Giuseppe Antonio Pasquale, il poetico “esploratore” della crisommola del Vesuvio

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Giuseppe Antonio Pasquale (1820- 1893), botanico, direttore dell’Orto Botanico di Napoli, docente di botanica all’ Università di Napoli, percorse più volte i sentieri del Somma- Vesuvio per studiare le erbe e le piante. Nel 1874  stilò un elenco accurato degli orti in cui si coltivava l’albicocca, la “crisommola”, e delle specie del frutto: pubblicò le sue ricerche e raccontò le sue escursioni con parole che portano il segno della sua scienza e del suo amore per la natura. L’articolo è corredato con l’immagine di un quadro “Pesche e albicocche” che Bartolomeo Bimbi dipinse  nel 1701.

 

Nelle escursioni degli anni ’50 e ’60 dell’ Ottocento il Pasquale studiò le erbe del Somma- Vesuvio e nel 1869 pubblicò i risultati dei suoi studi, indicando, delle erbe vesuviane, anche le qualità medicamentose ad esse attribuite  dalla scienza e dalla cultura popolare. Per esempio, egli scrisse che la saponaria rossa, assai diffusa tra Somma e Sant’ Anastasia, veniva usata in quel territorio per combattere l’asma, la lue, l’itterizia e, in genere, tutte le infiammazioni. La malva, invece, era un utile rimedio per gli occhi arrossati e per la tosse, e le “mammane” somministravano alle partorienti un trito di radici di malva per rendere più rapido e meno doloroso il parto. Nei primi anni ’70, accompagnato da guide fornitegli dai Caracciolo di Torchiarolo che avevano villa e masseria a Pollena, e da signori di Ottajano, di Boscoreale e di Portici, il Pasquale percorse di nuovo i sentieri del Vesuvio per studiare i frutteti: le sue ricerche le comunicò prima alla Scuola di Portici e all’Istituto di Incoraggiamento e poi, nel 1876, le pubblicò in un prezioso “Manuale di arboricoltura”. Proprio nei primi anni ’70 gli studiosi registravano un fenomeno importante: la frutta non era più l’alimento essenziale, e spesso, il solo alimento del “popolo minuto” di Napoli, e perciò i produttori erano sollecitati a concentrare sforzi e investimenti sulle specie pregiate riducendo gradualmente gli spazi per quelle che il mercato non richiedeva più con l’intensità di un tempo. Nelle relazioni e nel Manuale ci sono interessanti notizie sulla coltivazione dell’albicocca, la crisommola vesuviana, di cui lo studioso individua sei specie.  L’albicocca “maggese”, detta anche “lucente, alessandrina” è un frutto tondo, “con la carne molto aderente al nocciuolo, e con l’epidermide giallastra.”. Il seme è amaro, ma la polpa è molto dolce, zuccherosa e delicata, di color carnicino. La chiamano “maggese”, perché matura a maggio, e dunque è precoce: ma la sua fioritura, che avviene a marzo, va soggetta alla gelata. Il Pasquale la trovò, a Boscotrecase e a Boscoreale, negli orti di Sebastiano Esposito, di Roberto Cirillo e di Angelo Panariello, che ne era anche mercante. L’ albicocca del Vicario, di color rosso vinato, “di più che mezzana grandezza, con carne molto aderente al nocciuolo” matura in luglio, non ha la delicatezza della “maggese” e si coltiva raramente negli orti di Portici: lo studioso la trovò in quelli di Gennaro Gargiulo e della famiglia Poli. L’albicocca susina, o “pavonazza” i Napoletani la chiamano crisommolo sanguigno per il suo colore: il sapore, e il nome, inducono a sospettare che sia un “ibrido del susino”: il seme è amaro, e a Napoli si vende poco. L’albicocca alessandrina precoce i Napoletani la chiamano crisommola mennolella. L’albero può raggiungere i 15 metri d’altezza, ed è “molto ramoso”: il frutto è “rotondo, di mezzana grandezza, di color carnicino dal lato volto al sole, con polpa dolce saporosa, aderente al nocciolo. E’ più rustico e perciò si risente meno delle vicissitudini atmosferiche, e fruttifica abbondantemente”: un albero può produrre anche 8 quintali di frutti, e perciò la “mennolella” è l’albicocca più coltivata, ma il suo sapore è nettamente inferiore a quello della “maggese”: mercanti di mennolelle nei quartieri di Napoli sono gli ottajanesi Giuseppe Ruoppolo e Alfonso Pappalardo, mentre importante produttore è Francesco Saviano, che a Ottajano “distilla lo spirito”.  L’albicocca alessandrina tardiva a Napoli si chiama crisommolo spaccariello. La   pianta è simile a quella della mennolella, ma il frutto è diverso, “alquanto schiacciato, meno rotondo, più vivamente colorato, di polpa meno sugosa, che spicca dal nocciuolo. E’ perciò detta da taluni crisommola a tabacchiera.”. Il Pasquale ne trova due varietà: il crisommolo mennola amara, coltivato a Somma da  Achille Troianiello e da Michele Giuliano, e il crisommolo mennola dolce coltivato soprattutto tra San Sebastiano e Pollena negli orti dei Caracciolo di Torchiarolo. Sui mercati di Napoli si vende allo stesso prezzo della alessandrina precoce. Ma l’albicocca preferita dal Pasquale è l’albicocca pesca, albicocca di Germania”, coltivata negli orti vesuviani che guardano il mare e anche nei Campi Flegrei. E’ detta “ a Napoli e a Portici crisommolo Peres o Peresa, forse da un tale sig.Perez che pare l’abbia introdotta, o da pesca quasi peresa, secondo altri: vien detta ancora da altri delle province napoletane crisommolo ananassato o crisommolo angermana. La pianta è di media statura, coi nodi molto avvicinati per le foglie più ravvicinate, con frutti molto grandi, del color lieve della carne, tonda; e la sua carne è assai dolce e fortemente profumata.”. Giuseppe Antonio Pasquale non ha dubbi: “è questa la migliore albicocca: tanto prelibata che si addice a confetture e sorbetti, i quali si spacciano nei riposti della città con il nome di gelati di Peles.”. Poi sarebbe arrivata la pellecchiella…..