LA SICUREZZA URBANA. CONFRONTO TRA MODELLI DIVERSI (1a PARTE)

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Le politiche di sicurezza urbana: dagli Stati Uniti, all’Europa, all’Italia. Di Amato Lamberti

La diffusione del sentimento di insicurezza appare spesso dovuta meno alla delittuosità e più alla diffusione delle incertezze e delle paure connesse al declino della protezione sociale e sindacale, alla precarizzazione e al degrado delle condizioni di lavoro e di vita. L’assenza di politiche e programmi adeguati ad un trattamento sociale di tali insicurezze e, nello stesso tempo, la straordinaria promozione delle risposte sicuritarie, hanno favorito l’idea secondo cui il sentimento di insicurezza sia provocato dalla criminalità diffusa e che dunque sia necessario un aumento e una maggiore severità dell’azione repressiva e penale.
"Meno sociale, più penale" è diventata la formula che ha ispirato gli interventi a catena nei Paesi occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti.

Il modello americano

Il contrasto all’insicurezza urbana ha avuto sviluppi diversi rispetto a quelli che si sono verificati in Europa.
Nonostante alcuni degli approcci più utilizzati nelle capitali europee siano originari del nuovo continente, in America il discorso sulla sicurezza ha assunto dei toni più drastici e polizieschi.
Gli Stati Uniti, in particolare, hanno risentito fortemente delle dinamiche prodotte dal discorso sul crimine e hanno avuto effetti visibili sulle strade di New York durante gli ultimi vent’anni.
Dopo la recessione dei primi anni ’90, infatti, il commercio di strada è aumentato drammaticamente, soprattutto sulle vie di Manhattan, sviluppando un’economia di strada molto strutturata e variegata.

I venditori di strada appartenevano a diverse etnie, con una prevalenza di afro-americani e caraibici nonché di coreani e cinesi.
Diversamente dalle categorie di commercio di strada legali come le vendite di alimentari, di oggetti di artigianato e di libri, questo nuovo commercio era considerato illegale.
È solo dopo l’elezione a sindaco, nel 1994, di Rudolph Giuliani e dei suoi capi di polizia William Bratton e Howard Safir, però, che fu dichiarata guerra al commercio di strada sia legale che illegale.
Giuliani, infatti, sostenne una politica di tolleranza zero nei confronti dei cosiddetti “crimini contro la qualità della vita”, dando alla polizia ampio margine di manovra per eliminare da New York mendicanti, ubriachi, lavavetri e venditori ambulanti.

Alla fine del 1996, Giuliani aveva proibito tutti i tipi di commercio di strada e la polizia, con l’appoggio del sindaco, iniziò ad infastidire anche i venditori legali come i librai.
L’amministrazione Giuliani giustificava questa politica in relazione alla cosiddetta ipotesi del vetro rotto sostenuta dai politologi Wilson e Kelling, ma invece di concentrarsi sui segni di disordine fisico, o su quelli di danneggiamento della proprietà ha spostato l’attenzione sugli indicatori umani di disordine sociale (finestre rotte umane) la cui presenza sulle strade della città dimostra una mancanza di attenzione da parte delle autorità, ed incita i residenti a commettere crimini.

L’amministrazione Giuliani, pertanto, come spiega Crawford “ha operato una ridefinizione della criminalità creando una nuova categoria di reato che accorpa insieme ad attività commerciali e imprenditoriali, i crimini minori di strada, come non pagare il biglietto della metro, nonché le strategie di sopravvivenza di coloro che elemosinano e dormono per strada”.
Questa durissima lotta era giustificata col fatto che questi crimini minori fossero in relazione di continuità con infrazioni più serie, per cui mendicanti e lavavetri sarebbero passati inevitabilmente ad un livello superiore di criminalità se lasciati indisturbati.

Si tratta di una strategia che si basa su un’azione rigida di controllo, dall’alto verso il basso, che muove dal presupposto fondamentale che la causa della criminalità sono i criminali stessi, per cui basta rimuovere i singoli soggetti fisicamente per eliminare l’insicurezza.
Il successo della politica di Giuliani è dovuta, secondo Tosi, al carattere costruito del fenomeno sicurezza, per cui essa diventa una rappresentazione del problema che anticipa la possibilità stessa di un’esperienza diretta, ed al fatto che si tratta di un fenomeno tipicamente urbano dato che tutti i comportamenti si svolgono in luoghi pubblici, anonimi e accessibili.
Nello specifico, si può notare come a New York, bersagli privilegiati delle paure urbane sono gli immigrati, prevalentemente maschi neri molti dei quali senza casa.

Essi incarnano tutte le ansie che attanagliano l’uomo metropolitano post moderno: diversità degli stili di vita, culture diverse, incomunicabilità. Non necessariamente gli extracomunitari devono essere presenti per diventare il nemico ideale in quanto è il loro solo essere “non cittadino” a farli diventare depositari dell’insicurezza.
Come sottolinea Margaret Crawford, nel suo saggio, la retorica urbana di Giuliani è una testimonianza del forte elemento di paura prodotto dalle trasformazioni economiche e demografiche che hanno avuto luogo durante i due decenni precedenti a New York.

La composizione etnica della città, infatti, è cambiata in questo ventennio sostanzialmente, passando da un numero prevalente di bianchi ad una prevalenza di neri, latino-americani e asiatici, per cui le minoranze erano, in realtà, la maggioranza della popolazione.
I dubbi sulla reale efficacia della politica della tolleranza zero sorgono, oggi, da più schieramenti politici.
Non solo i liberali del governo americano, infatti, ma anche i conservatori hanno dato un giudizio critico in merito, anche perché i dati mostrano come l’effettivo calo del tasso di criminalità che si è avuto in America, fosse antecedente all’introduzione del metodo Giuliani, e dovuto a una molteplicità di cause quali:

– Sostanziale mutamento della composizione demografica della
città.
– Rallentamento del consumo del crack.
– Introduzione di nuove leggi sul possesso delle armi
– Cambiamento della base occupazionale urbana.

La flessione generalizzata in tutti gli Stati Uniti dei crimini di sangue, in particolare degli omicidi, è resa evidente dal fatto che tutti hanno cercato di attribuirsene il merito.
Il governatore della California, ad esempio, ha sostenuto che la riduzione del tasso di criminalità nello Stato fosse dovuto proprio alla legge californiana “ tre colpi e sei fuori”, secondo la quale se si è condannati due volte per un reato anche minore, alla terza condanna si rischia l’ergastolo.
Il riferimento all’esperienza statunitense, non poteva essere tralasciato in quanto si tratta di un insieme di politiche di contrasto all’insicurezza che hanno avuto molto seguito e successo negli ultimi anni anche in Europa, anche se in versioni più soft.

I motivi di tanto clamore non risiedono tanto nell’effettivo contrasto alla criminalità, quanto nel fatto che si tratta di una politica populista capace di affascinare e convincere le masse con i suoi slogan a forte presa diretta.
Le persone, infatti, percepiscono intorno alle loro preoccupazioni un tasso più elevato di attenzione e ciò le porta a credere che i reati diminuiranno. È stato dimostrato, invece, come più che diminuire il crimine si dislochi in aree meno protette.

