L’ITALIA DICE NO AL BURQA

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Compiuto il primo passo verso il formale divieto di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, che coprono per intero il corpo o buona parte di esso, lasciando intravedere solo gli occhi. Di Simona Carandente

Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il nostro paese ha compiuto passi da gigante nel percorso verso un’effettiva parificazione dei sessi e l’affrancamento della donna da soprusi e discriminazioni di genere: dal riconoscimento del diritto di voto, alla riforma del diritto di famiglia del 1975 fino all’ingresso nelle forze armate, il cosiddetto sesso debole ha combattuto una difficile battaglia, che ai giorni nostri non può considerarsi affatto finita, come testimonia sia la cronaca di tutti i giorni che lo stesso vivere civile.

È di queste ore la notizia che la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha dato il via al testo di legge che vieta, anche con sanzioni penali, di indossare gli abiti tipici delle donne islamiche, in grado di coprire per intero il corpo, o buona parte di esso, permettendo in alcuni casi di lasciar intravedere solo gli occhi di chi lo veste. Il testo della legge, che andrà per l’esame all’aula nel mese di settembre, vieta il travisamento del volto in luoghi pubblici, sia mediante il burqa (che non lascia scoperto alcun centimetro di pelle) che con il niqab (che invece lascia liberi gli occhi), prevedendo in caso di violazione sanzioni non solo economiche, ma addirittura penali.

In particolare, il secondo articolo del testo di legge prevede la reclusione fino a 12 mesi, aumentati a 18 se aggravata, per chi obblighi una persona, con violenza o minaccia, ad indossare il burqa o gli altri indumenti finalizzati al travisamento della persona. Per i condannati in via definitiva, scatta la preclusione dell’acquisto della cittadinanza italiana. Stupore desta, poi, la previsione di cui al primo articolo del testo di legge, secondo cui la donna che esce in burqa rischia un’ammenda da 300 a 500 euro. Oltre al danno di essere obbligata a nascondersi sotto un velo, anche quello di dover rischiare una condanna penale, seppur sotto forma di sanzione pecuniaria, senza considerare le ipotesi (pur esistenti) in cui indossare il burqa o il niqab è una scelta, indotta ma pur sempre libera, della donna islamica.

Se la Carfagna si è detta soddisfatta del provvedimento legislativo, che restituirebbe onore e dignità alla donna islamica, un massiccio contrasto proviene dal mondo islamico e dalla stessa opposizione, secondo cui vietare il velo attraverso una legge viene considerato, di fatto, un abuso contro le stesse libertà individuali. Non si può tacere come un provvedimento del genere abbia tutto il sapore del fumo negli occhi: anziché adoperarsi per migliorare le condizioni delle donne islamiche nei paesi di origine, così come nel nostro Paese, si pensa addirittura a punire l’utilizzo del burka con una legge penale, che rischia di sanzionare l’incolpevole, rimanendo senza alcuna utilità.

Parimenti, non è chiaro come il mero divieto di indossare il velo possa essere, di fatto, un passo verso la libertà della donna, vittima di un retaggio culturale e religioso purtroppo duro a morire. Ancor più triste è pensare che l’affrancamento della donna da una mentalità atavica, fatta di abusi e prevaricazioni, debba passare attraverso una norma di legge impositiva, anziché per un rinnovato senso civico e morale, finalizzato a rendere finalmente effettiva la tanto agognata parità tra i sessi. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

*La rubrica di Simona Carandente si ferma per le vacanze estive. Riprenderà a settembre.

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DE MAGISTRIS VS CICELYN. LO SCONTRO TRA TRADIZIONE E AVANGUARDIA

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I risvolti, non politici ma culturali, di una bufera innescata nelle scorse settimane e che hanno visto contrapporsi le ragioni del neo sindaco di Napoli a quelle del direttore del Madre.

Angelus Novus è il titolo di un celebre quadro di Paul Klee del 1910. Un’ immagine decisamente significativa per Walter Benjamin, un ipertesto in cui il pensatore tedesco vedeva sedimentate le complesse stratificazioni della storia: un angelo ha il viso rivolto al passato “ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

L’opera di Benjamin, impregnata di teoria critico-materialistica e pensiero utopico-messianico, procede dalla concezione che la storia non sia un percorso continuo ed uniforme, che non implichi uno sviluppo accrescitivo e progressivo. La redenzione dell’umano comincia dalla conoscenza del passato, drammatico e tumultuoso come quello dell’acquerello di Klee e tale da spingere verso un futuro diverso. Oggi l’Angelus Novus, parla con un accento decisamente partenopeo. O meglio. Quell’Angelus, che vola verso il progresso con lo sguardo rivolto al passato, sembra “tingersi d’ arancio”, quasi a diventare il fondamento teorico della nuova amministrazione napoletana.

Ad un primo sguardo può sembrare forzato un paragone tra l’asistematica concezione filosofica di Benjamin e la situazione partenopea post-elezioni in materia culturale, ma le ultime roventi settimane estive sono state estremamente infervorate dal dibattito che ha visto contrapporre da una parte il direttore del Madre, Eduardo Cicelyn, e dall’altra il neo sindaco De Magistris, convinto che, negli anni del bassolinismo, l’Angelus non ha minimamente rivolto lo sguardo al passato, e quando lo ha fatto ha preso le distanze dalla dimensione storica di una cultura millenaria come quella napoletana, per colorarsi dell’irriverenza e delle trovate provocatorie ma allettanti degli artisti contemporanei. Il nodo gordiano della vicenda sta tutto qui.

