LE MISURE DI CONTRASTO NEI QUARTIERI A RISCHIO (3)

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In questo terzo appuntamento sul tema dell”insicurezza urbana, diamo uno sguardo ad alcuni modelli applicati nei quartieri a rischio. Di Amato Lamberti

La settimana scorsa abbiamo fatto un accenno alle nuove politiche della sicurezza in Europa, le quali hanno adottato un approccio di prossimità. In particolare, abbiamo evidenziato le strategie di Community policing e crime prevention

Nello specifico, questi due modelli di contrasto dell’insicurezza mirano alla creazione di un dialogo diretto con la polizia di quartiere, nonché all’attivazione di progetti integrati per riqualificare quelli che sono i quartieri-problema. Pur essendo misure di contrasto diverse, hanno in comune il fatto che si applicano entrambe a quartieri a rischio e trovano all’interno della comunità le risorse per affrontare e risolvere i problemi.

In entrambi i casi, la sicurezza non ha una definizione univoca e caratteristiche prestabilite, ma assume un profilo personalizzato in base ai significati che emergono dal confronto con gli abitanti.
Per esempio, nei quartieri in cui c’è povertà, disagio, esclusione sociale l’obiettivo delle politiche di contrasto è la reinclusione dei soggetti; mentre dove non ci sono connotazioni sociali determinate l’obiettivo è aumentare il controllo locale tramite meccanismi sociali.
Nello specifico la community policing è una strategia nata nei Paesi anglofoni (USA, Canada e Regno Unito) e si fa risalire ai principi ispiratori del primo Corpo di polizia inglese, ideato da Sir Robert Peel.

In base a questa proposta di legge, si prevedeva l’istituzione di un servizio di polizia civile basato su una concezione di polizia a servizio dei cittadini e operante in stretta collaborazione con questi.
Come si può facilmente notare, si tratta di una strategia basata su un approccio di continuità, in cui grande importanza è data alla posizione attiva della polizia di quartiere, che assume un ruolo di mediazione tra operatori sociali e Stato per integrare i cittadini nel mantenimento dell’ordine sociale e prevenzione del crimine.
I compiti assegnati ad ogni attore coinvolto nel progetto, non sono predefiniti ma dipendono dalla multidimensionalità dei problemi del territorio, quindi possono variare in base alla necessità.

Operativamente, infatti, questa strategia prevede l’incontro periodico degli agenti di polizia con gli abitanti del quartiere (beat meetings) durante i quali si mettono in atto pratiche di problem solving, ossia quel metodo di analisi e risoluzione di un problema che segue diverse fasi: identificazione della questione; definizione delle priorità d’intervento; ripartizione di ruoli tra i vari attori (polizia, rappresentanti istituzionali, operatori e abitanti); risoluzione del problema con l’aiuto delle organizzazioni di prossimità e con i programmi di prevenzione.
Alla base di tutti gli approcci di community policing ci sono le attività di Neighbourhood Watch (sorveglianza di vicinato) che prevedono la collaborazione attiva degli abitanti del quartiere nel controllare i dintorni della propria abitazione, guidati da agenti di polizia a cui segnalare ogni atteggiamento sospetto.

Degli esempi pratici di questi approcci sono stati i progetti portati avanti in Regno Unito, come “Five Towns” e “Safer Cities”, che erano finalizzati a ridurre il sentimento d’insicurezza ed a modificare l’opinione delle persone relativamente al quartiere in cui abitano.
Quello che diversi autori hanno notato, dopo aver analizzato le pratiche di community policing è stato il fatto che, più che ridurre effettivamente il numero di reati, già pochi nei quartieri in cui sono stati attivati progetti di sorveglianza di vicinato, queste esperienze sono servite a formalizzare un attività di supporto alla polizia già esistente nonché a rinforzare i giudizi positivi della comunità.

La strategia della sorveglianza di vicinato non mira a produrre ma a coprodurre sicurezza, nonostante ci siano delle evidenti difficoltà da parte degli agenti di polizia che non riescono, spesso, a farsi carico di tutti i problemi sottoposti alla loro attenzione, mancando di fatto un back office che dia sostegno e risposte concrete al front office.
Inoltre, c’è anche il rischio che la dimensione locale del fenomeno insicurezza finisca per diventare una procedura per aumentare un controllo repressivo, così come immaginato dall’ideologia securitaria.

Nelle diverse realtà, tuttavia, la community policing emerge come la più importante strategia alternativa ai tradizionali interventi di polizia e si caratterizza per l’aumento di credibilità di questa nei confronti dei cittadini, per il rafforzamento del sostegno della gente alla polizia e per la motivazione degli agenti coinvolti nelle iniziative.
Per quanto riguarda la strategia di Community crime prevention, invece, si tratta di una politica dedita all’attuazione di progetti locali integrati, che si basano su misure più adatte a trattare fattori di coesione sociale e sviluppo, associando la riqualificazione delle aree ad effetti di sicurezza e rassicurazione.

I cosiddetti progetti d’area che nascono per combattere l’esclusione sociale, sono oggi un riferimento comune, una sorta di paradigma, delle politiche urbane e sociali nella maggior parte dei paesi europei.
Nella loro forma più forte, si tratta di progetti muldimensionali, interistituzionali e partecipativi che trattano il difficile problema della povertà urbana in situazioni di particolare difficoltà.
I vantaggi dei progetti di re-inclusione, in questo senso, si basano sulla produzione di fiducia e capitale sociale che attivano sul territorio, ma hanno di contro il rischio di cadere nell’ambiguità della definizione dei quartieri a rischio di una città.

Ed è proprio di questo che parleremo mercoledì prossimo. (continua- 3)
(Fonte foto: Rete Internet)

LA RUBRICA

CRONACA DA SANT’ANASTASIA: 20 – 27 AGOSTO 1861

Continua la descrizione minuziosa e dettagliata delle vicende della banda del brigante Vincenzo Barone, sacrificato dai suoi stessi manutengoli, dichiarati e occulti. Di Carmine Cimmino

Il fallimento della sgangherata spedizione a Ottajano confuse ancor di più le idee di Vincenzo Barone che, stretto tra due necessità, riacquistare prestigio e procurarsi il danaro, decise di andare a Pollena, a far visita a Felice Miceli, ottantenne funzionario in pensione del Ministero borbonico della Giustizia: l’avrebbe costretto a consegnare i 30000 ducati che, secondo un informatore, egli custodiva in una cassetta di ferro. Abbiamo già raccontato come andarono le cose la sera del 20 agosto. Miceli fu assassinato dal Martinelli, la cassetta non fu trovata, i briganti portarono via una manciata di monete, un orologio, un cannocchiale, qualche salame, alcune giacche e un paio di pantaloni.