Ma se esiste una via americana alla risoluzione del fenomeno, esiste anche una via europea al contrasto dell’insicurezza. La esploreremo insieme mercoledì prossimo (1- continua)
(Fonte foto: Rete Internet)

CITTÀ AL SETACCIO

SANT”ANASTASIA 1861. UN FERRAGOSTO DI FUOCO

Tra rapine, attentati e vendette, l”estate 1861 a Sant”Anastasia fu particolarmente movimentata. Al centro di tutto, il brigante Vincenzo Barone. Di Carmine Cimmino

Con questo articolo, il prof. Cimmino ri-pubblica a puntate, in esclusiva per Il Mediano, una parte del suo libro sul brigantaggio scritto 12 anni fa. In particolare, i capitoli che riguardano le vicende di Vincenzo Barone, brigante dell’entroterra vesuviano e precisamente di Sant’Anastasia, cittadina che, pare, abbia completamente dimenticato questa figura, attorno alla quale giravano “combattenti” e manutengoli provenienti da famiglie anche agiate, nient’affatto rozzi e ignoranti ma capaci di leggere e scrivere. Anzi, alcuni di questi uomini legati al brigante Barone, tra il 1880 e il 1890, parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano.

Ringraziamo il prof. Cimmino per aver accolto questa proposta editoriale, che soddisfa le richieste dei lettori in cerca di copie del volume, impossibile da trovare perché andò esaurito già 12 anni fa. Possiamo, tuttavia, anticipare che è quasi giunta a conclusione la nuova edizione del libro sul Brigantaggio Vesuviano, arricchito di nuovi ed inediti documenti. A tempo debito vi informeremo su luogo e data di presentazione.
L.P.

Vincenzo Barone arroventò l’estate del 1861 a Sant’ Anastasia. L’8 luglio Antonio Coppola, "solerte ufficiale della G.N.", viene ucciso a fucilate sul Pendino di Madonna dell’Arco, mentre con il garzone Arcangelo Busiello va in calesse in direzione di Pollena. Interrogato dall’energico giudice supplente, Mattiantonio Giaccio, il garzone dichiara che i colpi sono venuti, in rapida successione, dalla siepe che separa dalla pubblica via il fondo di Giosuè Gifuni: mentre il "padrone" stramazzava colpito a morte, egli ha visto spuntare da dietro la siepe le teste di quattro o cinque briganti che si sporgevano a controllare, e ha perfino riconosciuto Barone, nipote dell’ucciso.

Il coraggioso garzone sa dalla voce pubblica , – e Angelamaria Pellegrino, moglie del Coppola, conferma -, che tra il Coppola e i Barone non correva buon sangue "per gelosia di mestiere di telajolo". Intanto Luigi Maione si reca nello spaccio di sale e tabacchi del fratello del morto e lo informa, a nome di Vincenzo Barone, che l’assassinio era stato un dolorosissimo errore, che c’era stata una confusione di calessi. Ucciso lo zio, Barone cerca di rinforzare il colore politico della sua azione. E punta le armi sugli uomini delle istituzioni. Il 25 luglio Mattiantonio Giaccio, supplente del giudice regio Mezzacapo, mentre si godeva il fresco della campagna, fu il bersaglio mancato di alcuni colpi di fucile sparati da una siepe di confine. Le indagini le condusse il Mezzacapo, con una strabiliante lentezza.

I vicini non fornirono alcun indizio. Non erano in casa a prendere il fresco, ma nelle vigne e negli orti, a faticare. Michele Maione, che anche nel soprannome, Mangiazitto, inalberava l’insegna di una prudenza assoluta, fu dipinto dall’autore del verbale in una ben tornita coppia di novenari come "dedito alla fatica campestre lontano dalla propria dimora". Nulla seppero dire il salassatore Domenico De Luca, il macellaio Domenico Paparo, il contadino Giovanni Esposito Frascone, il dottor Pietrantonio Maione, che fu interrogato a settembre inoltrato. Se si trovavano in casa, non avevano sentito gli spari, e se li avevano sentiti, non se ne erano preoccupati, poiché – spiegò la contadina Rosa Gifuni- " nel territorio si sentono continuamente fucilate che si tirano agli uccelli".

L’8 agosto uno sconosciuto contadino portò a un ricco “galantuomo“ di Sant’ Anastasia, Giacomo Liguori, del fu Antonio, una lettera: era di Vincenzo Barone, che chiedeva "un prestito" di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II e rapido saldo del debito. Il giorno dopo, all’alba, il Liguori caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli: teneva casa in via Scassacocchi. Ma, scampato ai briganti, incappò nella camorra dei traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero "forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba" e pretesero e ottennero 40 carlini," mentre già sarebbero stati troppi 12 carlini".

Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo "ebbe un moto di coraggio", che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta, ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente "si disposero in attitudine di voler offendere". La fiammata di coraggio si spense subito e Liguori tornò ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete, 20 carlini: ma "l’attrito" aveva riempito di clamori il vicolo; gridavano le donne, spaventate, non si sa se dai camorristi o dalle guardie di P.S. che accorrevano dai Tribunali. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato.

Il 15 agosto Salvatore Russo, bettoliere di Sant’ Anastasia, e la moglie Maria Notaro si godevano il fresco del tramonto seduti sulla porta di casa, che si apriva su un giardino ricco di viti e di meli, poco lontano dalla chiesa di Madonna dell’Arco. Discorrevano con Ferdinando De Simone, marito della loro figlia Cristina, la quale intanto passeggiava con un’amica lungo lo stradone, quando all’improvviso apparvero tra gli alberi due uomini armati di schioppo. Uno, facendosi avanti, apostrofò minaccioso Ferdinando: "Fesso, non ti muovere, a te jeva truvanne". Il giovane, pensando che fosse uno scherzo di cattivo gusto, si alzò dalla sedia e gridò :"Statti cojeto", mentre l’altro gli poggiava la bocca dello schioppo sull’anca sinistra. Ci fu un solo sparo: la palla, squarciata da parte a parte la coscia della vittima, andò a sfondare la porta.

Il De Simone riuscì ad alzarsi e a trascinarsi nella vicina casa di Rosa Migliaccio, mentre il suocero fuggiva verso un angolo remoto del giardino e dal lato opposto irrompeva un nugolo di briganti armati di schioppi. Costoro, trascinata dentro la Notaro, rimasta sola alla difesa dei suoi beni, le strapparono dalle orecchie i fioccagli d’oro a bottone, "che valevano 5 ducati", e tra sguaiate minacce di troncarle la testa, saccheggiarono la casa: “l’hanno fatta pulita pulita“. In seguito, al giudice che lo interrogava il bettoliere non negò di essere fuggito, ma giurò d’averlo fatto dopo che l’orda era già entrata in giardino, e non prima: era corso verso Sant’Anastasia a cercare aiuto, ma dopo pochi metri era stato costretto a nascondersi dietro le siepi, poiché gli era parso che "tutte le strade erano occupate da una moltitudine armata divisa in drappelli con gli schioppi impugnati tra le mani". La figlia era stata assai più coraggiosa del padre.

