La settimana scorsa abbiamo fatto un accenno alle nuove politiche della sicurezza in Europa, le quali hanno adottato un approccio di prossimità. In particolare, abbiamo evidenziato le strategie di Community policing e crime prevention
Nello specifico, questi due modelli di contrasto dell’insicurezza mirano alla creazione di un dialogo diretto con la polizia di quartiere, nonché all’attivazione di progetti integrati per riqualificare quelli che sono i quartieri-problema. Pur essendo misure di contrasto diverse, hanno in comune il fatto che si applicano entrambe a quartieri a rischio e trovano all’interno della comunità le risorse per affrontare e risolvere i problemi.
In entrambi i casi, la sicurezza non ha una definizione univoca e caratteristiche prestabilite, ma assume un profilo personalizzato in base ai significati che emergono dal confronto con gli abitanti.
Per esempio, nei quartieri in cui c’è povertà, disagio, esclusione sociale l’obiettivo delle politiche di contrasto è la reinclusione dei soggetti; mentre dove non ci sono connotazioni sociali determinate l’obiettivo è aumentare il controllo locale tramite meccanismi sociali.
Nello specifico la community policing è una strategia nata nei Paesi anglofoni (USA, Canada e Regno Unito) e si fa risalire ai principi ispiratori del primo Corpo di polizia inglese, ideato da Sir Robert Peel.
In base a questa proposta di legge, si prevedeva l’istituzione di un servizio di polizia civile basato su una concezione di polizia a servizio dei cittadini e operante in stretta collaborazione con questi.
Come si può facilmente notare, si tratta di una strategia basata su un approccio di continuità, in cui grande importanza è data alla posizione attiva della polizia di quartiere, che assume un ruolo di mediazione tra operatori sociali e Stato per integrare i cittadini nel mantenimento dell’ordine sociale e prevenzione del crimine.
I compiti assegnati ad ogni attore coinvolto nel progetto, non sono predefiniti ma dipendono dalla multidimensionalità dei problemi del territorio, quindi possono variare in base alla necessità.
Operativamente, infatti, questa strategia prevede l’incontro periodico degli agenti di polizia con gli abitanti del quartiere (beat meetings) durante i quali si mettono in atto pratiche di problem solving, ossia quel metodo di analisi e risoluzione di un problema che segue diverse fasi: identificazione della questione; definizione delle priorità d’intervento; ripartizione di ruoli tra i vari attori (polizia, rappresentanti istituzionali, operatori e abitanti); risoluzione del problema con l’aiuto delle organizzazioni di prossimità e con i programmi di prevenzione.
Alla base di tutti gli approcci di community policing ci sono le attività di Neighbourhood Watch (sorveglianza di vicinato) che prevedono la collaborazione attiva degli abitanti del quartiere nel controllare i dintorni della propria abitazione, guidati da agenti di polizia a cui segnalare ogni atteggiamento sospetto.
Degli esempi pratici di questi approcci sono stati i progetti portati avanti in Regno Unito, come “Five Towns” e “Safer Cities”, che erano finalizzati a ridurre il sentimento d’insicurezza ed a modificare l’opinione delle persone relativamente al quartiere in cui abitano.
Quello che diversi autori hanno notato, dopo aver analizzato le pratiche di community policing è stato il fatto che, più che ridurre effettivamente il numero di reati, già pochi nei quartieri in cui sono stati attivati progetti di sorveglianza di vicinato, queste esperienze sono servite a formalizzare un attività di supporto alla polizia già esistente nonché a rinforzare i giudizi positivi della comunità.
La strategia della sorveglianza di vicinato non mira a produrre ma a coprodurre sicurezza, nonostante ci siano delle evidenti difficoltà da parte degli agenti di polizia che non riescono, spesso, a farsi carico di tutti i problemi sottoposti alla loro attenzione, mancando di fatto un back office che dia sostegno e risposte concrete al front office.
Inoltre, c’è anche il rischio che la dimensione locale del fenomeno insicurezza finisca per diventare una procedura per aumentare un controllo repressivo, così come immaginato dall’ideologia securitaria.
Nelle diverse realtà, tuttavia, la community policing emerge come la più importante strategia alternativa ai tradizionali interventi di polizia e si caratterizza per l’aumento di credibilità di questa nei confronti dei cittadini, per il rafforzamento del sostegno della gente alla polizia e per la motivazione degli agenti coinvolti nelle iniziative.
Per quanto riguarda la strategia di Community crime prevention, invece, si tratta di una politica dedita all’attuazione di progetti locali integrati, che si basano su misure più adatte a trattare fattori di coesione sociale e sviluppo, associando la riqualificazione delle aree ad effetti di sicurezza e rassicurazione.
I cosiddetti progetti d’area che nascono per combattere l’esclusione sociale, sono oggi un riferimento comune, una sorta di paradigma, delle politiche urbane e sociali nella maggior parte dei paesi europei.
Nella loro forma più forte, si tratta di progetti muldimensionali, interistituzionali e partecipativi che trattano il difficile problema della povertà urbana in situazioni di particolare difficoltà.
I vantaggi dei progetti di re-inclusione, in questo senso, si basano sulla produzione di fiducia e capitale sociale che attivano sul territorio, ma hanno di contro il rischio di cadere nell’ambiguità della definizione dei quartieri a rischio di una città.
Ed è proprio di questo che parleremo mercoledì prossimo. (continua- 3)
(Fonte foto: Rete Internet)

