LA FORMAZIONE DELLE CLASSI CON GLI ALUNNI DIVERSAMENTE ABILI

Il caso che trattiamo quest”oggi riguarda la possibilitĂ  o meno di includere nella stessa classe due alunni diversamente abili. Sulla materia di è espresso il Tar del Lazio.

La formazione della classi è sempre un momento delicato per gli alunni, ma quando c’è un alunno diversamente abile l’attenzione per il suo inserimento deve essere ancora maggiore, per poter creare quelle condizioni che favoriscono le attivitĂ  scolastiche, in un clima di serenitĂ  ed armonia.
Proprio per questo la normativa in materia di tutela dei soggetti diversamente abili impone che in ogni classe scolastica vi sia solo un bambino disabile, salvo casi particolari legati alla minore gravitĂ  dell’handicap.

Il caso
I genitori lamentano che il proprio figlio, portatore di handicap, con diagnosi di autismo grave, necessiterebbe di spazio e tranquillitĂ  al fine di usufruire proficuamente delle ore di insegnamento; invece, il figlio è stato inserito in una classe formata da ventidue bambini ma con un altro bambino affetto da handicap. I genitori lamentano che la presenza di un altro alunno disabile creerebbe un grave disagio al proprio figlio perché negherebbe la socializzazione con i compagni e la piena inclusione nella classe, che è essenziale per la crescita e per l’apprendimento.

Sull’argomento si è espresso il TAR del Lazio, sez. III quater, sentenza 10.10.2007 n° 9926, la cui posizione riportiamo in sintesi.

La normativa in materia di tutela dei soggetti diversamente abili impone che in ogni classe scolastica vi sia solo un bambino disabile, salvo casi particolari legati alla minore gravitĂ  dell’handicap. Nello specifico del caso si rileva come, appare fondata , la dedotta violazione, da parte delle autoritĂ  scolastiche, delle regole generali di formazione delle classi.
Nella classe vi erano due alunni diversamente abili, per cui è fondata la dedotta violazione del secondo comma, primo periodo, dell’art. 10 del D.M. 3 giugno 1999 n. 141 che pone il precetto per cui di regola, in una classe non vi può essere che un bambino diversamente abile. La possibilitĂ  di più svantaggiati è prevista solo in via eccezionale: «…la presenza di più di un alunno in situazione di handicap nella stessa classe può essere prevista in ipotesi residuale ed in presenza di handicap lievi».

Nel caso, deve in primo luogo escludersi la sussistenza di quest’ultima condizione in quanto è evidente che, l’ipotesi prevista dalla norma, implica la “non gravitĂ ” di tutti i bambini handicappati, e non di uno di essi (come implicitamente sembra suggerire la relazione depositata dalla scuola).
La gravitĂ  della condizione del bambino era, da sola, tale da non tollerare altre presenze nell’ambito del gruppo, e comunque si rileva come in base alla descrizione della situazione, anche le condizioni riferite dalla scuola dell’altro bambino non sembravano assumere il carattere della lievitĂ  («immaturitĂ  globale dei prerequisiti» per l’apprendimento «in un’organizzazione borderline»).

In una seconda prospettiva si rileva come, dato che è incontestato che la classe era formata da 22 alunni, per cui era stato anche violato il secondo periodo del ricordato secondo comma dell’art. 10 del D.M. 3 giugno 1999 n. 141 per cui «Le classi iniziali che ospitano più di un alunno in situazioni di handicap sono costituite con non più di venti iscritti; per le classi intermedie il rispetto di tale limite deve essere rapportato all’esigenza di garantire la continuitĂ  didattica nelle stesse classi.»

In sostanza la disposizione consente, limitatamente alle classi successive eventuali sforamenti solo quando ricorrono esigenze di continuitĂ  didattica. Il che nella specie non è in concreto avvenuto.
In conclusione il ricorso dei genitori viene accolto.

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LA TRIGLIA LANCIA SEGNALI:CONTRASTANTI

Per gli antichi la triglia aveva poteri di prodigi erotici. Questo pesce ha suggerito anche simboli incerti e contrastanti: il vigore lussurioso ma anche la spossatezza dei nervi. Fare “l”occhio di triglia” è tutto un romanzo! Di Carmine CimminoIl sapore della carne e la speranza o l’illusione che la carne, oltre che essere di assai delicato sapore, avesse anche poteri di taumaturgia erotica resero assai costose le triglie, nel mondo antico: a leggere Svetonio e Plinio, pare che i ricconi romani cercassero di superarsi l’un l’altro nella gara a chi le pagava di più. Negli anni di Caligola, Asinio Celere, che era stato console, acquistò una triglia per 8000 sesterzi, che era un bel mucchietto d’oro. Marziale non sopportava i pranzi a casa di Ligurino, che aveva la mania di scrivere versi e pretendeva di recitarli ai suoi ospiti: Non voglio che tu metta in tavola rombi e triglie di due libbre, non voglio funghi, non voglio ostriche: voglio una cosa sola: che tu taccia.

E tuttavia un vero amico era, per il poeta, solo chi offriva carne di cinghiale, ostriche e triglie. Il termine triglia viene dal greco, da un verbo che significa cigolare, crepitare, e forse anche, per analogia rattrappirsi: e da questo verbo uno scrittore greco ne cavò un altro, che significa sghignazzare. È probabile che i Greci abbiano associato il pesce e i verbi osservando la faccia che fa la triglia quando la tirano fuori dall’acqua: una faccia rappresa in uno stupore che si trasmette a tutto il corpo corrugandolo in vistose contrazioni. I Romani la chiamarono mullus dal suo rosso cangiante, e attribuirono ad Apicio anche il merito di aver insegnato a trarre dal loro fegato una salsa preziosa, l’allec, la quintessenza del garum, e cioè del condimento che si cavava dalla fermentazione di interiora e di pezzi di pesci, ridotti gradualmente in poltiglia.