Per il primo cittadino, riabilitare Napoli passa, ovviamente, attraverso un lavoro di “pulizia” e tanto olio di gomito, per rinverdire significativamente l’immagine a dir poco sbiadita della capitale del mezzogiorno, attivando un percorso che sia in grado di aggiornare la città in modo che possa fregiarsi dello status di metropoli moderna che le compete. Ma passa anche per la riscoperta del passato, fatto di tradizione e di storia, un trampolino di “rilancio” di Napoli, partendo dalle sue radici più profonde. E allora ecco che la giunta decide di puntare in primis su un Museo delle arti e tradizioni popolari affidato a Roberto De Simone, a San Domenico Maggiore. Ripartire dalla cultura nostrana e favorire il turismo, insomma.

Un’iniziativa pregevole, che, attuata nelle condizioni migliori, potrà solamente giovare: valorizzare la storia e rinsaldare il presente, un po’ troppo sgangherato. Ma una nuova realtà istituzionale come quella pensata dal sindaco non può nascere sconfessando un percorso iniziato negli ultimi anni e che ha dotato Partenope di un vestito alternativo, anterogrado, che da sirena plurimillenaria s’è rinvigorita, affiancando alla cognizione di un passato glorioso e multiculturale la consapevolezza di una lucida riflessione sul contemporaneo. Dunque, rispetto ad un progetto di esclusiva valorizzazione della tradizione, Cicelyn scorge noncuranza verso i nuovi orizzonti dell’arte e verso la Napoli del futuro.

Così tuona dal sito Napoli punto a capo: "Che un sindaco di una città dell’importanza di Napoli insista su un’idea da Pro Loco per affermare la propria innovativa visione culturale è sconveniente e sconcerta. Resto dell’opinione del tutto personale che la gestione della cultura pubblica serva a indicare e a distinguere le cose che hanno più valore da quelle che ne hanno meno. E che chi è chiamato a decidere debba assumersene la responsabilità e risponderne in tutto e per tutto". E aggiunge: "Qui si vuole attentare al potere pubblico delle avanguardie che in questi anni hanno realizzato il Madre e le installazioni in piazza Plebiscito".

La vicenda sembra tutt’altro che destinata a placarsi. Ma, al di là della cronaca degli eventi e delle dichiarazioni delle varie parti in questione, ciò su cui tocca decisamente riflettere è il ruolo che il tanto vituperato museo del contemporaneo svolge (ricordiamo che Napoli da questo punto di vista è una realtà nazionale tra le più significative, con la presenza, nella sola città, del Madre, del Pan, del “museo sotterraneo” delle stazioni della metropolitana, di Castel’ Sant’Elmo e del museo Nitsch); quell’ istituzione “proteiforme”, come l’ha definita Adalgisa Lugli in un saggio del 1992 che ha fatto scuola, in grado di disinnescare il potere deflagrante di una contemporaneità multiforme ed eterogenea, e di assolvere al delicato compito di essere luogo in grado di concepire un giudizio sul tempo del presente, dal quale non abbiamo ancora, ovviamente, preso le opportune distanze storiche.

Lo spazio del dibattito critico e della conservazione della memoria dell’oggi per gli abitanti del mondo di domani; una funzione tutt’altro che semplice da espletare. C’è quindi da chiedersi: è possibile disegnare gli scenari futuri in tema di arte, musica e spettacolo e non esaltare il primato dell’arte contemporanea e del luogo deputato alla sua preservazione? La risposta all’Angelus Novus, ma tra un po’ di decenni, quando il nostro presente sarà il passato storicizzato per le generazioni di domani e si sarà dunque in grado di formulare un’ obiettiva considerazione sulle scelte a cui siamo chiamato noi oggi. Bella responsabilità, non c’è che dire.
(Fonte foto: Rete Internet)

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LA DEVIANZA MINORILE (2a PARTE)

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A Napoli ci sono due società: una moderna, che lavora e produce; l”altra, arretrata, intrisa di violenza, parassitaria. Oggi parliamo dell”economia di questa seconda società. Di Amato Lamberti

Nella prima parte di questo argomento, la settimana scorsa, abbiamo illustrato un modello utile ad analizzare dei fenomeni sociali particolari e a farci comprendere come a Napoli si ritrovano due società: una moderna, che lavora e produce, va a scuola e consuma cultura, che ha standard di comportamento paragonabili alle situazioni più avanzate del resto d’Italia; l’altra, arretrata, analfabeta, con una cultura arcaica intrisa di violenza e sopraffazione anche al suo interno, che sopravvive parassitando l’altra società, o mettendo in piedi un mercato parallelo di tipo illegale.
Le opportunità sociali ed economiche della seconda società sono governate non dal mercato ma da alcune persone che in modi e forme organizzate gestiscono il mercato illegale e quello criminale.

Le opportunità di lavoro e di occupazione sono molteplici e differenziate anche per quanto riguarda il reddito. Si va, in una scala che va dall’illegalità più blanda alla criminalità vera e propria, dal commercio senza licenza, al commercio di merce di contrabbando, al commercio di merci rubate, al traffico e allo spaccio di stupefacenti.

In ciascuno di questi settori sono migliaia le persone occupate e tutte dipendono per la loro sopravvivenza dai grossisti che assicurano loro stoccaggi di merci a basso prezzo; merce di contrabbando (dalle sigarette ai televisori, agli stereo, ai saponi, alle schiume da barba, ai fazzoletti di carta); merce contraffatta abilmente (dalle borse alle magliette, ai dischi, alle musicassette alle cassette video); merce rubata o illegalmente introdotta sul mercato (si calcola che sono almeno 50.000 i quintali di carne, immessa illegalmente sul mercato napoletano, proveniente da macelli clandestini e sono almeno mille i T.I.R. che ogni anno scompaiono con tutto il loro carico: valore 1000 miliardi circa); sostanze stupefacenti (dalla marijuana all’eroina e alla cocaina).

