grande Cultore della Cultura di Napoli e dintorni, sia foriero anche di un impegno istituzionale a salvaguardia del grande patrimonio di saperi, competenze e conoscenze qui messesi liberamente e volontariamente in gioco, contro l’indifferenza del nostro tempo; la cui dispersione sarebbe segno di una indelebile colpevolezza da parte di chi può – e sono tanti – ma non fa.  

Somma Vesuviana, cambio ai vertici locali dell’Arma: va via il maresciallo Alessandro Gambino

Il maresciallo capo, siciliano di nascita, è al comando della locale stazione dei carabinieri dal 2017, anno in cui a Somma Vesuviana si tennero le elezioni amministrative il cui «prologo» fu inquinato da una serie di eventi che portarono all’avvicendamento non solo dell’amministrazione comunale ma pure dei vertici locali dell’Arma. Il maresciallo Gambino va via da Somma Vesuviana con alle spalle una serie di operazioni su un territorio difficile e già si conosce la sua destinazione: andrà ad assumere il comando della stazione dei carabinieri di Salsomaggiore Terme, provincia di Parma, in Emilia Romagna. Lascia ai cittadini di Somma Vesuviana un ottimo ricordo, di equilibrio e correttezza, di un lavoro compiuto con dedizione e spirito di giustizia, senza fronzoli, con una “regia” sempre discreta. Suo temporaneo sostituto sarà il maresciallo Fiele.  

Movida di Pomigliano, alcol venduto ai ragazzini: il Comune chiude due locali

Pugno duro contro i commercianti sorpresi a vendere bevande pesanti ai minorenni.     Nei luoghi della movida sfrenata, appena tornata alla ribalta con l’avvento della zona bianca, si stavano già verificando episodi che definirli sgradevoli è poco. Qui una ragazza si era sentita male fino al punto di andare in coma etilico. C’era stata anche una rissa tra ragazzine minorenni. Quindi le indagini dei carabinieri e il coinvolgimento delle associazioni di categoria hanno fatto scaturire la decisione: chiudere i locali che vendono alcolici ai minori. I primi due bar-pub sono già finiti sotto la scure del provvedimento. Si trovano entrambi nel centro vecchio di Pomigliano, nei pressi di piazza Mercato, epicentro della movida nel territorio. Sono chiusi da ieri. E’ un’ordinanza dura quella emanata dal Comune. I due locali in questione rimarranno infatti con le saracinesche abbassate per tre mesi, vale a dire per tutta la durata di questa torrida estate. Lo ha confermato lo stesso sindaco di Pomigliano, Gianluca Del Mastro, con un post su Facebook. “Su segnalazione – scrive Del Mastro – della stazione dei carabinieri, guidata dal comandante Valerio Scappaticci, che ha rilevato numerose e gravi anomalie nelle gestione di alcune attività commerciali nel centro cittadino, abbiamo disposto la chiusura di due locali per tre mesi”. Il sindaco è categorico. “Non è assolutamente tollerabile – ha aggiunto – che vengano somministrati alcolici ai minori. I nostri ragazzi vanno tutelati e assistiti nel loro percorso di crescita e noi siamo tenuti a garantire che ogni momento di aggregazione sociale sia gestito nel rispetto delle regole. La maggior parte dei commercianti pomiglianesi lavora con coscienza e professionalità: questo provvedimento costituisce un segnale, anche a tutela di tutti coloro che operano con serietà in settori così delicati”. L’assessore al commercio, Domenico La Gatta, ha descritto il contesto in cui si sta sviluppando la vicenda della chiusure causate dalla vendita di alcolici ai ragazzini. “Gli appostamenti – racconta La Gatta – sono stati fatti dai carabinieri in borghese per svariati giorni. Erano locali che in maniera continuativa da diversi fine settimana somministravano bevande alcoliche ai minori. Intanto i commercianti aderenti a Confcommercio hanno fatto circolare un video contro questa cattiva pratica di cui si sono resi protagonisti alcuni colleghi scorretti e che non rappresentano certo la maggioranza dei commercianti di Pomigliano. C’è stata quindi prima un’opera di sensibilizzazione concordata con l’amministrazione comunale, le forze dell’ordine e le associazioni di categoria. Ora si passa alle vie di fatto con i provvedimenti concreti”. E il comandante della polizia municipale, il colonnello Luigi Maiello, giura che non siamo appena all’inizio del repulisti. “Stiamo sorvegliando – fa sapere Maiello – altri locali che a breve segnaleremo agli uffici competenti. Noi in passato ne avevamo già chiusi altri. Nel frattempo grazie all’altro provvedimento che abbiamo adottato, quello che punta a debellare la piaga dell’occupazione abusiva del suolo pubblico, il cosiddetto “tavolino selvaggio”, daremo un significativo impulso al ripristino del rispetto delle regole nel commercio, questo al di là delle sciocchezze di chi parla senza conoscere le norme”. (FONTE FOTO:RETE INTERNET)