Barone voleva regalare a Luisa Mollo gli orecchini strappati a Teresa Buonincontri, moglie del Miceli, ma qualcuno dei suoi gli fece capire che anche quegli orecchini facevano parte del bottino comune. Per ristabilire la sua autorità, scossa da tre giorni di fallimenti e di contestazioni, Barone processò per insubordinazione i quattro sommesi che si erano rifiutati di partecipare alla spedizione in casa Miceli. I quattro vennero condannati a morte, e il sommese Alfonso Sessa la Porchiacca, “offrendosi spontaneo ai bisogni del capo“, sparò un colpo di pistola “alla tempia“ del sommese Arcangelo Parisi, che dei quattro “insubordinati“ era il più “ostinato“ contro il capo . Quella notte finì la breve vicenda della banda Barone.

Scosse dall’assassinio del Miceli, le autorità civili chiesero strepitando che si procedesse manu militari contro gli sbandati del Vesuvio: "i tristi avvenimenti- scrisse in un eccesso di eccitazione psichica e linguistica il sindaco di San Sebastiano- affliggono la natura umana del paese e manomettono i propri affari, per non incontrare un’aggressione di questa banda". Un assessore di Sant’Anastasia, Luigi Sodano, confermava al Governatore che la gente era sconvolta: i briganti erano rimasti in casa Miceli molte ore, ma i bersaglieri accampati nelle vicinanze non si erano accorti di nulla. Tra il 21 e il 22 agosto la brigata Aosta strinse il territorio in una ferrea morsa di posti di blocco. Manutengoli dichiarati e occulti, informatori, doppiogiochisti capirono che era venuto il momento di sacrificare il capobrigante.

Solo così si poteva evitare che con gli arresti di massa diventasse ancora più pericoloso il gioco dei pentimenti e delle delazioni, che già il primo agosto aveva portato in carcere personaggi importanti di San Sebastiano, e tra questi, Nicola e Achille Figliola. Il primo ad abbandonare Barone fu uno dei suoi luogotenenti, Pasquale Minore, che sceso a Napoli per comprare munizioni e polvere, non tornò più in montagna. Il 22 agosto i carabinieri di Pomigliano bloccarono Stefano Iannicelli mentre tentava di portare alla banda formaggio, tabacco, pipe e zolfanelli. Era costui un manutengolo inaffidabile, perchè aveva l’abitudine di picchiare la moglie, e la moglie, sotto le percosse, aveva l’abitudine di gridare a squarciagola che suo marito era un amico di Barone.

Una pattuglia del 6° Reggimento catturò in montagna Sabato Piccolo che fischiettava tra le piante di un castagneto: il ragazzo venne accusato di aver indicato ai briganti, con quei fischi, i movimenti della truppa. Fu preso anche Domenico Natalizio, che raccontò al giudice Mezzacapo di aver incontrato Barone, il quale gli aveva detto che lo avrebbe accettato nella “comitiva“ a patto che non avesse commesso reati e non volesse compiere vendette private. Aggiunse il Natalizio che solo il bisogno – aveva moglie e figli- lo aveva spinto a salire in montagna, e che lo avevano confortato al gran passo "galantuomini di Somma e di Sant’Anastasia", che egli – così fu scritto nel verbale- "conosceva solo di veduta".

Il giudice Mezzacapo, lo abbiamo già visto, non era un uomo curioso, e perciò non importunò il Natalizio, non gli ordinò di descrivergli qualcuno di quei galantuomini: quieta non movere. Nella notte tra il 22 e il 23 i compari di Pollena, Vincenzo Vecchione il Foriere e Giacomo Ferriero il Caciottone , scesero nel loro paese a procurarsi "sicheri". All’alba tornarono, ma a metà dell’ascesa, avendo sentito spari in direzione del colle Sant’Angelo, capirono che l’avventura era conclusa. Sul colle la mischia fu breve. Rimasero sul terreno 6 o 7 briganti, tra cui un Fabiano di Afragola e un napoletano detto il Guastatore. Soldati e guardie nazionali non diedero tregua agli scampati, e gli arrestati non ebbero pietà di quelli che erano riusciti a trovare un varco tra le maglie della rete.

Le guardie nazionali di San Giorgio a Cremano arrestarono Francesco Ottajano, figlio di Raffaele, l’oste di Sant’ Anastasia che "arruolava sbandati": il giovane aveva le "mani e il viso sudici di polvere da sparo, e in tasca poca stoppa incatramata.". Confessò subito d’essere andato a Portici per consegnare una lettera di Barone al Conte Caracciolo di Torchiarolo, "che già era in grave sospetto al Governo e sorvegliato di P.S.". Mentre lo portavano a Napoli, l’Ottajano vide nella folla Leonardo Di Gaetano, e “spontaneo“ lo indicò alle guardie: “prendetelo, forniva cibo alla banda per ordine di Andrea Tarallo.“.

La mattina del 26 agosto 40 guardie nazionali di Somma, guidate da Enrico e Carlo Giova, e una compagnia di bersaglieri al comando del maggiore Calcagnini salirono sul monte per eseguire "le più minute ricerche nelle pagliare e cascine sospette di ricovero dei briganti." Trovarono un uomo che, rannicchiato dietro una roccia, mugolava “come stranito“; in una mano stringeva la coroncina del Rosario, nell’altra una pistola di grosso calibro. Gli domandarono cosa facesse. Vincenzo Terracciano rispose che stava recitando il rosario.

La pistola, le 22 cartucce, le stagnarole e i proiettili a caprioli, che i bersaglieri dissero di avergli trovato addosso, ne segnarono il destino. I soldati lo trascinarono a Sant’Anastasia e all’alba del 27 lo fucilarono.
(Foto: Gouache di Alessandro D’ Anna, “Donna di San Giovanni a Teduccio”,1785)

LA STORIA MAGRA

PATAPART. LA RIVISTA DI PATAFISICA TRA IRONIA E DENUNCIA

Il Patapart, poster, rivista, gioco dell”Istituto Napoletano di Patafisica, è allo stesso tempo contenuto e forma. Oggetto d”arte esso stesso.

«Scienza delle soluzioni immaginarie», paradosso, parodia, eccesso, gioco, ironia. Un pensiero, uno stile di vita, una filosofia. Niente di chiaro e definito, solo così non si tradisce l’essenza della patafisica. Solo se si rinuncia ad una interpretazione univoca, «scientifica» si ha accesso al punto di vista patafisico sulla realtà. Al di là della fisica Aristotele inserì la meta-fisica, al di là della metafisica, Alfred Jarry creò la Patafisica, alla lettera «ciò che è vicino a ciò che è dopo la fisica».
Corrente artistica e culturale che si sofferma sulle eccezioni che affiancano le teorie e i metodi propri alla scienza. Non-scienza non si occupa del generale ma del particolare, non delle regole ma delle eccezioni.

