LA ‘CITTÁ POLITICA’ VA SALVATA DA COLLUSIONI E OSCENITÁ

“Troppa corruzione politica e mancanza di una classe dirigente degna”. Questa la foto della società in cui viviamo. Siamo preda di uno scempio etico senza pari, per uscire dal quale bisogna osare e non temere le critiche. Di Michele Montella

Avevo deciso di rompere il mio prolungato e utile silenzio, trattando il tema della laicità, ma le notizie sul fronte sociale mi hanno persuaso a ritornare sulla questione della città politica, perchè abbiamo tutti il dovere di non lasciar perdere le occasioni di riflettere sulle conseguenze delle scelte di chi ci governa.
A che cosa mi riferisco?

Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di “normalizzare” la libertà di espressione e di pensiero, attraverso la minaccia di un massiccio uso del decreto parlamentare (intercettazioni); abbiamo constato, con amaro stupore, l’addensarsi di scandali finanziari, con un osceno corredo di richieste di prestazioni sessuali a signore e signorine compiacenti; ci è stato dimostrato quanto sia ramificata la criminalità organizzata e quanto siano vere le collusioni con il mondo politico (basti pensare alle ultime esternazioni del Presidente Napolitano); in ultimo abbiamo dovuto accettare, come lezioni di democrazia, l’insulso dominio della legge del singolo, l’idea che il “ci penso io”, “ghe pensi mì”, sia la strada più sicura per la risoluzione dei problemi di tutti, quasi una compulsione ad eliminare, con la propria individuale volontà, l’unica regola veramente democratica: la condivisione dei problemi e la cooperazione nel processo di soluzione.

È difficile separare i protagonisti dello scempio etico, che ci circonda, in buoni e cattivi; così come è quasi impossibile raccapezzarsi sull’individuazione delle responsabilità. Il livello di insania sociale in cui stiamo affogando non ci consente di tirarci fuori dalle accuse di partecipazione alla degenerazione delle relazioni umane che ci circonda: nè la classe politica, nè ciascuno di noi, cittadino di una città maleodorante, che vanamente cerca di abbellirsi e rendersi meno puzzolente con le retoriche patriottiche.

Se addirittura i vescovi CEI hanno rotto gli indugi, denunciando la corruzione politica e affermando, senza mezzi termini, che non abbiamo più una classe politica degna di affrontare i nostri tempi, vuol dire proprio che siamo ad un incrocio drammatico della storia italiana, che va analizzato con spirito libero e laico, ma anche senza pregiudizi di sorta, senza cioè aver paura di essere additati come “catastrofisti” o “pessimisti disfattisti”.
Il guaio contro cui punto il dito è proprio l’aria da cameratismo di accatto che Berlusconi e i suoi accoliti tentano di farci respirare.

“Non preoccupatevi, va tutto bene; non prestate ascolto ai profeti di sventura, perchè tanto ogni cosa si risolverà senza che nemmeno ve ne accorgiate”. Il fatto è che una città di beoti televisivi continua a crederci, a sentirsi carezzata dai pifferai del “non pensiamoci, non rattristiamoci”. Mai come in questi anni la televisione è venuta meno al suo principale compito di spiegare con i suoi alfabeti le strade che stiamo percorrendo, triturando tutto ciò che è veramente umano nell’inceneritore del pattume osceno e dell’imbecillità fatta sistema.

La rabbia e l’aggressività rivolta a chi pensa e a chi aiuta a pensare: giornali, intellettuali, a volte poeti, osservatori esteri, associazioni, giovani universitari, scrittori che rischiano la vita per ciò che scrivono, alcuni emittenti televisive ancora libere, ci dovrebbero far destare dal dolce sonno in cui tanti sono immersi e mettere un seme di sana critica nelle nostre coscienze.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 1° Agosto scorso ha scritto parole di fuoco su questo punto, mettendo in guardia chi si costringe a non pensare.

Abbiamo tante volte discusso assieme su questi argomenti attraverso le pagine online de Il Mediano, proponendo anche alcuni modi per poter uscire da una crisi di estremo disorientamento morale. Dobbiamo continuare a farlo cercando senza sosta i rimedi più opportuni.
Partiamo sempre dal medesimo bisogno: la costruzione di una città invisibile e bellissima nella quale ci si possa ritrovare intorno ad un pensiero condiviso; non ad un fare magniloquente e superficiale, ma ad un pensare che dia fondamento ad un fare conformato a regole valide per tutti e attente ai bisogni dei più indifesi.

Ci dobbiamo tornare tutti su questi punti con la lentezza di chi sa attendere e con il coraggio di chi non teme le critiche. Anche utilizzando le pagine che state leggendo in questo momento. Noi non dobbiamo aver paura di ripeterci, perchè se seguissimo le sirene del perenne nuovismo, rischieremmo di non svolgere un servizio intellettuale di cui c’è estremamente bisogno, anche se ne abbiamo smarrito le ragioni.

