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DISPERATI E DISOCCUPATI

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Il rapporto Svimez di quest”anno ha rappresentato un Sud oltremodo povero e senza risorse. Dietro a quei dati negativi ci sono drammi personali e familiari che si consumano nel silenzio delle istituzioni.
Di Amato Lamberti

Anche quest”anno il rapporto Svimez sulla situazione economica del Mezzogiorno non ha sollevato tutta l”attenzione che pure avrebbe meritato. Sarà perchè esce a luglio quando i giornali e, soprattutto, la politica sono in altre faccende affaccendati, ma è quantomeno sconvolgente che la condizione di crisi praticamente irreversibile del Mezzogiorno, documentata da dati e percentuali in caduta verticale, non sollevi alcun allarme da parte dell”opinione pubblica e nemmeno da parte di chi per ruolo istituzionale può essere considerato responsabile della situazione denunciata, sia a livello nazionale che a livello regionale.

Nessun presidente delle regioni meridionali, nemmeno quelli confermati, hanno ritenuto importante almeno commentare la situazione, non dico azzardare qualche proposta da mettere magari in finanziaria,
I dati, forniti nel solito modo freddo e senza commenti, sono sconvolgenti. Mentre il resto d”Italia cresce, nel Sud il PIL è tornato ad essere quello di 10 anni fa, dopo un calo del 4.5% nel 2009 che fa seguito ad un calo del 3.8% registrato nel 2008. Il PIL per abitante è di 17.317 euro, contro i 29.449 euro del Nord, vale a dire quasi il 50% in meno.

Gli investimenti al Sud sono calati del 9.6% come i consumi che sono calati del 2.6%. Il valore aggiunto dell”industria è crollato del 15.8%, soprattutto nel comparto manifatturiero che viene considerato a “rischio di estinzione”. La prima ricaduta è sui livelli occupazionali, tanto è vero che il tasso di occupazione è passato, in un anno, dal 58.7% al 57.5%, e si sono persi 194.000 posti di lavoro, su un totale nazionale di 380.000 posti di lavoro in meno. Se si considera anche il 2008, i posti di lavoro persi sono 335.000, su un totale nazionale di 530.000. In pratica la crisi economica del Paese si scarica quasi tutta sul Mezzogiorno.

Per cercare lavoro i meridionali, soprattutto i giovani, hanno ripreso la strada dell”emigrazione: negli ultimi 20 anni ben 2.4 milioni di meridionali sono emigrati soprattutto nel Nord del Paese. Nel solo 2009, sono stati 114 mila gli emigranti, in maggior parte giovani diplomati e laureati. Naturalmente quando manca il lavoro tutto diventa più difficile, a partire dalla vita quotidiana. Nel Mezzogiorno 6.838.000 mila persone, di cui 889.000 lavoratori dipendenti e 760.000 pensionati, sono considerate a rischio povertà perchè hanno redditi che superano di poco i 1.000 euro. In pratica, al Sud, una famiglia su tre è povera o in condizioni di precarietà economica. Al Nord solo una famiglia su dieci è nelle stesse condizioni.

La povertà sembra così essere diventata la cifra distintiva del Mezzogiorno: il 14% delle famiglie meridionali vive con meno di 1.000 euro al mese; il 47% delle famiglie è monoreddito, gode cioè di un solo stipendio; il 25.9%, vale a dire 1 su 4, arriva con difficoltà alla fine del mese; il 16.5% ,in Campania, ha in carico tre o più familiari. Il risultato è che il 44% delle famiglie nel Mezzogiorno non è in grado di far fronte ad una spesa imprevista di 750 euro; una famiglia su cinque non può pagare il riscaldamento; il 30% non ha potuto comprare vestiti nel 2009; il 16.7% ha pagato con ritardo le bollette di acqua, luce e gas; il 20 % non è potuta andare dal medico specialista.

Una situazione drammatica che fa del Sud una vera e propria “valle di lacrime” se solo si pensa alle ricadute sulla vita di tutti i giorni di persone consegnate all”indigenza, alla ricerca di un qualsiasi lavoro per procurarsi un reddito che consenta loro di far fronte almeno alle spese obbligatorie, come le bollette di acqua, luce e gas, per non parlare delle tasse comunali e della Tarsu. Ma questi drammi personali e familiari si consumano nel silenzio delle istituzioni.

Lo Svimez sollecita, per invertire la tendenza al crollo dell”economia meridionale, interventi importanti per almeno 35 miliardi di euro di investimenti per le infrastrutture, oltre ad una fiscalità di vantaggio per attrarre investimenti privati nel Mezzogiorno. In pratica, sarebbe necessaria una intera manovra finanziaria interamente dedicata alle regioni meridionali. La politica continua a tacere come se non si rendesse conto del disastro sociale che questa situazione economica può ulteriormente incentivare. Fa impressione soprattutto il silenzio della politica locale e regionale, anche nei termini della richiesta di aiuto al Governo, di fronte ad una situazione che si va deteriorando tutti i giorni e che non può non produrre tensioni sociali difficilmente arginabili.

L”impressione è che i nostri politici continuino a sperare nelle straordinarie capacità di adattamento dei meridionali, a cominciare da quella di farsi la valigia e andarsene per il mondo a cercare fortuna. Nessuno pensa che ad andarsene sono sempre le energie e le intelligenze migliori e che l”emigrazione è sempre stata un danno per il Mezzogiorno, anche quando le rimesse degli emigranti consentivano la sopravvivenza delle donne e degli anziani rimasti nei paesi d”origine.
(Fonte foto: Rete Internet)

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