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Lo specchio, le zucche vuote, i banchetti, i fantocci e la fede :  la festa delle lucerne nasce in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Struggente il canto in onore della Madonna della Neve, a cui è dedicata la festa. Ma c’’è continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo? 

I telai portalucerne, dunque, occupano ogni vicolo, lungo tutta la loro profondità, sino a formare una galleria di luce. Anzi, a rendere illimitato il luccichio, sul fondo del vicolo, uno specchio moltiplica all’infinito il percorso, che gli antropologi hanno interpretato simile a quello dell’inevitabile passaggio dalla vita alla morte. In tutte le culture popolari lo specchio è stato sempre considerato, nella sua simbologia, come una sorta di porta tra i due mondi: quello noto (appena vissuto) e quello parallelo ma ignoto dell’Altrove.    La festa delle lucerne, infatti, come già detto, è metafora di vita e di morte e, come tale, ne possiede tutti gli elementi. La lucerna, in quanto simbolo di vita, rappresenta il sesso femminile e maschile, la capacità di procreazione. Ma è anche simbolo di morte e richiama il lumino dei cimiteri, la luce a corredo dei catafalchi, i fuochi fatui, la vitalità che viene meno se non si aggiunge altro olio alla lucerna. A completare, poi, la simbologia vita-morte si aggiungono –nel cuore della festa- le scene dei banchetti e le zucche svuotate dei semi. Davanti ad ogni vicolo, davanti ad ogni galleria di luce sono collocati, infatti, dei fantocci di uomo e di donna – ‘o signore e ‘a signora, ‘o sposo e ‘a sposa– che siedono alla tavola imbandita, vero cardine di incontro domestico ma anche di cunzuòlo (conforto, consolazione), dono di cibi ricevuti dai vicini per un lutto in famiglia.    Ogni quadro famigliare è arricchito, poi, dalla fantasia dei casamalisti, dei masti di festa, che, dopo aver già provveduto alle spese dell’olio e delle terrecotte, addobbano gli ambienti ricorrendo ad originalità ma anche a stereotipi. Serti di felci, di castagno e di bionda ginestra vesuviana creano un’immaginaria stanza alle cui pareti sono appesi tiàne e ruoti (tegami di terraglia e teglie di rame), corone di peperoncini rossi (pupàvoli) insieme –talvolta- ad incredibili dipinti naif. Ed accanto alla tavola imbandita, in un improbabile inventario della memoria, non è difficile imbattersi, poi, in una vecchia macchina da cucire Singer, in un radiogrammofono con i panciuti 78 giri La Voce del Padrone, in un ferro da stiro a carbone, negli attrezzi per la campagna ed anche –segno dei tempi- in una televisione, in un frigorifero e nella plastica dei recipienti per il vino o per l’olio.    Poco più avanti, poi, ‘o signore e ‘a signora, sono uomini in carne ed ossa e le zuppiere fumano di pasta vera; come vere sono le giare di vino catalanesca, le bevute a garganella, le fette di anguria, le percòche nel vino. Quasi dappertutto c’è una fontanella con zampillo: l’acqua è elemento di vita primordiale.    Agli angoli delle stradine e dei vicoli, nel fondo dei portoni e tra gli alberi dei giardini compaiono delle zucche svuotate, alcune anche illuminate dall’interno, a simboleggiare un teschio, la morte. La zucca senza semi, d’altra parte, è incapace di riprodursi. È un anticipo della consumistica notte di Halloween: serve a mimare il ritorno dei morti sulla terra. Ma la zucca è pur’essa simbolo di vita: per la sua leggerezza e la sua impermeabilità, infatti, in tempi remotissimi, una volta essiccata, era utilizzata come recipiente per il vino o galleggiante, o, a coppia, come salvagente per i nuotatori principianti.   