In questi giorni di festa per il 150° dell”Unità d”Italia, è giusto ricordare anche quegli uomini
-santi- che hanno contribuito a fare gli italiani. Un messaggio di speranza contro il federalismo egoista. Di Don Aniello Tortora
Alla storia sono passati Garibaldi, Cavour, re Vittorio Emanuele II, Mazzini, e le battaglie: Custoza, Solferino, Novara, le cinque giornate di Milano. Ma c’è un altro Risorgimento: quello dei santi. Mentre i politici tramavano, i soldati guerreggiavano e i giovani idealisti morivano, a Torino c’era qualcuno che, invece di fare l’Italia, pensava a fare gli italiani. C’erano i santi, appunto, che in mezzo alla tempesta della guerra, dell’odio e della discriminazione religiosa, si presero cura dei poveri, dei bambini di strada, delle prostitute, degli straccioni, dei carcerati, della vita quotidiana della gente qualunque che aveva il cruccio di non morir di fame. Migliaia di italiani abbandonati a se stessi dai potenti e dalla grande Storia. I santi volevano far risorgere gli italiani, prima che l’Italia. Hanno fatto l’Italia delle coscienze.
Giuseppe Benedetto Cottolengo ( Bra-Cuneo 1786-1842) A 41 anni “scopre” il suo sacerdozio e fonda un’opera “per soccorrere alcune di quelle persone che a norma dei regolamenti e delle leggi non possono essere accolte nei venerandi ospedali cittadini o perché mancanti di residenza o perché dismesse dagli stessi ospedali, in quanto affette da malattie croniche e incurabili: e che per le più svariate vicende rischiano di perire miseramente abbandonate. Nasce così la “Piccola casa” della Provvidenza, il Cottolengo. I malati diventarono i suoi “padroni”.
Leonardo Murialdo (Torino 1828-1900), il santo con i debiti. Per eccesso d’amore verso gli ultimi. Sceglie di fare il “prete di strada”. Alla carriera ecclesiastica preferisce la polvere delle strade di Torino, i suoi quartieri popolari, le baracche lungo il Po. Raccoglie bambini poveri, piccoli fuorilegge candidati al carcere minorile, altri abbandonati a se stessi, vagabondi. Molti lo seguono, sfuggendo alla disperazione della strada, della miseria della fame. Fonda la Congregazione di San Giuseppe, il falegname buono, esempio di come stare accanto ai ragazzi. Stampa il primo giornale per gli operai e partecipa a molteplici attività: dal mutuo soccorso, al comitato per il collocamento degli operai disoccupati. Si occupa del grande problema della tutela del lavoro minorile, esigendo che i ragazzi lavorino e siano pagati il giusto, possano andare a scuola e siano difesi con leggi appropriate.
Giovanni Bosco (Castelnuovo D’Asti 1815-1888) il santo dei giovani. All’epoca (1840) giovani e giovanissimi arrivano a Torino dalle aree povere del Piemonte, condannati nei loro paesi alla povertà, cercano lavoro in un luogo dove si sentono stranieri. Rischiano in ogni momento di scivolare verso il furto, la rapina: e la polizia li tiene d’occhio. L’8 dicembre 1841 Don Bosco incontra in una chiesa un giovane solo, povero, infreddolito, analfabeta . Quattro giorni dopo nasce l’opera di don Giovanni Bosco. Dedica tutta la sua vita perché i “suoi” ragazzi, sconfitti dalla vita, siano “vincitori”. Ancora oggi i Salesiani continuano la sua bellissima opera a servizio dei giovani, per farli diventare “buoni cristiani e onesti cittadini”, attraverso l’educazione che “è cosa del cuore”.
Giuseppe Cafasso (Castelnuovo D’Asti 1811-1860), il prete della forca, consolatore degli afflitti, quelli più difficili da consolare a quel tempo: carcerati e condannati a morte. Assiste soprattutto i carcerati. C’è di tutto nelle prigioni: i peggiori banditi e assassini. Ma anche poveracci che hanno rubato per fame, ragazzi abbandonati e disperati, vittime prima che colpevoli. Don Cafasso diventa il “buon pastore” di questi disperati e aiuta tutti a diventare più uomini.
In questi giorni di festa per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia mi è sembrato bello ricordare che tanti santi hanno contribuito a “fare gli italiani”. Con la speranza che anche noi, uomini e donne del 2011, avendo questi grandi esempi dell’800, possiamo dare il nostro contributo a “fare gli italiani” di oggi. Con i tempi di “secessione” e di “federalismo egoista” che corrono ce n’è davvero molto bisogno. Magari anche …di un santo del Sud!
(Fonte Raiuno: Flavio Insinna interpreta Don Bosco)