Proprio mentre Luigi Iacobelli, "impiegato dello stabilimento di Madonna dell’Arco", correndo verso la chiesa dava l’allarme gridando "Chiudetevi, vengono i Regi", ella aveva sentito lo sparo in direzione della sua casa. E sarebbe accorsa, se non l’avesse trattenuta il padre dell’amica, Biagio Nappo. Dopo un’ora si era sentito un altro colpo di fucile dalle parti di Guindazzi. La ragazza si era precipitata a casa, mentre già si prestavano i primi soccorsi al marito, che trasportato a Napoli, sarebbe morto in ospedale per dissanguamento.

Al giudice Mezzacapo la Notaro dichiarò che gli autori del misfatto erano i soldati sbandati e gli altri briganti "che si aggirano per questa campagna", che non aveva riconosciuto nessuno, poiché "la moltitudine della gente armata mi confuse e mi sbalordì talmente che fui quasi per perdere i sensi", che c’era "una dispiacenza" tra il genero e il luogotenente di Barone, Giovannangelo Sodano, “il quale era stato cambio militare del De Simone e pretendeva tuttora una resta per il premio stabilito all’oggetto”. Ma aggiunse subito, l’energica ostessa, che erano affari che riguardavano la giustizia e il padre e la "madrigna" del genero. Infine fece scrivere a verbale che la figlia e Ferdinando vivevano in casa sua, però in "istanze (sic) separate" e che "la di costoro abitazione non fu toccata, perché forse non veduta, e tutti gli oggetti rubati" appartenevano al marito e a lei.
(Foto: Quadro di Antonio Pitloo, "Il Vesuvio dai cantieri della Marinella")

LA STORIA MAGRA

DELEGARE ALLA BABY-SITTER FA VENIRE MENO LE RAGIONI DELL’AFFIDO DEI FIGLI

In caso di separazione, e se entrambi i genitori sono idonei a svolgere il loro ruolo, la “spunta” chi dedica più tempo ai figli e concede meno deleghe alla bab-ysitter.

Il caso
Il Tribunale di Trani pronunzia la cessazione degli effetti civili del matrimonio celebrato fra un uomo e una donna e affida i figli minori al padre.

La madre impugna la sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Bari, chiedendo per lei l’affidamento dei due figli. La Corte barese, con sentenza, affida alla donna i due bambini, fermo restando il giudizio per cui nessuno dei due genitori appariva inidoneo all’affidamento.
Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il padre.

Decisione
La ragione fondamentale, ricavabile dalla sentenza nel suo complesso, per cui la Corte barese affida i due minorenni alla madre, consiste nel fatto che ella, anche dopo la separazione, ha svolto effettivamente, nei limiti di tempo che le erano concessi dal regime di visita, il ruolo materno, tenendo con sè i figli ogni giorno, accudendoli e curandone i rapporti con l’ambiente esterno; per contro, il padre, per necessità o per qualsiasi altro motivo, ha avuto un ruolo meno incisivo, delegando a terzi (nonna, baby-sitter) molte funzioni che bambini di quella età attendono solitamente dalla madre.

Questa circostanza, basata su dati che la Corte di merito ritiene incontrovertibili (relazioni, ammissioni delle parti), concorre a determinare l’esigenza, manifestata dai due minori e specialmente dal più piccolo, di vivere con la madre. Pertanto, l’affidamento alla madre avviene nell’esclusivo interesse dei minori. Infatti, dopo avere motivato le ragioni dell’affidamento, il Giudice d’Appello afferma che non esistono elementi contrari, nei confronti della signora sotto il profilo della sua idoneità a svolgere il ruolo materno, realizzando forse la consapevolezza che i due figli avevano forte bisogno della sua presenza quotidiana.

In conclusione, la Corte di Bari perviene a tale decisione, pur ritenendo la sostanziale idoneità di entrambi i genitori a svolgere correttamente il proprio ruolo nei confronti dei figli, perché la madre accudiva i suoi figli senza delegare ad altri i suoi compiti.

La Cassazione, sez. I civile, con la sentenza 17-01-2003, n.648 ha voluto stabilire il principio che in caso di “parità” tra due genitori ad accudire i figli, ciò che fa la differenza è la vicinanza e il contatto diretto con i figli, per cui la delega alla baby-sitter della prole è rilevante ai fini della decisione sull’affidamento.

LA RUBRICA

MENTIRE É UN”ARTE MA LA CASTA CREDE CHE SIAMO CRETINI

Da questi giorni agitati vengono fuori poche certezze, tra queste la necessità di ridurre di almeno il 75% il numero dei parlamentari. Una misura che sarebbe compresa da tutti. Di Carmine CimminoConviene misurare il peso e il senso delle parole che indicano aspetti e personaggi dei momenti difficili: serve a capire meglio, e a distrarci. Nella rubrica “La parola della settimana“ (Io donna, 6 agosto 2011) Aldo Grasso tratta dell’ amaro destino del termine “speculatore“: “All’origine lo speculatore (dal lat. speculator, speculatoris) è una persona per bene che indaga, specula, certo, ma in senso filosofico, persegue cioè una forma di conoscenza. Poi, non si sa perché, lo speculatore finisce per diventare un tipo losco“, un “mercante“ senza scrupoli, ecc. ecc.

In realtà, già in latino la parola speculator emana un “cattivo odore“: prima di tutto, non ha nulla da spartire con la speculazione filosofica. Il termine indica genericamente colui che osserva, che inquadra le cose nello “specchio“ degli occhi e, si suppone, della mente. E poiché i Romani non sono esattamente dei pacifisti, speculator diventa l’esploratore che esamina il territorio nemico e controlla le vie d’accesso e i luoghi strategici, e, poi, soprattutto con Cesare, lo speculator è la spia. Cesare è il padre fondatore dello spionaggio militare (la Serenissima Repubblica di Venezia è la madre dello spionaggio “civile“). Dunque, fin dall’origine il termine porta in grembo il valore semantico dell’ osservatore ostile, che cerca di individuare il punto debole del nemico, per concentrare su quel punto tutta l’ energia dell’attacco.

Questa connotazione diventa a poco a poco dominante e aggancia la parola a un campo specifico, quello dell’economia. Gli economisti del sec.XVIII dimostrarono di essere profondi “speculatori“ quando previdero che le guerre combattute dai “capitalisti“ con l’arma del danaro sarebbero state molto più devastanti delle guerre combattute con fucili e cannoni. Una parola-chiave della storia sociale di questa drammatica crisi finanziaria è senza dubbio il verbo mentire. I numeri delle Borse squarciano cinicamente il tendone del circo, in cui abbiamo consentito che ci chiudessero, e strappano le maschere al corteo di menzogne bufale raggiri: che è roba del passato remoto, del passato prossimo, del presente, e perfino di oggi, perfino di queste ore: anche davanti alle rovine fresche, di giornata, di indici e listini certi politici e qualche giornalista continuano a raccontar frottole. In modo rozzo, maldestro.