Il liquido che filtrava dal ribollio di questa massa collosa era il garum. Un particolare tipo di garum, che Plinio e Marziale chiamano garum degli alleati, si otteneva, dice Marziale, dal primo sangue dello sgombro che, colpito a morte, sta per spirare. E in siffatta salsa Apicio consigliava di affogare le triglie. Non dobbiamo meravigliarci se questo pesce in livrea di varie sfumature di rosso abbia suggerito simboli incerti e contrastanti, il vigore lussurioso, ma anche la spossatezza dei nervi. Da Galeno qualche scrittore del nostro Cinquecento attinse la notizia che chi beve il vino in cui un attimo prima sia stata affogata una triglia fa disseccare i suoi “ umori venerei “: e mi pare cosa ovvia: un vino così conciato è peggio di una purga.

Ma la triglia ispirò ai buongustai romani comportamenti di disgustosa crudeltĂ . Le triglie, scrive Seneca, sono giudicate fresche solo se muoiono sotto gli occhi dei commensali. Vengono portate in tavola chiuse in globi di vetro, e gli sguardi si concentrano tutti sulle mille sfumature che la morte lenta trae dal loro colore, quando questo “ va “ da un tono all’altro, come se non sapesse se “prendere il tono della vita o quello della morte.”. Finora, continua Seneca, non c’era niente di meglio che una triglia di scoglio; ora, invece, gli intenditori non riescono a staccare gli occhi dal vaso di vetro: guarda, come è acceso questo rosso; guarda, come si gonfiano le vene lungo i fianchi; diresti che il suo ventre è di sangue; nota il chiaroscuro luminoso dell’azzurro sotto le branchie; guarda, stanno cessando gli spasimi, il rosso e l’azzurro impallidiscono nella stessa nota di grigio.

Forse converrebbe prestare un po’ di attenzione a questo mondo in cui la crudeltĂ  si declinava in forme e corrispondenze impreviste, e il circo e una sala da pranzo erano teatro della stessa follia. Racconta Svetonio che l’imperatore Claudio faceva sgozzare non solo i gladiatori vinti, ma anche quelli che scivolavano a terra per caso, soprattutto i reziari che combattevano a capo scoperto: si inginocchiava accanto a loro, per osservare da vicino le espressioni del loro volto, mentre essi spiravano. Non era solo sadismo: lo spettacolo della morte degli altri serviva a scongiurare la propria morte. Col ferro delle armi di due gladiatori che si erano uccisi l’un l’altro Claudio si fece forgiare dei coltelli, poiché si credeva che l’epilettico si liberasse del suo morbo mangiando la carne di un animale selvatico trafitto col metallo di un’arma che aveva ucciso un uomo.

Sembra incredibile che qualcuno abbia potuto prestar fede a sciocchezze di tale portata: ma non credo che a noi “ moderni “ sia concesso il diritto di scagliare la prima pietra.
L’occhio è, nell’opinione comune e nelle immagini dei poeti, lo strumento con cui il cuore si apre all’esterno: l’occhio non mente. Fa “l’occhio di triglia “ l’uomo che vuole comunicare a una donna, per silenziose immagini, d’essere ridotto da lei in quello stato che i poeti antichi chiamavano scioglimento delle membra: quei poeti ne attribuivano la responsabilitĂ  all’eros. È uno stato di morbido languore, di stupore folgorato, in cui il desiderio innesta una sofferenza di morte e insieme l’energia vitale della prefigurata voluttĂ .

Amore e morte sono una sola cosa: e nel corpo della triglia che muore ci sono la forza del rosso ancora vivo, e l’esangue pallore della fine imminente. “Fare l’occhio di triglia“ non è una banale comunicazione: è un romanzo d’appendice.
(Foto: Emblema musivo della Bottega della pompeiana Casa del Fauno. Museo Archeologico Nazionale di Napoli)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL CIGNO NERO

Variazione sul tema della follia di uno dei più imprevedibili registi americani. Sullo sfondo del Lago dei cigni, un”opera inquieta che esalta l”estetica del disturbo senza perdersi in banali analisi psicologiche.

Darren Aronofsky ci ha sempre abituato ad un cinema dell’eccesso, costruito per sovrapposizione di suoni, vicende, trovate di regia non sempre funzionali alla storia. Da sempre indicato come uno dei più originali registi americani contemporanei, ha spesso pagato questo eccesso di foga creativa nei suoi film. Il teorema del delirio e Requiem for a dream – i due film d’esordio che l’hanno consacrato – avevano il loro unico difetto proprio nell’equilibrio instabile tra forma e contenuto: audace nello stile ma deludente nella risoluzione della storia il primo, esagitato e tendente quasi alla forma “videoclip” il secondo.

Dopo il mezzo passo falso di The Fountain – film pasticciato al limite del kitsch – Aronofsky aveva stupito il pubblico con la semplicitĂ  dell’intenso The Wrestler, capace anche di rilanciare Mickey Rourke: caratterizzato da uno stile asciutto – nonostante la storia drammatica – il film mostrò un lato del regista fino ad allora sconosciuto.
Questo Cigno nero sembra tentare una sintesi matura tra le diverse esperienze.