Giacomo Faiella è l’artista napoletano che cura «l’assemblaggio» della rivista d’arte Patapart, ci spiega la sua storia e gli intenti della rivista. «La nascita del Patapart risale al 2000», ci spiega, «rappresenta il momento di rinascita della patafisica, che dagli anni ’70 è stata occultata per volere dello stesso collegio francese. Il 2000 è l’anno in cui l’artista Mario Persico (esponente del movimento nuclearista, ndr) diventa rettore dell’Istituto di Patafisica di Napoli e direttore artistico della rivista».

Il Patapart è esso stesso un oggetto creativo, come si è venuti al formato attuale?
«Mario persico voleva un tipo di rivista che spezzasse la rigidità del formato libro, man mano si è raggiunto il formato attuale, che però consente di creare qualcosa di sempre diverso, è un poster, si chiude con forme diverse. Un’altra cosa interessante è l’utilizzo dello sfrido. Ogni numero porta in prima pagina forme ritagliate, così di volta in volta, lo sfrido viene utilizzato come inserto, a volte come oggetto di utilità, come può essere un segnalibro, a volte con pura funzione estetica».

Come avviene la scelta degli argomenti e dei materiali?
«La rivista è allo stesso tempo un modo per denunciare, per questo ci teniamo alla nostra totale autonomia, economica ed intellettuale. Così, ad esempio, il numero otto è stato dedicato alle banche, ai temi del signoraggio, con un editoriale di Maria Martini. L’autonomia è un valore assoluto, si può spaziare dai temi più scottanti di attualità a temi di bizzarra importanza, mantenendo intatto l’impegno nell’operazione. Dall’altro lato l’aspetto ludico è fondamentale, è un principio della stessa patafisica: niente è afferrabile nella sua interezza, c’è un eccesso di serietà da parte di tutte le istituzioni, la patafisica ne denuncia l’autoreferenzialità intrinseca.
Scelto l’argomento il materiale viene scelto tra tutto quello che viene inviato, sia per i testi che per le immagini. L’istituto si fa spesso da ponte con Istituti di Patafisica internazionali, e capita di inserire materiale inviato da altri istituti».

Come riuscite a mantenere intatta l’autonomia?
«Sotto un profilo economico, il Patapart si sostiene grazie alle sottoscrizioni, ma soprattutto grazie all’inserimento di serigrafie all’interno di un numero limitato di copie che vengono acquistate da collezionisti. La rivista è annuale e la distribuzione è soprattutto interna, postale, sia a livello nazionale che internazionale».

QUANDӃ CHE I GENITORI NON SONO IDONEI A CRESCERE ED ASSISTERE I FIGLI MINORI

La Cassazione ha stabilito il principio che l”amore e l”affetto dei genitori è necessario ma non sufficiente per crescere i figli.

Il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna ha dichiarato lo stato di adottabilità di quattro bambine, figlie naturali di una giovane coppia, osservando che, nonostante i continui ed importanti interventi di sostegno, non erano mai emersi nei genitori, cui erano stati riconosciuti limiti della personalità, né la consapevolezza della gravità della situazione né impegno e collaborazione con gli operatori sociali.

Marito e moglie non ritenevano giusto che i figli venissero portati via dalla casa familiare in quanto loro erano comunque in grado di dare quel calore e quell’affetto che difficilmente i bimbi avrebbero ricevuto in altra famiglia. Sulla situazione si pronunciava anche la Cassazione, in seguito al ricorso presentato dai genitori.

La Cassazione nel prendere la decisione aveva ritenuti alcuni episodi significativi, quali: il rifiuto della madre di inserirsi con due delle figlie in una struttura, preferendo abitare con il convivente in un alloggio abusivamente occupato; la sua pretesa di uscire con le bambine nonostante la più grande di esse avesse avuto il giorno prima la febbre a 39°; la libertà lasciata alle bambine di giocare con i cavi del fornetto a microonde e con il cassetto dei coltelli; l’uso di un solo piatto per far mangiare contemporaneamente le bambine che lei stessa imboccava anziché favorire che mangiassero da sole; l’assoluta mancanza di pulizia delle bambine, che, all’atto dell’allontanamento, erano state trovate in pessime condizioni igieniche, maleodoranti e con evidenti segni di disagio.

I genitori sostenevano in sede di giudizio che l’adozione è considerata una “extrema ratio” cui è possibile ricorrere quando il minore si trovi in stato di abbandono, che si verifica allorché sia privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori in misura tale da determinarne in concreto un grave pericolo di compromissione per la salute e le possibilità di un armonico sviluppo fisico e psichico, e non era questo il caso.

Certamente corretto è il principio di diritto posto dai genitori in sede di giudizio. Non v’è dubbio infatti che il minore ha il diritto di crescere e di essere educato nell’ambito della sua famiglia d’origine, come espressamente prevede in armonia con il dettato costituzionale art. 30.
Del tutto condivisibile è pertanto l’affermazione di principio espressa dai genitori, vale a dire che l’istituto dell’adozione è da considerarsi una “extrema ratio” cui ricorrere solo allorché il minore risulti privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi e di conseguenza esposto a gravi pericoli per la sua salute fisica e psichica.

Ma dopo una tale corretta premessa, i genitori trascurano infatti l’aspetto principale dell’articolata motivazione della sentenza, basata sulla riscontrata inutilità dei numerosi interventi sociali operati nei confronti della giovane coppia la quale, nonostante le precarie condizioni sotto vari profili (economico, logistico, consapevolezza della situazione), ha dato luogo a continue gravidanze (ben quattro figlie in quattro anni), giustificate, oltre tutto, dal desiderio di avere un figlio maschio. Praticamente il giudizio della Corte, è un giudizio di inidoneità dei genitori a crescere ed assistere i figli minori.

La Cassazione con la sentenza del 3.11.2009, n. 24589, ha stabilito il principio che l’amore e l’affetto dei genitori è necessario ma non sufficiente per crescere i figli.

LA RUBRICA

LA MIA PATRIA É DOVE MI TROVO BENE…

In che modo viaggiatori poco noti hanno scritto su Napoli e sulle sue storie. Il mito dell”eremita. Di Carmine CimminoSir William Hamilton non si limitò a “sentire“ il fascino di Napoli: cercò, come Goethe, di capirne le ragioni, e di descriverle con le immagini. Documento splendido di questo progetto, che rispondeva a una necessità intellettuale, furono i Campi Phlegraei, pubblicati in edizione definitiva nel 1776, con 7 “lettere“ dell’ Hamilton e 59 tempere di Pietro Fabris. Sir William Hamilton era giunto a Napoli nel 1764 come inviato straordinario di Sua Maestà Britannica. Nel 1767 prese in affitto, per 804 ducati all’anno, il lato sud del Palazzo Sessa, il cui ingresso, in fondo a un cortile, nulla aveva di maestoso: ma le tre grandi stanze comunicanti del piano degli uffici si aprivano sul golfo e sul Vesuvio.

