Avevo deciso di rompere il mio prolungato e utile silenzio, trattando il tema della laicità, ma le notizie sul fronte sociale mi hanno persuaso a ritornare sulla questione della città politica, perchè abbiamo tutti il dovere di non lasciar perdere le occasioni di riflettere sulle conseguenze delle scelte di chi ci governa.
A che cosa mi riferisco?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di “normalizzare” la libertà di espressione e di pensiero, attraverso la minaccia di un massiccio uso del decreto parlamentare (intercettazioni); abbiamo constato, con amaro stupore, l’addensarsi di scandali finanziari, con un osceno corredo di richieste di prestazioni sessuali a signore e signorine compiacenti; ci è stato dimostrato quanto sia ramificata la criminalità organizzata e quanto siano vere le collusioni con il mondo politico (basti pensare alle ultime esternazioni del Presidente Napolitano); in ultimo abbiamo dovuto accettare, come lezioni di democrazia, l’insulso dominio della legge del singolo, l’idea che il “ci penso io”, “ghe pensi mì”, sia la strada più sicura per la risoluzione dei problemi di tutti, quasi una compulsione ad eliminare, con la propria individuale volontà, l’unica regola veramente democratica: la condivisione dei problemi e la cooperazione nel processo di soluzione.
È difficile separare i protagonisti dello scempio etico, che ci circonda, in buoni e cattivi; così come è quasi impossibile raccapezzarsi sull’individuazione delle responsabilità. Il livello di insania sociale in cui stiamo affogando non ci consente di tirarci fuori dalle accuse di partecipazione alla degenerazione delle relazioni umane che ci circonda: nè la classe politica, nè ciascuno di noi, cittadino di una città maleodorante, che vanamente cerca di abbellirsi e rendersi meno puzzolente con le retoriche patriottiche.
Se addirittura i vescovi CEI hanno rotto gli indugi, denunciando la corruzione politica e affermando, senza mezzi termini, che non abbiamo più una classe politica degna di affrontare i nostri tempi, vuol dire proprio che siamo ad un incrocio drammatico della storia italiana, che va analizzato con spirito libero e laico, ma anche senza pregiudizi di sorta, senza cioè aver paura di essere additati come “catastrofisti” o “pessimisti disfattisti”.
Il guaio contro cui punto il dito è proprio l’aria da cameratismo di accatto che Berlusconi e i suoi accoliti tentano di farci respirare.
“Non preoccupatevi, va tutto bene; non prestate ascolto ai profeti di sventura, perchè tanto ogni cosa si risolverà senza che nemmeno ve ne accorgiate”. Il fatto è che una città di beoti televisivi continua a crederci, a sentirsi carezzata dai pifferai del “non pensiamoci, non rattristiamoci”. Mai come in questi anni la televisione è venuta meno al suo principale compito di spiegare con i suoi alfabeti le strade che stiamo percorrendo, triturando tutto ciò che è veramente umano nell’inceneritore del pattume osceno e dell’imbecillità fatta sistema.
La rabbia e l’aggressività rivolta a chi pensa e a chi aiuta a pensare: giornali, intellettuali, a volte poeti, osservatori esteri, associazioni, giovani universitari, scrittori che rischiano la vita per ciò che scrivono, alcuni emittenti televisive ancora libere, ci dovrebbero far destare dal dolce sonno in cui tanti sono immersi e mettere un seme di sana critica nelle nostre coscienze.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 1° Agosto scorso ha scritto parole di fuoco su questo punto, mettendo in guardia chi si costringe a non pensare.
Abbiamo tante volte discusso assieme su questi argomenti attraverso le pagine online de Il Mediano, proponendo anche alcuni modi per poter uscire da una crisi di estremo disorientamento morale. Dobbiamo continuare a farlo cercando senza sosta i rimedi più opportuni.
Partiamo sempre dal medesimo bisogno: la costruzione di una città invisibile e bellissima nella quale ci si possa ritrovare intorno ad un pensiero condiviso; non ad un fare magniloquente e superficiale, ma ad un pensare che dia fondamento ad un fare conformato a regole valide per tutti e attente ai bisogni dei più indifesi.