LE CITTA’ INVISIBILI

Uno sguardo nell’infinito

Chi vi scrive non ama le feste paesane. Detta così, è sicuramente poco gentile. Ma, vista una festa, è come averle viste tutte. Canzoni, bancarelle, soprattutto di cibarie suine (salsicce, porchetta ecc); a chiusura, fuochi d’artificio: e la festa è finita! Delle sagre, poi, non ne parlerò neppure: in ogni paese se ne fanno almeno tre! Quando, invece, nel 1986, ho visto per la prima volta la festa delle lucerne, ne sono rimasto letteralmente incantato. Ero, sì,  stato “preparato” all’evento, visto che il mio trasferimento a Somma, da Napoli, risaliva al settembre del 1982, un mese dopo la festa. Questo mi aveva dato modo di sentirne parlare per i quattro anni successivi: ma nessuna descrizione, per quanto “accorata ed accurata”, mi aveva minimamente dato un’idea di cosa potesse essere questo strano, stupendo ed unico nel suo genere avvenimento. Quando ho chiesto l’origine storica della festa, ho ricevuto solo notizie vaghe; mi sono state date mille risposte: nessuna di loro certa, poche, quelle in qualche maniera convincenti. Ho cercato, allora, di dare una mia spiegazione e, con l’aiuto insostituibile della mia voglia di sapere e della mia caparbietà,  ho iniziato una precisa e circostanziata ricerca, fino ad elaborare una mia personale teoria. Somma vesuviana è il paese delle feste. Qui si “sparano” fuochi d’artificio per occasioni che vanno da un matrimonio alla nascita di un figlio, dai suoi 18 anni, alla laurea, dall’elezione di Miss “qualcosa” a quella di Sindaco, Parlamentare, Amministratore di condominio, o Dio sa cos’altro. Oggi, l’usanza dei fuochi pirotecnici è divenuta abbastanza comune anche in altri paesi (Napoli compresa), ma, pensate, i sommesi lo hanno fatto sempre. Il “popolo della montagna” ama l’allegria, il canto, il ballo, le “mangiate” a “Castello”, dove ognuno ha una casa, un rifugio, un amico, la montagna stessa…. In  tempi remoti la Libera Università (Municipio) di Somma Vesuviana, si è auto-tassata (partecipò tutto il popolo) per liberarsi dal vassallaggio di Napoli. Gente fiera, ma mai superba, o “guascona” come certi nostri “vicini” di casa, è maniacale nella conservazione di antiche tradizioni, che deve al proprio al senso di appartenenza ed alla comunicatività che la caratterizza. Una volta ho detto che Somma Vesuviana, uscita indenne da occupazioni, guerre, soprusi, eruzioni del Vesuvio e mille altre cose, sarebbe stata distrutta, se solo attaccata da un’epidemia di afonia: togliete la voce ai sommesi e questi moriranno di dolore. La nostra città, inoltre, è quella che si è sempre aperta a quanto di buono c’era da accettare[1]. Il dialetto sommese (De Simone ci insegna) è il napoletano del ‘700. Così come le nostre ballate, i suoni, le canzoni, in parte nate qui, in parte qui perfezionate. Ricordo che quando sono venuto a Somma (da Napoli), c’era una ragazzina (oggi donna) che, ad ogni bravo cantante, attore, musicista che vedeva in televisione, mi confidava (credendoci): “è di Somma!” (Totò e Mario Merola compresi). Tutto quanto abbiamo riferito, va collegato alla mia teoria (che qualcuno potrà trovare pura fanta-antropologia). La prima affermazione che mi sento in grado di fare, smentendo autorevoli voci, è quella che riguarda l’età della festa: la festa delle lucerne, al di là di dotte dietrologie, è abbastanza recente. L’uso di questi lumicini ad olio, identici a quelli utilizzati nel culto delle divinità familiari (i lari) e dei defunti, nell’antica Roma (e dintorni), non deve trarre in inganno. Gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano, avevano riportato alla luce migliaia, di queste piccole lampade e, comunque, il loro uso non era affatto infrequente. A proposito delle risposte alle mie domande, voglio riferirne una in particolare; esattamente è quella di due anziani casamalesi (oggi scomparsi), che narravano di un mago venuto da lontano, il quale avrebbe istituito la festa. Mio nonno, professore universitario (siciliano e residente a Napoli centro), amava aggirarsi nelle campagne sommesi, che trovava: “ricche di erbe e di magie”.[2] Evidentemente,  la sua sensazione (condivisa, in tempi e modi diversi, da altri eminenti personaggi) doveva essere giusta. Il Vulcano è il Vesuvio, il Monte Somma non possiede il suo fuoco, la sua lava, forse neppure i suoi terremoti (di intensità minore, rispetto ai paesi vesuviano-marini): non ha, insomma, la “fisicità” del Vesuvio, ne è “libera”, pur essendo intimamente collegata a lui, di cui ne è una costola (il monte Somma si è staccato “solo” 18000 anni fa dal Vesuvio, dunque in tempi geologicamente recenti). Ma non ne è il “fantasma”, come verrebbe da pensare… no, Somma è l’essenza stessa del Vesuvio, la sua coscienza, svincolata dal corpo; come anima pura, il monte Somma rappresenta l’Essere vero, privo di legami “materiali”. Ecco il perché della magia di Somma Vesuviana, del suo vino, delle sue albicocche, dei suoi pomodorini e di tutto quello che, col “tocco di Mida”, trasforma in “oro”. Somma, con il “mago venuto da lontano”, scopre un nuovo modo di comunicare con l’Assoluto: dice alla Terra, al Creato, all’universo intero, di quanto sia grata dei doni ricevuti. Ed impara l’attesa (con la ciclicità quadriennale), che fa coincidere la festa con il massimo dell’“errore” del calendario (che è all’anno pari non bisestile). Impara la pazienza dell’attesa. Offre in sacrificio quanto ha più caro, e cioè l’esprimersi: con il corpo (la danza), con la voce (il canto), con la stessa anima (la musica), tutte cose a cui rinuncia durante la festa. In una sorta di rito purificatorio, il mondo resta in silenzio per tre giorni. “Congela” la realtà, affermandone, in questa maniera, la assoluta dinamicità, attraverso la narrazione dell’Infinito, rappresentato dalle stelle (le lucerne, tremule, ma “fisse”), e dagli specchi, che hanno la duplice funzione di “riprodurre” il cosmo e l’uomo, che ne è parte e che si riflette in esso. E, a testimonianza della immagine e somiglianza   dell’uomo con Dio, nella festa sono presenti dei manichini, che hanno ancora la funzione di stabilire l’immobilità del momento e, nel contempo, il limite dell’uomo, che non riesce a dare vita autonoma ai fantocci. Dopo la festa, la “liberazione”: gli uomini prendono il posto dei manichini e finalmente, arriva il cibo, il vino, l’allegria. Durante i tre giorni della festa, infatti, è stato consumato il cibo delle “vigilie”,  senza carne, e, per una volta, solo per la Festa del Silenzio, senza neppure il pesce: solo farina, verdure ed ortaggi[3]: non si uccidono esseri viventi per celebrare la Creazione! Detta così, forse anche la mia teoria risulta “artefatta”. Forse vi sono spiegazioni ancora più semplici: di più complicate, a mio avviso, decisamente non ne ravvedo. La relativa giovinezza della festa, infine, sta proprio nei suoi elementi caratteristici: gli specchi, ad esempio, il cui uso, nell’antichità, era economicamente impensabile (erano lastre di metalli più o meno nobili, lucidissime). Olio per tante lucerne, neppure a parlarne, nell’antichità. La geometria, infine, permeò tutto il pensiero filosofico del seicento e del settecento, secoli nei quali la scienza tendeva ad essere, nella pratica, tutt’uno con la filosofia (Cartesio, Leibniz, Kant, lo stesso Newton). Nel settecento, per ultimo, la figura dell’alchemico è legata a quella del mago: da Nostradamus, poco prima, a Cagliostro, poco dopo. Al centro, cronologicamente parlando, troviamo un personaggio illustre ed oscuro, che rivestirebbe perfettamente il ruolo del mago venuto da lontano (Napoli lo era, in quel tempo): Raimondo di Sangro, principe di Sansevero, grande scienziato, matematico ed alchimista, in “odore” di magia; costui, secondo quanto riferito dalle cronache dell’epoca, amava frequentare le campagne vesuviane, e non è detto che…