La storia si inserisce in un filone classico del genere “thriller-psicologico”, ossia il tema del doppio. Una giovane ballerina viene scelta per il ruolo da protagonista ne Il Lago dei cigni: ma se con la sua grazia e il suo aspetto quasi incorporeo risulta da subito perfetta per l’interpretazione di Odette, più complicata è l’immedesimazione nel ruolo di Odile, il cigno nero, per il quale Nina dovrĂ  far uscire malizia e sensualitĂ  che le sembrano estranee. A complicare la ricerca del proprio “lato oscuro”, arriverĂ  una nuova ballerina che sembra l’opposto della protagonista…

Il doppio, dicevamo. Il cuore del film è tutto lì: costretta a costruire una nuova sé, Nina si immergerĂ  in un lavoro sulla propria personalitĂ  dagli esiti incerti. Ma il regista ci pone subito di fronte ad un interrogativo: Nina dovrĂ  costruire il proprio lato oscuro ex novo o semplicemente lasciare che affiori, fino quasi a rimanerne annientata?
Senza svelare troppo, possiamo anticipare come il personaggio di Nina ci venga da subito mostrato complesso, oscuro, articolato. La purezza che le viene riconosciuta all’interno del corpo di ballo e in particolare dal suo maestro non corrisponde ad una personalitĂ  lineare. Gli altri personaggi del film vedono a lungo un’unica Nina, mentre il regista è abilissimo a mostrarci sin dall’inizio come il “doppio” – in fondo – stia sempre annidato lì, da qualche parte.

La potenza del film è nell’inquietudine che lo attraversa dall’inizio alla fine, senza che questa abbia bisogno di grosse trovate o colpi ad effetto per emergere. Veniamo catturati da una narrazione che non procede secondo uno schema classico “introduzione-svolgimento-spiegazione”, ma ci mostra in modo costante, dal primo all’ultimo minuto, la perversione e la follia di una personalitĂ  contorta, senza affogare in trite considerazioni pseudo-psicologiche sulle cause del disturbo.

Non è un film a tema, né tanto meno un tentativo di “spiegare” la follia. Il Cigno nero è un’immersione emotiva. Siamo messi davanti ad un disagio evidente che provoca malessere e ci mette in posizione di privilegio rispetto agli altri personaggi del film e alla loro visione parziale di Nina. Così il senso del film non è tanto nell’attesa del crescendo finale che porterĂ  a capire i motivi del disturbo, ma nella sottile empatia che il regista abilmente e in modo perverso costruisce sin dall’inizio tra noi e Nina, con il suo corpo e la sua psiche sempre al centro della scena, scandagliati, tartassati quasi, da una regia che non lascia spazio ad altro.

Aronofsky, dunque, si conferma con un film che nei temi trattati riprende le situazioni estreme del passato, ma lo fa con uno stile e una modalitĂ  di racconto più saldi. Non ci sono elementi superflui, esagerazioni, tentativi di sconvolgere il pubblico con facilonerie: solo un paio di concessioni ad alcuni clichè horror, ma è un prezzo che si può pagare e che non scalfisce la solenne inquietudine che pervade l’intero film.
Il balletto fornisce l’ambientazione perfetta, con la sua estetica dei corpi e l’ambiguitĂ  dell’interpretazione. Il Lago dei cigni, in particolare, offre il materiale ideale per un film sul doppio, amalgamandosi in modo talmente convincente con la vita privata di Nina da creare un unico straordinario flusso narrativo.

Un’opera compatta, che convince proprio perché non si lancia in abusate analisi della follia ma la sviscera in modo emotivo e potente, senza indulgenze e moralismi. Oscar (meritato) per l’interpretazione alla Portman e, forse, definitiva consacrazione di uno dei registi americani più interessanti.
(Fonte Foto: Rete Internet)

Regia di Darren Aronofsky, con Natalie Portman, Barbara Hershey, Vincent Cassel, Mila Kunis, Winona Ryder
Titolo originale: Black Swan
Paese: Stati Uniti
Durata: 110 minuti
Voto 7/10

LA RUBRICA

IL RISORGIMENTO DELLA CARITÁ

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In questi giorni di festa per il 150° dell”UnitĂ  d”Italia, è giusto ricordare anche quegli uomini -santi- che hanno contribuito a fare gli italiani. Un messaggio di speranza contro il federalismo egoista. Di Don Aniello Tortora

Alla storia sono passati Garibaldi, Cavour, re Vittorio Emanuele II, Mazzini, e le battaglie: Custoza, Solferino, Novara, le cinque giornate di Milano. Ma c’è un altro Risorgimento: quello dei santi. Mentre i politici tramavano, i soldati guerreggiavano e i giovani idealisti morivano, a Torino c’era qualcuno che, invece di fare l’Italia, pensava a fare gli italiani. C’erano i santi, appunto, che in mezzo alla tempesta della guerra, dell’odio e della discriminazione religiosa, si presero cura dei poveri, dei bambini di strada, delle prostitute, degli straccioni, dei carcerati, della vita quotidiana della gente qualunque che aveva il cruccio di non morir di fame. Migliaia di italiani abbandonati a se stessi dai potenti e dalla grande Storia. I santi volevano far risorgere gli italiani, prima che l’Italia. Hanno fatto l’Italia delle coscienze.

Giuseppe Benedetto Cottolengo ( Bra-Cuneo 1786-1842) A 41 anni “scopre” il suo sacerdozio e fonda un’opera “per soccorrere alcune di quelle persone che a norma dei regolamenti e delle leggi non possono essere accolte nei venerandi ospedali cittadini o perché mancanti di residenza o perché dismesse dagli stessi ospedali, in quanto affette da malattie croniche e incurabili: e che per le più svariate vicende rischiano di perire miseramente abbandonate. Nasce così la “Piccola casa” della Provvidenza, il Cottolengo. I malati diventarono i suoi “padroni”.

Leonardo Murialdo (Torino 1828-1900), il santo con i debiti. Per eccesso d’amore verso gli ultimi. Sceglie di fare il “prete di strada”. Alla carriera ecclesiastica preferisce la polvere delle strade di Torino, i suoi quartieri popolari, le baracche lungo il Po. Raccoglie bambini poveri, piccoli fuorilegge candidati al carcere minorile, altri abbandonati a se stessi, vagabondi. Molti lo seguono, sfuggendo alla disperazione della strada, della miseria della fame. Fonda la Congregazione di San Giuseppe, il falegname buono, esempio di come stare accanto ai ragazzi. Stampa il primo giornale per gli operai e partecipa a molteplici attivitĂ : dal mutuo soccorso, al comitato per il collocamento degli operai disoccupati. Si occupa del grande problema della tutela del lavoro minorile, esigendo che i ragazzi lavorino e siano pagati il giusto, possano andare a scuola e siano difesi con leggi appropriate.