Ci dobbiamo tornare tutti su questi punti con la lentezza di chi sa attendere e con il coraggio di chi non teme le critiche. Anche utilizzando le pagine che state leggendo in questo momento. Noi non dobbiamo aver paura di ripeterci, perchè se seguissimo le sirene del perenne nuovismo, rischieremmo di non svolgere un servizio intellettuale di cui c’è estremamente bisogno, anche se ne abbiamo smarrito le ragioni.
LA ‘CITTÁ POLITICA’ VA SALVATA DA COLLUSIONI E OSCENITÁ
Uno sguardo nell’infinito
La Festa delle Lucerne tra storia, magia e simbolismi
GIOVANNI ARIOLA, CURATORE DE “LINGUA IN LABORATORIO”, RISPONDE AI LETTORI
Claudio D. da Formia scrive:
“Leggendo il giornale qualche giorno fa, mi è capitato di vedere la foto di una persona che mi era familiare. Il volto invecchiato ma era lui, un mio compagno di scuola. Subito lo scroscio di ricordi, il particolare intenso profondo piacere dei ricordi di un”età definitivamente andata, poi, a lettura ultimata dell”articolo che accompagnava la foto, nel quale si riferiva di un presunto coinvolgimento della persona ritratta nella rete di protezioni politiche, favoritismi clientelari, nepotismi, tangenti e affari illeciti che è emersa dalle intercettazioni telefoniche proprio in questi giorni, l”irrompere della tristezza, anzi del dolore/delusione come per il tradimento e il deturpamento di un mondo immacolato, fondato su un codice di innocenza adolescenziale, conservato nel fondo dell”animo dagli anni della scuola :.Unico atto di autodifesa, il dubbio sulla colpevolezza del mio compagno. E subito la speranza dell”infondatezza dell”accusa. Forse si sono sbagliati:.non può esser vero:non lo credo capace:si sarà ritrovato invischiato a sua insaputa:avrà agito in buona fede:Poi, in rapida successione, l”indignazione:Perchè pubblicare quella foto prima che si siano svolte le indagini, prima che si siano accertate la colpa e la responsabilità della persona? Può anche succedere che le indagini prendano un altro corso e su quella persona non si indaghi più:intanto i giornali non daranno più informazioni nè in bene nè in male sul malcapitato, però di lui resterà nella mente delle persone quella foto, quella notizia infamante:Non so se avrò la forza di mettermi in contatto con il mio ex compagno di scuola e di consigliargli di reagire, di fare qualcosa per chiarire, per confutare e ripulire la sua reputazione dal fango che le è stato gettato addosso.”
Risposta
Non è la prima volta e purtroppo credo non sarà neppure l”ultima che avvengono di tali fatti, che spesso hanno risvolti drammatici. Difficile dirimere la questione di fondo che vede contrapposti i due ormai famosi principi del diritto alla trasparenza (e alla informazione) e del rispetto della vita privata (privacy). Tutti d”accordo che il famoso detto evangelico Oportet ut scandala eveniant (è necessario che gli scandali avvengano) (Mt.,18,7; Lc., 17,1) vada integrato con la precisazione oportet ut etiam deferantur (è necessario che vengano anche denunciati, portati a conoscenza), ma ogni persona ha diritti fondamentali, tra i quali appunto quello del rispetto della propria vita privata, che devono essere tutelati. Ancora una volta il difficile compito di coniugare i corni antinomici della questione è affidata alla competenza professionale, alla intelligenza e alla sensibilità di chi è chiamato a decidere in proposito.
Sì, invitare l”ex compagno di scuola a fare una dichiarazione personale di chiarificazione e di eventuale discolpa in merito all”accusa a lui rivolta, può essere una buona idea che attenui almeno in parte il danno.
A lei poi la facoltà e la decisione di credergli o non credergli.