La Festa delle Lucerne tra storia, magia e simbolismi

Che succede al Casamale nelle notti del primo quarto di luna di Agosto? Viaggio nel mondo di una festa ricca di storia, di simbolismi e di magia. Una festa particolare quella delle “Lucerne”,  la cui ricorrenza cade ogni quattro anni, il cinque di agosto, giorno dedicato dalla Chiesa alla Madonna della Neve. Una festa particolare perché ricca di fascino, intrisa di simbolismi e con identità popolare. Già, infatti, il ricorso ad un termine demodé, per denominare una minuscola sorgente di luce, impone un immediato salto nel passato. La lucerna era (ma lo è ancora?) una lampada di uso domestico, che assolveva, però, anche ad una funzione liturgica e votiva. Nelle catacombe era usata dai primi cristiani, per l’illuminazione dei luoghi di culto e per un tributo d’onore alla suprema divinità. Nel linguaggio ascetico il termine lucerna era ed è sinonimo di luce suprema di purezza e verità; nel linguaggio figurato, invece, resta sinonimo di guida morale. Nella cultura popolare lucerna sta per organo sessuale maschile (Simili gentarelle non son svogliati…né pigliano mai la lucerna in mano acciò che il suo lume gli faccia vedere quanti borselli ha la tua fica, stropicciandole gli orli [Aretino, 20-259]) e femminile (‘a lucerna ‘e donna ‘e donna Lucia ha fatto cinche figlie [I fescennini non tramontano mai]). Ma la lucerna è anche figurazione del lumino cimiteriale; è, forse, espressione di fuochi fatui. È sicuramente un fuoco intenso, nella cultura popolare, come un legame tra la vita e la morte. È il ritorno dei morti alla vita, attraverso il rito dell’(in)seminazione: quello tramandato dagli antichi Romani, che facevano l’amore sulle tombe dei loro defunti, o dagli Etruschi e dai Frigi, che abbellivano le tombe dei loro morti con falli che ne conservassero la potenza sessuale anche nell’altra vita. La lucerna, infine, significa la vita stessa dell’individuo. Ne “Le Fiabe del Vesuvio” (Mondadori, 1994), e in particolare ne “Il guardiano delle lucerne”, Angelo Di Mauro  fa dire al suo personaggio -il guardiano, appunto-, nel mentre si rivolge ad un uomo, che, dopo aver guardato la propria lucerna ormai agli sgoccioli, lo aveva invitato a rigenerarla, “No, non è possibile. Il mio compito qui è proprio questo. Questa è la porzione d’olio assegnata. Quando si consuma, si deve morire”. In tempi remoti la festa delle lucerne si esauriva, forse, nell’arco di un solo giorno: una comunità contadina non poteva consentirsi il lusso di sottrarre preziose ore di faticoso lavoro alla terra, madre e matrigna. C’era da spaccarsi la schiena, sempre. E, poi, c’erano gli animali a cui badare, gli attrezzi da preparare, la montagna del Somma-Vesuvio da copulare col sudore, con la lama di un falcetto, con un bicipite teso nello sforzo della vanga, con l’affilato ferro quadrilungo di un’avita zappa. Col passar degli anni, dopo una momentanea cancellazione dell’evento festivo, dovuto alle preoccupazioni ed ai lutti causati dalle  molteplici occupazioni straniere e dalle innumerevoli guerre, le lucerne si riaccesero e si regalarono un’esistenza più lunga, della durata anche di due o tre notti. In un opuscolo sulla festa delle lucerne, pubblicato nel 1990 (a cura dell’Arci), il parroco della Chiesa di San Pietro al Casamale, don Armando Giuliano, fornì una preziosa testimonianza: “La festa delle lucerne, a causa della seconda guerra mondiale, era stata accantonata […] Nel 1951 presi contatto con i maestri di festa e mi adoperai per ripristinarla. […] La festa ebbe un grande successo per le sue caratteristiche e per il suo folklore popolare”.  Poi, di nuovo, la festa delle lucerne si oscurò, fin quando “negli anni settanta, dopo circa due decenni di interruzione, venne ripresa, per volontà e merito del locale circolo dell’Arci che la riscoprì e la ripropose nelle sue forme più autentiche”, (testimonianza di Vincenzo Maiello, uno dei membri del comitato organizzatore, in Guida alla festa delle Lucerne, 1998).    Dal momento in cui furono riaccese di nuovo, negli ultimi anni del secondo millennio, le lucerne diventano un richiamo, una curiosità, una ricerca antropologica, un’opportunità di sogno per visitatori incantati, per etnomusicologi, per il popolo di un antico borgo a stento compresso all’interno di una murazione aragonese.    Lo spazio della celebrazione del rito delle lucerne si rinchiude entro le mura del Casamale -a Somma Vesuviana-, luogo in cui migliaia di fiammelle illuminano gli antichi vicoli dalla suggestiva toponomastica (Giudecca, Cuonzolo, Puntuale,  Malacciso, Piccioli, Zoppo, Torre, Coppola, Stretto, Lentini, Perzechiello ), inequivocabile eredità di un cognome di un’antica famiglia, di un evento cruento capitatovi, di una colonia di giudei a lungo risiedutavi.    La vetusta e fascinosa festa delle Lucerne, -la cui origine si perde nella notte dei tempi e la cui memoria si tramanda con l’enfasi e il trasporto della favola, della poesia e dei fatti di storia locale-, rappresenta, perciò, la testimonianza e il simbolo di una lontanissima comunità agricola. Il Maestro Roberto De Simone, nel 1990, diede una suggestiva lettura della manifestazione vesuviana di fine estate: “Da diversi fattori (in particolare dal periodo calendariale) la festa appare collegata a particolari riti agricoli celebranti la fine del ciclo estivo o comunque la morte dell’estate. La stessa festa per la morte della Madonna (15 agosto)  è una trasposizione cristiana di tali precedenti celebrazioni. E gli elementi, raffiguranti la fine di un ciclo, si possono notare dalla presenza dei banchettanti (nota simbologia in relazione alla morte), dalle lucerne notturne, dagli apparati di fiori e dalle zucche che esplicitamente raffigurano una testa di morto. Purtuttavia, si colgono, come sempre in tali casi, quegli elementi tipici di riscatto dalla morte, che sono offerti dagli stessi elementi dei banchettanti in funzione rigenerante (un uomo e una donna), dalla zucca (nota simbologia fallica), dalla lucerna (nella cultura tradizionale come simbolo del sesso femminile) e dalle oche, che sono in strettissima relazione con gli antichi culti priapici. Infatti, dagli scavi di Pompei e di Ercolano sono riemerse molte lucerne composte da elementi osceni e molte raffigurazioni del dio Priapo accompagnato da oche e galline “. Ed anche nel museo della vicina città di Capua, una Diana Tifatina (VI secolo a. C.) troneggia su un cavallo con un’oca tra le zampe!   Ma cosa succede, a Somma Vesuviana e al Casamale, terre alle quali è stato concesso il privilegio di sognare, nelle notti del primo quarto di luna di agosto? Nel buio più assoluto, d’incanto, alimentate da purissimo olio, si accendono le lucerne di terracotta,che, poste su strutture lignee a forma di triangoli, cerchi, quadrati e spirali, disegnano un arredo urbano tanto suggestivo quanto fantasmatico. L’antropologa Annamaria Amitrano Savarese, in un opuscolo del 2002 sull’Evento Lucerne, curato dal Comune di Somma Vesuviana, dà un’interpretazione del simbolismo legato alla geometria delle strutture: “Le figure geometriche a nostro avviso sono esse stesse la metafora della Montagna e, quindi, sistema di collegamento, perché il ciclo dalla luce-al buio-dal buio-alla luce, nel rapporto Cielo-Terra-Alto-Basso, si espliciti nel sistema concatenato della rappresentazione integrale del ciclo Vita-Morte-Vita. E così all’infinito, com’è segnalato dai prolungamenti senza fine ottenuti dagli specchi. Se si dà corpo, infatti, ai significati simbolici che tali figure sottendono, avremo che il quadrato è una figura base dello spazio, simbolo della terra e dell’universo creato e che richiama le fondamenta; sapremo che il triangolo è lo spazio chiuso, definito e perfetto nella sua dimensione magico-sacrale riferita al numero 3; e sapremo, ancora, che esso, con la punta in su, rappresenta il fuoco e il sesso maschile, mentre con la punta in giù l’acqua e il sesso femminile; sapremo, ancora, che il rombo richiama lo scatenamento di forze telluriche primordiali e che esso poi rimanda, per sopravvivenza, allo strumento che evoca il tuono, quindi, per assimilazione, anche al ruggito del vulcano. Ora, incastonando virtualmente una sull’altra le figure geometriche del Casamale, ci si accorge che esse, accolte nei loro valori simbolici, possono in realtà rappresentare, logicamente, l’idea della “Montagna Calda” possente, ruggente, svettante dalla Terra a Cielo”. Sono, in effetti, i quattro elementi che ritornano sempre, anche nella simbologia geometrica. La rappresentazione grafica del triangolo li contiene tutti: il triangolo equilatero simboleggia la Terra, quello rettangolo, invece, l’Acqua; il triangolo isoscele è simbolo del Fuoco, quello scaleno, invece, dell’Acqua. Il cerchio è simbolo della perfezione, di ciò che non ha inizio e non ha fine; è anche simbolo del tempo ciclico (i Babilonesi usavano suddividere il cerchio per misurare il tempo). Il quadrato è il simbolo della Terra, rappresenta la delimitazione, il modello di un recinto sacro quale può essere il Tempio; Plutarco, in “Iside e Osiride”, affermava che il quadrato riuniva le potenze di Rhea (madre degli dei e Madre Terra), cioè si manifestava in Afrodite-Acqua, Hestia-Fuoco, Demetra-Terra, Hera-Aria. Infine, il rombo e la spirale. La prima figura è un simbolo vulvare; ha anche una storia di magia: i Greci traevano responsi da legnetti a forma di rombo; alcune tribù degli indiani d’America, invece, attraverso legnetti rombici ascoltavano la voce delle divinità; in Calabria un rombo in legno è ancora posto sui covoni, per auspicio, durante la mietitura; anche i dolci natalizi conservano la loro magia nella forma rombica (di matrice siciliana) del mostacciolo, della pasta di mandorla e degli imbottiti. La spirale, infine, è il simbolo dell’espansione, della crescita e dello sviluppo, dell’infinito e della vita che continua.

GIOVANNI ARIOLA, CURATORE DE “LINGUA IN LABORATORIO”, RISPONDE AI LETTORI

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I dialoghi riportati dal prof. Giovanni Ariola hanno, di volta in volta, suscitato la curiosità dei lettori. Ecco alcune domande alle quali il prof. Ha dato risposta.

Claudio D. da Formia scrive:
“Leggendo il giornale qualche giorno fa, mi è capitato di vedere la foto di una persona che mi era familiare. Il volto invecchiato ma era lui, un mio compagno di scuola. Subito lo scroscio di ricordi, il particolare intenso profondo piacere dei ricordi di un”età definitivamente andata, poi, a lettura ultimata dell”articolo che accompagnava la foto, nel quale si riferiva di un presunto coinvolgimento della persona ritratta nella rete di protezioni politiche, favoritismi clientelari, nepotismi, tangenti e affari illeciti che è emersa dalle intercettazioni telefoniche proprio in questi giorni, l”irrompere della tristezza, anzi del dolore/delusione come per il tradimento e il deturpamento di un mondo immacolato, fondato su un codice di innocenza adolescenziale, conservato nel fondo dell”animo dagli anni della scuola :.Unico atto di autodifesa, il dubbio sulla colpevolezza del mio compagno. E subito la speranza dell”infondatezza dell”accusa. Forse si sono sbagliati:.non può esser vero:non lo credo capace:si sarà ritrovato invischiato a sua insaputa:avrà agito in buona fede:Poi, in rapida successione, l”indignazione:Perchè pubblicare quella foto prima che si siano svolte le indagini, prima che si siano accertate la colpa e la responsabilità della persona? Può anche succedere che le indagini prendano un altro corso e su quella persona non si indaghi più:intanto i giornali non daranno più informazioni nè in bene nè in male sul malcapitato, però di lui resterà nella mente delle persone quella foto, quella notizia infamante:Non so se avrò la forza di mettermi in contatto con il mio ex compagno di scuola e di consigliargli di reagire, di fare qualcosa per chiarire, per confutare e ripulire la sua reputazione dal fango che le è stato gettato addosso.”

Risposta
Non è la prima volta e purtroppo credo non sarà neppure l”ultima che avvengono di tali fatti, che spesso hanno risvolti drammatici. Difficile dirimere la questione di fondo che vede contrapposti i due ormai famosi principi del diritto alla trasparenza (e alla informazione) e del rispetto della vita privata (privacy). Tutti d”accordo che il famoso detto evangelico Oportet ut scandala eveniant (è necessario che gli scandali avvengano) (Mt.,18,7; Lc., 17,1) vada integrato con la precisazione oportet ut etiam deferantur (è necessario che vengano anche denunciati, portati a conoscenza), ma ogni persona ha diritti fondamentali, tra i quali appunto quello del rispetto della propria vita privata, che devono essere tutelati. Ancora una volta il difficile compito di coniugare i corni antinomici della questione è affidata alla competenza professionale, alla intelligenza e alla sensibilità di chi è chiamato a decidere in proposito.
Sì, invitare l”ex compagno di scuola a fare una dichiarazione personale di chiarificazione e di eventuale discolpa in merito all”accusa a lui rivolta, può essere una buona idea che attenui almeno in parte il danno.
A lei poi la facoltà e la decisione di credergli o non credergli.