Giovanni Bosco (Castelnuovo D’Asti 1815-1888) il santo dei giovani. All’epoca (1840) giovani e giovanissimi arrivano a Torino dalle aree povere del Piemonte, condannati nei loro paesi alla povertĂ , cercano lavoro in un luogo dove si sentono stranieri. Rischiano in ogni momento di scivolare verso il furto, la rapina: e la polizia li tiene d’occhio. L’8 dicembre 1841 Don Bosco incontra in una chiesa un giovane solo, povero, infreddolito, analfabeta . Quattro giorni dopo nasce l’opera di don Giovanni Bosco. Dedica tutta la sua vita perché i “suoi” ragazzi, sconfitti dalla vita, siano “vincitori”. Ancora oggi i Salesiani continuano la sua bellissima opera a servizio dei giovani, per farli diventare “buoni cristiani e onesti cittadini”, attraverso l’educazione che “è cosa del cuore”.

Giuseppe Cafasso (Castelnuovo D’Asti 1811-1860), il prete della forca, consolatore degli afflitti, quelli più difficili da consolare a quel tempo: carcerati e condannati a morte. Assiste soprattutto i carcerati. C’è di tutto nelle prigioni: i peggiori banditi e assassini. Ma anche poveracci che hanno rubato per fame, ragazzi abbandonati e disperati, vittime prima che colpevoli. Don Cafasso diventa il “buon pastore” di questi disperati e aiuta tutti a diventare più uomini.

In questi giorni di festa per il 150° Anniversario dell’UnitĂ  d’Italia mi è sembrato bello ricordare che tanti santi hanno contribuito a “fare gli italiani”. Con la speranza che anche noi, uomini e donne del 2011, avendo questi grandi esempi dell’800, possiamo dare il nostro contributo a “fare gli italiani” di oggi. Con i tempi di “secessione” e di “federalismo egoista” che corrono ce n’è davvero molto bisogno. Magari anche …di un santo del Sud!
(Fonte Raiuno: Flavio Insinna interpreta Don Bosco)

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OMAGGIO ALL’UNITÁ D”ITALIA: COME É CAMBIATO IL CARCERE NEL TEMPO

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“Il carcere nel tempo” è lo spazio dedicato al mondo della detenzione a partire dall”UnitĂ  d”Italia, ospitato dal museo criminologico della Capitale. Di Simona Carandente

Il legame tra carcere e scorrere del tempo è qualcosa di affascinante ed al contempo inspiegabile: in carcere non c’è tempo, le ore scorrono sempre uguali le une alle altre, la detenzione inframuraria toglie tempo alla libertĂ , che altro non è se non possibilitĂ , inesorabile, di essere completamente padroni di se stessi.
In carcere il tempo è sempre uguale, ma il suo inesorabile scorrere può rappresentare un’occasione unica ed irripetibile di guardarsi dentro, di meditare sui propri sbagli, di prepararsi ad affrontare il mondo esterno con altri occhi.

Proprio in omaggio al tema del tempo, nel museo criminologico di Roma è stato allestito lo spazio “Il carcere nel tempo”, dedicato al mondo della detenzione a partire dall’UnitĂ  d’Italia, proprio nell’anno in cui ne ricorre il 150° anniversario. Attraverso scritti, regolamenti, libri si fa luce sull’evoluzione del carcere dal 1861 ad oggi, dando vita ad un percorso storico di enorme interesse storico e culturale.

GiĂ  nel 1861, difatti, il problema del sovraffollamento delle carceri era una prioritĂ : in quell’anno il Regno di Italia, per la prima volta, presenta al Parlamento un progetto di legge per la costruzione di un carcere a Cagliari, dando vita contemporaneamente ad una imponente riforma, nell’ottica di una sanzione penale repressiva, volta addirittura alla rigenerazione morale dei condannati.
Qualche anno dopo, il Governo introdurrĂ  l’abolizione dei cd. bagni penali, dalle cui ceneri nasceranno le colonie agricole, la prima sull’isola di Pianosa, le successive sulla terraferma, per sperimentare forme di detenzione assolutamente diverse ed in qualche modo innovative.

Mentre ad Aversa, nel 1876, si sperimentava il primo manicomio criminale (meglio noto come Ospedale Psichiatrico Giudiziario), sulle isole i condannati venivano impiegati fattivamente, attraverso la coltivazione delle terre, il disboscamento del suolo e tutte quelle opere, a carattere fisico-manuale, che utilizzavano la forza lavoro del recluso anziché condannarlo alla totale inattivitĂ . Solo nel 1891, e poi i primi anni del Novecento, si comincerĂ  a parlare concretamente di riformare il sistema carcere ed il suo regolamento: per la prima volta, nel nostro Paese verranno affrontate tematiche di ampio respiro, come la soppressione dell’uso della catena al piede per i condannati alla pena dei lavori forzati, giĂ  prevista dallo stesso regolamento disciplinare.