Se poi il suo compagno dovesse risultare colpevole, anche qui lei può scegliere di minimizzare e assolvere il suo amico con il ricorso al solito filosofico (= qualunquistico e rassegnato) commento: “Così fanno tutti, è prassi generale, organica con il sistema politico, con la gestione del potere, quindi fisiologico, inevitabile:” Ma, se crede ancora nella possibilità e nella necessità di avere una coscienza retta e netta, se pensa che si può, anzi si deve distinguere la solidarietà e il sostegno umano concesso a tutti indistintamente e gratuitamente dalla protezione e dal favoritismo riservati a persone opportunamente segnalate o raccomandate, a compari e comparielli oltre che alle persone di famiglia, spesso barattati con corresponsioni adeguate in cambio, se decide insomma di condannare con fermezza ogni sorta di corruzione e di comportamento deviato e riesce a sottrarsi all”evangelica ghigliottina del: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra“, anche senza necessariamente infierire, potrei consigliare l”invio al suo pur sempre diletto compagno di una e-mail contenente una frase di questo tenore, presa pari pari da un sonetto di Nicola Capassi “Sciù! Pe” la faccia vosta ch”è chiù de cuorno tosta!”
Domenico S., da Casalnuovo scrive:
“L”altro giorno ero in treno, su un Frecciarossa Napoli-Milano (un TAV, un treno ad alta velocità), quando ho ascoltato la conversazione telefonica di un signore (!?) con un invisibile interlocutore, ad alta voce, in osservanza della raccomandazione del capotreno di tenere bassi i toni del cellulare e di parlare sottovoce per non disturbare i compagni di viaggio (infatti dal suo telefonino era esploso poco prima il Toreador della Carmen talmente in sordina che aveva fatto sobbalzare fino al più lontano abitatore occasionale dello scompartimento, specie quelli sonnecchianti o addirittura immersi in un sonno profondo): “Te lo raccomando – diceva il signore – lo so che sono tutti raccomandati:fammi il piacere, raccomandalo anche al tuo collega:inventa tu una storia pietosa, per rendere più efficace la cosa:.non ti dimenticare, è un mio nipote vero questa volta:.raccomandaglielo come se fosse un tuo figlio:ti ringrazio:e a buon rendere:.”.
No, non si preoccupi, non intendo parlare del malcostume della “raccomandazione”. Penso d”altronde che ci sia molto poco da dire o da aggiungere a quello che esprime già il fatto in sè. Mi ha colpito il gioco degli accenti sulle forme del verbo “raccomandare”. Se ricordo correttamente le nozioni grammaticali imparate tanti anni fa, raccomàndo e raccomandàti sono parole piane (con l”accento sulla penultima sillaba), raccomàndalo è una parola sdrucciola (con l”accento sulla terzultima sillaba), ma non mi riesce di ricordare come si chiama la parola che come raccomàndaglielo reca l”accento sulla quartultima sillaba.
Risposta – Viene definita bisdrucciola. Se può interessarle, esistono anche parole dette ante-bisdrucciole o trisdrucciole (con l”accento sulla quintultima sillaba), come ad esempio telèfonaglielo, òrdinaglielo. In effetti le parole da sole non hanno l”accento oltre la terzultima; a farle diventare bisdrucciole e trisdrucciole è l”aggiunta di una o più enclitiche ossia di quelle particelle atone (=che non hanno accento proprio) che di solito si appoggiano (= sono pronunciate insieme) e si attaccano alla parola precedente. Così particelle simili dette proclitiche si appoggiano ma non si attaccano alla parola seguente, come ad esempio te lo raccomando.
NB – La rubrica Lingua in laboratorio tornerà a settembre prossimo. Buone vacanze!
Cosa resterà del Casamale dopo la Festa?
NEL PAESE DEI SOPRANNOMI
Di Luigi Jovino
Il paese dei soprannomi è abbarbicato su un monte che solo di rado si fa la barba nella nebbia del primo mattino. Il sole non gioca mai di rimessa, anche di sera quando le tenebre disegnano nei vicoli strani giochi di ombre in ordine sparso. Tante case affastellate con un disegno confuso. I colori in un certo senso si sfidano per costruire la compostezza cromatica dei coriandoli nei giorni del carnevale. Nel paese dei soprannomi molta gente ritorna in campagna quasi a voler lanciare una sfida impossibile alla marcia impazzita della globalizzazione. Mele, susine e albicocche, mentre d”autunno i cachi sul profilo dei rami secchi, annunciano alla gente, nelle forme rotonde di un rosso rubino, la magia dell”albero di Natale.