Se poi il suo compagno dovesse risultare colpevole, anche qui lei può scegliere di minimizzare e assolvere il suo amico con il ricorso al solito filosofico (= qualunquistico e rassegnato) commento: “Così fanno tutti, è prassi generale, organica con il sistema politico, con la gestione del potere, quindi fisiologico, inevitabile:” Ma, se crede ancora nella possibilità e nella necessità di avere una coscienza retta e netta, se pensa che si può, anzi si deve distinguere la solidarietà e il sostegno umano concesso a tutti indistintamente e gratuitamente dalla protezione e dal favoritismo riservati a persone opportunamente segnalate o raccomandate, a compari e comparielli oltre che alle persone di famiglia, spesso barattati con corresponsioni adeguate in cambio, se decide insomma di condannare con fermezza ogni sorta di corruzione e di comportamento deviato e riesce a sottrarsi all”evangelica ghigliottina del: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra“, anche senza necessariamente infierire, potrei consigliare l”invio al suo pur sempre diletto compagno di una e-mail contenente una frase di questo tenore, presa pari pari da un sonetto di Nicola Capassi “Sciù! Pe” la faccia vosta ch”è chiù de cuorno tosta!

Domenico S., da Casalnuovo scrive:
“L”altro giorno ero in treno, su un Frecciarossa Napoli-Milano (un TAV, un treno ad alta velocità), quando ho ascoltato la conversazione telefonica di un signore (!?) con un invisibile interlocutore, ad alta voce, in osservanza della raccomandazione del capotreno di tenere bassi i toni del cellulare e di parlare sottovoce per non disturbare i compagni di viaggio (infatti dal suo telefonino era esploso poco prima il Toreador della Carmen talmente in sordina che aveva fatto sobbalzare fino al più lontano abitatore occasionale dello scompartimento, specie quelli sonnecchianti o addirittura immersi in un sonno profondo): “Te lo raccomando – diceva il signore – lo so che sono tutti raccomandati:fammi il piacere, raccomandalo anche al tuo collega:inventa tu una storia pietosa, per rendere più efficace la cosa:.non ti dimenticare, è un mio nipote vero questa volta:.raccomandaglielo come se fosse un tuo figlio:ti ringrazio:e a buon rendere:.”.

No, non si preoccupi, non intendo parlare del malcostume della “raccomandazione”. Penso d”altronde che ci sia molto poco da dire o da aggiungere a quello che esprime già il fatto in sè. Mi ha colpito il gioco degli accenti sulle forme del verbo “raccomandare”. Se ricordo correttamente le nozioni grammaticali imparate tanti anni fa, raccomàndo e raccomandàti sono parole piane (con l”accento sulla penultima sillaba), raccomàndalo è una parola sdrucciola (con l”accento sulla terzultima sillaba), ma non mi riesce di ricordare come si chiama la parola che come raccomàndaglielo reca l”accento sulla quartultima sillaba.

Risposta – Viene definita bisdrucciola. Se può interessarle, esistono anche parole dette ante-bisdrucciole o trisdrucciole (con l”accento sulla quintultima sillaba), come ad esempio telèfonaglielo, òrdinaglielo. In effetti le parole da sole non hanno l”accento oltre la terzultima; a farle diventare bisdrucciole e trisdrucciole è l”aggiunta di una o più enclitiche ossia di quelle particelle atone (=che non hanno accento proprio) che di solito si appoggiano (= sono pronunciate insieme) e si attaccano alla parola precedente. Così particelle simili dette proclitiche si appoggiano ma non si attaccano alla parola seguente, come ad esempio te lo raccomando.

NB – La rubrica Lingua in laboratorio tornerà a settembre prossimo. Buone vacanze!

Cosa resterà del Casamale dopo la Festa?

A lucerne spente bisognerà riflettere e farsi molte domande sul Casamale per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi.  La notte del 7 agosto calerà silenzio e buio sulla festa e sul Casamale. Dopo che per tre sere di seguito il vecchio borgo avrà fatto l’amore con le stelle del cielo, tutto rientrerà nella routine. Resteranno ansie, problemi e necessità di un centro in perenne lotta per la sua stessa sopravvivenza. Tornerà il silenzio nella terra violentata dalle diverse dominazioni storiche ed attanagliata dalla paura perenne dell’accigliato Vesuvio. Anche la festa del lucerne 2010 (come le precedenti) rischierà di essere l’ultima. Ormai quasi tutti i casamalisti vivono extra moenia; col lanternino si contano i superstiti contadini, quelli che vivono solo col frutto della propria terra; sempre più si accasano, in abitazioni abbandonate e fatiscenti, venditori di colore, lavoratori bielorussi, inservienti polacche. C’è qualcosa che sfugge: forse, addirittura, l’identità e l’appartenenza al vecchio borgo antico.  Un cenno a parte merita, però, il Casamale, il centro antico della città, il cuore di tutte le attività inserite nel filone della tradizione. Spesso, infatti, turisti e visitatori di passaggio pongono una cantilenante domanda: “Ma cos’è il Casamale? Ma che significa Casamale?”. Il nome Casamale, secondo un atto di locazione del 9 settembre 1011, per la terra di Castagneto in Somma (Monumenta, Tomo II, parte I, pag. 438), deriverebbe dall’antica e nobile famiglia dei Causamale: “Il giorno 9 del mese di settembre, X indizione, in Napoli. Sotto l’impero del signor nostro Alessio (Basilio), grande imperatore, anno II e di Costantino, grande imperatore, suo fratello, anno XLIX. Palumbo, di cognome Causamale, figlio del fu Giovanni, e Rogata, coniugi, abitanti in Somma, hanno dato in locazione a Stefano Russo per anni quattro e per tarì 24 una loro terra detta Castagneto posta nel luogo di Somma, con alberi ed introiti, [etc]”. Ma il nome Casamale potrebbe derivare anche da Causa Manes (il luogo degli antenati divinizzati della tradizione romana) o da Casa Mana (sinonimo di potenza) o da Casa Malax (un etrusco luogo delle offerte).   Nel 1350, quando l’esercito ungherese, prima di raggiungere Napoli, saccheggiò la terra di Somma,  scoppiò negli atterriti sommesi la necessità di preservare il popoloso borgo medioevale con strutture difensive meno fatiscenti. Così un fossatello ed uno sgangherato steccato furono sostituiti da alte mura perimetrali, poi, rinforzate da re Ferrante I d’Aragona, che ebbe la consapevolezza di quanto potesse essere importante, dal punto di vista strategico-militare, la Terra di Somma. Nacque, così, il quartiere murato a difesa della cittadella. In esso si poteva accedere solo attraverso quattro porte ben sorvegliate. La difesa, poi, era assicurata attraverso le feritoie e le bocche ancora visibili in alcune delle torri semicircolari, che intervallavano la maestosa cinta muraria.    Così, oggi, il Casamale, nonostante un generale abbandono ed un sempre più palpabile decadimento, per la sua storia (unicamente per la sua storia!), riesce ancora ad imporsi all’attenzione di tutti. Nella chiesa della Collegiata, al Casamale, infatti, si conserva la statua di San Gennaro, protettore di Somma; dalla stessa chiesa parte la suggestiva processione dell’Addolorata, il venerdì santo. Nei vicoli del Casamale si accendono le lucerne; e ancora nei vicoli del borgo antico si mantiene l’usanza di dar fuoco al cippo di Sant’Antuono, ‘o fucarazzo, o di tenere sospesa –tra un balcone e l’altro- una goffa figura di donna (la quaresima), che innalzata il mercoledì delle ceneri, segna il periodo dell’astinenza e del digiuno ed il cui simbolismo liturgico termina con fuochi pirotecnici, dopo 40 giorni, in segno di liberazione e trasgressione.  A lucerne spente resterà ben poco al Casamale! Strutture fatiscenti, assenza di servizi, stradine intasate e qualcuna proprio inagibile. Eppure la festa resiste! Merito di qualche cocciuto mast’’e festa, della caparbia volontà dell’Arci, del sempre contagioso entusiasmo della gente del Casamale, della generosa e volitiva Associazione “Festa delle Lucerne”. Non è poco. Ma è pur sempre molto faticoso. Una festa di tali proporzioni e durata, anche se di popolo, non si inventa. Infatti, bisogna pensare ai permessi, bisogna badare all’informazione, bisogna assicurare servizi e ristorazione agli innumerevoli visitatori (ventimila, cinquantamila, centomila?). E, poi, bisogna mettere d’accordo un po’ tutti sui tempi di realizzazione. La festa delle lucerne di quest’anno si è celebrata alla sua scadenza quadriennale (come hanno detto gli studiosi di antropologia), come gli anni della rotazione agraria e del ciclo lunare.    E se, invece, che quadriennale la festa delle lucerne nelle sue origini fosse stata annuale? E se, invece, le chiavi di interpretazione fossero differenti? E se sul Casamale si accendessero le luci dell’attenzione non solo per le lucerne e per le altre tradizioni di cui è depositario?    Ecco, a lucerne spente, bisogna riflettere e farsi queste e, forse, molte altre domande. Per rispettare, capire, interpretare, approfondire la tradizione; per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi.      Passateci, comunque, una di queste sere di agosto per Somma Vesuviana. E con lucerne vivrete la malia di una notte di mezza estate che, con le zucche vuote, le gallerie di luci, con le felci e le ginestre del Somma-Vesuvio, alimenterà la curiosità di poter guardare da vicino, per esempio, gli scupeli (le granatine per pulire i vasi, dallo spagnolo escobillon), le varrecchie (i barilotti, dal francese barique o da un tardo latino barriclus), i caccavielli, i pentolini per squagliare la pece per gli innesti!

