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CRONACHE DEL VINO VESUVIANO

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Nemmeno nel secolo dei lumi la viticoltura e le tecniche di produzione del vino vesuviano divennero dei sistemi razionali, idonei all” “immegliamento” del prodotto. Di Carmine CimminoNel 1776 scrisse G.B.M. Jannucci che i signori napoletani consideravano "ignobile" un pranzo in cui non si servissero vini e liquori stranieri:

Godono costoro più di essere ingannati con bere gli esteri per lo più misturati o pure falsati, e adattati quelli del Regno al sapore degli stranieri che di tranguriare i puri e delicati vini paesani, perché quali sono tali si appellano. So ben’io che un tal Pompilio, tenendo seco uno straniero versato nella fabbrica dei vini e mescolanza delle uve, nella stagione propria della vendemmia portavasi in Ottajano a comporre i vini a guisa degli stranieri e per tali li faceva vendere al pubblico. E pure dei vini di tal luogo sinceramente dir si può per la di loro robustezza, vigore e calore quel che scrisse Redi nel suo ditirambo: il sangue che lacrima il Vesuvio.

Luigi de’ Medici, che possedeva i vigneti del Mauro e di Terzigno, teneva nella cantina della casa napoletana solo vini stranieri. Nel 1830 gli esecutori testamentari vi trovarono "48 bottiglie di Porto, 150 di Stella, 282 di Madera, 30 di Bordeaux, 17 di Sauternes, 41 del Reno di prima qualità, 19 di seconda qualità, 50 di Setubal, 4 di Costanza, 2 di Tokay, 13 di Alicante, 20 di Buneles, 12 d’Ungheria, 50 di Hermitage, 5 di Nizza, 10 di Xeres, 12 di Aleatico, 45 di champagne, ma di seconda qualità.".

Nel 1887 Ruggero Arcuri tenne ai viticultori vesuviani un severo discorso sulla “mostruosa consociazione“ a cui essi costringevano la vite e le colture erbacee. Egli riconobbe che la pratica era imposta dall’ eccessivo frazionamento dei fondi, divisi “in piccole particelle… in poderetti che si danno in affitto a coloni ignoranti, lasciando loro ampia libertà di coltivare ciò che vogliono e come vogliono.”. Costoro, “preferendo la molteplicità di prodotti mediocri , ma di sicura rendita al massimo prodotto di una coltura sola, esposta alle minacce dell’atmosfera e degli insetti“, seminavano in autunno, tra le viti, trifoglio, lupini, favette, che sovesciavano a marzo, per seminare sul sovescio fagioli, pomodori ed altri legumi estivi; e “per sostenere la produzione delle piante legnose, e delle erbacee, spargevano per ogni ettaro da 70 a 80 ql. di concime.di stalla, o di spazzatura di strada raccattata in città.”.

Non c’era dunque da stupirsi se i vini riuscivano poveri di forza alcolica, di colore sbiadito, di gusto spiacevole, “alletamato“, e “incapaci di conservarsi fuori che in profondissimo grotte“. Se si voleva mantenere la consociazione, era necessario – spiegò Arcuri – almeno dividere le viti dalle piante legnose, sfoltire gli ammassi di verzura dei pioppi, aprire il passaggio al sole che si fa vino. Era necessario eliminare le colture erbacee estive: sarebbe stato facile provare che le colture del pomodoro piriforme e del fagiolo nano erano perdenti e che i coloni le praticavano solo per cavar profitto dell’opera delle donne e dei figlioletti, e perchè i fagioli costituiscono la minestra quotidiana e i pomodori il companatico della loro parca mensa per parecchi mesi estivi.

Egli ebbe il coraggio di dire che due erano le cause della disastrosa condizione della viticoltura vesuviana: l’ignoranza e l’egoismo: che poi, a ben vedere, sono la stessa cosa. Il discorso di Arcuri fu pubblicato, a dicembre, sulla rivista “L’ Agricoltura Meridionale“. Nello stesso numero il dott. G. Imperato difese l’abitudine dei contadini vesuviani di trasportare le botti nuove in riva al mare, di riempirle di acqua salata e di svuotarle solo dopo alcuni giorni: credevano che questa pratica producesse un forte stringimento ed una esatta connessione fra le doghe, in maniera che si perde molto meno vino. Molti, poi, facevano bollire nell’acqua con cui avrebbero lavato le botti delle erbe aromatiche, o anche foglie di pesco, il cui profumo si trasmetteva al legno, e da questo al vino, che l’Imperato giudicava buonissimo: e tuttavia, egli non se la sentiva di incoraggiare la pratica, sembrandogli necessario che il vino conservasse prima di tutto l’aroma di vino.

Antico era l’uso di vendere il vino, non appena avesse acquistato una certa limpidezza: perciò non si praticava, ai piedi del Vesuvio, il travasamento, se non in quei pochi poderi il cui vino era destinato ad essere conservato per due o più anni: e questo era travasato una sola volta, al tempo che coincide con l’ultimo quarto di luna del mese di gennaio. Il dott. Imperato confessò di ignorare da dove nascesse la scelta di questo tempo, che gli sembrava poco intelligente: lui consigliava di anticipare alquanto l’operazione, di ripeterla fino a primavera, di scegliere un tempo possibilmente secco e, soprattutto, di lasciare in santa pace la luna, la quale non pare si pigli molta briga di certi minimi fatti di questo mondo.

Il purista Imperato, a cui profumare il vino con foglie di pesco appariva poco corretto, si dichiarò invece favorevole alla chiarificazione artificiale del vino con l’albume d’uovo, con la gelatina e con la colla di pesce: solo con queste sostanze potevano essere eliminati “i più evidenti difetti di molti vini vesuviani: la scarsa limpidezza, l’asprezza accentuata e l’eccessiva intensità del colore“. Era diffuso, tra l’altro, il sospetto che quando il vino veniva attaccato dall’acescenza o da altre malattie, l’amaro, il secco, il legname, i contadini vesuviani non cercassero di eliminare le cause prime del fenomeno, ma, sicuri di vendere il prodotto, ‘ancorché difettoso’, si limitassero a mascherare i guasti del sapore mescolando vino mosto al vino malato.

E così una terra, che, favorita dal sorriso perenne della natura, avrebbe potuto produrre vino da pasto "eccellentissimo", dilapidava i suoi tesori e si esponeva all’ingiurioso sarcasmo di qualche viticultore francese. Ma il dott. Imperato era certo che, cessate per il nostro Paese le tristi vicende politiche, che l’afflissero per una serie lunghissima di anni, e col sussidio della potentissima leva dell’istruzione, Napoli e le terre vesuviane avrebbero conquistato, anche nella produzione del vino, un posto di altissimo rango. Nonostante tutto, nel 1887, sui banchi di “rivendita“ dell’Esposizione di Amsterdam e di Rotterdam il “rosso“ più caro fu il Lacrima: una confezione di 12 bottiglie costava 20 fiorini, mentre 12 bottiglie di Capri, di Vesuvio, di Pompei, del Chianti e dell’ “Isola d’Elba “ di Claris Appiani, del “Castelli Romani“ dei fratelli Jacobini di Genzano si compravano a 15 fiorini, e a 7 fiorini la confezione del Valpolicella.

Tra i bianchi, si spendevano 18 fiorini per 12 bottiglie di Malvasia di Lipari e di Corvo del Duca di Salaparuta, e 15 fiorini per 12 bottiglie di Capri, di Ischia, di Moscato di Calabria e del Greco Gerace dell’ azienda Giacobini di Altomonte.
(Foto: Quadro di Eugenio Viti, Le trappole del vino)

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