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Nelle nostre giornate sovraccariche di impegni, di relazioni da mantenere, di messaggi da rispondere sulle varie chat in cui siamo coinvolti, ormai vomitiamo parole su parole. L’uso di ciò che è peculiare della nostra umanità può essere un’arma a doppio taglio. La bulimia di parole può ingolfare la nostra comunicazione, rendendola vuota, cioè senza un significato che possa sorreggere le espressioni pronunciate o scritte.

 

Scriviamo e parliamo tanto, copiamo e incolliamo da internet tante frasi ad effetto; c’è qualcosa che non funziona, un processo virtuoso che si è interrotto ed è stato già richiamato dal vangelo duemila anni fa. Non è mai passata di moda la moderazione delle parole, non è mai troppo tardi imparare ad usare bene (soprattutto grammaticalmente) le nostre espressioni.

La continenza del linguaggio comporta una maggiore coerenza tra quello che esprimiamo e ciò che realmente viviamo; la nostra capacità di operare una dieta dimagrante alle nostre esternazioni comporta un maggior sollievo per la salute nostra e di chi riceve le nostre parole.

Il “di più” di cui ci parla il vangelo è il superfluo che oggi potremmo risparmiarci, operando una cesura fondamentale nel nostro modo di porci verso gli altri. Questo “di più” comprende anche la maggiore volgarità che oggi sembra costume, soprattutto se veicolata anche attraverso i mezzi di comunicazione. Il “di più” sono tutte le promesse che noi facciamo agli altri, sono gli impegni che vogliamo assumerci per accontentare tutti e apparire così più popolari, rischiando di diventare nel contempo molto inconcludenti.

L’equilibrio del linguaggio permette di ridare alle parole il loro peso specifico perché possano tornare a significare realmente quello che sono, eliminando l’inflazione di senso alle quali noi le abbiamo ridotte.

In questa pandemia, abbiamo scoperto quanto possa essere pericoloso bandire proclami, terrorizzare con falsi allarmismi, paventare mirabolanti promesse, imbonire con la facile propaganda, svuotando completamente la forza e la pregnanza delle parole. Il tutto ingigantito dal maggior veicolo di diffusione quali sono i social, per creare una miscela pericolosa e poco educativa per le giovani generazioni.

Una cura per questa emorragia di parole potrebbe essere il silenzio, imparare cioè l’arte dell’ascolto e, di conseguenza, la capacità di saper rispondere con cognizione di causa per non incappare nella banalità e nel pressappochismo che oggi sembra ormai essere di moda.

Il nostro parlare sia sobrio, le nostre espressioni equilibrate e meno volgari possibili. Una società che impara a parlare di meno e ad essere più fattiva e solidale potrebbe essere un buon punto di ripartenza in questo tempo.

Non dobbiamo solo risollevarci dalla crisi economica e sanitaria, abbiamo bisogno di ripartire anche dalla cultura, in primo luogo nel nostro parlare ed esprimerci in varie forme. Ciò che ci contraddistingue è la nostra capacità di comunicare e farci comprendere; riappropriamoci del senso autentico e della bellezza delle parole.

(FONTE FOTO:RETE INTERNET)