NEL PAESE DEI SOPRANNOMI

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“Questo capitolo è tratto dal libro Storie minime che sarà presentato, lunedì prossimo. È un omaggio doveroso a Somma Vesuviana e a tutti i paesi della Campania dove la tradizione orale ha creato il capolavoro dei soprannomi”.
Di Luigi Jovino

Il paese dei soprannomi è abbarbicato su un monte che solo di rado si fa la barba nella nebbia del primo mattino. Il sole non gioca mai di rimessa, anche di sera quando le tenebre disegnano nei vicoli strani giochi di ombre in ordine sparso. Tante case affastellate con un disegno confuso. I colori in un certo senso si sfidano per costruire la compostezza cromatica dei coriandoli nei giorni del carnevale. Nel paese dei soprannomi molta gente ritorna in campagna quasi a voler lanciare una sfida impossibile alla marcia impazzita della globalizzazione. Mele, susine e albicocche, mentre d”autunno i cachi sul profilo dei rami secchi, annunciano alla gente, nelle forme rotonde di un rosso rubino, la magia dell”albero di Natale.

Il paese dei soprannomi lotta per conservare l”identità di gruppo. I cognomi hanno poco senso. Tutti uguali. Alcuni sono quasi scontati. Sono tanti gli Abate, gli Esposito, i Majello e i Nocerino. Molto rare le deviazioni dall”ordine costituito. Qualche volta i cognomi si sommano solo per rendere più complessa l”opera di identificazione. Si ha, dunque, la possibilità di trovare anche gli Esposito Abate o i Peruccheti Pera, come se fosse uno scherzo del destino. Lo Stato per imporre l”ordine anagrafico che regna sovrano nella nazione, ha facilitato la diffusione dei cognomi semplici: Perna, Malva, Serra, Polise, Neri o Rossi, ma gli abitanti del paese dei soprannomi non se ne fanno un cruccio. Continuano a rispettare i diritti di discendenza e ancora non si fermano ai semafori, illuminati dai riflessi del rosso pieno. Ogni persona, nel piccolo borgo, accomodato sulle pendici di un monte giallognolo, è più che un cognome.

Gli anziani ti chiedono: “A chi appartieni?”- E appena la genia viene svelata ritornano le gesta di almeno quattro generazioni. Il singolo non vale come entità. Ogni bambino appena nato ha almeno quattrocento anni di storia. Tante volte paga per colpe non sue o riceve attestati di stima solo perchè “perpetua un felice ricordo”. Il suo destino è quasi segnato. I vantaggi di gruppo però si notano e le persone si prendono una piccola rivincita in un mondo confuso tra i Pin, username e nikename. Nei ballatoi, infatti, non ci sono targhette. E i citofoni hanno una semplice funzione decorativa. La gente si parla dai balconi e in campagna volano i canti “a figliola”. Accanto al catasto c”è un archivio generale della memoria che si trasmette alle generazioni di “bocca in bocca”. Qualcuno, per puro calcolo personale, ha anche provato a catalogare.

Ci sono soprannomi così antichi la cui nascita si confonde nella notte dei tempi. Quelli che richiamano alla mente le gesta dei vicerè, dei santi decollati e delle rivoluzioni popolari finite in un bagno di sangue conservano negli sguardi un aspetto fiero. D”inverno si coprono con lunghi mantelli neri che strisciano sul basolato, riproponendo un rumore sinistro. Nella logica del doppio senso che ha permesso a generazioni di sfruttati di poter contestare, senza correre troppi rischi l”ordine costituito, non mancano i riferimenti sessuali. “Cazzoniro”, “Zugosa” (Succosa), “Trepalle”, “Trippaculo”, “Pescemuscio” “Chiavino” e “Chiavone” sembrano una ridicola condanna per chi è costretto a subirli, ma c”è anche tanta gente che ne va fiera. La cultura popolare non relega i lussuriosi nei gironi infernali, anzi troppo spesso gli costruisce un altare.

I più simpatici sono quelli onomatopeici che sono più che altro uno scherzo di parole. “Ndummute”, “Picchipò”, “Zivirinzì”, “Quaqquarà”, “Spiccecandorce”, “Quequessa” ripropongono il ritmo delle ballate popolari e tentano una difficile operazione: legare i suoni alle caratteristiche psicosomatiche e sociologiche delle persone. L”esperimento prosegue da anni. Molta gente si chiama per nome e suona la tammuriata. Le contaminazioni più evidenti ci sono state nel periodo del centrosinistra. Sono nati allora gli “Zaccagnini”, i “Craxi” gli “Spadolini””, i “Saragat” ecc. più per il gusto di irridere il potere che per sentirlo vicino. Tante sere al bar le partite di scopone assomigliavano a sedute del Consiglio dei ministri, dove l”ironia volava alta, tra il godimento generale. Ci sono poi soprannomi che riportano a personaggi mitici che in qualche modo hanno detenuto il potere economico solo perchè potevano permettersi di rilasciare attestati di “credito”.

Ancora suscitano rispetto i discendenti dei “Putegari” (botteghai), dei “Daziai” o dei “Collocatori”, mentre si mantiene intatto il fascino di tante “Donne Lilette” e di altri aristocratici che sono stati capaci di essere vicino alla gente. Nella scelta di tanti soprannomi il popolo è stato capace di utilizzare al meglio le varie figure retoriche come la metafora, gli ossimori, il paradosso e le allegorie, dimostrando una capacità di muoversi tra le difficoltà della lingua meglio degli Accademici della Crusca. Nascono così i soprannomi di “Allegria” per indicare personaggi irosi, “Cioccolata” per identificare persone di bella presenza, “Perticone” per segnalare i discendenti di bassa statura o “Mafia” per caratterizzare persone dall”aspetto bonario che non sarebbero capaci di far male a una mosca.

Non è un caso neanche che i soprannomi dei volatili: “Piccioni”, “Papere” e “Palummi” siano stati affibbiati alle famiglie che hanno dimora nelle zone alte, mentre “Volpe” e “Faine” sono facili identificativi delle famiglie valligiane.
I più gustosi sono i soprannomi riferiti al cibo che è sempre “sangue che si fa sangue”. Nel paese dei soprannomi le “Cotene” (Cotiche), le “Braciole”, i “Sanguinaccio” riportano alla mente la festa della morte del maiale, quando nei camini scoppiettano i tronchi di castagno, mentre i bambini per rispetto restano felici ad ascoltare. Una persona che appartiene ai “Cotena” non può essere un malvagio. Al massimo lascia nella mente un”impressione “scrocchiarella”.

L”alimentazione ha il merito di rilasciare un codice di comunicazione condiviso, attorno a cui si riconoscono le generazioni. Gli antropologi lavorano da anni per identificare le persone più sagaci che hanno avuto il merito di inventare e diffondere i soprannomi. L”impresa non è delle più semplici. Un alone magico circonda la nascita degli identificativi di gruppo e tante volte una storia si confonde nella leggenda. Per arrivare alla radice di un soprannome dovrebbe essere studiato un metodo che incrocia le ricerche araldiche con l”evoluzione del linguaggio e con gli studi di settore. L”effetto non sempre è garantito e non si ha mai la certezza di arrivare ad un”accettabile conclusione. I soprannomi sono come le cellule cancerogene che nascono ogni giorno, ma solo poche volte (per fortuna) attaccano e resistono all”imperio del tempo.

Si è certi di giungere al successo solo quando si riesce a incidere la radice della comunicazione etica, fatta di gesti, espressioni facciali e sospiri che può fare anche a meno del significato etimologico della semplice parola. Nel paese dei soprannomi, negli ultimi tempi, è stato compiuto uno sforzo nuovo. Tutti gli stranieri che affollano bassi, caverne e catapecchie, portando assistenza a anziani, a vedovi e ai ristoranti sono riconosciuti semplicemente come polacchi.