La prima stanza, che fungeva da anticamera, era arredata e affrescata all’inglese: vi convenivano ogni giorno, in multicolore corteo, venditori di libri preziosi, antiquari, pittori e mercanti di rarità. Tutto ciò che di strano venisse prodotto, si trovasse e nascesse a Napoli, era offerto all’inquilino di palazzo Sessa, e quasi sempre finiva esposto nella seconda stanza. Un giorno Hamilton mostrò affascinato all’amico Tischbein, pittore di squisita sensibilità, un indefinibile essere marino, forse un polpo, forse una medusa, che eseguiva lentissime contorsioni in un vaso di vetro colmo d’acqua. Ma il pittore tedesco preferiva la terza stanza: a Goethe confessò di non aver mai visto una camera più attraente.

Era lo studio privato in cui il nobiluomo passava molte ore del giorno: e desiderava che si sapesse che in nessun altro posto sarebbe stato meglio: da vero cosmopolita, racconta Carlo Knight, aveva fatto scrivere lungo i lati del soffitto, e in caratteri d’oro, questa massima: “La mia patria è dove mi trovo bene”. Gli armadi dello studio erano colmi di vasi greci, di terrecotte, di cammei, di medaglie vaticane e di campioni di lava. Alle pareti c’erano gouaches, disegni, mappe del Regno di Napoli, il “Ragazzo che ride” , allora attribuito a Leonardo, e accanto, con una scelta che dice molto della sensibilità dell’uomo, un disegno in cui lady Spencer di Beauklerk aveva ritratto i suoi figlioletti mentre si rotolano per terra: un disegno appena abbozzato, con un tratto rapido e anticonvenzionale.

E alle finestre di questa camera delle meraviglie c’erano cannocchiali puntati sul Vesuvio. Accanto allo studio c’era la biblioteca, e, a seguire, l’appartamento di Emma Lyon che nel 1791 divenne ufficialmente Lady Hamilton. Ornavano la scala che portava al piano nobile i busti di Democrito e di Eraclito, in atto, il primo, di ridere del mondo, e l’altro di piangere di sé: e in mezzo un dipinto in cui Luca Giordano aveva rappresentato, tra un montone e un asino, un napoletano che suonava uno strumento a corde, con un pappagallo e una scimmia appollaiati sulle spalle. Non sappiamo chi fosse il bersaglio di quell’invettiva scritta con il pennello.

Il cuore del piano nobile era una stanza-balcone, che incantò anche Goethe: “.. è forse unica al mondo. Si vedono il mare, in lontananza Capri, a destra Posillipo, più vicino la passeggiata della villa Reale, a sinistra un antico convento dei Gesuiti, e più lontano la riviera da Sorrento a capo Miseno.”. Le pareti della stanza erano rivestite di grandi specchi, in cui si rifletteva l’intero golfo di Napoli: certe notti in quella stanza si vedevano due lune piene spuntare da due crateri, e veniva raddoppiato il numero delle barche che pescavano il tonno, e delle lampade che rischiaravano le onde. Nell’agosto del 1787 Sir William accompagnò Emma sul Vesuvio. Arrivarono all’eremo, che fu per decenni una tappa obbligata per tutti i “ turisti”.

Vi trovarono un eremita che amava circondarsi di mistero e diceva di essere francese, ma l’anno prima la signora Piozzi aveva riconosciuto in lui un parrucchiere che teneva bottega a Londra. Emma e William non riuscirono a gustare le famose, e costose, frittate dell’eremita: l’eremo bruciava tra gli artigli della lava, e bruciavano la cappella, le immagini dei santi, le riserve di vino e gli amuleti religiosi. “Avrei potuto fermarmi lì tutta la notte – scrisse Emma – e da allora non ho avuto più simpatia per la luna perché appariva così pallida e malaticcia… la sua luce non è nulla in confronto alla lava….”. Nel 1790 Elisabeth Vigée Lebrun riuscì a sedersi a tavola, ma non a portare a termine il pranzo, perché all’improvviso l’eremita le comunicò che dietro la tenda giaceva il cadavere del compagno d’eremitaggio, deceduto durante la notte.

Il parrucchiere aveva preso il posto di fra Claudio, morto nel 1773. Claudio era sicuramente francese, si chiamava, forse, Claude Veléne, era, forse, di Amiens, e certamente non fece una buona impressione al suo conterraneo abate di Saint – Non, che così lo descrive: gran parlatore, che si era fatto passare per l’Uomo dei Miracoli, e per i suoi intrighi aveva acquistato in un primo momento una grande reputazione che gli era valsa perfino la presentazione a Corte; ma poiché la sua condotta non corrispondeva esattamente all’immagine di santità che avrebbe voluto dare, era stato obbligato a rinunciare a prediche e a miracoli per attenersi alla sua condizione di mendicante, nella quale esibiva una grande disinvoltura.

L’eremita che Stendhal giudicò, senza incertezze, un bandito è quasi sicuramente lo stesso che apparve come un mistico sacerdote dei misteri del Vesuvio al buon Classens de Jongste. I progressi della scienza favorirono la fondazione dell’ Osservatorio Vesuviano e resero più smagati i turisti: il mito dell’eremita si corrose fino a dissolversi. Nel 1845 Emanuele Bidera salì da San Giorgio all’eremo in compagnia di alcuni attori del teatro Fiorentini, che erano ospiti del Principe di Ottajano e nella sua villa avevano festeggiato, la sera prima, Carlotta Marchionni “ex prima attrice del Real Teatro di Torino”. La comitiva fece l’ascesa sui cavallucci e sugli asini delle guide di Resina, “una delle quali, di grottesca figura e di parlare faceto e franco, si chiamò col titolo di Cicerone del Real Vesuvio”.

Ci dice Bidera che l’eremo era tenuto da frati e da militari, da cui i turisti comprarono pane, formaggio e lagrima di Somma. Ma fu l’eremita a mostrar loro gli otto volumi dell’album dei visitatori illustri. Bidera e i suoi amici, “di tratto in tratto, come chi legge un terno vinto al lotto”, vi trovarono firme celebri: Goethe, e, sotto la data del 18 aprile 1812, Monti, e Byron, Dumas, Kotzebue, la Malibran, che era salita sul vulcano la notte del 4 ottobre 1833, e Vittorio Alfieri, che l’aveva visitato nel 1782.
(Foto: Tempera di Pietro Fabris, "Veduta a volo d’uccello del Convento dei Camaldoli, il punto più elevato vicino a Napoli", tavola XVII di Campi Phlegraei).

L’OFFICINA DEI SENSI

FRANCESCO SOLIMENA. L’ULTIMO BALUARDO DEL BAROCCO NAPOLETANO

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Agli inizi del Settecento l”artista avellinese, cresciuto nella Napoli di Luca Giordano e Mattia Preti, diviene protagonista della pittura barocca napoletana: è un successo nazionale ed internazionale.