Il paese dei soprannomi lotta per conservare l”identità di gruppo. I cognomi hanno poco senso. Tutti uguali. Alcuni sono quasi scontati. Sono tanti gli Abate, gli Esposito, i Majello e i Nocerino. Molto rare le deviazioni dall”ordine costituito. Qualche volta i cognomi si sommano solo per rendere più complessa l”opera di identificazione. Si ha, dunque, la possibilità di trovare anche gli Esposito Abate o i Peruccheti Pera, come se fosse uno scherzo del destino. Lo Stato per imporre l”ordine anagrafico che regna sovrano nella nazione, ha facilitato la diffusione dei cognomi semplici: Perna, Malva, Serra, Polise, Neri o Rossi, ma gli abitanti del paese dei soprannomi non se ne fanno un cruccio. Continuano a rispettare i diritti di discendenza e ancora non si fermano ai semafori, illuminati dai riflessi del rosso pieno. Ogni persona, nel piccolo borgo, accomodato sulle pendici di un monte giallognolo, è più che un cognome.
Gli anziani ti chiedono: “A chi appartieni?”- E appena la genia viene svelata ritornano le gesta di almeno quattro generazioni. Il singolo non vale come entità. Ogni bambino appena nato ha almeno quattrocento anni di storia. Tante volte paga per colpe non sue o riceve attestati di stima solo perchè “perpetua un felice ricordo”. Il suo destino è quasi segnato. I vantaggi di gruppo però si notano e le persone si prendono una piccola rivincita in un mondo confuso tra i Pin, username e nikename. Nei ballatoi, infatti, non ci sono targhette. E i citofoni hanno una semplice funzione decorativa. La gente si parla dai balconi e in campagna volano i canti “a figliola”. Accanto al catasto c”è un archivio generale della memoria che si trasmette alle generazioni di “bocca in bocca”. Qualcuno, per puro calcolo personale, ha anche provato a catalogare.
Ci sono soprannomi così antichi la cui nascita si confonde nella notte dei tempi. Quelli che richiamano alla mente le gesta dei vicerè, dei santi decollati e delle rivoluzioni popolari finite in un bagno di sangue conservano negli sguardi un aspetto fiero. D”inverno si coprono con lunghi mantelli neri che strisciano sul basolato, riproponendo un rumore sinistro. Nella logica del doppio senso che ha permesso a generazioni di sfruttati di poter contestare, senza correre troppi rischi l”ordine costituito, non mancano i riferimenti sessuali. “Cazzoniro”, “Zugosa” (Succosa), “Trepalle”, “Trippaculo”, “Pescemuscio” “Chiavino” e “Chiavone” sembrano una ridicola condanna per chi è costretto a subirli, ma c”è anche tanta gente che ne va fiera. La cultura popolare non relega i lussuriosi nei gironi infernali, anzi troppo spesso gli costruisce un altare.
I più simpatici sono quelli onomatopeici che sono più che altro uno scherzo di parole. “Ndummute”, “Picchipò”, “Zivirinzì”, “Quaqquarà”, “Spiccecandorce”, “Quequessa” ripropongono il ritmo delle ballate popolari e tentano una difficile operazione: legare i suoni alle caratteristiche psicosomatiche e sociologiche delle persone. L”esperimento prosegue da anni. Molta gente si chiama per nome e suona la tammuriata. Le contaminazioni più evidenti ci sono state nel periodo del centrosinistra. Sono nati allora gli “Zaccagnini”, i “Craxi” gli “Spadolini””, i “Saragat” ecc. più per il gusto di irridere il potere che per sentirlo vicino. Tante sere al bar le partite di scopone assomigliavano a sedute del Consiglio dei ministri, dove l”ironia volava alta, tra il godimento generale. Ci sono poi soprannomi che riportano a personaggi mitici che in qualche modo hanno detenuto il potere economico solo perchè potevano permettersi di rilasciare attestati di “credito”.