La festa delle lucerne può definirsi un relitto folcloristico. Nasce, infatti, in un borgo di contadini, come rito pagano, e sopravvive, modificandosi, nel solco della religione cattolica. Originariamente la festa fu celebrata –secondo alcuni studiosi- in onore di Diana, la divinità italica il cui culto introdusse a Roma Servio Tullio. Diana la luminosa era una dea dispensatrice di luce e protettrice delle partorienti; alle idi di agosto, nella valle di Aricia, nei pressi del lago di Nemi, le donne erano solite recarsi in processione per propiziarsi il parto o per ringraziare la dea per averle assistite. Secondo altre interpretazioni, invece, la festa fu celebrata in onore dell’italica Cerere, che, spesso, veniva associata al dio Libero/Bacco (e proprio al Casamale si son trovate tracce di un tempietto sacro a Bacco).  Cerere -in onore della quale i Romani, nel mese di aprile, celebravano le Cerealia ed, in estate, il sacrum anniversarium Cereris (la versione latina delle Tesmoforie, la festa delle donne in Grecia)- era, spesso, associata anche alla dea Terra. Dunque, una comunità agricola come quella di Somma Vesuviana celebrava la festa in onore di una dea, per ringraziare del raccolto ed annunziare la morte del ciclo estivo. Poi, la trasposizione. La dea Terra diventò Madonna e la sua festa si celebrò il 5 di agosto. Così oggi, nella data in cui, nella Roma caput mundi, si onorava la dea Salus (Salvezza), al Casamale, nei giorni, appunto, della festa delle lucerne, si continua a venerare la Madonna della Neve, la cui statua è conservata in una cappella della Chiesa della Collegiata.    È tutto un caso? C’è una continuità tra profano e sacro, tra paganesimo e cristianesimo? Certo, la leggenda che attribuisce a papa Liberio (352-366) la fondazione, in Roma, della Basilica Liberiana o di Santa Maria ad Nives, nel punto in cui sull’Esquilino una insolita nevicata agostana tracciò il perimetro della chiesa, è molto lontana dalla realtà sommese. Più verosimilmente la pagana festa delle lucerne, che si celebrava da sempre nel mese di agosto, necessitava di una sua continuità nel calendario cattolico. Non a caso tutti i riti pagani cadenti tra la fine di luglio e i principi di agosto nacquero come ringraziamento per il raccolto e come propiziatori per l’aratura e la semina. E non è, forse, un caso –anche se sempre trascurato- che la chiesa cattolica il 5 agosto abbia inteso celebrare anche sant’Osvaldo, protettore dei mietitori ma certo non tanto famoso da prestare il nome a una festa popolare. Il discrimine è sicuramente nella forza miracolosa della Madonna. Scrive, infatti, Rino Camilleri nel suo “Grande libro dei Santi protettori” (Piemme, 1998): “Entrate in una chiesa qualsiasi e guardate davanti a quali immagini spesseggiano le candele accese. Ne troverete poche davanti ai capolavori dell’arte sacra e molte davanti a una statuetta di gesso della Vergine di Lourdes. Poche davanti a San paolo o San Tommaso d’Aquino, moltissime davanti a Sant’Antonio da Padova o a Santa Rita da Cascia. Perché? In verità non lo so, ma la statistica parla da sola. Con alcuni santi è più facile ottenere miracoli, con altri meno. Ovvio che la gente si rivolga più numerosa ai primi”.    Nacque, quindi, la festa della Madonna della Neve. Quella stessa Madonna, la cui statua –faccia rotonda, lunghi capelli a boccoli e corpetto snello-, portata a spalla dai fedeli, la sera del 5 agosto, attraversa le strette ed affollate stradine del Casamale, toccando tutte e quattro le Porte d’accesso all’antico borgo (Porta Piccioli, Porta Castello, Porta Terra, Porta dei Formosi). Al passaggio della Madonna la folla si accosta ai muri e cede il passo alla processione. Subito dopo, quasi a volerla proteggere o diventarne corpo unico, la stessa folla si chiude in un cordone massiccio e invalicabile. Intanto, dai balconi e dai terrazzi voci femminili modulano un inno alla Madonna, tanto simile ai canti delle Adonie, quando le devote del dio stazionavano sui lastrici solari, mentre bruciavano gli incensi nei giardini. E così, in un’atmosfera di devozione e di curiosità, si leva, soave e struggente, una litania, una nenia, un canto-preghiera-invocazione: “O Madonna della Neve, tu che aiuti i tuoi fedeli. O regina della pietà, tutte queste lucerne accese. O regina della città, ai piedi della Madonna è caduta una bella stella, nel fulgore del sole ardente cade la neve, che la fa bianca”.