Il potere della famiglia Giuliano a Forcella, ad esempio, da sempre è legato al fatto di assicurare il rifornimento legale e illegale alle migliaia di punti vendita del quartiere, da Forcella alla Duchesca (foto), a Corso Garibaldi.
È dando lavoro che questa famiglia si è assicurata un consenso che rasenta l’adorazione: ma si tratta di lavoro fortemente caratterizzato dall’illegalità (per quanto riguarda licenze ma soprattutto per quanto riguarda la provenienza della merce).
Ma l’economia della seconda società offre ancora tante altre possibilità di lavoro e di reddito.
Il lotto clandestino ed il toto nero alimentano tutta una rete di ricevitorie e di raccoglitori (si calcola che siano alcune migliaia in tutta la città e nell’hinterland); il posteggio abusivo dà lavoro, come abbiamo visto, a circa settemila persone.

Poi ci sono i mestieri antichi come quello della prostituzione con un mercato oggi sempre più allargato.
Resta il mercato criminale caratterizzato da un’espansione costante anche in virtù di trasformazioni profonde nella struttura delle organizzazioni criminali: in esso si può trovare lavoro come mercante di droga, medio e piccolo spacciatore, addetto alla riscossione delle tangenti. Il passaggio da lavoro illegale a quello criminale è regolato dalla iniziativa e dalle capacità individuali che maturano sul terreno “franco” dalla microcriminalità fatta di furti scippi, rapine, che, a sua volta, è alimentata e sostenuta da una rete di ricettatori.

Anche l’attività economica illegale, quella dei negozi abusivi, di merce di dubbia provenienza, ha le sue strutture economico-finanziarie di supporto, vale a dire gli usurai, che spesso sono le stesse persone – o membri della stessa famiglia – che forniscono le merci contraffatte o rubate.

Come ben si vede, c’è tutta una rete di opportunità e di servizi che alimenta questo mercato illegale e/o criminale e ne assicura la riproduzione e l’ampliamento. Il primo problema è quello delle dimensioni di questo mercato, perché è evidente che, finchè saranno disponibili tante opportunità di lavoro illegale o criminale ci saranno sempre persone che si orienteranno in questa direzione, tanto più in un contesto, come quello napoletano, dove molte persone sono già positivamente orientate nella direzione dell’illegalità – o meglio, dove c’è una società in cui circolano atteggiamenti ed orientamenti positivi o al massimo, neutri – nei confronti di scelte di vita illegale e dove, soprattutto, non ci sono sanzioni sociali verso scelte di vita deviante.

Allora, a Napoli si saldano due situazioni: da un lato, una società dove l’illegalità è la norma, e dall’altro, un mercato illegale ricco di opportunità di lavoro, di attività, di impresa. Da una situazione di questo tipo non si esce se non lavorando su entrambi i fronti: quello della riduzione drastica delle opportunità illegali fino a ricondurle ai limiti fisiologici di ogni società avanzata, quello della risocializzazione delle fasce sociali che costituiscono la seconda società. Perché non bisogna dimenticare che finchè è così diffusa una cultura dell’illegalità in tante persone non sarà possibile alcuna operazione reale di bonifica sociale.

A Napoli, per non tener conto di questa verità lapalissiana, non solo non si sono risolti i problemi ma si è fatto in modo che incancrenissero. Le operazioni di deportazione della popolazione – si pensi alla 167 di Secondigliano – non potevano certo servire a motivare diversamente le persone nei confronti della legalità, né potevano produrre alcun fenomeno di crescita culturale in persone che, comunque, per sopravvivere devono fare riferimento alle opportunità del mercato illegale e criminale.
Occorrevano ben altri interventi di bonifica sociale su tutta la popolazione ma, soprattutto sulle giovani generazioni, specie su quelle ancora in formazione. A caricarsi di questo compito avrebbe dovuto essere la scuola; ne parleremo la prossima settimana (2. continua).
(Fonte foto: fotografiasociale.it)

LA DEVIANZA MINORILE. 1a PARTE

L’ODORE DELLE PAROLE DEL SIG. BORGHEZIO MARIO

L”esponente della Lega Nord condivide le idee del killer norvegese che ha ucciso decine di giovani ad un raduno politico. Ma è solo un modo per nascondere le difficoltà della Lega nel governo. Di Carmine Cimmino

Lo scetticismo esasperato è una bestia pericolosa. Spesso mi morde con dubbi strani, inquietanti. Il sig. Borghezio, questo signore che rappresenta la Padania nel Parlamento europeo, questo signore che ha classificato come “buone“ le idee del folle criminale norvegese, e che passa il suo tempo a spalancare la bocca e a versare fango sui napoletani, sui musulmani, sugli immigrati: questo signore esiste veramente? Non è un personaggio inventato? Ma che dici? mi rimprovera il mio “doppio“, che crede e ha fede, e non è stato mai morso né da una zanzara né da un dubbio.

Il sig. Borghezio esiste. La TV ne registra apparizioni, invettive e proclami. Ma non mi lascio persuadere facilmente. Giornali e TV non ci mettono niente a inventare un personaggio, e a fornirgli il corredo: faccia, peso, qualità, temperamento, carattere e storia spirituale. È il modello Botul. Un giornalista francese, che ha la capa fresca, inventa un filosofo, lo chiama J.B. Botul, gli costruisce una vita libera e avventurosa, stampa a nome di Botul un libro su Kant e il sesso. E Bernard –Henri Lévy, uno degli intelletti più fini e più raffinati di Francia e dei paraggi, scivola nella trappola: in una sua opera, piena di complicati concetti filosofici, cita l’ inesistente Botul come reale e sostanzioso studioso di Emanuele Kant. Se la carta stampata può ancora tanto, non è difficile immaginare cosa siano capaci di combinare la tv e internet.