Ancora suscitano rispetto i discendenti dei “Putegari” (botteghai), dei “Daziai” o dei “Collocatori”, mentre si mantiene intatto il fascino di tante “Donne Lilette” e di altri aristocratici che sono stati capaci di essere vicino alla gente. Nella scelta di tanti soprannomi il popolo è stato capace di utilizzare al meglio le varie figure retoriche come la metafora, gli ossimori, il paradosso e le allegorie, dimostrando una capacità di muoversi tra le difficoltà della lingua meglio degli Accademici della Crusca. Nascono così i soprannomi di “Allegria” per indicare personaggi irosi, “Cioccolata” per identificare persone di bella presenza, “Perticone” per segnalare i discendenti di bassa statura o “Mafia” per caratterizzare persone dall”aspetto bonario che non sarebbero capaci di far male a una mosca.
Non è un caso neanche che i soprannomi dei volatili: “Piccioni”, “Papere” e “Palummi” siano stati affibbiati alle famiglie che hanno dimora nelle zone alte, mentre “Volpe” e “Faine” sono facili identificativi delle famiglie valligiane.
I più gustosi sono i soprannomi riferiti al cibo che è sempre “sangue che si fa sangue”. Nel paese dei soprannomi le “Cotene” (Cotiche), le “Braciole”, i “Sanguinaccio” riportano alla mente la festa della morte del maiale, quando nei camini scoppiettano i tronchi di castagno, mentre i bambini per rispetto restano felici ad ascoltare. Una persona che appartiene ai “Cotena” non può essere un malvagio. Al massimo lascia nella mente un”impressione “scrocchiarella”.
L”alimentazione ha il merito di rilasciare un codice di comunicazione condiviso, attorno a cui si riconoscono le generazioni. Gli antropologi lavorano da anni per identificare le persone più sagaci che hanno avuto il merito di inventare e diffondere i soprannomi. L”impresa non è delle più semplici. Un alone magico circonda la nascita degli identificativi di gruppo e tante volte una storia si confonde nella leggenda. Per arrivare alla radice di un soprannome dovrebbe essere studiato un metodo che incrocia le ricerche araldiche con l”evoluzione del linguaggio e con gli studi di settore. L”effetto non sempre è garantito e non si ha mai la certezza di arrivare ad un”accettabile conclusione. I soprannomi sono come le cellule cancerogene che nascono ogni giorno, ma solo poche volte (per fortuna) attaccano e resistono all”imperio del tempo.
Si è certi di giungere al successo solo quando si riesce a incidere la radice della comunicazione etica, fatta di gesti, espressioni facciali e sospiri che può fare anche a meno del significato etimologico della semplice parola. Nel paese dei soprannomi, negli ultimi tempi, è stato compiuto uno sforzo nuovo. Tutti gli stranieri che affollano bassi, caverne e catapecchie, portando assistenza a anziani, a vedovi e ai ristoranti sono riconosciuti semplicemente come polacchi.
Ucraini, maghrebini, kenjoti e Russi, gente di pelle pallida, gialla o nera nel paese dei soprannomi sono sempre e soltanto “I polacchi” che dopo una non facile convivenza per incapacità di adattarsi hanno pensato bene di andare via. Le popolazioni passano in un grande peregrinare. Resistono le pietre, i ruderi e i soprannomi a significare un valore di gruppo, attorno a cui una comunità che ha voglia di inventarsi la vita giorno per giorno, si perpetua e si riproduce.
(La riproduzione è vietata)
La festa delle Lucerne: eccellente possibilità di sviluppo dell’intera area vesuviana
Il coraggio di cambiare
DISPERATI E DISOCCUPATI
Di Amato Lamberti
Anche quest”anno il rapporto Svimez sulla situazione economica del Mezzogiorno non ha sollevato tutta l”attenzione che pure avrebbe meritato. Sarà perchè esce a luglio quando i giornali e, soprattutto, la politica sono in altre faccende affaccendati, ma è quantomeno sconvolgente che la condizione di crisi praticamente irreversibile del Mezzogiorno, documentata da dati e percentuali in caduta verticale, non sollevi alcun allarme da parte dell”opinione pubblica e nemmeno da parte di chi per ruolo istituzionale può essere considerato responsabile della situazione denunciata, sia a livello nazionale che a livello regionale.
