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FIAT. SINDACATO IN CRISI E POLITICA COME PONZIO PILATO

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Dal caso Fiat una riflessione cristiana sul lavoro. Il capitalismo industriale non può sopprimere la dignità del lavoro. Di Don Aniello Tortora

Lunedi 7 marzo sono partite le nuove assunzioni a Pomigliano d’Arco. Tre donne e cinque uomini i dipendenti della Fiat Group automobilies di Pomigliano d’Arco che sono passati con la newco Fabbrica Italia Pomigliano.
Entro luglio, secondo quanto stabilito durante l’ultimo incontro tra vertici aziendali e sindacati, dovrebbero essere circa 300 i lavoratori assunti nella newco. Ha preso il via, quindi, materialmente la newco Fabbrica Italia Pomigliano, con la firma del contratto di assunzione nella nuova società, degli otto dipendenti, che, contemporaneamente si licenzieranno dal "Vico", inaugurando passaggio di oltre 5600 dipendenti tra quelli appartenenti allo stabilimento Fiat ed alla Ergom di Napoli.

La firma segna l’avvio del nuovo piano dell’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e soprattutto quella che in tanti hanno definito “la rivoluzione industriale” con nuove regole nel settore, che hanno portato il Lingotto a non iscrivere Fabbrica Italia Pomigliano in Federmeccanica. Il trasferimento dei dipendenti, inoltre, segna di fatto anche una svolta, una nuova era, per le relazioni industriali. È noto che la Fiom non ha firmato l’accordo e che il sindacato non è unito su questa vicenda, con la conseguente drammatica divisione tra i lavoratori.
Intanto la Cgil, ha annunciato la proclamazione dello sciopero generale da parte della sua organizzazione per il 6 maggio prossimo per protestare contro la politica del governo sui temi del lavoro e dello sviluppo.

Nel documento politico approvato dal direttivo si sosteneva che «è necessario rimettere al centro il tema del lavoro e dello sviluppo, riconquistare un modello contrattuale unitario e battere la pratica degli accordi separati, riassorbire la disoccupazione, contrastare il precariato, estendere le protezioni sociali e ridare fiducia ai giovani. Serve una nuova stagione fatta di obiettivi condivisi e rispettosi della dignità del lavoro e serve definire le regole della democrazia e della rappresentanza».

E qualche settimana fa un gruppo di lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco ha lanciato un appello al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a fare da paciere tra i sindacati. Gli operai, inoltre, hanno auspicato nella lettera, che i sindacati si riuniscano ”per poter fronteggiare al meglio l’attacco che il Capitalismo ed il mercato globale porta alla Classe Operaia: vorremmo che ci fosse l’unità di tutti per centrare l’obiettivo di una miglior qualità della vita e soprattutto vorremmo che ci fosse la consapevolezza che il muro contro muro non aiuta nessuno”.

Ritornando sulla vertenza di Pomigliano d’Arco, emblematica insieme a quella di Mirafiori, io credo che sia necessario fermarci un po’ tutti a riflettere con serietà su quanto sta accadendo nel mondo del lavoro. Non tocca ovviamente a me, come uomo di chiesa, suggerire soluzioni tecniche. Voglio, però, solo ricordare che nel pensiero sociale della Chiesa c’è il rifiuto netto del lavoro ridotto a merce, a partire dalla denuncia, in pieno primo capitalismo industriale, di Leone XIII per il perdurare di “quella condizione poco men servile” descritta dal pontefice nella sua enciclica sulla “questione operaia” alla fine del secolo XIX.

Seguendo da vicino la vicenda Fiat mi sono convinto, tra l’altro, delle difficoltà del sindacato e della resa della politica. Il sindacato, nato come funzione sociale di tutela e di promozione del lavoro, è ormai condizionato, nell’attuale momento storico, dalla divisione e dalla concorrenza tra le sigle; il che aggrava una condizione già debole dei lavoratori. È quanto mai urgente che il sindacato recuperi il suo vero ruolo e rilanci più di ogni altra cosa il tema d’unità d’azione.
Quanto alla politica, essa se ne lava le mani. È chiaro che il mercato, come tale, non persegue il fine di creare occupazione: può crearla se ne ha convenienza. Compito, allora, della politica è incentivare il mercato e usare la fantasia per creare lavoro.

È la politica che deve governare l’economia, non viceversa. E su queste basi i cattolici devono esercitare la loro reazione e presenza critica nel sociale. Forse anche il mondo cattolico si è lasciato tentare e attrarre dal neoliberismo. Umanizzare il mercato, allora, sarà il compito del mondo cattolico. La Pira, il sindaco santo di Firenze, affermava che, essendo il lavoro l’unica proprietà del lavoratore, a tale proprietà deve essere accordata una tutela almeno pari a quella riconosciuta ai detentori del capitale.

Una cosa è certa: il Vangelo di Gesù Cristo contrasta con i vangeli del mercato che, in generale, difendono una visione economicistica e materialistica della realtà globale attuale. È bene ricordare a tutti che nella storia del pensiero cristiano c’è la memoria viva di un messaggio che ha umanizzato la vita perché ha introdotto il concetto di prossimo da rispettare e da amare e dunque da non sfruttare o umiliare. La chiesa ha sempre affermato, nel contesto del capitalismo industriale, l’insopprimibile dignità del lavoro. Lo ha fatto dal lontano 1981 (Rerum Novarum) e deve continuare a farlo oggi, con più coraggio e determinazione. Ce n’è davvero bisogno.

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