“Troppa corruzione politica e mancanza di una classe dirigente degna”. Questa la foto della società in cui viviamo. Siamo preda di uno scempio etico senza pari, per uscire dal quale bisogna osare e non temere le critiche. Di Michele Montella
Avevo deciso di rompere il mio prolungato e utile silenzio, trattando il tema della laicità, ma le notizie sul fronte sociale mi hanno persuaso a ritornare sulla questione della città politica, perchè abbiamo tutti il dovere di non lasciar perdere le occasioni di riflettere sulle conseguenze delle scelte di chi ci governa.
A che cosa mi riferisco?
Negli ultimi mesi abbiamo assistito al tentativo di “normalizzare” la libertà di espressione e di pensiero, attraverso la minaccia di un massiccio uso del decreto parlamentare (intercettazioni); abbiamo constato, con amaro stupore, l’addensarsi di scandali finanziari, con un osceno corredo di richieste di prestazioni sessuali a signore e signorine compiacenti; ci è stato dimostrato quanto sia ramificata la criminalità organizzata e quanto siano vere le collusioni con il mondo politico (basti pensare alle ultime esternazioni del Presidente Napolitano); in ultimo abbiamo dovuto accettare, come lezioni di democrazia, l’insulso dominio della legge del singolo, l’idea che il “ci penso io”, “ghe pensi mì”, sia la strada più sicura per la risoluzione dei problemi di tutti, quasi una compulsione ad eliminare, con la propria individuale volontà, l’unica regola veramente democratica: la condivisione dei problemi e la cooperazione nel processo di soluzione.
È difficile separare i protagonisti dello scempio etico, che ci circonda, in buoni e cattivi; così come è quasi impossibile raccapezzarsi sull’individuazione delle responsabilità. Il livello di insania sociale in cui stiamo affogando non ci consente di tirarci fuori dalle accuse di partecipazione alla degenerazione delle relazioni umane che ci circonda: nè la classe politica, nè ciascuno di noi, cittadino di una città maleodorante, che vanamente cerca di abbellirsi e rendersi meno puzzolente con le retoriche patriottiche.
Se addirittura i vescovi CEI hanno rotto gli indugi, denunciando la corruzione politica e affermando, senza mezzi termini, che non abbiamo più una classe politica degna di affrontare i nostri tempi, vuol dire proprio che siamo ad un incrocio drammatico della storia italiana, che va analizzato con spirito libero e laico, ma anche senza pregiudizi di sorta, senza cioè aver paura di essere additati come “catastrofisti” o “pessimisti disfattisti”.
Il guaio contro cui punto il dito è proprio l’aria da cameratismo di accatto che Berlusconi e i suoi accoliti tentano di farci respirare.
“Non preoccupatevi, va tutto bene; non prestate ascolto ai profeti di sventura, perchè tanto ogni cosa si risolverà senza che nemmeno ve ne accorgiate”. Il fatto è che una città di beoti televisivi continua a crederci, a sentirsi carezzata dai pifferai del “non pensiamoci, non rattristiamoci”. Mai come in questi anni la televisione è venuta meno al suo principale compito di spiegare con i suoi alfabeti le strade che stiamo percorrendo, triturando tutto ciò che è veramente umano nell’inceneritore del pattume osceno e dell’imbecillità fatta sistema.
La rabbia e l’aggressività rivolta a chi pensa e a chi aiuta a pensare: giornali, intellettuali, a volte poeti, osservatori esteri, associazioni, giovani universitari, scrittori che rischiano la vita per ciò che scrivono, alcuni emittenti televisive ancora libere, ci dovrebbero far destare dal dolce sonno in cui tanti sono immersi e mettere un seme di sana critica nelle nostre coscienze.
Eugenio Scalfari su La Repubblica del 1° Agosto scorso ha scritto parole di fuoco su questo punto, mettendo in guardia chi si costringe a non pensare.
Abbiamo tante volte discusso assieme su questi argomenti attraverso le pagine online de Il Mediano, proponendo anche alcuni modi per poter uscire da una crisi di estremo disorientamento morale. Dobbiamo continuare a farlo cercando senza sosta i rimedi più opportuni.
Partiamo sempre dal medesimo bisogno: la costruzione di una città invisibile e bellissima nella quale ci si possa ritrovare intorno ad un pensiero condiviso; non ad un fare magniloquente e superficiale, ma ad un pensare che dia fondamento ad un fare conformato a regole valide per tutti e attente ai bisogni dei più indifesi.
Ci dobbiamo tornare tutti su questi punti con la lentezza di chi sa attendere e con il coraggio di chi non teme le critiche. Anche utilizzando le pagine che state leggendo in questo momento. Noi non dobbiamo aver paura di ripeterci, perchè se seguissimo le sirene del perenne nuovismo, rischieremmo di non svolgere un servizio intellettuale di cui c’è estremamente bisogno, anche se ne abbiamo smarrito le ragioni.