“Nelle ammirabili pitture del Signor Cavalier Francesco Solimena può dirsi essersi unite molte delle perfezioni descritte nelle Vite di altri pittori celebri, non solo di nostra Patria, ma eziandio de’migliori de altre rinomate Città”. Questo è l’incipit con cui, negli anni ’40 del Settecento, il napoletano Bernardo de Dominici introduceva la biografia dell’artista.

Nato nel 1657 a Canale di Serino, formatosi a Nocera Inferiore nella bottega paterna e trasferitosi giovanissimo a Napoli, il Solimena, anche noto come l’Abate Ciccio, è senza dubbio quello che i manuali definiscono un pittore locale. Nonostante la sua vita e la sua carriera siano strettamente legate al territorio campano, egli viene comunque considerato uno dei massimi esponenti della cultura artistica tardo-barocca in Italia. Pittore e architetto, Francesco Solimena ha infatti lasciato innumerevoli opere d’arte non solo in Campania: “richiesti e ammirati”, scrive Mina Bacci, “i suoi dipinti raggiunsero i più lontani centri d’Europa”.

Evidentemente l’Abate Ciccio non fu, come molti credono, semplicemente l’erede o il continuatore della tradizione decorativa di Luca Giordano. La pittura del Solimena è anzitutto una pittura innovativa, capace di coniugare i lavori dello stesso Giordano con quelli di Mattia Preti. Il risultato è una figurazione elegantissima fatta di grandiose scenografie architettoniche “nelle quali il Solimena”, scrive ancora la Bacci, “distribuisce con eccezionale istinto teatrale, anche in dipinti di piccole dimensioni, fitte masse di protagonisti e di comparse”. In effetti, nelle opere pittoriche dell’artista, colpisce in primo luogo la quantità di personaggi che riesce a trovar posto in ambienti architettonici dagli elementi (archi, colonne, cornici) minuziosamente costruiti. Il gusto del particolare, del curioso, del bizzarro è, in fondo, ciò che fa del Solimena un pittore tipicamente “barocco”.

Forse proprio per questo suo originale approccio alla pittura barocca si è voluto erroneamente vedere in lui uno dei primi artisti “rococò” a Napoli. In verità Francesco Solimena è l’ultimo grande artista di quella fortunata stagione che fu il Barocco napoletano. Una stagione che avrà come ultimo baluardo proprio la scuola formatasi attorno al pittore nel corso del primo Settecento. Del Solimena ci restano opere a Nocera, Solofra, Salerno, Napoli, Aversa; ma sono moltissime anche le tele che l’artista produce, pur restando sempre in Campania, per altri centri italiani ed europei.

Suo è l’affresco con “La cacciata di Eliodoro dal Tempio” (foto), dipinto sulla controfacciata della Chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. In esso l’episodio biblico è narrato dall’artista con straordinaria teatralità. Il gran sacerdote Onia, raffigurato in alto a destra in preghiera davanti all’altare, invoca Dio perché salvi il tesoro di Gerusalemme da Eliodoro che vuole impossessarsene. Quest’ultimo, caduto sui gradini, è raggiunto e percosso da un cavaliere e due angeli, inviati dal Signore a impedire lo scempio.

Nel dipinto l’architettura fa letteralmente da palcoscenico a un fiume di “attori” tra i quali è difficile distinguere i protagonisti principali. Quest’opera è senza dubbio un capolavoro del Barocco napoletano; di quel Barocco che il Solimena aveva appreso dal Giordano e dal Preti e che aveva saputo tramandare poi ai suoi allievi, influenzando con la sua arte tutta la pittura del primo Settecento, pur non essendosi mai mosso da Napoli.
(Fonte foto: Internet)

STORIE D’ARTE

IL CONTRASTO ALL’INSICUREZZA URBANA (2)

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L”Europa si approccia al fenomeno dell”insicurezza in modo diverso dal modello americano. L”illusione delle Politiche preventive. Di Amato Lamberti

Diversamente dall’approccio americano in cui si punta su un controllo diretto e poliziesco del territorio, in Europa il contrasto all’insicurezza urbana si è basato su una maggiore accentuazione della regolazione sociale e penale.
Altra importante differenza esistente tra l’approccio americano e quello europeo è che, nel nostro caso, si tratta di politiche di contrasto emerse dalla crisi del welfare state con una natura fortemente connotata in senso sociale e basate sulla contrattualizzazione e territorializzazione delle politiche.

Il modello europeo: regolazione sociale e regolazione penale.

Ogni Stato, in Europa, ha delle specificità e delle caratteristiche proprie circa i fenomeni d’insicurezza e paura urbana che derivano fondamentalmente dal contesto locale e regionale.
Fatta questa premessa, è difficile identificare categorie generali e tipi ideali onnicomprensivi che si adattino a tutte le città europee, ma è possibile tentare di fornire chiavi interpretative condivise che possano fungere da riferimento anche tra esperienze e pratiche diverse.
In questo senso, ad esempio, si può notare come in molti paesi europei, nel secondo dopoguerra, si ebbe una riorganizzazione della città improntata alla concezione abitativa tipica dello zoning.

Con questo termine si è soliti indicare una suddivisione omogenea, in chiave funzionalista, delle attività elementari su cui si basa l’organizzazione della città e del suo vivere, allo scopo di pianificare e controllare le trasformazioni urbanistiche del territorio stesso.
L’illusione dei primi approcci alla prevenzione è stata proprio la convinzione che con un certo tipo di urbanistica unita all’azione delle forze dell’ordine e ad una progettazione minuziosa dello spazio urbano, fosse possibile controllare l’insorgere dell’insicurezza.

Si tratta, nella pratica, delle “Politiche preventive”, ossia l’insieme delle strategie che affidano alle forze di polizia il mantenimento dell’ordine pubblico, affiancandovi una progettazione dello spazio urbano che invalida alcune caratteristiche proprie della città, come l’esistenza dello spazio pubblico.
Per agire un controllo diretto sul territorio, lo spazio pubblico diventa sempre meno dedito a luogo d’incontro e confronto con l’altro per diventare, invece, un luogo che racchiude al suo interno eventi prevedibili e funzionalmente organizzati.
In questa serie di politiche rientrano tutte quelle tipologie d’intervento che portano all’estremo l’idea dello spazio difendibile di Newman, per cui per raggiungere un’eventuale maggiore sicurezza nelle città si è disposti ad invalidare il concetto di spazio pubblico e di tutte quelle prerogative fondamentali che lo caratterizzano quali: l’anonimato e il senso di libertà, la possibilità d’incontro con il diverso, la presenza della folla come mescolanza eterogenea.