E invece mentire è un’arte. Il verbo deriva da una nobile radice indoeuropea che ha generato il termine latino mens, la mente, e parole greche che significano ricordo e vigore dell’animo e del corpo: e, a parer mio, anche parole greche e latine connesse al concetto di misura. Tutti sappiamo dire bugie, solo pochi sanno mentire: non a caso il latino mentiri significa all’origine immaginare, inventare. Chi dice l’esatto contrario di ciò che pensa, deve persuadere gli ascoltatori: e non è facile: soprattutto se gli ascoltatori, toccati nel portafogli, nella serenità, nel diritto a progettare il presente e il futuro, sono, a dir poco, incazzati. Chi vuole mentire deve esser bravo a immaginare, a costruire, intorno alla sua menzogna, una storia che sia credibile, che abbia una struttura logica, “verosimile“. Non è facile tirar su l’edificio del mentire perfetto: bisogna possedere la misura delle parole e dei gesti.

I retori antichi dedicavano molte lezioni alle tecniche di modulazione della voce e all’arte della mimica: i discorsi politici e le arringhe di Demostene, di Iperide, di Cicerone, erano teatro di altissimo livello. Da questi giorni agitati viene fuori una certezza: è necessario ridurre di almeno il 75% il numero dei parlamentari. Costano troppo: in misura assoluta, e in misura relativa. Osservateli, se ne avete la forza, quando si trovano davanti ai microfoni. Già come alzano gli occhi al cielo, già come incrociano le braccia sul petto, o appoggiano il mento sul palmo della mano, prima ancora che aprano la bocca, li “scanagli“ (“scanagliare“ è una splendida parola napoletana), insomma li smascheri: questo ora mi prende per i fondelli.

C’è chi si piazza in faccia un sorriso amaro – di questi tempi, un onorevole sorride solo amaramente – c’è chi si mostra profondamente turbato – il tono del turbamento dipende dallo schieramento di appartenenza -, c’è chi scuote la testa e stringe le labbra: lo scotimento e lo stringimento sono segno di inquietudine, ma anche di una promessa: non preoccupatevi. Io sto qui. Non andrò né al mare né in Terra Santa. Rimango con voi. Per voi. E tu, senza essere Carl Lightman, l’esperto di comunicazione non verbale, protagonista della serie televisiva Lie to Me, indovini quello che passa veramente nella testa dell’onorevole: la rottura dei cabasisi, agosto a Roma – ma perché gli speculatori non speculano in autunno ?-, l’ umore nero della gente.

Quando l’onorevole pensa all’umore nero della gente, chiude gli occhi e serra le mascelle: chi sa perché. Solo l’on. Bossi è imprevedibile: merita un capitolo a parte. Merita un capitolo a parte la sconvolgente disputa che mira a stabilire se la BCE e la Germania hanno “commissariato“ il Governo, come ritengono le opposizioni, importanti imprenditori, economisti di chiara fama e anche giornalisti non “comunisti“, o l’on. Bersani, come scrivono i giornali vicini, diciamo così, al Governo. C’è nella casta qualcuno che crede che gli italiani siano cretini? Non so: ma il sospetto che qualcuno ci sia mi morde fastidiosamente.

La parola cretino nasce nella Francia meridionale da una storpiatura di “cristiano“: il cretino è, all’origine, “un povero cristo“. Con rispetto parlando. Scemo viene dal tardolatino semus, e dunque dal prefisso semi– , che l’italiano ha ereditato, e che indica la metà di qualcosa. Scemo è uno che ha solo la metà del cervello: l’espressione napoletana “miezo scemo” non indica uno scemo attenuato, uno non del tutto scemo: al contrario si applica allo scemo intero, che in quanto tale è un uomo a metà. O un quarto di uomo. Imbecille è l’uomo debole, prima nel corpo, e poi, per trasferimento di immagine, anche e soprattutto nel cervello.

9) Qual è l’etimologia della dotta parola? La parte più sostanziosa è baculum, il bastone. Rimane incerto il valore dell’ in. Alcuni intendono uomo debole, e perciò costretto a usare il bastone (in baculo), altri uomo debole, senza sostegno (sine baculo). Questa discordia tra gli studiosi non è cosa da poco. Se do dell’imbecille a qualcuno, devo sapere se quell’ imbecille il bastone ce l’ha o non ce l’ha.

Alla prossima. Parleremo dello schiaffo.
(Foto: Quadro di James Ensor, "Le strane maschere", 1892)

LA RUBRICA

L’ARTE AL TEMPO DEI “BARBARI”. QUANDO BENEVENTO ERA CAPITALE

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Con l”avvento dei “barbari” l”arte romana si fonde con quella delle popolazioni nordeuropee; i longobardi, penetrati nella penisola italiana, fanno di Benevento la splendida capitale del Sud.

Quando si sente parlare di “invasioni barbariche” vengono generalmente in mente orde inferocite di vichinghi assetati di sangue. In verità solo parte di quelle “invasioni”, che dal I secolo d.C. si succedettero l’una dopo l’altra per più di mille anni, furono caratterizzate da violenze e saccheggi. Gran parte delle popolazioni nomadi (non solo nordiche) che si insediarono nei territori dell’Impero lo fecero pacificamente e gradualmente. Per queste civiltà l’espansione dell’Impero Persiano costituiva una minaccia costante. Roma, con le sue ricchezze, i suoi palazzi e le sue infrastrutture, rappresentava per questi popoli in cerca di fortuna una terra prospera e ospitale.

Da tempo la politica imperiale si era occupata di questo “problema” con accortezza, cercando sempre le soluzioni più efficaci per una tollerante convivenza. Non a caso nel 212 d.C. Caracalla promulgò la Costitutio Antoniniana, un editto che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero, compresi quelli delle province più lontane. Questa “romanizzazione” dei popoli barbarici non fu che la conseguenza di un processo già da tempo in atto. Da molti anni infatti le popolazioni straniere erano entrate in contatto con la cultura romana e avevano adeguato i loro usi e costumi a quelli più “civili” dei romani. Il termine “barbaro”, letteralmente “balbuziente”, era utilizzato dai greci, e dai romani, per indicare coloro che non parlavano e non si comportavano secondo le norme della civiltà greco-romana, da cui il sinonimo “incivile”.

L’espressione fu quindi estesa a tutti i popoli “stranieri” sia europei che mediterranei. Tuttavia, come si è visto, nel corso del tempo, queste civiltà si fusero con quella romana a tal punto che la salita al potere di alcuni imperatori come Teodosio o addirittura Odoacre, entrambi provenienti dalle regioni più lontane dell’Impero, non suscitarono particolari reazioni né a Roma né in altri centri della penisola italiana, che ancora costituiva il centro del potere imperiale occidentale. Anche nel campo dell’arte la “contaminazione” fu evidente.