Solo parecchi anni dopo, e precisamente nel 1975, si avrĂ  l’importante emanazione della legge dell’Ordinamento Penitenziario, ancora oggi caposaldo di buona parte delle norme carcerarie, volte a disciplinare il complesso mondo della detenzione. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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ELEZIONI A NAPOLI. SCONTRO SENZA PROPOSTE

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Le elezioni a Napoli non riguardano solo il capoluogo ma anche la sua provincia, che preme come una corona di spine. Però, nessuno ragiona in termini di area vasta. Il ruolo mancato della stampa. Di Amato Lamberti

Mentre in Italia si continua a discutere di riforma della giustizia attraverso una modifica della Costituzione, sembra passare sotto silenzio il fatto che a maggio si voterĂ  per il rinnovo di molti Consigli Comunali e questa sarĂ  indubbiamente la verifica della tenuta della coalizione di Governo e del consenso che ancora riscuote il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Il gioco della maggioranza variabile in Parlamento sembra oscurare completamente ciò che sta avvenendo nel Paese, dove l’insofferenza verso un Governo incapace di affrontare i problemi veri della Nazione, a partire dalla disoccupazione che cresce e dall’economia che ristagna. I segnali di insofferenza sono tanti e non solo quelli legati alle manifestazioni popolari che si susseguono. Il segnale forse più importante del clima di sfiducia nella ripresa economica del Paese mi sembra quello della fuga dei giovani dal Mezzogiorno verso l’Europa e verso gli Stati Uniti. Non si cerca neppure più l’occupazione nelle regioni del Sud; ci si rivolge direttamente al mercato europeo e a quello americano sia per chi intende specializzarsi, sia per chi intende cercare una collocazione lavorativa adeguata alle sue aspettative.

Questo dovrebbe essere il tema centrale del dibattito politico, a livello nazionale come a livello locale, specialmente lĂ  dove si rinnovano Sindaci e amministrazioni comunali, perché in un clima di sfiducia diventa difficile anche la gestione dell’ordinario. In una realtĂ  segnata dall’incertezza del futuro non si possono fare progetti di vita e nemmeno programmi di investimento di risorse economiche e intellettuali. Prendiamo il caso di Napoli.

Dopo un lungo, almeno dieci anni, periodo di crisi, nel quale sono aumentati tutti gli indicatori negativi, da quello dell’occupazione a quello della qualitĂ  della vita e dell’insicurezza individuale e collettiva, ci si sarebbe aspettato uno scatto di responsabilitĂ  da parte dei partiti nella direzione di un programma forte di rilancio sul piano economico ed occupazionale, oltre che su quello della sicurezza e di una diversa qualitĂ  della vita, anche attraverso la scelta di candidati Sindaco che incarnassero questa volontĂ  di rinnovamento e di rilancio della cittĂ  e della sua immagine. Così non è stato e ne pagheranno le conseguenze sia la cittĂ  che la provincia e l’intera regione.

In particolare, ne pagherĂ  le conseguenze la provincia perché Napoli, nel bene e nel male, è l’attrattore attorno al quale ruota l’economia della provincia e la stessa organizzazione della vita dei cittadini della cittĂ  e del suo enorme e disgregato hinterland.

In un contesto normale, il Sindaco di Napoli dovrebbe farsi carico anche della riqualificazione del territorio che lo circonda e lo preme, come una corona di spine, e della razionalizzazione dei servizi, a partire dalla mobilitĂ  per finire ai rifiuti, alle scuole, alla sanitĂ , alle strutture per la cultura, ai centri di aggregazione per i giovani, alle aree di sviluppo industriale, alle strutture di accoglienza per i Rom e per gli immigrati. Senza questi interventi sul territorio circostante la cittĂ  nessun Sindaco è in grado di gestire gli stessi problemi interni alla cittĂ , come dimostrano i livelli di inquinamento atmosferico e l’ingestibilitĂ  del traffico automobilistico.

Ma né in cittĂ , né in provincia, i politici, gli amministratori, e gli stessi cittadini, anche quelli più avvertiti, sembrano rendersi conto del problema di dovere per forza ragionare in termini di area vasta se si vogliono affrontare e risolvere i problemi, anche attraverso una intelligente distribuzione sul territorio delle diverse funzioni a servizio dei cittadini. Personalmente resto sempre meravigliato del ruolo mancato della stampa e degli altri organi di informazione locali rispetto ai problemi di assetto del territorio e di razionalizzazione della distribuzione dei servizi. L’attenzione esasperata alla cronaca nera, bianca o rosa che sia, non aiuta certo nel lavoro di formazione dell’opinione pubblica che dovrebbe essere lo specifico degli organi di informazione.

Una volta si parlava di “quarto potere” proprio per indicare la capacitĂ  dell’informazione nell’orientare i cittadini, ma anche le amministrazioni pubbliche e la politica, nella direzione di ciò che era necessario per lo sviluppo ordinato di una comunitĂ . Oggi, stampa e organi di informazione, anche in un momento cruciale qual è quello dell’elezione del nuovo Sindaco di Napoli, si limitano a registrare le dichiarazioni d’intenti dei candidati senza neppure sottoporgli l’agenda dei problemi che sono sul tappeto e pretendere non solo una risposta ma una proposta “cantierabile”, corredata cioè da strumenti e mezzi per attuarla.

Il risultato sarĂ  ancora una volta uno scontro “politico” dove alla fine si misurerĂ  solo la tenuta di questa o quella coalizione politica. Con buona pace per la cittĂ . Napoli, e tutta la sua provincia, come diceva Francesco Saverio Nitti agli inizi del ‘900, continueranno a morire lentamente sulle sponde del Tirreno.

CITTA’ AL SETACCIO

PADRI E PATRIGNI DELL’ITALIA UNITA

La fondamentale seduta della Camera dei Deputati del 14 marzo 1861: padri e patrigni dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino

Le linee essenziali del carattere dell’Italia unita vennero tracciate nella seduta che la Camera tenne il 14 marzo 1861, su un ordine del giorno di un solo capo: l’ approvazione di un disegno di legge, proposto dal Governo e composto di un solo articolo: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Dopo che il disegno di legge venne illustrato dal relatore Giorgini, prese la parola Angelo Brofferio, tra vivi segni di attenzione annotati nel verbale della seduta.