Ucraini, maghrebini, kenjoti e Russi, gente di pelle pallida, gialla o nera nel paese dei soprannomi sono sempre e soltanto “I polacchi” che dopo una non facile convivenza per incapacità di adattarsi hanno pensato bene di andare via. Le popolazioni passano in un grande peregrinare. Resistono le pietre, i ruderi e i soprannomi a significare un valore di gruppo, attorno a cui una comunità che ha voglia di inventarsi la vita giorno per giorno, si perpetua e si riproduce.
(La riproduzione è vietata)

La festa delle Lucerne: eccellente possibilità di sviluppo dell’intera area vesuviana

L’intera comunità del Parco del Vesuvio dovrebbe essere interessata alla conservazione di questa festa e al recupero delle sue tradizioni e dei suoi significati più veri. La festa delle lucerne potrebbe diventare il fulcro di un progetto strategico di marketing territoriale. La “festa delle lucerne” è per Somma Vesuviana uno straordinario momento di visibilità mediatica e turistica grazie alle caratteristiche di un evento in cui si intrecciano religiosità popolare, tradizioni folkloriche, usanze e costumi che il tempo non ha ancora consumato, lo scenario particolare di un borgo medioevale, il Casamale, preservato dal tempo da una cinta muraria secentesca che solo l’incuria degli uomini tenta di distruggere e snaturare dalle sue funzioni, di abitazione ma anche di mondo sicuro, protetto, della vita quotidiana di contadini che dalle pendici del vulcano traevano sostentamento per il presente e speranza per il futuro. La protezione, prima che dalle mura, era assicurata da “mamma schiavona”, la Madonna della neve, o meglio del vulcano incombente, terribile e protettivo. Il fascino della “festa delle lucerne”, nonostante tutti i tentativi di trasformarla in una sagra della torta di scarola e della falangina, sta nella molteplicità dei significati e dei rimandi a riti e tradizioni del cui significato si è persa anche memoria, ma che continuano ad agire sull’inconscio collettivo pur nella stanca ed immemore riproposizione. Le lucerne accese sugli impianti geometrici che si inseguono nei vicoli in una sequenza che gli specchi dilatano senza fine danno brividi di mistero anche alle folle distratte che si accalcano senza neppure cercarne il significato recondito che certamente avevano ma che non sono più in grado di comunicare. Ho inutilmente cercato spiegazioni sulle ragioni di questi impianti rigorosamente geometrici che sostengono le lucerne accese, come dei canti delle donne nascoste sui tetti o delle tavole imbandite all’ingresso dei vicoli e delle zucche svuotate e intagliate come maschere greche che illuminano sinistramente anche gli angoli più bui del Casamale. Forse la prima cosa da fare sarebbe promuovere una ricerca sulla festa e sui molteplici rituali messi in gioco che non si limiti alle pur interessanti notazioni del De Simone. Sarebbe importante sapere quando la festa ha assunto le caratteristiche che poi il tempo ha ossificato, scarnito, privato di ogni rapporto con l’immaginario collettivo. Ma anche come si sia evoluta e arricchita di notazioni che oggi non comprendiamo in relazione alle trasformazioni e ai cambiamenti che hanno interessato il territorio. Sarebbe importante perché la “festa delle lucerne” non è solo di Somma Vesuviana ma di tutti i paesi abbarbicati al Vesuvio che vivono quasi in simbiosi con il vulcano fonte di vita ma anche di morte. I sapori particolari dei prodotti della terra del territorio vesuviano vengono tutti dal vulcano che in tal modo distribuisce ricchezza e benessere alle popolazioni. Questo spiega l’attaccamento dei vesuviani ad una terra che può anche tremare in modo distruttivo ma ogni eruzione è come una nuova fecondazione di questa terra aspra e ricca di frutti. L’intera comunità del Parco del Vesuvio dovrebbe essere interessata alla conservazione di questa festa e al recupero delle sue tradizioni e dei suoi significati più veri. Anche il recupero del Casamale dovrebbe interessare tutta la comunità vesuviana, oltre quella sommese. Un gioiello di cui si intuiscono appena le strutture originarie dietro il coacervo delle superfetazioni e degli abusi ma che meriterebbe di essere ripristinato nelle sue caratteristiche originarie perché lì dentro c’è la storia millenaria delle comunità che hanno abitato il Vesuvio. Poi certo la “festa delle lucerne” potrebbe anche diventare il fulcro di un progetto strategico di marketing territoriale dell’intero territorio vesuviano, a partire da quello sommese. Le potenzialità ci sono tutte. Il territorio vesuviano è talmente ricco di storia, di tradizioni, di eccellenze monumentali ed artistiche, oltre che di tradizioni enogastronomiche da poter sostenere anche un grande progetto di sviluppo turistico. Certe cose non si possono però improvvisare. Un progetto strategico di marketing territoriale per raggiungere risultati ha bisogno di studi seri ma soprattutto del coinvolgimento di tutti i saperi presenti ed attivi sul territorio. Deve essere un progetto il più largamente possibile “partecipato” dalla gente che ha “memoria” e “saperi” della festa come delle tradizioni dell’intero territorio vesuviano.

Il coraggio di cambiare

Aspetti commerciali della Festa delle lucerne. Sulla sua origine spunta una nuova pista ebraica. Abbiamo visto tutti. Insieme ci siamo indignati, ma è finito il momento di perdersi in critiche sterili. Servono idee per rilanciare la cultura e la tradizione di Somma Vesuviana. Il dibattito sulla Festa delle lucerne, manifestazione cult della programmazione vesuviana si trascina stancamente. Tutti, ma proprio tutti hanno criticato l’aspetto consumistico della manifestazione, dove si è venduto troppo e si è venduto male. La malattia degli affari facili ha contagiato un po’ tutti. Un signore, arrivato da poco al Casamale ha iniziato la prima sera della Festa a vendere bibite in una bacinella di plastica. La seconda sera si è allargato con i panini. La terza ha aperto un ristorante abusivo. Da quando abbiamo ripreso la Festa delle lucerne è stato sempre così. Venditori abusivi, abitanti stessi del Casamale hanno improvvisato commerci ambulanti e stanziali, ricavandoci sempre un bel guadagno. Alla fine di ogni edizione ci sono state critiche feroci. A dispetto dei tanti furbi, decine e decine di ragazzi hanno lavorato gratis per realizzare la Festa. Hanno utilizzato le ferie, sono stati impegnati decine di giorni e ci hanno rimesso di tasca loro. Ogni volta che si tirava un consuntivo della Festa abbiamo sempre avuto a che fare con questo problema. Per cercare di mettere ordine si era pensato prima ad una Fondazione, poi si è passati all’associazione, ma come i fatti dimostrano non è cambiato nulla. Eppure quest’anno c’era il divieto di vendita diretta. Credo che mai una prescrizione comunale sia stata così disattesa. E’ stato il trionfo della disobbedienza di massa. Gli amici dell’Arci che hanno girato per la questua erano stati avvertiti. Un ragazzo disoccupato ha avuto il modo di avvisare: <Fate quello che volete, ma io durante la Festa apro una bancarella abusiva. Con i soldi ricavati posso campare tre mesi>. Come dargli torto? E’ profondamente ingiusto, ma quello che è successo era perfettamente prevedibile e non ci sarà mai ordine se non si creano le premesse per educare i visitatori, indirizzandoli verso un consumo di qualità, responsabile e consapevole. Solo così si potranno rendere improduttive le bancarelle del vino annacquato o le taverne improvvisate di pizza con la scarola e “freselle ammollate”. C’è anche da considerare che in qualche modo i venditori abusivi hanno reso un servizio. Ai ristoranti, ai negozi e alle bancarelle autorizzate nella scuola del Casamale hanno tolto poco. Tutti i ristoranti e gli esercizi commerciali del circondario hanno lavorato al massimo delle proprie potenzialità. Se non ci fossero stati i venditori abusivi sicuramente sarebbero sorti altri problemi e molti visitatori avrebbero preso la strada dei paesi vicini, neanche si sa quanto preparati a sfamare una massa così consistente di persone. Non bisogna minimamente giustificare chi si mette contro legge, improvvisandosi produttore e manipolatore di sostanze alimentari senza offrire nessuna garanzia di igiene, qualità e servizio. Ma sul grande commercio che si è fatto durante la Festa delle lucerne occorre  fare qualche riflessione che vada al di là della indignazione. Innanzitutto si dovrebbe analizzare proprio l’aspetto consumistico. Mi hanno colpito ad esempio delle riflessioni fatte da Rocco Marra, fotografo di scena di film importanti come “Romanzo criminale” che sta realizzando un documentario sulla Festa delle lucerne, comparandola con altre manifestazioni simili ebraiche ed indiane. Rocco ha ipotizzato che la Festa possa essere stata addirittura inventata dagli ebrei che a Somma hanno avuto un ruolo importante, tanto da avere ancora una strada ad essi dedicata. Franco Mosca, esperto di storia locale ha confermato che gli ebrei compaiono al Casamale all’epoca di Alfonso il Magnanimo, re Di Napoli nella prima metà del 1400. Come è successo in altre fortezze meridionali la colonia di ebrei si è insediata all’esterno delle mura della cittadella fortificata. Gli ebrei, poi, sono improvvisamente scomparsi, probabilmente a seguito dell’ editto di espulsione dal Regno di Napoli, datato 1510. A sostegno dell’ipotesi di Marra ci sono diversi elementi. La Festa delle lucerne e quella della Luce ebraica hanno in comune diversi simboli: le luci, le forme triangolari e le prospettive. La Festa della luce, una delle manifestazioni più importante della religione ebraica, cade nel periodo di massimo freddo, proprio quando c’è la neve. In alcuni comuni italiani il 5 agosto, giorno dedicato al culto della Madonna della neve, ci sono manifestazioni di chiara origine ebraica. A Barano, un paesino in provincia dell’Aquila il 5 agosto, la gente regala delle monetine a tutti i visitatori proprio in ricordo della presenza degli ebrei. Inoltre sempre secondo Marra <potrebbe essere stato il pragmatismo ebraico ad impedire alla religione cattolica di fagocitare completamente i contenuti arcaici della Festa>. Non sono uno storico e sicuramente l’ipotesi delle origini ebraiche della Festa presenterà numerose falle. Spetta agli storici dimostrare le illazioni. In mancanza di riferimenti storici anche questa opportunità, però, va presa in considerazione, non fosse altro per le numerose prove che sembrano essere a sostegno. Se, poi, “malauguratamente” per tutti gli antropologi e gli etnologi che l’hanno studiato e decantata, dovesse essere confermata l’ipotesi che la Festa delle lucerne è stata iniziata dagli ebrei, allora non si potrebbe sottacere l’aspetto commerciale. E’ risaputo  che gli antichi ebrei favorivano le iniziative del mondo contadino in cui c’era circolazione di denaro. A parte i connotati che sembrano essere costitutivi della manifestazione, credo che non vada sprecata la grande opportunità che essa offre. Nei dibattiti tenuti durante la Festa molti operatori si sono chiesti che senso possa avere costruire un altarino ad una manifestazione del mondo contadino, quando il lavoro dei campi, specialmente in questo periodo a Somma, è così in ribasso e vilipeso. Migliaia di persone sono venute ad ammirare il miracolo delle prospettive di luci, ma pochi si sono accorti che quest’anno le albicocche sono rimaste sugli alberi a marcire per mancanza di mercato. Eppure nell’ Annuario dei prodotti di eccellenza, le albicocche di Somma Vesuviana occupano un posto di tutto rispetto. La qualità dei nostri prodotti è risaputa e la domanda cresce. A causa di meccanismi perversi di mercato, però, i nostri agricoltori sono una specie in via di estinzione e con essi sta scomparendo una cultura, l’ambiente ed il paesaggio. Ecco che bisogna lavorare per trasformare la Festa delle lucerne in un’opportunità. Credo che alcune cose possano essere fatte subito. Intanto l’Arci deve riassumere la centralità nella promozione delle manifestazione perché appartiene ad un circuito nazionale sperimentato e collaudato che vive in simbiosi con il mondo cooperativo, con lo Slow food e con gli istituti di vigilanza etica. Poi la Festa delle lucerne dovrebbe essere biennale, o addirittura annuale, e dovrebbe essere legata ad una Fiera dei prodotti di eccellenza in via di estinzione. Allora avrebbero senso le bancarelle, tutte identificate da un marchio di qualità. Per dare spazio a questa Festa credo bisogna trovare soluzioni di maggiore respiro. Basta con le quattro porte! Basta con le soluzioni stucchevoli che non portano da nessuna parte! Si potrebbe ad esempio allestire un nuovo vicolo illuminato in quel vicoletto che da piazza Trivio conduce direttamente a ridosso delle Mura aragonesi per evitare congestionamenti e blocco totale del traffico a piedi. Gli organizzatori potrebbero inventarsi altre soluzioni per dare sempre all’antico borgo la centralità dell’evento, non disdegnando nel contempo di valorizzare tutta la città che vive e palpita durante la manifestazione. Ricordo che un’operazione del genere, con lo spostamento dell’asse di una manifestazione tradizionale, la facemmo negli anni Settanta. Riuscimmo a convincere i capi-paranza di spostare il concertino del “Tre della croce” dal Casamale in piazza Trivio e a chiamare la Nuova Compagnia di Canto popolare, invece che i soliti Pino Mauro e Mario Merola. Grazie a quella scelta è nato il fenomeno del folclore a Somma Vesuviana. Grazie a quella scelta sono nati successivamente “Il Villaggio vesuvio” e poi “E Zezi”, “Le nacchere rosse”, “Il gruppo della Zabatta” e le centinaia di paranze vesuviane che hanno calcato i migliori teatri del mondo. Grazie a quella intuizione personaggi importantissimi del nostro mondo contadino come “Zi Gennaro o Gnundo”, o “Giovanni Coffarelli”, hanno portato la voce dei nostri antichi avi negli Usa, in Europa e in tutte le nazioni del mondo. Se non dimostriamo coraggio e intelligenza della nostra cultura rimarrà solo qualche carta bruciata e la Festa delle lucerne si ripeterà stancamente ogni quattro anni con un carico di contraddizioni ancora più evidente.

