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A lucerne spente bisognerà riflettere e farsi molte domande sul Casamale per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi. 

La notte del 7 agosto calerà silenzio e buio sulla festa e sul Casamale. Dopo che per tre sere di seguito il vecchio borgo avrà fatto l’amore con le stelle del cielo, tutto rientrerà nella routine. Resteranno ansie, problemi e necessità di un centro in perenne lotta per la sua stessa sopravvivenza. Tornerà il silenzio nella terra violentata dalle diverse dominazioni storiche ed attanagliata dalla paura perenne dell’accigliato Vesuvio. Anche la festa del lucerne 2010 (come le precedenti) rischierà di essere l’ultima. Ormai quasi tutti i casamalisti vivono extra moenia; col lanternino si contano i superstiti contadini, quelli che vivono solo col frutto della propria terra; sempre più si accasano, in abitazioni abbandonate e fatiscenti, venditori di colore, lavoratori bielorussi, inservienti polacche. C’è qualcosa che sfugge: forse, addirittura, l’identità e l’appartenenza al vecchio borgo antico.  Un cenno a parte merita, però, il Casamale, il centro antico della città, il cuore di tutte le attività inserite nel filone della tradizione. Spesso, infatti, turisti e visitatori di passaggio pongono una cantilenante domanda: “Ma cos’è il Casamale? Ma che significa Casamale?”. Il nome Casamale, secondo un atto di locazione del 9 settembre 1011, per la terra di Castagneto in Somma (Monumenta, Tomo II, parte I, pag. 438), deriverebbe dall’antica e nobile famiglia dei Causamale: “Il giorno 9 del mese di settembre, X indizione, in Napoli. Sotto l’impero del signor nostro Alessio (Basilio), grande imperatore, anno II e di Costantino, grande imperatore, suo fratello, anno XLIX. Palumbo, di cognome Causamale, figlio del fu Giovanni, e Rogata, coniugi, abitanti in Somma, hanno dato in locazione a Stefano Russo per anni quattro e per tarì 24 una loro terra detta Castagneto posta nel luogo di Somma, con alberi ed introiti, [etc]”. Ma il nome Casamale potrebbe derivare anche da Causa Manes (il luogo degli antenati divinizzati della tradizione romana) o da Casa Mana (sinonimo di potenza) o da Casa Malax (un etrusco luogo delle offerte).   Nel 1350, quando l’esercito ungherese, prima di raggiungere Napoli, saccheggiò la terra di Somma,  scoppiò negli atterriti sommesi la necessità di preservare il popoloso borgo medioevale con strutture difensive meno fatiscenti. Così un fossatello ed uno sgangherato steccato furono sostituiti da alte mura perimetrali, poi, rinforzate da re Ferrante I d’Aragona, che ebbe la consapevolezza di quanto potesse essere importante, dal punto di vista strategico-militare, la Terra di Somma. Nacque, così, il quartiere murato a difesa della cittadella. In esso si poteva accedere solo attraverso quattro porte ben sorvegliate. La difesa, poi, era assicurata attraverso le feritoie e le bocche ancora visibili in alcune delle torri semicircolari, che intervallavano la maestosa cinta muraria.    Così, oggi, il Casamale, nonostante un generale abbandono ed un sempre più palpabile decadimento, per la sua storia (unicamente per la sua storia!), riesce ancora ad imporsi all’attenzione di tutti. Nella chiesa della Collegiata, al Casamale, infatti, si conserva la statua di San Gennaro, protettore di Somma; dalla stessa chiesa parte la suggestiva processione dell’Addolorata, il venerdì santo. Nei vicoli del Casamale si accendono le lucerne; e ancora nei vicoli del borgo antico si mantiene l’usanza di dar fuoco al cippo di Sant’Antuono, ‘o fucarazzo, o di tenere sospesa –tra un balcone e l’altro- una goffa figura di donna (la quaresima), che innalzata il mercoledì delle ceneri, segna il periodo dell’astinenza e del digiuno ed il cui simbolismo liturgico termina con fuochi pirotecnici, dopo 40 giorni, in segno di liberazione e trasgressione.  A lucerne spente resterà ben poco al Casamale! Strutture fatiscenti, assenza di servizi, stradine intasate e qualcuna proprio inagibile. Eppure la festa resiste! Merito di qualche cocciuto mast’’e festa, della caparbia volontà dell’Arci, del sempre contagioso entusiasmo della gente del Casamale, della generosa e volitiva Associazione “Festa delle Lucerne”. Non è poco. Ma è pur sempre molto faticoso. Una festa di tali proporzioni e durata, anche se di popolo, non si inventa. Infatti, bisogna pensare ai permessi, bisogna badare all’informazione, bisogna assicurare servizi e ristorazione agli innumerevoli visitatori (ventimila, cinquantamila, centomila?). E, poi, bisogna mettere d’accordo un po’ tutti sui tempi di realizzazione. La festa delle lucerne di quest’anno si è celebrata alla sua scadenza quadriennale (come hanno detto gli studiosi di antropologia), come gli anni della rotazione agraria e del ciclo lunare.    E se, invece, che quadriennale la festa delle lucerne nelle sue origini fosse stata annuale? E se, invece, le chiavi di interpretazione fossero differenti? E se sul Casamale si accendessero le luci dell’attenzione non solo per le lucerne e per le altre tradizioni di cui è depositario?    Ecco, a lucerne spente, bisogna riflettere e farsi queste e, forse, molte altre domande. Per rispettare, capire, interpretare, approfondire la tradizione; per non restare ancorati solo e fermamente a un passato da ricordare; per ricevere linfa vitale dall’esperienza di chi ha vissuto prima di noi.      Passateci, comunque, una di queste sere di agosto per Somma Vesuviana. E con lucerne vivrete la malia di una notte di mezza estate che, con le zucche vuote, le gallerie di luci, con le felci e le ginestre del Somma-Vesuvio, alimenterà la curiosità di poter guardare da vicino, per esempio, gli scupeli (le granatine per pulire i vasi, dallo spagnolo escobillon), le varrecchie (i barilotti, dal francese barique o da un tardo latino barriclus), i caccavielli, i pentolini per squagliare la pece per gli innesti!