È un disastro gnoseologico. L’evidenza, più è evidente, e più ti porta a dubitare o a credere nel contrario. I Greci, pur senza conoscere la tv, la radio e internet, già l’avevano capito: bisogna diffidare delle apparenze.
Qualche giorno fa il signor Borghezio è stato ospite della “Sette“. Io ho visto e ho ascoltato. Da qualche tempo, quando sullo schermo appare la faccia di un politico, cambio immediatamente canale: sono diventato un qualunquista, e me ne vanto. Ma per il sig. Borghezio ho fatto un’eccezione: ho resistito. Alla fine dell’impresa, il dubbio si era dissolto. Il signor Borghezio esiste veramente. In carne, ossa, pensieri e parole. La logica della storia di solito affida a personaggi, diciamo così, “eccezionali“, il compito glorioso di “incarnare“ le idee e le vicende delle trasformazioni epocali, soprattutto se producono rivoluzioni, rovesciamenti , salti e fratture.

I sigg. Bossi e Borghezio rappresentano, con chiarezza didattica, tutti i valori della Padania. Il sig. Bossi è il Cavour, il sig. Borghezio aspira ad essere il Nino Bixio. Si aspetta un Garibaldi. Il sig. Borghezio ha cercato di fare il Nino Bixio quando bisognava educare gli arditi della Lega, quelli armati di campanacci scudi e elmi a due corna: e per educarli, bisognava schiassiare sull’indipendenza, sui milioni di fucili pronti a sparare, su Roma ladrona, sulla puzza di napoletani e compagni. Il sig. Borghezio è chiamato a fare la parte del Bixio anche ora: ora che la Lega è la padrona vera della maggioranza di governo e governa l’Italia con la mano destra, e intanto allunga la mano mancina verso il centro e la sinistra.

Il sig. Bossi è un democristiano: certo, anche nell’ ultima D.C. avrebbe trovato posto solo in quinta, in sesta fila, ma oggi quel po’ di sangue democristiano che gli scorre nelle vene basta, e avanza, a consentirgli di essere il padrone del vapore. Di ciò che resta del vapore. Il sig. Borghezio serve – politicamente, si intende -, perché i suoi exploits “distraggono“ le armate leghiste, in cui non solo gli ufficiali, ma anche i sergenti e i caporali incominciano ad aprire gli occhi. E poiché li aprono troppo, in troppi, si ritorna a Pontida, al Po, alle trombe, anche se sono trombe alquanto sfiatate. Si apre qualche ufficio a Monza e lo si proclama sede di Ministero, si risponde a muso che vorrebbe essere duro, ma resta molle, al Presidente della Repubblica: insomma si alza, ma non troppo, la voce.

Solo il sig. Borghezio parte in quarta, cerca di dare il meglio di sé, apre la bocca, e dalla bocca gli esce ciò che sappiamo. Le “sue farneticazioni“ fanno parte del gioco come i rimproveri di Bossi e come le bacchettate del sig. Calderoli sulle “farneticazioni personali“ del collega. Ma il sig. Borghezio è stato scelto per fare il Borghezio, e fa il Borghezio, a Roma, a Milano e a Bruxelles. Potrei dire che non lo fa gratis, che prende un cospicuo stipendio, e che i soldi dello stipendio non vengono solo dalla Padania: potrei dirlo, ma non lo dico. Sono un vesuviano, e i vesuviani non scendono a certe bassezze. Anche perché, a quelle bassezze, si incontrano brutte persone. Le parole delle invettive del sig. Borghezio hanno un “odore“ particolare, che viene da un’ insalata di moti dell’intelletto e del cuore: una “base“ di disprezzo, un grosso pizzico di risentimento, una buona dose di paura: e, su tutto, l’aceto della insoddisfazione.

Mi riferisco alle parole, non alle intenzioni. Le intenzioni di un uomo sono un mistero anche per chi le tiene in deposito dentro di sé. Il sig. Borghezio non è soddisfatto: sa che le guerre fatte solo con gli squilli di tromba alla fine rendono ridicolo il trombettiere. Tu suoni la carica, suoni con la tromba, con la tuba, con il corno, anche con il tamburo: ma i soldati non partono all’attacco, ma i capi non danno il segnale: i capi traccheggiano: aspettiamo ancora un poco, vediamo come si mettono le cose, ma poi siamo veramente sicuri che i napoletani i romani i neri i musulmani i giovani disoccupati i pensionati tartassati gli italiani a cui si sono rotti i cabasisi ci lasceranno vincere al primo attacco?

E i Galli se non vincono al primo attacco, si squagliano. Lo diceva un Romano che li conosceva bene. Al sig. Calderoli che gli dava del farnetico, il sig. Borghezio ha risposto manzonianamente, più o meno (La Repubblica, 27 luglio 2011): ”Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare, per assumere certe posizioni bisogna avere i coglioni”. Con rispetto parlando. Ma a Napoli diciamo che chiacchiere e tabacchère ‘e legno, ‘o Banco ‘e Napule non le prende in pegno. Solo il fuoco dell’azione dimostra se uno i colleones li ha veramente. Mi coglie, all’improvviso, il sospetto che alle radici dell’ “odio“ che ispira le invettive di Borghezio contro i Napoletani ci sia quel risentimento che secondo Ortega y Gasset è figlio del desiderio che non si può appagare. Forse il sig. Borghezio avrebbe voluto essere un Napoletano, di nascita, di cuore, di mente, di virtù, e anche di vizi.