Somma Vesuviana, la Collegiata: un museo immerso nella storia della città

Ogni città ha il suo museo, spiega il Dott. Gaetano Maria Russo, ed il nostro è la Collegiata del quartiere Casamale. In questi giorni, durante la kermesse Crisommole 2021, la struttura è stata al centro di un progetto, che ha permesso di osservare da vicino e conoscere l’immenso patrimonio custodito. Prima del 1599, comunque, nessuno avrebbe scommesso che una piccola cappella del borgo sarebbe diventata, un giorno, il tempio più prestigioso della città.   Nel quartiere Casamale della Terra di Somma sorgeva nel 1561, quasi diruta, sine clausura et plena immondizie una cappella gentilizia di San Giacomo di diritto patronato della nobile famiglia Strambone, Duchi di Salza. In detta epoca era rettore il Rev. Nicola Angelo De Marco e, successivamente, dopo la morte di questi, il Rev. Lorenzo de Averaimo. Nel 1586 i compratori suddetti (gli Strambone) rinunziarono ogni loro diritto in beneficio del Monastero di Santa Maria della Sanità dell’Ordine di Sant’Agostino, che allora veniva costruito, e venne quella Cappella annessa alla fabbrica di detto Monastero. Un rogito del 1 maggio del 1586 del notaio Carlo Majone, conservato nell’Archivio di Stato di Napoli, ci conferma, infatti, che i figli di Iacobo Strambone concessero al frate e monaco Maestro Augustino de Santo Severino dell’ordine di Santo Agostino la cappella di San Giacomo ed il necessario immobile per erigervi un convento; a condizione che, in ogni futuro tempo, poteva essere riservato alla nobile famiglia, nella stessa chiesa, uno luogo per poter costruire una cappella con altare e sepoltura sotto, ove li Patri et monaci qui pro tempore erunt siano tenuti dir et fare dir et celebrar una messa la settimana (…). Il titolo di Santa Maria della Sanità, quindi, fu voluto dalla potente famiglia Strambone. Il monastero fu gestito dagli Eremitani di Sant’Agostino fino al 1594 e successivamente, dopo la scissione del 1593 dell’Ordine tra Eremitani e Agostiniani Scalzi, la guida passò a quest’ultimi che la tennero fino al 1608, come afferma il prof. Domenico Parisi. Nascerà, quindi, di lì a poco, la Chiesa di S. Maria della Sanità. All’epoca, però, nessuno avrebbe scommesso che quella rovinosa cappella sarebbe diventata un giorno il tempio più prestigioso della città. Nel 1595, infatti, l’Università di Somma, attraverso i suoi tre sindaci, implorò Sua Santità Papa Clemente VIII, affinché fosse eretta in Somma una Collegiata, dove si potevano celebrare finalmente le ore canoniche e gli altri divini offici. Il 21 ottobre del 1599, il Vescovo di Nola, Fabrizio Gallo, accogliendo le disposizioni di Sua Santità, istituì a Insigne Collegiata sotto il titolo di S. Maria Maggiore o della Neve proprio quella chiesa di S. Maria della Sanità (https://www.ilmediano.com/monsignor-fabrizio-gallo-il-vescovo-di-nola-che-istitui-la-chiesa-collegiata-nella-citta-di-somma/). Per l’istituzione della Collegiata, quindi, non si costruì una nuova chiesa, come si potrebbe pensare, ma si ristrutturò quella preesistente, che per la posizione, l’ampiezza e le sue dotazioni diede ottime garanzie. Furono stabilite in origine tre Dignità perpetue: un Preposito Capo della Canonica, cui fu concesso l’uso del rocchetto e della cappa magna; un cantore e un tesoriere. Alle tre Dignità si affiancarono nove canonici, uno dei quali doveva essere un teologo e lettore, come stabilito dal Concilio Tridentino. Tutti, uniti con le tre Dignità, formavano il cosiddetto Capitolo Collegiale. Si stabilì, inoltre, un Canonico Sagristano, tre Eddomadarj e sei Chierici. La Collegiata fu nel tempo arricchita di dipinti e statue, e decorata a partire dal periodo barocco – rococò. A tal riguardo i Canonici Gennaro Maiello e Domenico Sanseverino convocarono, nel 1721, lo scultore Giacomo Colombo affinché il soffitto, iniziato molti anni prima con i soldi dell’eredità di un parroco locale Don Tommaso Casillo (1602 – 1679), fosse terminato. La struttura in cassettoni era stata completata; mancava ancora la stupenda doratura, che oggi ammiriamo, e, soprattutto mancavano le tele previste. Il 28 aprile del 1721, lo scultore Colombo assunse Marco Antonio Cangemi per la doratura e, il 5 agosto successivo, il famoso pittore Pietro de Martino, allievo di Luca Giordano, per far dipingere i quadri. Va fatta un’osservazione sulla facciata del monumento, che lo storico Raffaele D’Avino presumeva essere di epoca romanica, e che, invece, stilisticamente segue le disposizioni progettuali emanate dal Concilio di Trento. A tal uopo, nel 1577, col trattato Instructiones fabricae, il Cardinale Federico Borromeo precisava quali indicazioni bisognava eseguire in riferimento all’architettura delle chiese: unica navata con cappelle laterali, pseudo transetto con altare, profondo coro presbiterale dei padri. Transetto e coro sono destinati alla liturgia, la navata alla predica. La facciata doveva essere semplice, lineare e senza affreschi; solo il portale d’ingresso doveva risaltare con la sua bellezza artistica. Grazie alle suo pregevole corpus di opere, la Collegiata rimane non solo un grande gioiello artistico, ma è testimonianza della meticolosa operosità di quei grandi artisti che si sono succeduti nella sua storia e che vale ricordare: Angiolillo Arcuccio (1396 – 1492), Pacecco de Rosa (1607 – 1656), Angelo Mozzillo (1736 – 1806), la scuola di Francesco Fracanzano (1612 – 1656) e quella di Solimena (1657 – 1747), Benedetto de Rosa per l’organo settecentesco e Gennaro Fasano.      

