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GLI OSCAR, O L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DEL CINEMA

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Tra vittorie annunciate e qualche sorpresa si è tenuta l”annuale festa del cinema americano, come sempre nel segno dell”intrattenimento e dello spettacolo.

Come ogni anno Hollywood si è auto-celebrata con la cerimonia di assegnazione degli Academy Awards. E ogni anno, si sa, bisogna prendere questa mega-festa per quello che è: un grande spettacolo dove spesso e volentieri i discorsi più propriamente tecnici vengono sovrastati dalle logiche dell’entertainment di cui, bisogna riconoscerlo, gli americani sono maestri indiscussi. E così l’evento si materializza nella curiosità per le sfilate delle star e per i numeri che riescono sempre ad assicurare sul palco del Kodak Theatre.

Come in un autentico party, non conta la sostanza ma trionfa la leggerezza, la battuta ad effetto: per una notte il contenitore di sogni dell’estetica hollywoodiana si apre a tutti in un tripudio di emozioni, colori, vestiti, pianti che lo spettatore cerca più degli stessi film presentati.
E’ la notte delle icone. Interessa di più vedere il volto e le reazioni di questo o di quell’altro attore mentre stringono la statuetta e scherzano/piangono/riflettono sul palco piuttosto che entrare in un discorso effettivo sulla qualità dell’offerta.

Giusto o sbagliato che sia questo è il meccanismo della festa, che non esclude ovviamente il merito. Al contrario, molti grandi attori/attrici (con alcune eccezioni) hanno portato a casa la loro statuetta dorata. Il discorso si fa invece più articolato se passiamo ad esaminare i film o i registi premiati. La lista di “scandali”, in questo campo, è lunga. Per tutti basti considerare come quattro tra i più geniali registi americani della storia (Kubrick, Welles, Altman, Lynch) abbiano collezionato insieme la bellezza di zero Oscar alla regia (praticamente un insulto al buonsenso); lo stesso Scorsese, candidato infinite volte, ha ricevuto il giusto riconoscimento solo nel 2007 per The Departed. Insomma, i membri della giuria sembrano storicamente più a loro agio con la premiazione delle star che con quella dei registi o delle opere.

D’altronde i volti celebri delle stelle idolatrate dai consumatori di cinema si prestano meglio all’iconografia hollywoodiana di quelli (spesso) sconosciuti o riservati dei registi. Quest’anno la parte del leone in tema di nomination l’hanno fatta Il discorso del Re (12), Il Grinta (10), Inception (8), The Social Network (8) e The Fighter (7). E la consegna dei premi ha lasciato poco spazio alle sorprese. Colin Firth (Il discorso del Re) e Natalie Portman (Il cigno nero) erano talmente annunciati come vincitori alla vigilia nella categoria di migliore attore e migliore attrice protagonista da far temere un clamoroso blitz dell’ultimo minuto.

Ma le loro interpretazioni rispettivamente del re inglese balbuziente Giorgio VI e dei turbamenti di una prima ballerina nel film di Aronofsky hanno messo d’accordo critica e pubblico come raramente succede. Più combattuta la statuetta per i non protagonisti, con la vittoria finale di Melissa Leo e Christian Bale (entrambi nel cast di The Fighter). Il lotto dei candidati al miglior film si è presentato, al contrario, più equilibrato. Le vittorie degli ultimi anni, in questa categoria, hanno seguito uno strano percorso che ha visto premiare dal 2005 al 2008 film notevoli al limite del capolavoro (Million Dollar Baby, Crash, The Departed, Non è un paese per vecchi), per poi lasciare il posto nel 2009 e nel 2010 a due film – The Millionaire e The Hurt Locker – molto discutibili.

In questi due ultimi casi si è verificata una di quelle classiche operazioni “da Oscar” dove il premio nasconde motivazioni politico-pubblicitarie più o meno velate (un occhio al gigantesco mercato indiano nel primo caso; il riconoscimento ad una regista donna con l’aggiunta di un film sulla guerra in Iraq nel secondo). L’incertezza di quest’anno è stata la conseguenza della presenza di 4-5 film di buon livello, senza che nessuno di questi però risultasse davvero memorabile. Non è un caso che i nomi nobilissimi dei registi presenti con un loro film nella categoria (Aronofsky, i Coen, Fincher, Nolan) possano essere associati a ben altre opere. In questo clima di incertezza e di valori medi, come spesso accade, la scelta è ricaduta sul titolo più classico del gruppo – Il discorso del Re di Tom Hooper – esempio perfetto di film che “si limita” a raccontare una storia, impossibile da definire brutto e capace di mettere d’accordo un po’ tutti.

Penalizzati, in questo senso, i film con un linguaggio più complesso (Inception, Il cigno nero, Il Grinta) o legati a temi meno convenzionali (The Social Network). Ma, si sa anche questo, il “filmone” classico agli Oscar parte sempre avvantaggiato. Sulla scia del premio al miglior film, Hooper si è portato a casa anche la statuetta al miglior regista. Tra le altre categorie, vanno ricordati i premi a David Seidler (Il discorso del Re) e Aaron Sorkin (The Social Network) per la migliore sceneggiatura originale e per quella non originale e il premio a Wally Pfister (Inception) per la fotografia. Il miglior film straniero – altra categoria che abitualmente alterna premi a film notevoli a decisioni “politiche” molto opinabili – è risultato In un mondo migliore della brava regista danese Susanne Bier, che ha avuto la meglio sul favoritissimo Biutiful di Iñarritu.

Da segnalare gli Oscar alla carriera a Kevin Brownlow, Jean-Luc Godard ed Eli Wallach e il clamoroso flop de Il Grinta dei Coen: 0 Oscar su 10 nomination (peggio hanno fatto solo Il Colore Viola di Spielberg nel 1987 e Due vite, una svolta di Ross nel 1977, entrambi con 0 vittorie su 11 nomination). E anche questa volta, alla fine della cerimonia, rimane quella sensazione di aver assistito ad una bella festa auto-referenziale, capace di esaltare al meglio tutte le luci e le icone che girano intorno al cinema. E come ogni anno – al netto dei grandi attori e dei bei film che, di tanto in tanto, capitano nel mucchio – veniamo assaliti dal leggero sospetto che il cinema, quello vero, sia altrove.
(Fonte foto: Rete Internet)

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