E invece il Caso, la Natura, la Provvidenza lo fecero padano. Il sig. Borghezio, padano, non si preoccupi dei problemi di Napoli . Anche quando ha le ali stanche, Napoli vola alto. Da sempre. “Accade a volte alle aquile di scendere persino più in basso delle galline, ma mai alle galline di salire al livello delle aquile“. Lo disse Lenin di un’aquila che si chiamava Rosa Luxemburg. (Io Donna, del 30 luglio). Dice il sig. Borghezio che Napoli lo disgusta. Per fortuna. Se un giorno Napoli corrispondesse al gusto del sig. Borghezio, quel giorno lo giudicherei il più drammatico della storia di Napoli. Con rispetto parlando.
(Foto: Quadro di Alberto Savinio del 1928: Ricordo di un mondo scomparso)

LA RUBRICA

ARTE SUL VESUVIO: ANTONIO ONORATO OSPITE DELLA RASSEGNA “INCONTRI VESUVIANI”

“Il fiume di pietra” è un luogo capace di raccogliere energie vulcaniche, le vive e le restituisce al mondo. Il 5 agosto sarà la volta di Antonio Onorato. Inizio concerto ore 21.00.

Esiste un posto sulle pendici del Vesuvio, quasi al limite del cratere, in cui la natura esprime tutta la sua vitale energia, un luogo capace di catapultare chi lo visiti in un’altra dimensione. È un posto vicino nello spazio, ma che conserva la capacità di essere un «altrove», in cui la mente si apre a nuove profondità. Qui vive e regna la Papessa Napoletana, al secolo Paola Acampa, che ha fatto del suo regno un luogo incantato, in cui concentra e attira energie creative, dirompenti, positive. È il «Fiume di pietra», sede dell’Istituto Patafisico Partenopeo, qui sono passati, spesso silenziosamente, tanti artisti, qui la Papessa organizza da venti anni una serie di iniziative, sotto il nome di «Incontri Vesuviani». L’ultima in ordine di tempo, terminata da pochi giorni, Essere Filmaker, ha ospitato artigiani del cinema quali Giuseppe Ferrara e Silvano Agosti.

Il prossimo 5 agosto al Fiume di pietra si esibirà Antonio Onorato, chitarrista e compositore, musicista Jazz e non solo di fama internazionale. La sua formazione è fortemente influenzata dall’energia del Vesuvio e del mar Tirreno, due elementi della natura con cui vive a stretto contatto. Oggi è uno dei principali esponente del «jazz napoletano», nuova corrente musicale che fonde gli stilemi armonico-melodici della tradizione musicale napoletana con la musica afro-americana e che ha avuto la consacrazione internazionale con un concerto tenuto al «Blue Note» di New York, tempio indiscusso del jazz mondiale. La sua chitarra si è fatta messaggera di pace e amore e lotta contro le ingiustizie del mondo.

Il Fiume di pietra è un luogo che restituisce energia a chi lo vive, anche solo di passaggio, anche solo per condividere un momento di musica. Conserva in sé la capacità di un incontro umano ricco, sotto il segno delle energie creative.
Fime di pietra – via Osservatorio 22
Costo del biglietto 8 €
Info: paola.acampa@tin.it – 3404022611
(Fonte Foto: Rete Internet)

CICLOMOTORI “TRUCCATI”. RESPONSABILITÁ DEL GENITORE

La responsabilità dei genitori, circa la vigilanza sull”operato dei figli minori, determina l”esito di una sentenza

Un minore alla guida di un ciclomotore viene fermato dai carabinieri. I militari, nel controllare i documenti in possesso del ragazzo, riscontrano che il ciclomotore è “truccato” ed è di proprietà della madre. Il ciclomotore viene sottoposto a sequestro e successivamente ne viene ordinata anche la confisca. In linea generale ciò non sarebbe stato possibile perchè l’art. 213, del codice della strada, esclude la misura della confisca qualora il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione amministrativa” (Cass. 7268/00; v. inoltre utilmente Cass. 9493/00 e Cass. 18469/07).

Il Caso
Il giudice di pace di Pordenone con sentenza del 4 ottobre 2005 annullava l’ordinanza del Prefetto di Pordenone con la quale, a seguito della violazione dell’art. 97 CdS, erano stati disposti la confisca di un ciclomotore sequestrato e il pagamento della sanzione amministrativa e delle spese di custodia. Rilevava che ai sensi dell’art. 213 CdS la sanzione accessoria della confisca non è applicabile nel caso in cui il veicolo non sia di proprietà del trasgressore.

Il Prefetto di Pordenone ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che la madre del minorenne conducente del veicolo, a lei intestato, era responsabile in via diretta della violazione contestatale.
La Corte coerente con le sentenze precedentemente emanate e per dare continuità al proprio orientamento in materia, afferma, ancora una volta, che “In caso di violazione amministrativa commessa da minore di anni diciotto, incapace ex lege, di essa risponde in via diretta, a norma dell’art. 2, della legge n. 689 del 1981, applicabile anche agli illeciti amministrativi previsti dal codice della strada (art. 194), colui che era tenuto alla sorveglianza dell’incapace, che, pertanto, non può essere considerato persona estranea alla violazione stessa”.

Ne consegue che, in caso di circolazione di minore alla guida di ciclomotore non rispondente alle prescrizioni indicate nel libretto di circolazione, ben può essere ordinata la confisca del ciclomotore di proprietà del genitore in relazione alla violazione dell’art. 97, del Codice della Strada, senza che sia applicabile, nella specie, l’art. 213, comma sesto, dello stesso codice, che esclude detta misura qualora il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione amministrativa”.

La Cassazione civile con la sentenza del 14.10.2009 n° 21881, ha messo in evidenza come la responsabilità dei genitori, circa la vigilanza sull’operato dei figli minori, possa determinare l’esito di una sentenza.