Angelo Brofferio, poeta, avvocato, repubblicano, mangiapreti, avversario implacabile delle idee di Cavour e dei modi di Cavour, aveva una voce limpida, vigorosa, lineare, assai diversa dalle voci grasse, arricciate, singhiozzanti, teatrali con cui i suoi colleghi gorgheggiavano nei tribunali e sui palchi della politica. Brofferio ricordò che a questo meraviglioso risorgimento contribuirono tutti, chi col consiglio, chi colla penna, chi colla spada, chi col sapiente indugiare; elencò i grandi della nostra storia, e tra essi annoverò Pagano, Filangieri, Pisacane, e chiuse l’elenco col più fortunato e più grande di tutti, Giuseppe Garibaldi. Furono vivi gli applausi. Poi Brofferio, che era uno dei pochi parlamentari capaci di parlare a braccio, incominciò a sparare su Cavour.

Non il Governo, ma il popolo aveva il diritto di proporre Vittorio Emanuele II re d’Italia: il Governo dimenticava che il primo a proclamare Vittorio Emanuele re d’ Italia fu, in mezzo allo strepito della vittoria e sui frantumi del borbonico trono, il grande dittatore delle due Sicilie, e cioè Garibaldi. Applausi. Ricordò Brofferio che il Senato aveva proposto di aggiungere al testo del disegno di legge Vittorio Emanuele II per divina Provvidenza, per voto della nazione Re d’Italia. L’oratore commentò la proposta con un pezzo di raffinata ironia: io so distinguere, disse, tra la simonia dei preti e il sentimento religioso autentico, ma non sono di quelli che vogliono assegnare alla divina Provvidenza una parte obbligata nelle umane vicissitudini.

E mentre i colleghi ridevano, egli invitò tutti a lasciare in pace il nome di Dio, anche perché i re per grazia di Dio furono quasi sempre re per disgrazia del popolo. Risa e applausi. Era necessario, concluse Brofferio, conciliare, nella definizione del nome del Re, i suoi riguardi di famiglia coi diritti della nazione; stabilire in chiare note la legittimitĂ  della monarchia procedente dalla sovranitĂ  del popolo; togliere l’iniziativa al Ministero per restituirla al Parlamento. Perciò egli, a nome della Sinistra, proponeva di approvare un testo radicalmente diverso: Vittorio Emanuele II è proclamato dal popolo italiano, per sé e per i suoi successori, primo re d’Italia. Parlò il Pepoli, a difesa del Governo, e poi parlò Ranieri, l’ Antonio Ranieri ultimo amico di Giacomo Leopardi, che però nulla aveva imparato da Leopardi.

Il Ranieri corse in aiuto di Cavour con un breve discorso in cui fu capace di condensare tutti i sensi del più gaglioffo pagliettismo napoletano: Questo giorno è un’oasis nel deserto della storia, una poesia di essa storia, una dimenticanza del passato, un sottrarsi alle preoccupazioni dell’avvenire. La legge che votiamo altro non è che un grido di entusiasmo che dice: Io sono l’Italia. E poco mancò che, anticipando di un secolo Peppino De Filippo, esclamasse: Ho detto tutto. Prese la parola l’on. Sanguinetti, per comunicare la parola d’ordine della maggioranza: Io propongo che si voti la chiusura della discussione. Ma non prima che parlasse Cavour.

Il discorso di Cavour fu acido e abile. Egli ricordò, tra gli applausi scroscianti dei suoi, che il Governo – e non il popolo: ma questo non lo disse -, il Governo aveva preso l’iniziativa della campagna di Crimea, il Governo aveva proclamato i diritti dell’Italia al Congresso di Parigi, il Governo aveva preparato la guerra contro l’Austria nel ’59. Poi si rivolse all’on. Brofferio, e gli chiese di ritirare la sua proposta e di acconsentire che un voto di entusiasmo chiudesse la discussione, e che questo voto unanime fosse la più eloquente delle risposte alle accuse ed alle insidie dei nostri nemici al di lĂ  delle Alpi. E Brofferio e la Sinistra acconsentirono, ritirando l’emendamento.

Rumoreggiarono i cavouriani e la destra chiedendo che si passasse al voto, e fu Cavour a chiedere che si concedesse ancora la parola a chi voleva parlare: la concordia non deve essere apparente, disse il volpino Conte, ma deve essere nei cuori. Il D’Ondes – Reggio e il Boncompagni, che erano iscritti a parlare, rinunciarono a esercitare il loro diritto, e il napoletano Ricciardi avrebbe fatto meglio a rinunciare anche lui, poiché dimostrò di non essersi accorto che Brofferio aveva ritirato l’emendamento. Voci: L’ha ritirato. Si ride. Così si legge nel verbale. Risero, alcuni onorevoli imprudenti, quando Nino Bixio, che non aveva rinunciato al suo diritto di parlare, dichiarò: secondo me, dico, il Ministero ha commesso un errore nel togliere all’iniziativa parlamentare ( non so se parlo da avvocato, ma dico quel che sento) questo fatto che, secondo me, nella storia presente e avvenire del paese è il capitale di tutti.

Così parlava Bixio: a scatti e scardinando la sintassi a colpi di sciabola: parlava con una voce terribile, come si addice a un condottiero abituato a combattere in prima fila. I forbiti oratori che occupavano i banchi della Camera risero e fecero oh! oh!, e Bixio li affrontò: Io spiego le mie ragioni, né bisogna fare oh! oh! Io sono qui a dire la veritĂ : chi non è persuaso, voti contro me, ma non faccio oh! oh!. Bixio espresse l’opinione che la rivoluzione fosse finita, e cioè che si fosse esaurita quella spinta popolare che, a parer suo, aveva determinato il trionfo della spedizione di Garibaldi, di cui era stato parte menomissima. Cavour non si preoccupasse delle contestazioni che ancora scuotevano qua e lĂ  la Sicilia, il Napoletano e le nuove province: la protesta contro i Governi faceva parte del carattere degli italiani.