Nessun presidente delle regioni meridionali, nemmeno quelli confermati, hanno ritenuto importante almeno commentare la situazione, non dico azzardare qualche proposta da mettere magari in finanziaria,
I dati, forniti nel solito modo freddo e senza commenti, sono sconvolgenti. Mentre il resto d”Italia cresce, nel Sud il PIL è tornato ad essere quello di 10 anni fa, dopo un calo del 4.5% nel 2009 che fa seguito ad un calo del 3.8% registrato nel 2008. Il PIL per abitante è di 17.317 euro, contro i 29.449 euro del Nord, vale a dire quasi il 50% in meno.
Gli investimenti al Sud sono calati del 9.6% come i consumi che sono calati del 2.6%. Il valore aggiunto dell”industria è crollato del 15.8%, soprattutto nel comparto manifatturiero che viene considerato a “rischio di estinzione”. La prima ricaduta è sui livelli occupazionali, tanto è vero che il tasso di occupazione è passato, in un anno, dal 58.7% al 57.5%, e si sono persi 194.000 posti di lavoro, su un totale nazionale di 380.000 posti di lavoro in meno. Se si considera anche il 2008, i posti di lavoro persi sono 335.000, su un totale nazionale di 530.000. In pratica la crisi economica del Paese si scarica quasi tutta sul Mezzogiorno.
Per cercare lavoro i meridionali, soprattutto i giovani, hanno ripreso la strada dell”emigrazione: negli ultimi 20 anni ben 2.4 milioni di meridionali sono emigrati soprattutto nel Nord del Paese. Nel solo 2009, sono stati 114 mila gli emigranti, in maggior parte giovani diplomati e laureati. Naturalmente quando manca il lavoro tutto diventa più difficile, a partire dalla vita quotidiana. Nel Mezzogiorno 6.838.000 mila persone, di cui 889.000 lavoratori dipendenti e 760.000 pensionati, sono considerate a rischio povertà perchè hanno redditi che superano di poco i 1.000 euro. In pratica, al Sud, una famiglia su tre è povera o in condizioni di precarietà economica. Al Nord solo una famiglia su dieci è nelle stesse condizioni.
La povertà sembra così essere diventata la cifra distintiva del Mezzogiorno: il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese; il 47% delle famiglie è monoreddito, gode cioè di un solo stipendio; il 25.9%, vale a dire 1 su 4, arriva con difficoltà alla fine del mese; il 16.5% ,in Campania, ha in carico tre o più familiari. Il risultato è che il 44% delle famiglie nel Mezzogiorno non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 750 euro; una famiglia su cinque non può pagare il riscaldamento; il 30% non ha potuto comprare vestiti nel 2009; il 16.7% ha pagato con ritardo le bollette di acqua, luce e gas; il 20 % non è potuta andare dal medico specialista.
Una situazione drammatica che fa del Sud una vera e propria “valle di lacrime” se solo si pensa alle ricadute sulla vita di tutti i giorni di persone consegnate all”indigenza, alla ricerca di un qualsiasi lavoro per procurarsi un reddito che consenta loro di far fronte almeno alle spese obbligatorie, come le bollette di acqua, luce e gas, per non parlare delle tasse comunali e della Tarsu. Ma questi drammi personali e familiari si consumano nel silenzio delle istituzioni.
Lo Svimez sollecita, per invertire la tendenza al crollo dell”economia meridionale, interventi importanti per almeno 35 miliardi di euro di investimenti per le infrastrutture, oltre ad una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti privati nel Mezzogiorno. In pratica, sarebbe necessaria una intera manovra finanziaria interamente dedicata alle regioni meridionali. La politica continua a tacere come se non si rendesse conto del disastro sociale che questa situazione economica può ulteriormente incentivare. Fa impressione soprattutto il silenzio della politica locale e regionale, anche nei termini della richiesta di aiuto al Governo, di fronte ad una situazione che si va deteriorando tutti i giorni e che non può non produrre tensioni sociali difficilmente arginabili.
L”impressione è che i nostri politici continuino a sperare nelle straordinarie capacità di adattamento dei meridionali, a cominciare da quella di farsi la valigia e andarsene per il mondo a cercare fortuna. Nessuno pensa che ad andarsene sono sempre le energie e le intelligenze migliori e che l”emigrazione è sempre stata un danno per il Mezzogiorno, anche quando le rimesse degli emigranti consentivano la sopravvivenza delle donne e degli anziani rimasti nei paesi d”origine.
(Fonte foto: Rete Internet)
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