In questo modo, come spiega Sennett, si verifica la ghettizzazione della diversità, creando delle zone residenziali omogenee e spazi pubblici anonimi e neutralizzanti di contro a spazi che promuovono la “minaccia” del contatto sociale.
Rendere uno spazio sicuro significa, in questo senso, progettare uno spazio in cui fosse difficile anche il solo prodursi d’incivilities, che sono alla base del germe della insicurezza.
Ben presto però è emersa la contraddizione tra organizzazione dello spazio urbano e caratteristiche dell’inurbamento moderno di massa che è stato, negli anni successivi, alla base della diffusione del fenomeno insicurezza nella sua dimensione più accentuata.

In quasi tutte le grandi città d’Europa, a partire dagli anni ’60 e ’70 la popolazione urbana inizia a presentare una forte eterogeneità socioculturale, caratterizzata da componenti molto diverse che rivendicano un’identità.
Questo comporta una sempre maggiore diversificazione dei soggetti e contemporaneamente un uso dello spazio urbano molteplice.
Viene così scardinato ovunque il sistema unitario di comportamenti e regole condivise che caratterizzavano l’uso della città ancora nell’immediato dopoguerra.
L’inadeguatezza dello spazio urbano, così com’era organizzato, a rispondere ad una nuova domanda di città, è particolarmente evidente nelle aree residenziali delle città europee.

Queste, con lo zoning, si separano fisicamente e strutturalmente dal resto della città al fine di creare un ambiente omogeneo, in cui far rivivere la dimensione del villaggio, escludendo le diversità.
Come sottolinea anche Morandi, “l’esclusione della residenza dai ritmi urbani e la realizzazione di comunità omogenee regolate da un controllo condiviso, saranno alla base anche dell’urbanistica italiana del secondo dopoguerra, contribuendo ad impedire la realizzazione di una città estesa in cui ritrovare quegli spazi delle relazioni indispensabili per lo svolgersi della vita urbana”.
Questa netta frammentazione dello spazio pubblico, presto, si estese anche a tutti i quartieri della città e non solo alle aree residenziali, rendendoli sempre meno sicuri.

In quest’organizzazione dello spazio urbano, ciò che viene a mancare è una visione globale e mentale della città, per cui diventa difficile distinguere i punti focali delle metropoli e attribuirne un senso. Proprio da questo disorientamento si svilupperà fortemente il fenomeno insicurezza urbana che, come sostenuto da diversi autori, non nasce dalla città ma dal rapporto e dall’uso che di essa si propone. Le nuove politiche della sicurezza in Europa, infatti, negli anni successivi, hanno abbandonato una prospettiva legata alle politiche preventive per adottare un approccio di prossimità.

La nuova impostazione teorica, mutuata anche dall’esperienza americana, sta nella convinzione che per combattere l’insicurezza urbana ci sia bisogno della partecipazione e dell’impegno di tutti. Basti pensare, ad esempio, alle strategie di Community policing e crime prevention attivate in molti Stati europei e non solo (continua- 2).
(Fonte foto: Rete Internet)

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I GIORNI DEL BRIGANTE VINCENZO BARONE: 18 E 19 AGOSTO 1861

Tra i suoi uomini, Barone arruolò anche “sbandati” di Ponticelli. La banda aveva bisogno di soldi per acquistare viveri e armi e sconfinò a Ottajano, sfidando la sorte e i briganti di Pilone. Di Carmine Cimmino

Il 18 agosto Vincenzo Carotenuto Crapariello, di Pollena, arruolò un folto gruppo di “sbandati“ di Ponticelli, Rocatello Migliaccio, Antonio Imperato detto Mezzorotolo, Riccardo Rocca, Nicola Fiore, Gennaro Migliaccio e Modestino Martinelli. In località Castelluccio essi "prelevarono" con la forza Felice D’Agostino, un altro renitente alla leva, minacciando di bruciargli la casa, se non li avesse seguiti: questo egli raccontò al giudice Tommaso Mezzacapo nell’ottobre, quando venne arrestato dai soldati del 6° Fanteria.

Alle pendici del monte, in un pagliaio del "tenimento" del cav.Agresti, trovarono, intenti a mangiare fette di cocomero, altri “sbandati“ di Ponticelli, Giuseppe Cafora, Celestino e Luigi Pandolfo, Sabato Ottajano, Giuseppe Sbriglia, Leopoldo Terracciano, Giovannello Licco. Il Crapariello li convinse ad aggregarsi al gruppo, promettendo che Francesco II al suo ritorno avrebbe concesso onori, ricompense e soprattutto il congedo definitivo. La brigata si inerpicò dietro il Crapariello, attraverso i lagni di Pollena e di Sant’ Anastasia, verso il colle Sant’Angelo, che era il rifugio della banda. Sul colle non trovarono Barone, ma il Crapariello li intrattenne "con belle parole", che non gli mancavano, e che inutilmente avrebbe usato nel dicembre per convincere il giudice istruttore a concedergli "un miglioramento di custodia onde dare pane alla numerosa famiglia".

Vincenzo Barone, ritornato al rifugio, passò in rivista le reclute schierate all’ombra dei castagni, le esortò all’obbedienza e, infine, distribuì generosamente pane, vino e cacio. Non avrebbe voluto arruolare il Martinelli, che aveva 16 anni, non era un renitente alla leva, e fuggiva da Ponticelli per aver ucciso "a mazzate" un cantoniere della Ferrovia, che aveva osato parlar male del Borbone. Ma il ragazzo convinse il capocomitiva “promettendo di eseguire, alla prima occasione, un omicidio“ che desse la misura del suo “valore“.

L’arrivo degli “sbandati“ di Ponticelli produsse problemi logistici di non agevole soluzione e fiaccò di nuovo l’autorità di Barone, costringendolo a ridiscutere gli obiettivi "politici" della sua strategia, che fino al giorno prima egli aveva cercato, pur confusamente, di confermare, quando aveva contestato l’idoneità "politica" del Martinelli a far parte della comitiva. Ora serviva molto danaro, per acquistare viveri, fucili, polvere da sparo. E l’avrebbero tirato fuori quelli che ne avevano in abbondanza, liberali o borbonici che fossero: su questo punto lo stato maggiore della banda fu concorde e compatto. A Barone non restò che piegarsi alla volontà generale e mostrarsi più audace e risoluto degli altri.

Avendo scovato una ricca preda nel territorio di Ottajano, sconfinò, sfidando la sorte, e la prevedibile reazione di una banda, quella di Pilone, che proprio i "galantuomini" di Ottajano, e non solo quelli borbonici, stavano in quei giorni provvedendo ad armare e a organizzare. Il 19 agosto Giovanni Parisi, colono della masseria che i Rizzi-Ulmo possedevano nella contrada Cacciato di Sanseverino di Ottajano, venne sorpreso sulla soglia della capanna da una quarantina di uomini, armati di fucili e di coltelli, usciti, come un’apparizione, nel chiarore dell’alba, dall’intrico delle viti e dei pioppi. Tra di loro c’era Luisa Mollo, la donna del capo, vestita "alla maschile", con due pistole alla cintola.