Il 21 settembre l’Arena di Verona celebrerà Franco Battiato con un mega concerto

Inizialmente si era pensato a un grande evento per festeggiare i quarant’anni del mitico trentatré giri La voce del padrone, pubblicato proprio il 21 settembre del 1981. Il concertone diverrà, a maggior ragione, un modo per ricordare il grande artista scomparso il 18 maggio scorso all’età di settantasei anni.

 

A rendere omaggio alla musica senza tempo del Maestro sarà un cast composto da importanti nomi della scena musicale italiana, molti dei quali legati a Battiato da profonda stima e amicizia.

Le prime indiscrezioni danno per certe le presenze di Gianni Morandi, Jovanotti, Emma Marrone e della fedelissima Alice, musa ispiratrice del Maestro che sta portando in tour proprio in queste settimane le canzoni di Battiato, accompagnata al pianoforte da Carlo Guaitoli.

Siamo certi che non faranno mancare la loro adesione gli artisti che con Battiato condividono le origini sicule e che sono molto legati alle sue scelte musicali come Carmen Consoli, Mario Venuti, Giovanni Caccamo, Levante, Colapesce e Dimartino.

Molto probabile anche l’adesione di Antonella Ruggiero che pochi giorni fa ha incantato il Teatro Romano di Verona proprio con un sentito omaggio, a base di contaminazione elettronica, a Franco Battiato.

Di sicuro sarà un grande evento da non perdere e da seguire con la dovuta attenzione che metterà al centro la musica di qualità nel segno di un artista unico nel suo genere.