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ANCHE LA ZUPPA DI CICERCHIE E PATATE HA LA SUA STORIA MINUTA

L”assaggio di cicerchie marchigiane ha favorito il confronto con la qualità di quelle che provenivano da Terra di Lavoro. I soldati impegnati nel vesuviano contro i briganti, ricevevano fagioli o ceci quattro volte al mese. Di Carmine CimminoUn nipote, di sangue napoletano, cresciuto nelle Marche, assai attento, per ragioni di mestiere e per forza di passione, alla cultura gastronomica, mi ricorda che due grandi marchigiani, Leopardi e Rossini, si sono confrontati con Napoli e con la civiltà dei maccheroni da posizioni sentimentali antitetiche. Della maligna interpretazione che Leopardi diede della civiltà maccheronica già ho scritto. Di Rossini gastronomo è stato detto tanto quanto del suo genio di musicista: la sua passione per i maccheroni fu così assoluta che una volta firmò una sua lettera con la malinconica epigrafe Rossini senza maccheroni.

Se poi sia stato veramente rispettoso del rigore della filosofia napoletana dei maccheroni, non so: suscita qualche perplessità uno che si fa costruire una siringa di argento e di avorio per imbottire i bucatini con foie gras. Questo lusso è l’esatto contrario della nobile semplicità dei maccheroni napoletani. Mio nipote mi tesse l’elogio delle cicerchie di Serra de’ Conti, e non contento di avermi persuaso con le parole, provvede a convincermi con i fatti, e cioè con una squisita zuppa di cicerchie e di patate, profumata, forse troppo, dal rosmarino e dall’origano, e “coricata“ su un letto di fette di pane abbrustolito.

Gli racconto che le cicerchie di Terra di Lavoro avevano granelli non biancastri, come quelli delle cicerchie marchigiane, ma di un pallido giallo, e che fino alla prima guerra mondiale venivano coltivate, da Acerra a Cicciano, tra le spighe di granturco, insieme con i ceci e i fagioli, da cui furono poi sopraffatte ed espulse. Le cicerchie servivano per il pasto delle “opere“, dei braccianti ingaggiati a giornata, e per l’ingrasso dei maiali neri di razza casertana, il cui sapore irrobustivano con la forza del proprio. Non a caso oggi chi tenta di rilanciare il legume lo propone come contorno dello zampone. Nel 1851 ufficiali, caporali e soldati impegnati a combattere i briganti avevano, “sul piede di guerra“, la stessa razione giornaliera di viveri: 700 gr. di pane, mezzo chilo di “biscotto“, 350 gr. di carne fresca, 120 gr. di riso o 100 di pasta, 15 gr. di lardo per condimento, 15 gr. di sale, 15 gr. di caffé, 20 di “zuccaro“, un quarto di vino, 6 cl. di acquavite.

In zona di guerra la razione si semplificava: mezzo chilo di biscotto, 75 gr. di formaggio e 75 di lardo, e mezzo litro di vino, per tenere su il morale. I soldati impegnati nel Vesuviano contro Barone e contro Pilone ricevevano, quattro volte al mese, duecento grammi di fagioli o di ceci, ma li potevano consumare solo “al campo“, e cioè durante i turni di riposo. Ai soldati del gen. Pinelli, impegnati nella caccia dei La Gala e di Gravina, vennero date, nell’estate del ’61, razioni di cicerchie fornite da un De Riggi di Cicciano.

Una gentile signora, – “la mia famiglia è marchigiana dai tempi di Cesare“,- mi fa gustare la squisitezza di un lonzino di fichi. È un dolce fatto con fichi, mandorle, piccoli pezzi di noce, semi di anice, e in più, un poco di sapa, cioè di mosto d’uva, e di mistrà. Che è un distillato di alcol di vino con aroma all’anice: una specie di pastis, che forse nasce in Grecia, e che i marchigiani hanno eletto a liquore tipico della loro terra. La sapa, invece, è lo sciroppo che si ottiene dal mosto di uva bianca bollito finché non si riduca di un terzo.

Tra il ‘600 e il ‘700 i Domenicani della Masseria San Domenico di Ottajano producevano grandi quantità di questo “vino cuotto“ dal mosto del greco , e lo vendevano, in parte, ai privati, in parte lo regalavano ai confratelli e alle consorelle dei monasteri napoletani, che lo usavano nella preparazione dei dolci e delle granite. Diluito nell’acqua, il “vino cuotto“ diventava un prodigioso dissetante. Alcuni contadini ottavianesi, ancora dopo la seconda guerra mondiale, lo ricavavano dal mosto della sanginella e della coda di volpe.

La gentile signora mi spiega che il dolce, che ha la forma del lonzino, del salume di lonza, viene appeso in cantina ad asciugare, avvolto in foglie di fico. Sotto vuoto si conserva a lungo. Dice che vanno usati i fichi della varietà dottato o brogiotto, seccati al sole. Quando ero ragazzo, una vicina di casa, che vendeva polli e veniva da Pagani, preparava ‘o sasiccio d’’ e fiche, usando i fichi cotenella, le noci, le mandorle, e robuste misure di anice, la meravigliosa anisetta che i liquoristi locali continuavano a distillare sulla base della ricetta della ditta Galliano. ‘O sasiccio, avvolto in un panno e “ battezzato“ più volte con gocce di anice annacquato, veniva messo ad asciugare negli androni dei bassi: l’anice abbondante lo proteggeva, in parte, dai fumi dei bracieri e delle furnacelle.