DISPERATI E DISOCCUPATI

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Il rapporto Svimez di quest”anno ha rappresentato un Sud oltremodo povero e senza risorse. Dietro a quei dati negativi ci sono drammi personali e familiari che si consumano nel silenzio delle istituzioni.
Di Amato Lamberti

Anche quest”anno il rapporto Svimez sulla situazione economica del Mezzogiorno non ha sollevato tutta l”attenzione che pure avrebbe meritato. Sarà perchè esce a luglio quando i giornali e, soprattutto, la politica sono in altre faccende affaccendati, ma è quantomeno sconvolgente che la condizione di crisi praticamente irreversibile del Mezzogiorno, documentata da dati e percentuali in caduta verticale, non sollevi alcun allarme da parte dell”opinione pubblica e nemmeno da parte di chi per ruolo istituzionale può essere considerato responsabile della situazione denunciata, sia a livello nazionale che a livello regionale.

Nessun presidente delle regioni meridionali, nemmeno quelli confermati, hanno ritenuto importante almeno commentare la situazione, non dico azzardare qualche proposta da mettere magari in finanziaria,
I dati, forniti nel solito modo freddo e senza commenti, sono sconvolgenti. Mentre il resto d”Italia cresce, nel Sud il PIL è tornato ad essere quello di 10 anni fa, dopo un calo del 4.5% nel 2009 che fa seguito ad un calo del 3.8% registrato nel 2008. Il PIL per abitante è di 17.317 euro, contro i 29.449 euro del Nord, vale a dire quasi il 50% in meno.

Gli investimenti al Sud sono calati del 9.6% come i consumi che sono calati del 2.6%. Il valore aggiunto dell”industria è crollato del 15.8%, soprattutto nel comparto manifatturiero che viene considerato a “rischio di estinzione”. La prima ricaduta è sui livelli occupazionali, tanto è vero che il tasso di occupazione è passato, in un anno, dal 58.7% al 57.5%, e si sono persi 194.000 posti di lavoro, su un totale nazionale di 380.000 posti di lavoro in meno. Se si considera anche il 2008, i posti di lavoro persi sono 335.000, su un totale nazionale di 530.000. In pratica la crisi economica del Paese si scarica quasi tutta sul Mezzogiorno.

Per cercare lavoro i meridionali, soprattutto i giovani, hanno ripreso la strada dell”emigrazione: negli ultimi 20 anni ben 2.4 milioni di meridionali sono emigrati soprattutto nel Nord del Paese. Nel solo 2009, sono stati 114 mila gli emigranti, in maggior parte giovani diplomati e laureati. Naturalmente quando manca il lavoro tutto diventa più difficile, a partire dalla vita quotidiana. Nel Mezzogiorno 6.838.000 mila persone, di cui 889.000 lavoratori dipendenti e 760.000 pensionati, sono considerate a rischio povertà perchè hanno redditi che superano di poco i 1.000 euro. In pratica, al Sud, una famiglia su tre è povera o in condizioni di precarietà economica. Al Nord solo una famiglia su dieci è nelle stesse condizioni.

La povertà sembra così essere diventata la cifra distintiva del Mezzogiorno: il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese; il 47% delle famiglie è monoreddito, gode cioè di un solo stipendio; il 25.9%, vale a dire 1 su 4, arriva con difficoltà alla fine del mese; il 16.5% ,in Campania, ha in carico tre o più familiari. Il risultato è che il 44% delle famiglie nel Mezzogiorno non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 750 euro; una famiglia su cinque non può pagare il riscaldamento; il 30% non ha potuto comprare vestiti nel 2009; il 16.7% ha pagato con ritardo le bollette di acqua, luce e gas; il 20 % non è potuta andare dal medico specialista.

Una situazione drammatica che fa del Sud una vera e propria “valle di lacrime” se solo si pensa alle ricadute sulla vita di tutti i giorni di persone consegnate all”indigenza, alla ricerca di un qualsiasi lavoro per procurarsi un reddito che consenta loro di far fronte almeno alle spese obbligatorie, come le bollette di acqua, luce e gas, per non parlare delle tasse comunali e della Tarsu. Ma questi drammi personali e familiari si consumano nel silenzio delle istituzioni.

Lo Svimez sollecita, per invertire la tendenza al crollo dell”economia meridionale, interventi importanti per almeno 35 miliardi di euro di investimenti per le infrastrutture, oltre ad una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti privati nel Mezzogiorno. In pratica, sarebbe necessaria una intera manovra finanziaria interamente dedicata alle regioni meridionali. La politica continua a tacere come se non si rendesse conto del disastro sociale che questa situazione economica può ulteriormente incentivare. Fa impressione soprattutto il silenzio della politica locale e regionale, anche nei termini della richiesta di aiuto al Governo, di fronte ad una situazione che si va deteriorando tutti i giorni e che non può non produrre tensioni sociali difficilmente arginabili.