L’uomo che era al fianco della donna, "e sembrava essere il loro capo, piuttosto di statura vantaggiosa, con lunga barba", gli chiese dell’acqua, e il colono "immantinente" lo dissetò, attingendola dal pozzo. Il barbuto, che era Vincenzo Barone, gli consegnò un biglietto e gli intimò di portarlo a Raffaele Saggese Matafone, che abitava poco lontano, in piazza San Giovanni. La preda era pingue. L’ottajanese Raffaele Saggese era il più importante costruttore di botti di tutto il territorio vesuviano, controllava le migliori “partite“ di uva, gestiva il mercato del vino e investiva cospicui capitali in quello delle travi di quercia: non disdegnava di mettere le mani in qualsiasi “impresa“ che garantisse guadagni sostanziosi e immediati. Gli piaceva rischiare: e le preghiere del congiunto Giosué Maria Saggese, vescovo di Chieti, e generose offerte alla chiesa di San Giovanni contribuivano a smacchiargli la coscienza.

Matafone, quando lesse la richiesta di 2000 ducati, non si smarrì. Ordinò al Parisi di tornare dai briganti e di raccontare che non aveva trovato nessuno, in casa Saggese. Lui, intanto, avendo esattamente calcolato che Barone non si sarebbe avventurato per le antiche e strette vie del centro abitato di Ottajano, corse dal sindaco Mazza a dare l’allarme. Barone capì che il pesce non aveva abboccato e si dileguò, con i suoi, tra scappe e dirupi coperti di lava, in direzione di Sant’Anastasia. La guardia nazionale di Ottajano, che si era mossa immediatamente a caccia dei briganti, non volle restare a mani vuote.

Il milite Adamo Bonenzio vide un forestiero davanti alla farmacia di Diomede Pisanti in via Casalnuovo, si insospettì, chiese lumi allo speziale, e avendogli detto costui che si trattava di un "soggetto ladro e contrabbandiere", pensò che un soggetto del genere potesse essere arrestato, diciamo così, preventivamente.

Quando poi si scoprì che si chiamava Carmine Manfellotto e veniva da Sant’Anastasia, parve naturale accusarlo di essere spia di Barone e "palo" della fallita grassazione. Il Manfellotto protestò energicamente, dichiarò che ad Ottajano lo avevano portato i suoi "negozi di legna": i testimoni da lui citati, don Carlo Pisanti, proprietario, Gabriele D’Avino, oste della Taverna del Passo, Tommaso Nusco Gallina, sensale di 80 anni, "non manifestarono nulla contro di lui, tranne – scrive impassibile il cancelliere del regio giudice Giovanni Costantino – la taccia di contrabbandiere".
(Foto: Gouache di Pietro Fabris, “Ronda di sbirri”)

LA RUBRICA

PARASSITI E CORTIGIANE

La Banca Centrale Europea ha messo a nudo le “vergogne” dei politici italiani, i quali hanno scritto una manovra finanziaria che fa ridere: i ricchi e gli evasori. Di Carmine CimminoAnche i Greci conobbero il fenomeno dell’influenza esercitata su uomini politici dalle cortigiane di alto bordo, le etere. Ovviamente, per i nemici dei loro amanti esse in niente si distinguevano dalle comuni prostitute. Aspasia, l’etera che conquistò il cuore di Pericle, fu, per il commediografo Eupoli, solo una porne kynopida, “una prostituta dagli occhi di cagna“. Ma Plutarco racconta che tale erano l’intelligenza politica e l’eloquenza della signora che perfino Socrate talvolta le faceva visita – erano visite rigorosamente culturali-, e alcuni Ateniesi “conducevano da lei le loro mogli, perché la ascoltassero: sebbene Aspasia facesse un mestiere che non era né onesto, né rispettabile, dal momento che addestrava ragazze al mestiere di etera“.

Così dice Plutarco: e questi amici di Aspasia, che impongono alle loro mogli di frequentarla e di “ascoltarla“, aprono il varco a qualche sospetto malizioso. Per liberarsi di Pericle, gli avversari prima accusarono Fidia, scultore e architetto sublime, di essersi appropriato una parte dell’oro che era invece destinato a ricoprire la statua di Atena, e poi lo accusarono anche di empietà, perché nello scudo della dea aveva raffigurato l’amico Pericle e anche sé stesso come “un vecchio calvo che con le mani tiene sollevato un masso“: un’immagine che era una profezia.

Non contenti, gli avversari accusarono di empietà anche Aspasia e Anassagora, il grande filosofo che Pericle venerava. Fidia morì in carcere, di malattia, o di veleno. Anassagora andò via dalla città, sollecitato dallo statista, che riuscì a salvare Aspasia sciogliendosi in lacrime davanti ai giudici. Avrebbe potuto dire che era nipote del Gran Re di Persia o sorella dello scià degli Ircani, ma non ci pensò. Pericle si limitò a piangere molte lacrime, e questo bastò. Cento anni dopo il palcoscenico della politica ateniese era dominato da Frine. Il nome significa “rospo“: ma questo significato poco piacevole non danneggiò la strepitosa carriera della signora.

Da ragazza, si era guadagnata il pane raccogliendo capperi: questo faticosissimo lavoro era stato una palestra di pazienza e di meticolosità. Fu così meticolosa nello scegliersi gli amanti e nel ripulirne le tasche che la chiamarono “crogiolo“. Divenne ricchissima. Quando Alessandro Magno demolì le mura di Tebe conquistata, ella si offrì di ricostruirle a sue spese, a patto che i Tebani, in segno di gratitudine, vi collocassero un’epigrafe: “Le distrusse Alessandro, le riedificò Frine a proprie spese“. Non se ne fece nulla: i Tebani ebbero paura dei nugoli di lazzi, frizzi e sfottò che sarebbero piovuti addosso a loro da tutta la Grecia: anche i Greci vedevano nelle immagini della spada e del fodero allusioni oscene.

E i Tebani non potevano permettere che girasse per tutto il mondo conosciuto la battuta che le mura di Tebe, distrutte da Alessandro con la spada, Frine le aveva ricostruite con il fodero.
Anche Frine incappò nell’accusa di empietà, che incombeva sulle cortigiane per la particolare natura della loro professione, poco compatibile con i parametri dell’etica pubblica. L’accusò di offendere i valori del sacro un amante geloso, che forse si chiamava Eutia. La difese uno dei più grandi oratori antichi, Iperide, che era anche un idolo delle signore ateniesi. In questo processo egli eseguì il più noto coup de théàtre di tutta la storia dell’oratoria giudiziaria: nel bel mezzo dell’arringa, andò a scoprire, con una mossa fulminea, il seno di Frine, la cui luminosa perfezione abbagliò i giudici, tutti carichi di anni.