Facciamo come gli Inglesi, rafforziamo il parlamento. In Inghilterra si governa senza soldati, come si farebbe tra noi per le antiche province, ma come non si potrebbe far subito per le province nuovamente unite. Così disse Bixio, e i comandi delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio gliene furono grati. Nessuno più prese la parola: anche il Ricciardi, per non parere testardo, ritirò il suo ordine del giorno. Il Presidente lesse il dispaccio telegrafico con cui Cialdini annunciava la caduta di Messina. Si votò. Prima di pubblicare il risultato, il Presidente comunicò che durante il voto due deputati avevano combinato un casino mettendo la palla nera nell’una bianca e la palla bianca nell’urna nera.

I due saltarono l’appuntamento con la storia. Tutti gli altri 292 deputati approvarono l’articolo unico della legge: Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Applausi.
(Foto: “Le cucitrici delle camicie rosse”. Odoardo Borrani, 1863)

LA STORIA MAGRA

LA LEGALITÁ IN MUNICIPIO

La legalitĂ  si apprende anche formando cittadini in grado di facilitare le modalitĂ  dell”accesso ai servizi che offre il Comune. L”esperienza degli studenti del “Mazzini” di Napoli. Di Annamaria Franzoni

Gli allievi del liceo “G. Mazzini”di via Solimena a Napoli proseguono nel loro percorso di formazione che promuove la cultura e la pratica della legalitĂ  attraverso il coinvolgimento in situazioni nelle quali si assumono comportamenti ispirati al rispetto delle norme di convivenza civile in prospettiva del bene comune.
Il progetto “Le(g)ali al sud” ha lo scopo di sensibilizzare i giovani al rispetto dei valori in cui i magistrati Falcone e Borsellino hanno creduto: il valore delle regole, il rispetto delle leggi, l’importanza della giustizia, il senso della cittadinanza e l’amore verso la Costituzione.

La scelta di collaborare con la MunicipalitĂ  e con il Comune di Napoli per apprendere la legalitĂ  dalla pratica dei servizi, è nata dall’idea di formare studenti-cittadini che siano facilitatori delle modalitĂ  d’accesso ai servizi, della compilazione di moduli e di ogni altro mezzo per rendere più vicina ai cittadini l’organizzazione del territorio stesso.
Trentacinque allievi del Liceo delle Scienze Umane diffonderanno, a fine percorso, le informazioni e le pratiche acquisite tra familiari e coetanei, anche attraverso un opuscolo informativo, che costituirĂ  la prova d’opera del lavoro svolto.

Lo stimolante incontro dello scorso venerdì 11 marzo 2011, che mi ha vista coordinatrice dei lavori, ha consentito ai giovani adolescenti un confronto partecipato e condiviso con personaggi di rilievo che, in vario modo rappresentano l’istituzione e la legalitĂ : infatti dopo l’introduzione del Dirigente Scolastico, prof. Pasquale Malva, sempre attento e concretamente ed emotivamente partecipe alle attivitĂ  che nell’istituto si svolgono, la dott.ssa Giuliana Visciola e il dott. Antonio Villano, hanno raccontato in sintesi il ruolo e la funzione che il Comune ha e quanto le attivitĂ  che vi si svolgono siano strettamente connesse alla vita quotidiana e alle esigenze dei cittadini.

Nella parole della Dirigente delle Politiche Sociali ed Educative e del Dirigente del Servizio “Rapporti con le Scuole Statali ed Educazione alla LegalitĂ ” di Napoli hanno trovato risposta i numerosi dubbi e le incertezze emersi dai questionari somministrati dal gruppo di progetto per individuare lo stato delle conoscenze e competenze possedute dai partecipanti sulle tematiche affrontate nel progetto. Successivamente è intervenuta la dott.ssa Linda D’Ancona, Consigliere della Corte di Appello di Roma, sezione Lavoro, che ha suscitato grande interesse attraverso il racconto di esperienze vissute ed episodi di legalitĂ , legittimitĂ , illegalitĂ .

Il tempo è volato in fretta tra curiositĂ  e riflessioni espresse dagli allievi, al punto che il vicepresidente della MunicipalitĂ  Vomero – Arenella, dott. Giuseppe Crosio, ha rinviato all’appuntamento di lunedì 14 marzo alle 14,30 presso la sede di via Morghen 84 le interessanti informazioni sul ruolo e sul funzionamento della MunicipalitĂ  come partecipazione attiva e responsabile alle scelte ed alle decisioni della comunitĂ , in interazione con gli altri. Gli allievi saranno infatti ricevuti dal dott. G. Crosio e dal presidente dott. Mario Coppeto,
Nel corso della prima delle due annualitĂ  sono previste, infatti, numerose uscite sul territorio, alternate con incontri di approfondimento a scuola di cui il primo sarĂ  appunto l’incontro negli. Uffici della MunicipalitĂ .

Lo sviluppo del discorso che si svolgerĂ  nel corso dell’annualitĂ  successiva porterĂ  senz’altro ad affermare, tra i nostri giovani, il concetto di legalitĂ  come parte, obiettivo e sostanza di una convivenza civile che veda il singolo cittadino in grado di operare libere scelte, aver fiducia nelle istituzioni per la realizzazione dell’interesse generale.

OSSERVATORIO ADOLESCENTI

LE FONTI D”ENERGIA – IL SOLE

È giĂ  la terza settimana che discutiamo di Energia. Negli articoli precedenti abbiamo parlato del fuoco ed i combustibili fossili, e di acqua ed elettricitĂ . Oggi approfondiamo l”energia solare.

Questo terzo articolo introduce all’energia solare.
Sono riportati i valori dell’irraggiamento solare all’esterno dell’atmosfera terrestre e la suddivisione al suolo in componente diretta dal sole, diffusa dal cielo e riflessa dal terreno circostante.

In una rappresentazione a colori dell’Italia, sono riportate le differenti entitĂ  di radiazione solare che colpiscono in un intero anno le varie parti del territorio.
I dettagli e la trattazione completa nel file allegato.