Le popolazioni che avevano occupato parte dei territori dell’Impero, ancora strettamente legate ad un’economia di sussistenza basata sulla caccia, erano per lo più nomadi. Di conseguenza esse si erano specializzate nella produzione di manufatti artistici facilmente trasportabili, sviluppando soprattutto forme d’arte come l’oreficeria e la scultura lignea. Pittura e scultura monumentale erano ovviamente poco praticate. Si trattava di un’arte dominata da figure zoomorfe e antropomorfe che subì profondamente, nei primi secoli d.C., le influenze dell’arte romana tardo-antica. Quest’ultima, viceversa, prese a modello l’arte “provinciale” abbandonando il naturalismo classico a favore di forme più elementari, personaggi gerarchicamente proporzionati e una prospettiva “ribaltata”, che allineava cioè le figure e gli elementi architettonici su un unico piano, limitando drasticamente gli effetti di tridimensionalità che l’arte classica aveva conquistato nel corso dei secoli.

Quando nella seconda metà del VI secolo d.C. Alboino, re dei longobardi, conquista l’Italia, l’arte romana era già dunque profondamente cambiata. All’avanzata longobarda si opposero con forza Roma e i territori pontifici (che si estendevano dal Lazio alla Romagna) e le città campane di Napoli, Amalfi e Paestum che riuscirono a preservare a lungo la loro indipendenza. Il regno dei longobardi si spaccò così in due: da una parte i territori del Nord, la “Longobardia Maior”, con capitale Pavia; dall’altra i territori del Sud, la “Longobardia Minor”, con capitale Benevento. Qui l’arte longobarda, fortemente “romanizzata” e “cristianizzata”, trova le sue espressioni più alte.

Nella città sannita si sviluppò difatti una vera e propria scuola di pittura e di miniatura che seppe fondere, secondo il gusto longobardo, elementi della tradizione romana con elementi della tradizione bizantina, anch’essa diffusissima nell’Europa del tempo. Esempio di questa straordinaria apertura culturale è la Chiesa di Santa Sofia a Benevento (foto), caratterizzata da una complessa struttura “a stella”. Un giro di colonne classiche, al centro, ne amplifica il dinamismo architettonico e ne fa un capolavoro dell’architettura longobarda in Italia.

Il ciclo di affreschi al suo interno è inoltre l’opera più importante della pittura beneventana di quegli anni; “segno”, scrive Stefano Zuffi, “dell’apertura dei ducati longobardi a un dialettico rapporto con differenti modelli culturali, e non semplicemente di rifiuto, come in passato si è spesso ritenuto”. A ben guardare, dunque, quelli che ancora oggi ci ostiniamo a chiamare “barbari” non furono popoli invasori e “incivili” ma uomini che contribuirono a forgiare la storia del nostro Paese.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

IL DISAGIO E LA CRIMINALITÁ MINORILE A NAPOLI (3a PARTE)

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A Napoli non sarà possibile alcuna operazione reale di bonifica sociale fino a quando non si spezzerà la cultura dell”illegalità così diffusa in tante persone. Di Amato Lamberti

Risocializzare le fasce sociali che costituiscono la “seconda società” a Napoli, è l’obiettivo prioritario per motivare le persone nei confronti della legalità. Nell’appuntamento della scorsa settimana abbiamo puntualizzato che occorrono impegnativi interventi di bonifica sociale su tutta la popolazione, ma soprattutto sulle giovani generazioni, specie su quelle ancora in formazione.
La scuola, come ho già detto in altre occasioni, doveva essere caricata di questo compito, dopo però essere stata adeguatamente attrezzata ad affrontarlo.
Anche qui c’è una osservazione da fare: a Napoli ci sono tassi di evasione scolastica totale che sono altissimi e vergognosi, di cui sono responsabili le autorità scolastiche e quelle comunali.

È una situazione che in qualsiasi altro paese al mondo – compresi quelli del terzo e quarto mondo – sarebbe giudicata insopportabile e avrebbe già provocato risposte forti ed interventi adeguati anche per costringere i bambini ad andare a scuola e le famiglie a mandarceli.
Ma c’è anche il dato dell’evasione parziale dell’obbligo scolastico, dell’abbandono precoce, della mortalità elevate che fa sì che tanti bambini abbiano esperienze troppo brevi di scuola e di scolarizzazione.

Quest’esperienza, che comunque molti bambini hanno, non produce mai cambiamenti nella mentalità e nella cultura. Il bambino può anche apprendere molte cose e fare esperienze del tutto nuove: la sua cultura di riferimento, i suoi orientamenti di valore, gli schemi di comportamento, i modelli di azione sociale restano quelli del gruppo sociale al quale appartiene. Questo significa che la scuola non riesce ad essere un’agenzia di socializzazione quale dovrebbe essere (nel senso che è questa la sua funzione, soprattutto per quanto riguarda la scuola dell’obbligo).

Molti operatori della scuola sembrano ancora oggi non rendersi conto del fatto che la scuola dell’obbligo ha innanzitutto compiti e funzioni di socializzazione. Vale a dire: deve assicurare l’acquisizione e l’interiorizzazione di modelli di comportamento, stili di vita, orientamenti di valore, strutture cognitive adeguate alle esigenze di una società moderna e democratica. Compito principale della scuola è assicurare la diffusione nella società di modelli di agire sociale fondati sul rispetto consapevole delle norme e delle regole a cominciare dal rifiuto della forza fisica per finire al rispetto delle idee e delle opinioni degli altri.

Per le fasce marginali della popolazione non solo andava fatto uno sforzo enorme, in termini di strutture, di mezzi e di personale, ma andava sicuramente progettata un’altra scuola, visto che bisognava fronteggiare una famiglia e un contesto ambientale disturbante e disgregante. Anche questa non è una proposta nuova: già agli inizi del ‘900 molti studiosi antropologi e sociologi criminali sostenevano la tesi che lo Stato avrebbe fatto meglio a spendere i soldi pubblici per mandare a scuola i ragazzi, piuttosto che per mantenerli da adulti in galera.
Certamente per i ragazzi della seconda società non basta la scuola. Bisogna rompere circuiti normali (che però nella situazione specifica assumono carattere perverso) come quelli del passaggio del mestiere dal padre al figlio, o il lavoro di orientamento operato dal gruppo dei pari e, soprattutto eliminare il maggior numero di opportunità illegittime.

Lavoro certamente non facile, che richiede probabilmente uno sforzo straordinario, una sorta di nuova legge per il risanamento di Napoli, ma questa volta non a carattere urbanistico ma culturale. Questo sforzo va però fatto prima che la disgregazione divenga incontrollabile se non a prezzi ancora più elevati. Oltre a questi progetti – a mio avviso ormai indifferibili – resta comunque una situazione che è quella esistente, dove sulla scuola si carica comunque il problema di far fronte alle nuove esigenze di socializzazione e di orientamento che provengono da tutti gli strati sociali, dai ceti medi e dai proletari e sottoproletari (della prima società).