Giuseppe Antonio Pasquale, il poetico “esploratore” della crisommola del Vesuvio

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Giuseppe Antonio Pasquale (1820- 1893), botanico, direttore dell’Orto Botanico di Napoli, docente di botanica all’ Università di Napoli, percorse più volte i sentieri del Somma- Vesuvio per studiare le erbe e le piante. Nel 1874  stilò un elenco accurato degli orti in cui si coltivava l’albicocca, la “crisommola”, e delle specie del frutto: pubblicò le sue ricerche e raccontò le sue escursioni con parole che portano il segno della sua scienza e del suo amore per la natura. L’articolo è corredato con l’immagine di un quadro “Pesche e albicocche” che Bartolomeo Bimbi dipinse  nel 1701.   Nelle escursioni degli anni ’50 e ’60 dell’ Ottocento il Pasquale studiò le erbe del Somma- Vesuvio e nel 1869 pubblicò i risultati dei suoi studi, indicando, delle erbe vesuviane, anche le qualità medicamentose ad esse attribuite  dalla scienza e dalla cultura popolare. Per esempio, egli scrisse che la saponaria rossa, assai diffusa tra Somma e Sant’ Anastasia, veniva usata in quel territorio per combattere l’asma, la lue, l’itterizia e, in genere, tutte le infiammazioni. La malva, invece, era un utile rimedio per gli occhi arrossati e per la tosse, e le “mammane” somministravano alle partorienti un trito di radici di malva per rendere più rapido e meno doloroso il parto. Nei primi anni ’70, accompagnato da guide fornitegli dai Caracciolo di Torchiarolo che avevano villa e masseria a Pollena, e da signori di Ottajano, di Boscoreale e di Portici, il Pasquale percorse di nuovo i sentieri del Vesuvio per studiare i frutteti: le sue ricerche le comunicò prima alla Scuola di Portici e all’Istituto di Incoraggiamento e poi, nel 1876, le pubblicò in un prezioso “Manuale di arboricoltura”. Proprio nei primi anni ’70 gli studiosi registravano un fenomeno importante: la frutta non era più l’alimento essenziale, e spesso, il solo alimento del “popolo minuto” di Napoli, e perciò i produttori erano sollecitati a concentrare sforzi e investimenti sulle specie pregiate riducendo gradualmente gli spazi per quelle che il mercato non richiedeva più con l’intensità di un tempo. Nelle relazioni e nel Manuale ci sono interessanti notizie sulla coltivazione dell’albicocca, la crisommola vesuviana, di cui lo studioso individua sei specie.  L’albicocca “maggese”, detta anche “lucente, alessandrina” è un frutto tondo, “con la carne molto aderente al nocciuolo, e con l’epidermide giallastra.”. Il seme è amaro, ma la polpa è molto dolce, zuccherosa e delicata, di color carnicino. La chiamano “maggese”, perché matura a maggio, e dunque è precoce: ma la sua fioritura, che avviene a marzo, va soggetta alla gelata. Il Pasquale la trovò, a Boscotrecase e a Boscoreale, negli orti di Sebastiano Esposito, di Roberto Cirillo e di Angelo Panariello, che ne era anche mercante. L’ albicocca del Vicario, di color rosso vinato, “di più che mezzana grandezza, con carne molto aderente al nocciuolo” matura in luglio, non ha la delicatezza della “maggese” e si coltiva raramente negli orti di Portici: lo studioso la trovò in quelli di Gennaro Gargiulo e della famiglia Poli. L’albicocca susina, o “pavonazza” i Napoletani la chiamano crisommolo sanguigno per il suo colore: il sapore, e il nome, inducono a sospettare che sia un “ibrido del susino”: il seme è amaro, e a Napoli si vende poco. L’albicocca alessandrina precoce i Napoletani la chiamano crisommola mennolella. L’albero può raggiungere i 15 metri d’altezza, ed è “molto ramoso”: il frutto è “rotondo, di mezzana grandezza, di color carnicino dal lato volto al sole, con polpa dolce saporosa, aderente al nocciolo. E’ più rustico e perciò si risente meno delle vicissitudini atmosferiche, e fruttifica abbondantemente”: un albero può produrre anche 8 quintali di frutti, e perciò la “mennolella” è l’albicocca più coltivata, ma il suo sapore è nettamente inferiore a quello della “maggese”: mercanti di mennolelle nei quartieri di Napoli sono gli ottajanesi Giuseppe Ruoppolo e Alfonso Pappalardo, mentre importante produttore è Francesco Saviano, che a Ottajano “distilla lo spirito”.  L’albicocca alessandrina tardiva a Napoli si chiama crisommolo spaccariello. La   pianta è simile a quella della mennolella, ma il frutto è diverso, “alquanto schiacciato, meno rotondo, più vivamente colorato, di polpa meno sugosa, che spicca dal nocciuolo. E’ perciò detta da taluni crisommola a tabacchiera.”. Il Pasquale ne trova due varietà: il crisommolo mennola amara, coltivato a Somma da  Achille Troianiello e da Michele Giuliano, e il crisommolo mennola dolce coltivato soprattutto tra San Sebastiano e Pollena negli orti dei Caracciolo di Torchiarolo. Sui mercati di Napoli si vende allo stesso prezzo della alessandrina precoce. Ma l’albicocca preferita dal Pasquale è l’albicocca pesca, albicocca di Germania”, coltivata negli orti vesuviani che guardano il mare e anche nei Campi Flegrei. E’ detta “ a Napoli e a Portici crisommolo Peres o Peresa, forse da un tale sig.Perez che pare l’abbia introdotta, o da pesca quasi peresa, secondo altri: vien detta ancora da altri delle province napoletane crisommolo ananassato o crisommolo angermana. La pianta è di media statura, coi nodi molto avvicinati per le foglie più ravvicinate, con frutti molto grandi, del color lieve della carne, tonda; e la sua carne è assai dolce e fortemente profumata.”. Giuseppe Antonio Pasquale non ha dubbi: “è questa la migliore albicocca: tanto prelibata che si addice a confetture e sorbetti, i quali si spacciano nei riposti della città con il nome di gelati di Peles.”. Poi sarebbe arrivata la pellecchiella…..    

