“Il carcere nel tempo” è lo spazio dedicato al mondo della detenzione a partire dall”Unità d”Italia, ospitato dal museo criminologico della Capitale. Di Simona Carandente
Il legame tra carcere e scorrere del tempo è qualcosa di affascinante ed al contempo inspiegabile: in carcere non c’è tempo, le ore scorrono sempre uguali le une alle altre, la detenzione inframuraria toglie tempo alla libertà, che altro non è se non possibilità, inesorabile, di essere completamente padroni di se stessi.
In carcere il tempo è sempre uguale, ma il suo inesorabile scorrere può rappresentare un’occasione unica ed irripetibile di guardarsi dentro, di meditare sui propri sbagli, di prepararsi ad affrontare il mondo esterno con altri occhi.
Proprio in omaggio al tema del tempo, nel museo criminologico di Roma è stato allestito lo spazio “Il carcere nel tempo”, dedicato al mondo della detenzione a partire dall’Unità d’Italia, proprio nell’anno in cui ne ricorre il 150° anniversario. Attraverso scritti, regolamenti, libri si fa luce sull’evoluzione del carcere dal 1861 ad oggi, dando vita ad un percorso storico di enorme interesse storico e culturale.
Già nel 1861, difatti, il problema del sovraffollamento delle carceri era una priorità: in quell’anno il Regno di Italia, per la prima volta, presenta al Parlamento un progetto di legge per la costruzione di un carcere a Cagliari, dando vita contemporaneamente ad una imponente riforma, nell’ottica di una sanzione penale repressiva, volta addirittura alla rigenerazione morale dei condannati.
Qualche anno dopo, il Governo introdurrà l’abolizione dei cd. bagni penali, dalle cui ceneri nasceranno le colonie agricole, la prima sull’isola di Pianosa, le successive sulla terraferma, per sperimentare forme di detenzione assolutamente diverse ed in qualche modo innovative.
Mentre ad Aversa, nel 1876, si sperimentava il primo manicomio criminale (meglio noto come Ospedale Psichiatrico Giudiziario), sulle isole i condannati venivano impiegati fattivamente, attraverso la coltivazione delle terre, il disboscamento del suolo e tutte quelle opere, a carattere fisico-manuale, che utilizzavano la forza lavoro del recluso anziché condannarlo alla totale inattività. Solo nel 1891, e poi i primi anni del Novecento, si comincerà a parlare concretamente di riformare il sistema carcere ed il suo regolamento: per la prima volta, nel nostro Paese verranno affrontate tematiche di ampio respiro, come la soppressione dell’uso della catena al piede per i condannati alla pena dei lavori forzati, già prevista dallo stesso regolamento disciplinare.
Solo parecchi anni dopo, e precisamente nel 1975, si avrà l’importante emanazione della legge dell’Ordinamento Penitenziario, ancora oggi caposaldo di buona parte delle norme carcerarie, volte a disciplinare il complesso mondo della detenzione. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)