La presenza di questa seconda società, caratterizzata da alti tassi di illegalità, non è senza conseguenze nell’assetto sociale complessivo della città. Basti vedere come siano ormai diffusi modelli di comportamento intrisi ed intessuti di violenza, di prevaricazione di non rispetto delle regole, di non rispetto degli altri, per capire quali disturbi nel corpo della società provochi questa presenza di costumi ed attività malavitose ed illegali.
A questa diffusione di comportamenti e stati di vita devianti deve far fronte la scuola, utilizzando a pieno le possibilità che le vengono offerte (e penso alla Legge 39, all’uso del giornale in classe) ma anche rivendicando una centralità fino ad ora misconosciuta insieme con mezzi, strutture, strumenti adeguati, -anche finanziariamente- ai compiti che è chiamata a svolgere, ai problemi da affrontare e risolvere.

Non dimentichiamo che la scuola significa stato, istituzioni: e lo Stato non può essere latitante di fronte ai problemi di crescita e sviluppo della società a meno da non voler continuare ad assistere imperterrito al degrado di ogni forma di convivenza sociale e civile (3- Fine).
(Fonte foto: Rete Internet)

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L’ODIO E IL RISENTIMENTO DEI BRIGANTI “SOPRAVVISSUTI”

Usciti dal carcere, i briganti provarono ad inserirsi nel sistema sociale, ma tanti di loro, vesuviani e nolani, sperimentarono quanto fosse violento il nuovo Stato. E risposero all”odio con l”odio. Di Carmine Cimmino

La banda di Antonio Cozzolino Pilone venne dissolta da soldati e carabinieri nella battaglia notturna in mezzo ai castagni della Masseria Garofalo tra il 28 e il 29 febbraio del 1863. Pilone, sua moglie, i suoi figli, e una decina di compagni scampati alla morte e all’arresto raggiunsero lo Stato Pontificio. Nel novembre del ’64 due fedelissimi di Pilone, Biagio Panariello Numinammini e Salvatore Lombardi Zoccolaro, furono scovati nella campagna di Torre del Greco da due spie. Si mossero a braccarli, sotto la guida di Michele Cancello che seguiva le tracce, Tommaso Cirillo, capitano della G.N. di Trecase e Giuseppe Petrillo, delegato di P.S.

Sotto gli scrosci di una pioggia torrenziale i militi, vestiti da cacciatori, scovarono i due in una "casella" sotto i Camaldoli di Torre e li accerchiarono. Se ne accorsero Numinammini e lo Zoccolaro, e balzarono fuori da una finestra posteriore, che si apriva su un gigantesco nodo di lave antiche. Qui stava alla posta il solo Cirillo e contro di lui si avventò Numinammini, gridando con voce terribile: "non ti muovere, anima fottuta", e intanto infilava la mano nella tasca del panciotto, come per cavarne un’arma. Il Cirillo gli scaricò addosso il fucile e l’uomo crollò, ferito, nella fenditura della roccia, che "come belva…stava sormontando". Lo tirarono su con una corda, mentre lo Zoccolaro s’arrendeva senza combattere.

I militi li perquisirono con cura e non trovarono nemmeno un coltellino. Nella caserma di Torre Annunziata lo Zoccolaro raccontò la storia sua e del suo amico, – che i medici intanto cercavano di rimettere in piedi per l’interrogatorio – come un miscuglio di ricordi sbiaditi, il cui senso ultimo sfuggiva ormai anche a lui. Parlò prima di tutto dei signori e dei preti che venivano a ossequiare Pilone da Napoli Resina Portici Torre Ottajano Boscoreale e Boscotrecase: non ne aveva riconosciuto nessuno, perchè il capo parlava con loro "a molta lontananza". Parlò di Matteo Laville, “galantuomo“ di Torre Annunziata, che due volte alla settimana mandava un suo colono con i rifornimenti di pane, vino e formaggio; ignorava che proprio quel colono, quasi sicuramente per ordine del Laville, aveva riferito ai soldati che i briganti erano accampati nella Masseria Garofalo.

Da qui lo Zoccolaro e Numinammini erano fuggiti a Terracina su una barca da pesca e con una spesa di 60 ducati. L’ispettore di polizia di Terracina li aveva mandati a Roma, e da Roma erano stati spediti a Velletri, a lavorare alla costruzione della ferrovia e a consumare gli ultimi ducati della "porzione del ricatto del marchese Avitabile". Erano ripartiti da Anzio alla fine di settembre, su una grossa barca che trasportava carboni, con due ottajanesi, Giovanni Pagano e Crescenzo "Loffa" ed erano sbarcati alla Marina di Napoli, vicino al mercato del pesce.

Si erano subito inselvati nei boschi del Somma, dopo essersi liberati dei pochi baiocchi pontifici che avevano in tasca, e di vallone in vallone erano giunti nei castagneti di Ottajano: qui Pagano e il Loffa si erano separati da loro. Lo Zoccolaro e Numinammini avevano vagato per qualche giorno da un paese all’altro – i paesi che fino a qualche mese prima erano atterriti dal nome stesso di Pilone – ora a piedi, ora sui "traini" . Una notte avevano bussato alla porta di un amico, Luca Mosco, sulla strada delle Grazie poco fuori Torre Annunziata. Una donna, da dietro la porta chiusa, aveva domandato chi fossero."Sono Biaso" aveva risposto Numinammini. "Che vuoi?" "C’è tuo marito?" "Sta in carcere" "E il Craparo, dove sta?" "È morto". "E le armi?" "Le hanno già prese i vostri compagni".

I due erano andati a nascondersi nella "casella" ai Camaldoli. Da qui Biagio si era allontanato una sola volta, per scendere a Torre del Greco e giocare "un biglietto a un posto di lotto". Il biglietto fu trovato dalla polizia nella "borsetta del brigante insieme a 5 medaglie con teste di santi, tre scapolari, le immaginette di San Silvano San Cataldo San Leone e della Vergine sine tabe concepta, una preghiera in italiano" e 25 capsule fulminanti per pistola. Lo Zoccolaro consegnò un passaporto, una carta di soggiorno a Roma, un astuccio di latta in cui conservava il testo di una preghiera in latino che Pilone aveva dato, a Roma, "a ciascuno della residuale banda assicurandoli che sarebbero immuni dall’essere feriti".

E lo Zoccolaro era stato preso, ma non ferito. Usciti dal carcere, Panariello e Lombardi cercarono di inserirsi nel sistema sociale. Panariello si dedicò al commercio del vino, e gli accadde di violare ancora la legge, ma in misura veniale. Lombardi si trasferì a Ottajano e lavorò come guardaboschi. Giovanni Pagano aprì una panetteria. Qualcuno si diede al contrabbando, e tornò in carcere. In carcere tornarono quasi tutti i “soldati“ dei La Gala e dei Gravina, che, dopo la fine della storia dei briganti, non seppero e non vollero rientrare negli spazi della legalità. Nei quali si sistemarono agevolmente i seguaci, “combattenti“ e manutengoli, di Vincenzo Barone: molti di essi provenivano da famiglie di contadini proprietari e di agiati artigiani, e sapevano leggere e scrivere.