Era un dolce “irregolare“: la forma suggeriva battute sconce, l’anice portava con sé immagini di luoghi di corruzione: l’espressione, ‘e piace l’annese, indicava l’inclinazione a vari tipi di ebbrezza, e anche i fichi non è che godessero di buon nome nell’immaginario di uomini e donne timorati di Dio. Ma questo non lo dico alla gentile signora marchigiana. Il suo lonzino ha un sapore di candida compostezza.
(Foto: quadro di Cagnaccio di San Pietro, "Natura morta", 1930)

L’OFFICINA DEI SENSI

IL VERO OTIUM

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Il vero otium è uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro che in vacanza. In questo senso, il lavoro, anche se stanca, non è fatica ma riposo, la vacanza non è vuoto, ma pienezza. Di don Aniello Tortora

Ultimamente ho letto con gusto un articolo su un quotidiano cattolico. Ne riporto qui alcune impressioni. L’autore, riprendendo la filosofia greca, riportava una riflessione di Platone, il quale diceva che “gli dei condannarono l’uomo al lavoro e per compassione gli concessero intervalli di riposo per le feste, affinché l’uomo ricevesse in quelle occasioni la luce e la forza per vivere rettamente. La visione greca del lavoro è pessimista: fatica necessaria, da cui salvarsi grazie al culto. Otium, diranno i latini, per opporlo al neg-otium (ciò che otium non è): gli affari della vita quotidiana, priva della dimensione divina del vivere”.

Gli antichi, interpreti del mondo caduto, avevano ragione nel ritenere il lavoro solo come fatica e sacrificio. Con l’avvento del cristianesimo, però, il lavoro non è più riconducibile a condanna, ma a benedizione e partecipazione alla creazione di Dio, nella trasformazione della materia e nel servizio agli altri. Oggi, purtroppo, però, il lavoro si è di nuovo impregnato della visione pagana. È schiavitù da cui fuggire o contenitore di auto-affermazione, non opera per gli altri.

La visione tragica del lavoro origina l’otium come fuga e alienazione. L’otium diventa così terreno fertile per la noia. Questa accidia – continua l’autore dell’articolo – è la rinuncia alle aspirazioni connaturali alla dignità umana, un ostinato non voler essere sé stessi che ci porta sino alla disperazione, l’altra faccia dell’attivismo (alcolismo da lavoro). Ad accidia e attivismo si oppone il vero otium, che non è l’assenza esteriore di lavoro (le ferie), ma uno stato dello spirito, che riposa sia a lavoro sia in vacanza. È un atteggiamento di apertura quieta e silenziosa, di chi riceve in dono la realtà. Solo così si scopre che il lavoro, anche se stanca, non è fatica, ma riposo, e che la vacanza non è vuoto, ma pienezza.

Quello delle ferie, se vissuto utilitaristicamente per produrre divertimento diventa tempo senza riposo. Come raggiungere, allora, – si domanda l’autore dell’articolo – il vero otium?
Festeggiando, – questa è la sua risposta – i beni del creato : godendo, cioè, della bellezza delle cose che ci sono state donate. C’è una razza di oche che dopo un lungo viaggio migratorio, distrutte dalla fatica, trovato lo specchio d’acqua che le salva, non si tuffano a capofitto a bere, ma inscenano una bellissima danza. Persino le oche celebrano ciò che è necessario, senza consumarlo subito.

Sarà importante, allora, non “consumare le vacanze”. Spero proprio che, durante la necessaria e meritata pausa estiva, noi tutti ci impegniamo a recuperare la capacità di danzare, celebrare, gioire, in questo tempo festivo, della bellezza dei doni del creato. Pena il ritorno a casa, più stressati di prima e avendo già riempito di disperazione il nostro otium.
(Fonte foto: Rete Internet)

*L’appuntamento settimanale con don Aniello Tortora riprenderà a settembre.

LA RUBRICA

I REATI DI SPACCIO: ESPERIENZE MINORILI A CONFRONTO

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Due adolescenti, in apparenza diversi, finiscono nelle mani della malavita. All”esito dell”udienza di convalida dell”arresto, però, le vicende giudiziarie dei due giovani hanno seguito due distinte strade. Di Simona Carandente

Com’è noto ai più, la nostra regione, e la città di Napoli in particolare, detengono tra gli altri un triste primato: quello di far da scenario alla più fruttuosa ed imponente tra le piazze di spaccio esistenti in Europa, quella di Scampia, seguita da molte altre piazze satelliti che contribuiscono, giorno dopo giorno, ad incrementare l’industria del crimine internazionale, spesso sulla pelle di molte giovani vite.

Il business dello spaccio di stupefacenti macina cifre da capogiro, milioni di euro destinati ad arricchire le tasche dei cosiddetti pesci grandi, intorno ai quali gira una folta, foltissima manovalanza, destinata ad accrescersi ogni giorno di più, complice la povertà dell’economia nostrana ed il continuo, incessante aumento dei bisogni legati ai beni materiali. Non sorprende pertanto che, in tale scenario, il minorenne possa essere considerato una vera e propria miniera d’oro, specie se incensurato: a fronte di un dispendio economico minimo, quasi irrisorio, la resa è ottima, con pochi rischi ed enormi vantaggi.

Due storie, due destini in apparenza diversi ma uniti da un filo sottile, quasi impercettibile: l’aver frequentato cattive amicizie ed essere finiti sulla strada, a fare il palo, complice la distrazione delle famiglie di origine ed il desiderio, inconsciamente espresso, di attirarne l’attenzione. B. è di ottima famiglia, figlio di professionisti. Non è mai andato bene a scuola, al punto da decidere di abbandonare gli studi precocemente. I suoi genitori non hanno tempo di pensare a lui, impegnati come sono nelle reciproche attività. Il loro matrimonio, peraltro, è una specie di farsa, e l’uno addossa all’altra la responsabilità della gestione dell’unico figlio, senza peraltro mai farsene realmente carico.

G. invece è nato e cresciuto in un quartiere popolare. I genitori sono umili, ma hanno sempre lavorato onestamente, così come i loro figli maggiorenni. Diversi anni fa G. ha perso una sorella in un tragico incidente. Da allora, la famiglia non è stata più la stessa, la madre ha perso colpi, il fratellino minore ha addirittura tentato il suicidio. Due prede appetibili per la criminalità, due ragazzi presi in un momento di enorme debolezza, nella fase più delicata della loro crescita, proprio perché maggiormente influenzabili e, soprattutto, gestibili senza ricorrere a grossi stratagemmi.