L”impressione è che i nostri politici continuino a sperare nelle straordinarie capacità di adattamento dei meridionali, a cominciare da quella di farsi la valigia e andarsene per il mondo a cercare fortuna. Nessuno pensa che ad andarsene sono sempre le energie e le intelligenze migliori e che l”emigrazione è sempre stata un danno per il Mezzogiorno, anche quando le rimesse degli emigranti consentivano la sopravvivenza delle donne e degli anziani rimasti nei paesi d”origine.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

La Festa delle Lucerne tra storia, magia e simbolismi – parte seconda

Lo specchio, le zucche vuote, i banchetti, i fantocci e la fede :  la festa delle lucerne nasce in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Struggente il canto in onore della Madonna della Neve, a cui è dedicata la festa. Ma c’’è continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo?  I telai portalucerne, dunque, occupano ogni vicolo, lungo tutta la loro profondità, sino a formare una galleria di luce. Anzi, a rendere illimitato il luccichio, sul fondo del vicolo, uno specchio moltiplica all’infinito il percorso, che gli antropologi hanno interpretato simile a quello dell’inevitabile passaggio dalla vita alla morte. In tutte le culture popolari lo specchio è stato sempre considerato, nella sua simbologia, come una sorta di porta tra i due mondi: quello noto (appena vissuto) e quello parallelo ma ignoto dell’Altrove.    La festa delle lucerne, infatti, come già detto, è metafora di vita e di morte e, come tale, ne possiede tutti gli elementi. La lucerna, in quanto simbolo di vita, rappresenta il sesso femminile e maschile, la capacità di procreazione. Ma è anche simbolo di morte e richiama il lumino dei cimiteri, la luce a corredo dei catafalchi, i fuochi fatui, la vitalità che viene meno se non si aggiunge altro olio alla lucerna. A completare, poi, la simbologia vita-morte si aggiungono –nel cuore della festa- le scene dei banchetti e le zucche svuotate dei semi. Davanti ad ogni vicolo, davanti ad ogni galleria di luce sono collocati, infatti, dei fantocci di uomo e di donna – ‘o signore e ‘a signora, ‘o sposo e ‘a sposa– che siedono alla tavola imbandita, vero cardine di incontro domestico ma anche di cunzuòlo (conforto, consolazione), dono di cibi ricevuti dai vicini per un lutto in famiglia.    Ogni quadro famigliare è arricchito, poi, dalla fantasia dei casamalisti, dei masti di festa, che, dopo aver già provveduto alle spese dell’olio e delle terrecotte, addobbano gli ambienti ricorrendo ad originalità ma anche a stereotipi. Serti di felci, di castagno e di bionda ginestra vesuviana creano un’immaginaria stanza alle cui pareti sono appesi tiàne e ruoti (tegami di terraglia e teglie di rame), corone di peperoncini rossi (pupàvoli) insieme –talvolta- ad incredibili dipinti naif. Ed accanto alla tavola imbandita, in un improbabile inventario della memoria, non è difficile imbattersi, poi, in una vecchia macchina da cucire Singer, in un radiogrammofono con i panciuti 78 giri La Voce del Padrone, in un ferro da stiro a carbone, negli attrezzi per la campagna ed anche –segno dei tempi- in una televisione, in un frigorifero e nella plastica dei recipienti per il vino o per l’olio.    Poco più avanti, poi, ‘o signore e ‘a signora, sono uomini in carne ed ossa e le zuppiere fumano di pasta vera; come vere sono le giare di vino catalanesca, le bevute a garganella, le fette di anguria, le percòche nel vino. Quasi dappertutto c’è una fontanella con zampillo: l’acqua è elemento di vita primordiale.    Agli angoli delle stradine e dei vicoli, nel fondo dei portoni e tra gli alberi dei giardini compaiono delle zucche svuotate, alcune anche illuminate dall’interno, a simboleggiare un teschio, la morte. La zucca senza semi, d’altra parte, è incapace di riprodursi. È un anticipo della consumistica notte di Halloween: serve a mimare il ritorno dei morti sulla terra. Ma la zucca è pur’essa simbolo di vita: per la sua leggerezza e la sua impermeabilità, infatti, in tempi remotissimi, una volta essiccata, era utilizzata come recipiente per il vino o galleggiante, o, a coppia, come salvagente per i nuotatori principianti.   La festa delle lucerne può definirsi un relitto folcloristico. Nasce, infatti, in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Originariamente la festa fu celebrata –secondo alcuni studiosi- in onore di Diana, la divinità italica il cui culto introdusse a Roma Servio Tullio. Diana la luminosa era una dea dispensatrice di luce e protettrice delle partorienti; alle idi di agosto, nella valle di Aricia, nei pressi del lago di Nemi, le donne erano solite recarsi in processione per propiziarsi il parto o per ringraziare la dea per averle assistite. Secondo altre interpretazioni, invece, la festa fu celebrata in onore dell’italica Cerere, che, spesso, veniva associata al dio Libero/Bacco (e proprio al Casamale si son trovate tracce di un tempietto sacro a Bacco).  Cerere -in onore della quale i Romani, nel mese di aprile, celebravano le Cerealia ed, in estate, il sacrum anniversarium Cereris (la versione latina delle Tesmoforie, la festa delle donne in Grecia)- era, spesso, associata anche alla dea Terra. Dunque, una comunità agricola come quella di Somma Vesuviana celebrava la festa in onore di una dea, per ringraziare del raccolto ed annunziare la morte del ciclo estivo. Poi, la trasposizione. La dea Terra diventò Madonna e la sua festa si celebrò il 5 di agosto. Così oggi, nella data in cui, nella Roma caput mundi, si onorava la dea Salus (Salvezza), al Casamale, nei giorni, appunto, della festa delle lucerne, si continua a venerare la Madonna della Neve, la cui statua è conservata in una cappella della Chiesa della Collegiata.    È tutto un caso? C’è una continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo? Certo, la leggenda che attribuisce a papa Liberio (352-366) la fondazione, in Roma, della Basilica Liberiana o di Santa Maria ad Nives, nel punto in cui sull’Esquilino una insolita nevicata agostana tracciò il perimetro della chiesa, è molto lontana dalla realtà sommese. Più verosimilmente la pagana festa delle lucerne, che si celebrava da sempre nel mese di agosto, necessitava di una sua continuità nel calendario cattolico. Non a caso tutti i riti pagani cadenti tra la fine di luglio e i principi di agosto nacquero come ringraziamento per il raccolto e come propiziatori per l’aratura e la semina. E non è, forse, un caso –anche se sempre trascurato- che la chiesa cattolica il 5 agosto abbia inteso celebrare anche sant’Osvaldo, protettore dei mietitori ma certo non tanto famoso da prestare il nome a una festa popolare. Il discrimine è sicuramente nella forza miracolosa della Madonna. Scrive, infatti, Rino Camilleri nel suo “Grande libro dei Santi protettori” (Piemme, 1998): “Entrate in una chiesa qualsiasi e guardate davanti a quali immagini spesseggiano le candele accese. Ne troverete poche davanti ai capolavori dell’arte sacra e molte davanti a una statuetta di gesso della Vergine di Lourdes. Poche davanti a San paolo o San Tommaso d’Aquino, moltissime davanti a Sant’Antonio da Padova o a Santa Rita da Cascia. Perché? In verità non lo so, ma la statistica parla da sola. Con alcuni santi è più facile ottenere miracoli, con altri meno. Ovvio che la gente si rivolga più numerosa ai primi”.    Nacque, quindi, la festa della Madonna della Neve. Quella stessa Madonna, la cui statua –faccia rotonda, lunghi capelli a boccoli e corpetto snello-, portata a spalla dai fedeli, la sera del 5 agosto, attraversa le strette ed affollate stradine del Casamale, toccando tutte e quattro le Porte d’accesso all’antico borgo (Porta Piccioli, Porta Castello, Porta Terra, Porta dei Formosi). Al passaggio della Madonna la folla si accosta ai muri e cede il passo alla processione. Subito dopo, quasi a volerla proteggere o diventarne corpo unico, la stessa folla si chiude in un cordone massiccio e invalicabile. Intanto, dai balconi e dai terrazzi voci femminili modulano un inno alla Madonna, tanto simile ai canti delle Adonie, quando le devote del dio stazionavano sui lastrici solari, mentre bruciavano gli incensi nei giardini. E così, in un’atmosfera di devozione e di curiosità, si leva, soave e struggente, una litania, una nenia, un canto-preghiera-invocazione: “O Madonna della Neve, tu che aiuti i tuoi fedeli. O regina della pietà, tutte queste lucerne accese. O regina della città, ai piedi della Madonna è caduta una bella stella, nel fulgore del sole ardente cade la neve, che la fa bianca”.