Somma Vesuviana, il Pd promuove il dibattito politico “Il valore dei beni comuni”

Dal Pd riceviamo e pubblichiamo   Il coinvolgimento dei cittadini singoli o associati, costituisce un punto cardine per la valorizzazione e la tutela dei beni comuni. In un momento di crisi come quello attuale, gli enti del terzo settore hanno saputo rispondere alle esigenze del mutualismo e solidarietà. Come partito Democratico di Somma Vesuviana, con l’iniziativa del giorno 5 luglio, intendiamo promuovere un momento di confronto per far luce sul significato e sugli opportuni strumenti di tutela e valorizzazione dei beni comuni, al fine di agevolare questo potenziale in una prospettiva di dialogo e cooperazione con i vari livelli amministrativi. Il Segretario Cittadino Filomena Tiziano

«Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno»

Nelle nostre giornate sovraccariche di impegni, di relazioni da mantenere, di messaggi da rispondere sulle varie chat in cui siamo coinvolti, ormai vomitiamo parole su parole. L’uso di ciò che è peculiare della nostra umanità può essere un’arma a doppio taglio. La bulimia di parole può ingolfare la nostra comunicazione, rendendola vuota, cioè senza un significato che possa sorreggere le espressioni pronunciate o scritte.   Scriviamo e parliamo tanto, copiamo e incolliamo da internet tante frasi ad effetto; c’è qualcosa che non funziona, un processo virtuoso che si è interrotto ed è stato già richiamato dal vangelo duemila anni fa. Non è mai passata di moda la moderazione delle parole, non è mai troppo tardi imparare ad usare bene (soprattutto grammaticalmente) le nostre espressioni. La continenza del linguaggio comporta una maggiore coerenza tra quello che esprimiamo e ciò che realmente viviamo; la nostra capacità di operare una dieta dimagrante alle nostre esternazioni comporta un maggior sollievo per la salute nostra e di chi riceve le nostre parole. Il “di più” di cui ci parla il vangelo è il superfluo che oggi potremmo risparmiarci, operando una cesura fondamentale nel nostro modo di porci verso gli altri. Questo “di più” comprende anche la maggiore volgarità che oggi sembra costume, soprattutto se veicolata anche attraverso i mezzi di comunicazione. Il “di più” sono tutte le promesse che noi facciamo agli altri, sono gli impegni che vogliamo assumerci per accontentare tutti e apparire così più popolari, rischiando di diventare nel contempo molto inconcludenti. L’equilibrio del linguaggio permette di ridare alle parole il loro peso specifico perché possano tornare a significare realmente quello che sono, eliminando l’inflazione di senso alle quali noi le abbiamo ridotte. In questa pandemia, abbiamo scoperto quanto possa essere pericoloso bandire proclami, terrorizzare con falsi allarmismi, paventare mirabolanti promesse, imbonire con la facile propaganda, svuotando completamente la forza e la pregnanza delle parole. Il tutto ingigantito dal maggior veicolo di diffusione quali sono i social, per creare una miscela pericolosa e poco educativa per le giovani generazioni. Una cura per questa emorragia di parole potrebbe essere il silenzio, imparare cioè l’arte dell’ascolto e, di conseguenza, la capacità di saper rispondere con cognizione di causa per non incappare nella banalità e nel pressappochismo che oggi sembra ormai essere di moda. Il nostro parlare sia sobrio, le nostre espressioni equilibrate e meno volgari possibili. Una società che impara a parlare di meno e ad essere più fattiva e solidale potrebbe essere un buon punto di ripartenza in questo tempo. Non dobbiamo solo risollevarci dalla crisi economica e sanitaria, abbiamo bisogno di ripartire anche dalla cultura, in primo luogo nel nostro parlare ed esprimerci in varie forme. Ciò che ci contraddistingue è la nostra capacità di comunicare e farci comprendere; riappropriamoci del senso autentico e della bellezza delle parole. (FONTE FOTO:RETE INTERNET)