La fondamentale seduta della Camera dei Deputati del 14 marzo 1861: padri e patrigni dell”Italia unita. Di Carmine Cimmino
Le linee essenziali del carattere dell’Italia unita vennero tracciate nella seduta che la Camera tenne il 14 marzo 1861, su un ordine del giorno di un solo capo: l’ approvazione di un disegno di legge, proposto dal Governo e composto di un solo articolo: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Dopo che il disegno di legge venne illustrato dal relatore Giorgini, prese la parola Angelo Brofferio, tra vivi segni di attenzione annotati nel verbale della seduta.
Angelo Brofferio, poeta, avvocato, repubblicano, mangiapreti, avversario implacabile delle idee di Cavour e dei modi di Cavour, aveva una voce limpida, vigorosa, lineare, assai diversa dalle voci grasse, arricciate, singhiozzanti, teatrali con cui i suoi colleghi gorgheggiavano nei tribunali e sui palchi della politica. Brofferio ricordò che a questo meraviglioso risorgimento contribuirono tutti, chi col consiglio, chi colla penna, chi colla spada, chi col sapiente indugiare; elencò i grandi della nostra storia, e tra essi annoverò Pagano, Filangieri, Pisacane, e chiuse l’elenco col più fortunato e più grande di tutti, Giuseppe Garibaldi. Furono vivi gli applausi. Poi Brofferio, che era uno dei pochi parlamentari capaci di parlare a braccio, incominciò a sparare su Cavour.
Non il Governo, ma il popolo aveva il diritto di proporre Vittorio Emanuele II re d’Italia: il Governo dimenticava che il primo a proclamare Vittorio Emanuele re d’ Italia fu, in mezzo allo strepito della vittoria e sui frantumi del borbonico trono, il grande dittatore delle due Sicilie, e cioè Garibaldi. Applausi. Ricordò Brofferio che il Senato aveva proposto di aggiungere al testo del disegno di legge Vittorio Emanuele II per divina Provvidenza, per voto della nazione Re d’Italia. L’oratore commentò la proposta con un pezzo di raffinata ironia: io so distinguere, disse, tra la simonia dei preti e il sentimento religioso autentico, ma non sono di quelli che vogliono assegnare alla divina Provvidenza una parte obbligata nelle umane vicissitudini.
E mentre i colleghi ridevano, egli invitò tutti a lasciare in pace il nome di Dio, anche perché i re per grazia di Dio furono quasi sempre re per disgrazia del popolo. Risa e applausi. Era necessario, concluse Brofferio, conciliare, nella definizione del nome del Re, i suoi riguardi di famiglia coi diritti della nazione; stabilire in chiare note la legittimità della monarchia procedente dalla sovranità del popolo; togliere l’iniziativa al Ministero per restituirla al Parlamento. Perciò egli, a nome della Sinistra, proponeva di approvare un testo radicalmente diverso: Vittorio Emanuele II è proclamato dal popolo italiano, per sé e per i suoi successori, primo re d’Italia. Parlò il Pepoli, a difesa del Governo, e poi parlò Ranieri, l’ Antonio Ranieri ultimo amico di Giacomo Leopardi, che però nulla aveva imparato da Leopardi.
Il Ranieri corse in aiuto di Cavour con un breve discorso in cui fu capace di condensare tutti i sensi del più gaglioffo pagliettismo napoletano: Questo giorno è un’oasis nel deserto della storia, una poesia di essa storia, una dimenticanza del passato, un sottrarsi alle preoccupazioni dell’avvenire. La legge che votiamo altro non è che un grido di entusiasmo che dice: Io sono l’Italia. E poco mancò che, anticipando di un secolo Peppino De Filippo, esclamasse: Ho detto tutto. Prese la parola l’on. Sanguinetti, per comunicare la parola d’ordine della maggioranza: Io propongo che si voti la chiusura della discussione. Ma non prima che parlasse Cavour.
Il discorso di Cavour fu acido e abile. Egli ricordò, tra gli applausi scroscianti dei suoi, che il Governo – e non il popolo: ma questo non lo disse -, il Governo aveva preso l’iniziativa della campagna di Crimea, il Governo aveva proclamato i diritti dell’Italia al Congresso di Parigi, il Governo aveva preparato la guerra contro l’Austria nel ’59. Poi si rivolse all’on. Brofferio, e gli chiese di ritirare la sua proposta e di acconsentire che un voto di entusiasmo chiudesse la discussione, e che questo voto unanime fosse la più eloquente delle risposte alle accuse ed alle insidie dei nostri nemici al di là delle Alpi. E Brofferio e la Sinistra acconsentirono, ritirando l’emendamento.
Rumoreggiarono i cavouriani e la destra chiedendo che si passasse al voto, e fu Cavour a chiedere che si concedesse ancora la parola a chi voleva parlare: la concordia non deve essere apparente, disse il volpino Conte, ma deve essere nei cuori. Il D’Ondes – Reggio e il Boncompagni, che erano iscritti a parlare, rinunciarono a esercitare il loro diritto, e il napoletano Ricciardi avrebbe fatto meglio a rinunciare anche lui, poiché dimostrò di non essersi accorto che Brofferio aveva ritirato l’emendamento. Voci: L’ha ritirato. Si ride. Così si legge nel verbale. Risero, alcuni onorevoli imprudenti, quando Nino Bixio, che non aveva rinunciato al suo diritto di parlare, dichiarò: secondo me, dico, il Ministero ha commesso un errore nel togliere all’iniziativa parlamentare ( non so se parlo da avvocato, ma dico quel che sento) questo fatto che, secondo me, nella storia presente e avvenire del paese è il capitale di tutti.
Così parlava Bixio: a scatti e scardinando la sintassi a colpi di sciabola: parlava con una voce terribile, come si addice a un condottiero abituato a combattere in prima fila. I forbiti oratori che occupavano i banchi della Camera risero e fecero oh! oh!, e Bixio li affrontò: Io spiego le mie ragioni, né bisogna fare oh! oh! Io sono qui a dire la verità: chi non è persuaso, voti contro me, ma non faccio oh! oh!. Bixio espresse l’opinione che la rivoluzione fosse finita, e cioè che si fosse esaurita quella spinta popolare che, a parer suo, aveva determinato il trionfo della spedizione di Garibaldi, di cui era stato parte menomissima. Cavour non si preoccupasse delle contestazioni che ancora scuotevano qua e là la Sicilia, il Napoletano e le nuove province: la protesta contro i Governi faceva parte del carattere degli italiani.
Facciamo come gli Inglesi, rafforziamo il parlamento. In Inghilterra si governa senza soldati, come si farebbe tra noi per le antiche province, ma come non si potrebbe far subito per le province nuovamente unite. Così disse Bixio, e i comandi delle truppe impegnate nella repressione del brigantaggio gliene furono grati. Nessuno più prese la parola: anche il Ricciardi, per non parere testardo, ritirò il suo ordine del giorno. Il Presidente lesse il dispaccio telegrafico con cui Cialdini annunciava la caduta di Messina. Si votò. Prima di pubblicare il risultato, il Presidente comunicò che durante il voto due deputati avevano combinato un casino mettendo la palla nera nell’una bianca e la palla bianca nell’urna nera.
I due saltarono l’appuntamento con la storia. Tutti gli altri 292 deputati approvarono l’articolo unico della legge: Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Applausi.
(Foto: “Le cucitrici delle camicie rosse”. Odoardo Borrani, 1863)





