Manca la prevenzione sociale. Destra e sinistra hanno giocato di sponda e portato in Italia il modello di sicurezza americano. Tutto sbagliato! Non ha fatto altro che aumentare il numero dei detenuti. Di Amato Lamberti
Questa volta la Suprema Corte di Cassazione ha scelto una strada che in molti non si sentono di condividere. Un giovane stressato e depresso da situazioni familiari, come quella della separazione dei genitori, che commette un atto di vandalismo non ha diritto ad alcuna comprensione. Deve essere punito e in maniera esemplare per fargli comprendere che le leggi devono essere sempre rispettate. Una sentenza che la dice lunga sul clima che nel nostro paese governa l’applicazione della giustizia.
Un clima che trasforma la lotta contro il crimine in un teatro burocratico-mediatico che, al tempo stesso, soddisfa e alimenta il desiderio d’ordine dell’elettorato, riafferma l’autorità dello Stato attraverso il suo linguaggio e la sua mimica virili, ed erge la prigione come ultimo baluardo contro i disordini che scoppiano nei bassifondi e che si ritiene minaccino le fondamenta stesse della società. La domanda che sorge spontanea è perché questo approccio punitivo, incentrato sulla criminalità organizzata, sulla delinquenza di strada e sulle zone urbane degradate e marginali, che mira a far arretrare passo dopo passo gli atti criminali con l’attivazione a tutto campo dell’apparato penale, è stato in tempi recenti adottato non solo dai partiti di destra ma anche – con slancio sorprendente, mi sento di aggiungere- dai politici della sinistra sia di governo che di opposizione.
La risposta più semplice, che è anche quella sostenuta dalla maggior parte degli studiosi di criminologia e di sicurezza urbana, è che anche in Italia, come in Europa, si sia imposto il modello sicuritario statunitense fondato sull’inasprimento generalizzato del sistema penale e che ha anche prodotto, in Italia come in molti altri Paesi, un incremento esponenziale della popolazione carceraria.
Negli Stati Uniti, infatti, il modello penale, secondo alcuni autori, avrebbe dimostrato che è possibile far arretrare la criminalità comune e il senso di insicurezza soggettivo grazie all’attivazione di politiche poliziesche, giudiziarie e penitenziarie scrupolose, dirette alle categorie marginali intrappolate negli abissi del nuovo paesaggio economico. In pratica, negli Stati Uniti, la criminologia, contro ogni analisi sociologica, avrebbe dimostrato che la causa del crimine è l’irresponsabilità e l’immoralità del criminale, e che l’inflessibilità nel punire le inciviltà e i comportamenti devianti anche di basso profilo è il mezzo più sicuro per arginare gli atti violenti.
Non è vero. Si sono solo riempite in maniera inverosimile le carceri. Tutte le rilevazioni dimostrano il contrario. Le politiche repressive aumentano solo il numero dei detenuti ma non riescono né a ridurre né a controllare i tassi di devianza e di criminalità. Il fatto che un dodicenne accoltelli un quattordicenne per futili ragioni, come è avvenuto a Napoli, dimostra che ad essere fallimentari sono le politiche di prevenzione della devianza. Ma quando si investe tutto sulle politiche di repressione non resta disponibile niente per investimenti di prevenzione sociale sul territorio.
I delitti all’interno delle famiglie si vanno moltiplicando, con grande gioia delle televisioni che li trasformano in talk show interminabili: ma è la repressione penale la strada giusta per affrontare il problema dei figli che ammazzano i genitori, dei genitori che ammazzano i figli, dei fratelli che ammazzano i fratelli? Forse la crisi della famiglia è arrivata a un punto tale da richiedere misure urgenti di sostegno a favore dei genitori e soprattutto dei figli. Il fatto che sempre più spesso sono i minorenni a commettere delitti anche di sangue imporrebbe alla società una riflessione sul ruolo e la funzione delle agenzie educative, non certo un abbassamento della soglia di punibilità. Mettere in galera un minore non risolve certo il problema della sua rieducazione e del suo reinserimento nella società.
Sembra quasi che siamo tornati alle teorie lombrosiane del delinquente nato, contro il quale non c’è altra difesa che il carcere a vita. E, invece, delinquenti non si nasce ma si diventa: perché si nasce in una famiglia scassata, si cresce in un ambiente culturalmente ed economicamente deprivato, si vive in un contesto di degrado, disoccupazione, delinquenza abituale, si frequentano solo figure marginali che debbono inventarsi ogni giorno strategie di sopravvivenza illegali. Contro tutte queste situazioni di esclusione la società potrebbe fare molto, ma dovrebbe investire in politiche di inclusione sociale a favore di famiglie, adulti, donne, giovani, bambini, coinvolgendo tutte le strutture e le associazioni disponibili.
E, invece, si preferisce investire sulle forze dell’ordine e sulle carceri, con il risultato di fare delle carceri delle vere e proprie discariche umane di persone trattate solo come rifiuti. La delinquenza aumenta, l’insicurezza delle persone cresce, le città diventano sempre più inabitabili: non importa, l’importante è mostrare i muscoli.
(Fonte foto: Rete Internet)