Alcuni dei manutengoli più noti di Barone tra il 1880 e il 1890 parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano. Scrissi un libro sul brigantaggio vesuviano, su Barone e Pilone, dodici anni fa. A Pilone ha dedicato un bel libro Gabriele Scarpa; pare, invece, che Sant’ Anastasia si sia dimenticata di Barone. Ma, finito il trambusto per i 150 anni dell’Unità, racconteremo le storie dei “sopravvissuti“, dei briganti vesuviani e “nolani“, che usciti dal carcere tra il 1870 e il 1880, sperimentarono quanto fosse “legalmente“ violento il nuovo Stato, che li aveva sconfitti e li aveva chiusi in carcere, e quanto fosse difficile trovare posto in una società che era spietata con i deboli. Molti dei “sopravvissuti“ vennero dall’istinto indotti a rispondere all’odio con l’odio.

Questo flusso di risentimento, di rancore feroce, di invidia e di paura ha orientato la storia di individui, di famiglie, di importanti comunità e ha “ispirato“ strategie, regole e comportamenti della delinquenza organizzata nel Vesuviano, nel Nolano, nel Vallo di Lauro. Dagli ultimi anni dell’’800 alla fine della seconda guerra mondiale. L’incendio scatenato dai briganti del Vesuvio e della Campania Felice non è ancora spento.
(Foto: Quadro di Rubens Santoro, Case rustiche, 1884)

LA RUBRICA

TRE GENERAZIONI DI FANS PER IL CONCERTO DI DE GREGORI A MONTESARCHIO

Tanto pubblico per il concerto che si è tenuto il 2 agosto scorso a Montesarchio, provincia di Benevento. Generazioni diverse per un cantautore che ha fatto la storia della musica italiana.

Quarant’anni di musica non possono che portarsi dietro tanti ricordi. Così il concerto del cantautore Francesco De Gragori, nell’ambito della rassegna “Musica nei Borghi”, ha visto la partecipazione di giovani e meno giovani arrivati da Napoli, Benevento e da tutto il Sannio, oltre che da Montesarchio stessa. Francesco De Gregori "Il Principe", dopo le tante date del "Work in Progress" assieme a Dalla, ritorna in concerto da solo a riproporre i brani della sua carriera.
Quasi due ore di musica, in cui De Gregori ha suonato tanti successi e brani dell’ultimo disco: «Vai in Africa Celestino!», «Niente da capire», «La storia siamo noi», «Bell’amore», «Buona notte fiorellino», «Generale».

Un boato di voci esplose in coro per cantare «La prima classe costa mille lire…» (Titanic), e tante mani alzate per «Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno giuro che lo farò…» (La donna cannone), tante fiammelle per «Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole mentre il mondo sta girando senza fretta» (Alice).
De Gregori ha presentato alcuni brani dell’ultimo lavoro discografico «Per brevità chiamato artista» del 2008, titolo giocato sulla dicitura riportata nei contratti discografici. Il brano che dà il titolo al disco è un valzer lento che presenta riferimenti al cantautore canadese Leonard Cohen.

«L’angelo di Lyon» cover di The Angel of Lyon del cantautore americano Tom Russell (scritto insieme a Steve Young, e da Russell inciso nel 1992 nel suo album Switchblades of love), tradotta in maniera fedele all’originale dal fratello Luigi Grechi nel 1999.
«Finestre rotte», un rock blues ritmato, dai toni vagamente profetici, un amaro ritratto di un attualità fatta di disordine.
Nota negativa della serata sono stati i «posti riservati a sorpresa»: l’intero spazio davanti al palco era occupato per circa 200mq da posti a sedere riservati. Solo a concerto iniziato (e inoltrato) l’organizzazione ha permesso al tanto pubblico, non solo giovanissimo, che era arrivato anche con ore di anticipo, di prender posto.

De Gregori sarà a Napoli con il suo spettacolo il 15 ottobre, Casa della Musica.

DANNI FISICI. NON C’É RISARCIMENTO SE NON C’É INTENZIONALITÁ

Una “testata” data durante una partita di calcio tra minori, senza intenzionalità, non espone, chi è preposto alla loro sorveglianza, all’obbligo del risarcimento dei danni.

Il caso
Il Tribunale di Roma condannava l’associazione ACSI a pagare ai coniugi R.M. e F.A. , la somma di Euro 25847,86, perché durante una partita di calcio organizzata dall’associazione ACSI, il loro figlio minore, in uno scontro con altro minore partecipante alla partita, riportava un trauma facciale a seguito di una “testata”.
La Corte di appello di Roma,invece, riteneva che non poteva esservi alcuna responsabilità a carico dell’associazione ACSI, perché non c’era stata intenzionalità nel dare la “testata”.
Avverso questa decisione della Corte di appello di Roma hanno proposto ricorso per cassazione i genitori del minore.

La decisione
I genitori sostengono che l’associazione ACSI , nel far partecipare i ragazzini al torneo, aveva assunto un obbligo di vigilanza sugli stessi e che era mancata un’attività di controllo sui ragazzi, non avendoli ammoniti a tenere un comportamento leale durante la gara
La Cassazione ha specificato, in proposito, che qualora siano derivate lesioni personali ad un partecipante all’attività sportiva a seguito di un fatto posto in essere da un altro partecipante, il criterio per individuare in quali ipotesi il comportamento che ha provocato il danno sia esente da responsabilità civile sta nello stretto collegamento funzionale tra gioco ed evento lesivo.

In altri termini, la responsabilità sussiste se l’atto sia stato compiuto allo scopo di ledere, anche se lo stesso non integra una violazione delle regole dell’attività svolta; la responsabilità non sussiste, invece, se le lesioni siano la conseguenza di un atto posto in essere senza la volontà di ledere e senza la violazione delle regole dell’attività. In pratica la responsabilità sussiste tutte le volte che venga impiegato un grado di violenza o irruenza incompatibile con le caratteristiche dello sport praticato, ovvero col contesto ambientale nel quale l’attività sportiva si svolge in concreto, o con la qualità delle persone che vi partecipano (Cass. 08/08/2002, n. 12012; Cass. 22/10/2004, n. 20597).

Nel caso prospettato, il giudice, senza discostarsi da detti principi, ha tenuto conto che si trattava di una partita di calcio tra giovanissimi giocatori; che lo scontro è avvenuto nell’ambito del gioco ed era a questo collegato; che non vi era volontà di ledere, che tutti i giocatori erano dilettanti; che, tenuto conto di tutte le circostanze, il grado di irruenza dello scontro era compatibile con le caratteristiche di una partita di calcio.

Con la sentenza del 30.03.2011 n° 7247, la Cassazione civile afferma il principio secondo il quale in una gara sportiva tra minori o tra professionisti, ciò che rileva ai fini dell’illecito e quindi del risarcimento del danno, è la “intenzionalità” dell’atto che provoca il danno.