LE FONTI D’ENERGIA. IL SOLE

ARTICOLO CORRELATO

LA SCOMMESSA DEL CAIVANO ARTE: MUSICA CONTRO IL DEGRADO

In chiusura del primo anno del Caivano Arte Musica, il direttore artistico del progetto, Mauro Seraponte, e il direttore artistico del Teatro, Nicola Castaldo, raccontano la loro sfida: proposte artistiche di qualitĂ  in periferia.

C’è un teatro che porta musicisti di qualitĂ , e talvolta di richiamo internazionale, a esibirsi nell’estrema periferia della metropoli campana. Nella sola stagione 2010-2011, si sono alternati, nomi come i francesi Ulan Bator o i londinesi Daemonia Nymphe. Il luogo è l’auditorium Caivano Arte, un piccolo miracolo in questo lembo non troppo valorizzato dell’infinita banlieue tra Napoli e Caserta. Qui, ieri sera (sabato 13 marzo, ndr), è stato presentato, con un affollato concerto, il primo disco degli R&Fusion, promettente band campana che si muove tra jazz e canzone d’autore. Il titolo del lavoro è “Dalla Terra dei fuochi”: un titolo che sintetizza bene la scommessa dei curatori di questo spazio. Abbiamo incontrato Nicola Castaldo, che del Caivano Arte è direttore artistico, e Mauro Seraponte, che ne cura il cartellone musicale.

Come parte il progetto Caivano Arte Musica?
Mauro: il progetto nasce quando ci siamo incontrati, circa un anno fa durante il Caivano Arte Fest.
Nicola: …io avevo intenzione di iniziare un nuovo progetto dedicato alla musica, quando ci siamo incontrati ho trovato in lui il referente per questa nuova attivitĂ . Il progetto è quello che si è visto in queste serate: un format di musica e arte. Ogni serata prevede non solo un concerto, ma anche una mostra, il coinvolgimento di tante realtĂ . L’intento è quello di coniugare spettacolaritĂ  e cultura al fine di contribuire stabilmente alla realizzazione di un’offerta musicale sempre più consapevole e identificata per la provincia di Napoli, anche se proiettata oltre i confini regionali.
Mauro: quello che vogliamo fare è proprio questo: portare buona musica sul territorio, con artisti che offrono una musica di qualitĂ .

Nicola: per noi è stata molto importante anche la politica del prezzo. Vogliamo sempre venire incontro alle esigenze di chi è economicamente svantaggiato, così il prezzo dei biglietti del festival è molto basso, alla portata di molti. Anche perché il pubblico di riferimento è molto giovane e spesso uno studente non può permettersi un biglietto dal costo elevato.
Mauro: questo teatro è uno spazio che offre molto agli artisti che vengono ospitati. Qui ad esempio hanno girato il video che è in uscita, gli Ulan Bator, gruppo francese, che ha suonato sul palco dell’Auditorium Caivano Arte il 26 novembre scorso.
Nicola: una cosa a cui noi teniamo particolarmente è l’ospitalitĂ , trattiamo gli artisti come tali.

Come è stato seguito il progetto dal pubblico?
Mauro: certo Caivano non è Napoli. Il pubblico è pigro ed è difficile portarlo in periferia. Siamo soddisfatti però della risposta che ha dato alla nostra proposta culturale. Molti sono venuti perché interessati ad una serata ma poi sono tornati e in più hanno portato altri amici, così il pubblico è aumentato gradualmente. Ci siamo conquistati la loro fiducia offrendo qualitĂ . Il concerto di stasera credo che faccia concorrenza a locali come il Duel Beat. Certo è fondamentale il lavoro di promozione che fa il gruppo di musicisti, il pubblico musicale è poco numeroso…
Nicola: una volta c’era l’impresario, ora sono gli stessi gruppi ad autopromuoversi, è difficile trovare qualcuno che scommetta su di te. Oggi non si produce più.

Parlando del pubblico, quale è il rapporto dell’Auditorium con il territorio?
Nicola: paradossalmente riusciamo a coinvolgere persone che vengono da Napoli e da tutta la provincia limitrofa, ma non un pubblico locale. Gli abitanti di Caivano non sentono ancora loro questo teatro. Sottovaluta l’offerta, non sono ricettivi, eppure la promozione fatta è la stessa qui e in cittĂ . Abbiamo il teatro aperto al pubblico per 200/250 giornate all’anno con tante attivitĂ : un cartellone teatrale, un cartellone per le scuole, danza, musica solo che i cittadini restano ancora diffidenti. Per riallacciare un rapporto è stato fatto un grande investimento sul cartellone, riuscendo a portare nomi importanti, per farne solo uno per il 2010 Enzo Moscato. Ma la quantitĂ  degli abbonamenti rivela una percentuale molto bassa di cittadini di Caivano. Siamo convinti però che il rapporto migliorerĂ .

Le attivitĂ  per avvicinare i cittadini al teatro sono molte. Facciamo dei laboratori teatrali per le scuole e per il Parco Verde. Anche coinvolgere le compagnie amatoriali è un’attivitĂ  importante in questo. Queste compagne sono radicate sul territorio e hanno la capacitĂ  di portare a teatro delle persone che forse non faranno mai parte di un pubblico teatrale, ma almeno hanno un occasione nella vita per avvicinarsi. Così anche per gli spettacoli più popolari: portano a teatro un pubblico non educato al teatro, ma offrono l’occasione di avvicinare ed educare a come si sta a teatro…

Le prospettive per la prossima edizione del Caivano Arte Musica?
Mauro: quello che vogliamo offrire è questo: musica di qualitĂ . Siamo in chiusura di questa edizione e presto inizieremo a lavorare per la prossima.

Per seguire le attivitĂ  del Caivano Arte: www.auditoriumcaivano.it; e-mail: caivanoarte@libero.it