All’esito dell’udienza di convalida dell’arresto, le vicende giudiziarie dei due giovani hanno seguito due distinte strade: per B. un provvedimento di permanenza in casa, per G. il collocamento presso una comunità, con l’evidente compito di fornirgli un percorso rieducativo e restituirlo ad una vita diversa.

Inutile dire che quello che, almeno in origine, era concepito come beneficio è risultato per B. una tortura, costretto a stare tutto il giorno tra le mura domestiche, senza poter uscire, senza il contatto degli amici, tra i litigi dei genitori che continuano a scaricarsi a vicenda ogni responsabilità, G. invece, pur soffrendo la lontananza dalla madre e da fratelli, si sta realmente rieducando: collocato in un’accorsata comunità partenopea, sta interagendo con ragazzi come lui, mostrando peraltro rispetto delle regole e il desiderio, per la prima volta nella sua giovane vita, a vivere un’adolescenza “normale”.
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

LA SCUOLA DI POSILLIPO E LE SUE VEDUTE. ECCO QUANDO NAPOLI SI FECE “CARTOLINA”

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Intorno al 1820 nasceva a Napoli una “scuola di paesaggio” che inaugurava il fortunato genere della veduta romantica. Piccoli capolavori d”arte, “souvenir” di un viaggio nel Romanticismo napoletano.

“Era allora Napoli in un periodo di grande splendore. La sua vecchia aristocrazia, nella quale s’intrecciavano con la boriosità spagnola e l’argutezza francese l’innato senso estetico della Magna Grecia, era fra le prime d’Europa. Briosa, svagata, scapigliata, elegante, vi si alternavano splendide feste a chiassose mattane, spettacoli di eccezione a banchetti pantagruelici, gite a Capri, ad Ischia, sul Vesuvio”.

Sono queste le parole con cui Salvatore Gaetani ricordava con malinconia la sua città. Una città dalle mille facce e dai mille colori. Una città distesa sul mare e che per secoli ha ispirato poeti, scrittori, pensatori e artisti. Uno in particolare, Anton Sminck van Pitloo (italianizzato in Antonio Pitloo), seppe immortalare, agli inizi dell’Ottocento, Napoli e i suoi paesaggi in opere che fecero letteralmente “scuola”. Attorno all’atelier napoletano dell’artista olandese si riunirono infatti i maestri di quella che gli accademici del tempo definirono con disprezzo “Scuola di Posillipo”. Si trattava di un gruppo di pittori dediti al genere “minore” del paesaggio. Un genere che nonostante la nobilitazione del vedutismo veneziano rimaneva ai margini della pittura ufficiale.

Piccole tavole, dipinte per lo più a olio o ad acquerello, ben lontane dalle grandi tele che allora ancora decoravano i palazzi e le regge del re; “souvenir” per i tanti ricchi intellettuali in viaggio per l’Italia che il Gran Tour spingeva fino in Sicilia alla scoperta del nostro Bel Paese. Piccoli quadri con le vedute di Napoli, le marine di Salerno o le splendide spiagge della costiera amalfitana, i paesaggi della campagna circostante e scene di vita quotidiana di pescatori, contadini e popolani. Piccole opere che catturavano con sagacia lo spirito di una città e di una regione uniche al mondo. Non era inusuale a quei tempi che alcuni artisti, qui come a Venezia e in altre città italiane, si dilettassero in opere di questo tipo.

Collocabili sulla scia del vedutismo napoletano le opere dei pittori “di Posillipo” più che meri “ricordi” sono veri e propri capolavori, frutto di ricerche specifiche maturate a contatto con i grandi artisti della scena europea. In esse le spiagge, il mare, la campagna e le scene di vita quotidiana si impregnano del linguaggio romantico portato a Napoli da artisti come William Turner e Jean-Baptiste Camille Corot. Un linguaggio che trova in Italia tra i suoi massimi esponenti proprio Giacinto Gigante, un pittore formatosi nell’entourage del Pitloo e poi divenuto egli stesso caposcuola di quel gruppo di artisti che sviluppò a Napoli il genere del “paesaggio romantico”. Sua è la “Marina di Posillipo” (foto) l’opera-simbolo della Scuola napoletana.

Un olio su tela, di modeste dimensioni, in cui la scena della “marina” è pretesto per un paesaggio idilliaco. La luce tenue dell’alba, o del tramonto, avvolge ogni cosa; il cielo è limpido, il mare è calmo e la città sembra riposare adagiata sul suo Golfo, sotto l’occhio vigile di un vulcano benigno. La Scuola di Posillipo è insomma uno dei momenti più alti del Romanticismo italiano. Nata forse per soddisfare le esigenze dei ricchi “turisti” essa divenne ben presto l’ideatrice di un genere fortunatissimo che ha influenzato per più di un secolo la pittura napoletana. Con l’avvento della fotografia le cartoline rimpiazzarono questi piccoli paesaggi dipinti; ma se il mezzo fotografico permetteva una riproduzione certamente più realistica della città esso non poteva competere con quelle immagini paradisiache che solo il genio dell’artista poteva concepire.

La celebre cartolina con la veduta del Golfo di Napoli da Posillipo non può che considerarsi il discendente più diretto delle opere di quei grandi maestri che immortalarono l’antico aspetto di Napoli e dei centri più importanti della Campania in dipinti che restano impressi nella mente e nel cuore di chi li ammira. Del resto è difficile dimenticare quei luoghi incantati. Scrive Goehte: “Da quanto si dica, si narri, o si dipinga, Napoli supera tutto: la riva, la baia, il golfo, il Vesuvio, la città, le vicine campagne, i castelli, le passeggiate… Io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi!”; e ancora Stendhal: “Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo”.
(Fonte foto: Rete Internet)

STORIE D’ARTE