LA RUBRICA

CRONACHE DEL VINO VESUVIANO

Nemmeno nel secolo dei lumi la viticoltura e le tecniche di produzione del vino vesuviano divennero dei sistemi razionali, idonei all” “immegliamento” del prodotto. Di Carmine CimminoNel 1776 scrisse G.B.M. Jannucci che i signori napoletani consideravano "ignobile" un pranzo in cui non si servissero vini e liquori stranieri:

Godono costoro più di essere ingannati con bere gli esteri per lo più misturati o pure falsati, e adattati quelli del Regno al sapore degli stranieri che di tranguriare i puri e delicati vini paesani, perché quali sono tali si appellano. So ben’io che un tal Pompilio, tenendo seco uno straniero versato nella fabbrica dei vini e mescolanza delle uve, nella stagione propria della vendemmia portavasi in Ottajano a comporre i vini a guisa degli stranieri e per tali li faceva vendere al pubblico. E pure dei vini di tal luogo sinceramente dir si può per la di loro robustezza, vigore e calore quel che scrisse Redi nel suo ditirambo: il sangue che lacrima il Vesuvio.

Luigi de’ Medici, che possedeva i vigneti del Mauro e di Terzigno, teneva nella cantina della casa napoletana solo vini stranieri. Nel 1830 gli esecutori testamentari vi trovarono "48 bottiglie di Porto, 150 di Stella, 282 di Madera, 30 di Bordeaux, 17 di Sauternes, 41 del Reno di prima qualità, 19 di seconda qualità, 50 di Setubal, 4 di Costanza, 2 di Tokay, 13 di Alicante, 20 di Buneles, 12 d’Ungheria, 50 di Hermitage, 5 di Nizza, 10 di Xeres, 12 di Aleatico, 45 di champagne, ma di seconda qualità.".

Nel 1887 Ruggero Arcuri tenne ai viticultori vesuviani un severo discorso sulla “mostruosa consociazione“ a cui essi costringevano la vite e le colture erbacee. Egli riconobbe che la pratica era imposta dall’ eccessivo frazionamento dei fondi, divisi “in piccole particelle… in poderetti che si danno in affitto a coloni ignoranti, lasciando loro ampia libertà di coltivare ciò che vogliono e come vogliono.”. Costoro, “preferendo la molteplicità di prodotti mediocri , ma di sicura rendita al massimo prodotto di una coltura sola, esposta alle minacce dell’atmosfera e degli insetti“, seminavano in autunno, tra le viti, trifoglio, lupini, favette, che sovesciavano a marzo, per seminare sul sovescio fagioli, pomodori ed altri legumi estivi; e “per sostenere la produzione delle piante legnose, e delle erbacee, spargevano per ogni ettaro da 70 a 80 ql. di concime.di stalla, o di spazzatura di strada raccattata in città.”.

Non c’era dunque da stupirsi se i vini riuscivano poveri di forza alcolica, di colore sbiadito, di gusto spiacevole, “alletamato“, e “incapaci di conservarsi fuori che in profondissimo grotte“. Se si voleva mantenere la consociazione, era necessario – spiegò Arcuri – almeno dividere le viti dalle piante legnose, sfoltire gli ammassi di verzura dei pioppi, aprire il passaggio al sole che si fa vino. Era necessario eliminare le colture erbacee estive: sarebbe stato facile provare che le colture del pomodoro piriforme e del fagiolo nano erano perdenti e che i coloni le praticavano solo per cavar profitto dell’opera delle donne e dei figlioletti, e perchè i fagioli costituiscono la minestra quotidiana e i pomodori il companatico della loro parca mensa per parecchi mesi estivi.

Egli ebbe il coraggio di dire che due erano le cause della disastrosa condizione della viticoltura vesuviana: l’ignoranza e l’egoismo: che poi, a ben vedere, sono la stessa cosa. Il discorso di Arcuri fu pubblicato, a dicembre, sulla rivista “L’ Agricoltura Meridionale“. Nello stesso numero il dott. G. Imperato difese l’abitudine dei contadini vesuviani di trasportare le botti nuove in riva al mare, di riempirle di acqua salata e di svuotarle solo dopo alcuni giorni: credevano che questa pratica producesse un forte stringimento ed una esatta connessione fra le doghe, in maniera che si perde molto meno vino. Molti, poi, facevano bollire nell’acqua con cui avrebbero lavato le botti delle erbe aromatiche, o anche foglie di pesco, il cui profumo si trasmetteva al legno, e da questo al vino, che l’Imperato giudicava buonissimo: e tuttavia, egli non se la sentiva di incoraggiare la pratica, sembrandogli necessario che il vino conservasse prima di tutto l’aroma di vino.

Antico era l’uso di vendere il vino, non appena avesse acquistato una certa limpidezza: perciò non si praticava, ai piedi del Vesuvio, il travasamento, se non in quei pochi poderi il cui vino era destinato ad essere conservato per due o più anni: e questo era travasato una sola volta, al tempo che coincide con l’ultimo quarto di luna del mese di gennaio. Il dott. Imperato confessò di ignorare da dove nascesse la scelta di questo tempo, che gli sembrava poco intelligente: lui consigliava di anticipare alquanto l’operazione, di ripeterla fino a primavera, di scegliere un tempo possibilmente secco e, soprattutto, di lasciare in santa pace la luna, la quale non pare si pigli molta briga di certi minimi fatti di questo mondo.

Il purista Imperato, a cui profumare il vino con foglie di pesco appariva poco corretto, si dichiarò invece favorevole alla chiarificazione artificiale del vino con l’albume d’uovo, con la gelatina e con la colla di pesce: solo con queste sostanze potevano essere eliminati “i più evidenti difetti di molti vini vesuviani: la scarsa limpidezza, l’asprezza accentuata e l’eccessiva intensità del colore“. Era diffuso, tra l’altro, il sospetto che quando il vino veniva attaccato dall’acescenza o da altre malattie, l’amaro, il secco, il legname, i contadini vesuviani non cercassero di eliminare le cause prime del fenomeno, ma, sicuri di vendere il prodotto, ‘ancorché difettoso’, si limitassero a mascherare i guasti del sapore mescolando vino mosto al vino malato.

E così una terra, che, favorita dal sorriso perenne della natura, avrebbe potuto produrre vino da pasto "eccellentissimo", dilapidava i suoi tesori e si esponeva all’ingiurioso sarcasmo di qualche viticultore francese. Ma il dott. Imperato era certo che, cessate per il nostro Paese le tristi vicende politiche, che l’afflissero per una serie lunghissima di anni, e col sussidio della potentissima leva dell’istruzione, Napoli e le terre vesuviane avrebbero conquistato, anche nella produzione del vino, un posto di altissimo rango. Nonostante tutto, nel 1887, sui banchi di “rivendita“ dell’Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam il “rosso“ più caro fu il Lacrima: una confezione di 12 bottiglie costava 20 fiorini, mentre 12 bottiglie di Capri, di Vesuvio, di Pompei, del Chianti e dell’ “Isola d’Elba “ di Claris Appiani, del “Castelli Romani“ dei fratelli Jacobini di Genzano si compravano a 15 fiorini, e a 7 fiorini la confezione del Valpolicella.

Tra i bianchi, si spendevano 18 fiorini per 12 bottiglie di Malvasia di Lipari e di Corvo del Duca di Salaparuta, e 15 fiorini per 12 bottiglie di Capri, di Ischia, di Moscato di Calabria e del Greco Gerace dell’ azienda Giacobini di Altomonte.
(Foto: Quadro di Eugenio Viti, Le trappole del vino)

L’OFFICINA DEI SENSI