E mentre essi guardavano, ammiravano, ricordavano e pensavano, Iperide esclamò: può una tale bellezza essersi macchiata di una colpa così nefanda? Può il bello essere empio? Non ha il nostro Platone argomentato che Bello e Bene coincidono? Ma non so se i giudici del quadro di Géròme, che correda l’articolo, stiano pensando a Platone. Nel quadro una buona tecnica – ma il nudo di Frine è disegnato in modo fiacco – è messa al servizio di un’idea assai debole. Le ragioni del mercato indussero il pittore a immaginare che Frine fosse rimasta completamente nuda, ma non è credibile che Iperide possa essersi spinto a tanto. Il pudore di Frine, che si copre, scornosa, il volto col braccio, non ha senso né logico né storico.

Se Frine avesse fatto veramente quel gesto, avrebbe annullato il colpo di scena congegnato da Iperide: i giudici, che sapevano bene quale fosse il suo mestiere, prima si sarebbero messi a ridere, e poi si sarebbero indignati. Mi piace immaginarla, invece, mentre fissa i suoi occhi negli occhi dei vegliardi, e li soggioga con l’azione combinata della bellezza del seno e della elegante sensualità dello sguardo. Un simpatico e misterioso scrittore greco, Alcifrone, immaginò che la cortigiana Bacchide scrivesse a Iperide per ringraziarlo, a nome delle colleghe di mestiere, d’aver fatto assolvere Frine: “L’accusa riguardava solo lei, ma il rischio era di tutte noi. Infatti, se chiediamo danaro ai nostri amanti senza riuscire ad ottenerlo, e se, quando troviamo clienti che pagano, ci trascinano in tribunale accusandoci di empietà, allora è meglio per noi lasciar la professione.“.

Alcifrone scrisse un corpus di lettere fittizie: le più interessanti sono quelle dei parassiti e delle cortigiane. Mi sono ricordato di Alcifrone quando ho visto, sul primo canale TV, la “pubblicità“ contro i parassiti sociali, che non pagano le tasse. Ho tirato fuori le lettere di Alcifrone, perché avevo l’intenzione di scrivere anche io qualche lettera, non fittizia, a certi signori, che quando hanno letto la manovra del sig. Tremonti, si sono scompisciati dal ridere: un riso di contentezza: la stessa esultanza di quei gentiluomini che ridevano, mentre il terremoto devastava l’ Aquila. Ma alla fine, tra parassiti e cortigiane, ho scelto Aspasia, Frine e Bacchide.

La BCE ha fatto, in questi giorni di crisi finanziaria, la parte di Iperide: solo che al posto di Frine c’è la nostra classe politica. Non è esattamente la stessa cosa. A ferragosto anche un mediocre quadro di un pittore di seconda o di terza fila è preferibile alla televisione nazionale.
(Foto: Quadro di J.L. Géròme "Iperide e Frine")

L’OFFICINA DEI SENSI

LA POESIA DELLA COSTIERA: UN CAPOLAVORO DI MARE, STORIA ARTE E CULTURA

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A pochi chilometri dalle principali arterie urbane della Campania uno dei luoghi più affascinanti del mondo: da Vietri sul Mare a Sorrento, un fascinoso percorso attraverso millenni di storia e cultura.

Agosto, tempo di ferie per buona parte degli italiani. Imperversa come ogni anno la frenesia estiva che raggiunge il culmine a mese inoltrato. I lidi sono presi d’assalto e la corsa alla tintarella muove masse di stressati vacanzieri verso le più acclamate località turistiche. E, nonostante la crisi in atto, si stringe la cinghia e non si rinuncia al tran tran estivo, opportunamente condito dalle intramontabili code ai caselli stradali, il fragore e il caos causato dai villeggianti tra il bagnasciuga e il lettino prendi sole.

Al ritratto di una vacanza balneare tipo non si può non aggiungere un percorso differente di relax, meta meno privilegiata ma certamente battuta da chi, alla salsedine e alle serate in riva al mare, predilige un bagno di sana e corroborante cultura. E allora ecco un mini percorso, che senza alcuna pretesa di racchiudere in un vademecum le meraviglie della Campania Felix, possa quantomeno fungere da modesto stimolo a riscoprire alcune delle perle d’arte e di storia che ci circondano e che, elogiate dallo straniero di turno che ne subisce il fascino imperituro, vengono tralasciate o peggio, date per scontate, dai vacanzieri nostrani.

Per chi proprio non riesce a concepire come separato il binomio vacanza-mare, e non è disposto a rinunciare al richiamo del litorale come non consigliare quel patrimonio che il mondo ci invidia che va da Vietri sul Mare a Sorrento, dove allo spettacolo marino si aggiungono quei gioielli che troppo spesso passano in secondo piano rispetto ai suggestivi scorci, dove mare e costa si toccano in una poesia per gli occhi. « Non ho veduto luoghi più graziosi. Il primo che si incontra è Maiori… Le strade ed i sentieri solitari e tranquilli si addentrano nei monti dai quali scaturiscono acque limpide e fresche. Tanta solitudine romantica ricrea l’animo e fa nascere il desiderio di vivere colà tranquilli, o almeno di trascorrervi un’estate».

Così Ferdinand Gregorovius, storico tedesco autore di numerosi viaggi in Italia condensati nei suoi “Wanderjahre in Italien” , rapito dal prezioso scrigno di preziosi che è la costiera amalfitana. E proprio Maiori ospita, tra gli altri monumenti di interesse storico, il complesso monastico di Santa Maria de Olearia, realizzato tra il 950 ed il 1000 ad opera dei monaci benedettini Pietro e Giovanni. Costituito di tre diverse cappelle, con architetture di varie epoche che lo rendono edificio eclettico frutto delle conversioni succedutesi nei secoli, presenta numerosi affreschi che risalirebbero agli anni ’70 dell’XI secolo e che mostrano varie scene di carattere eminentemente religioso tra cui spicca la rappresentazione di alcuni miracoli di S. Nicola, una storia di mare, nella quale s’intravedono una vela triangolare ed una prua e il Santo che salva tre uomini dall’esecuzione.

Il Duomo e Villa Rufolo, sono due dei prestigiosi capolavori che si preservano a Ravello. Il primo fondato sul modello dell’Abbazia di Montecassino è il vanto del romanico campano, presenta in facciata tre antichi portali marmorei: quello centrale è chiuso dalla celebre porta bronzea creata nel 1179 da Barisano da Trani. L’interno, a tre navate e tre absidi, ha la particolarità di presentare la pavimentazione fortemente inclinata verso la piazza, con lo scopo di accentuare l’ effetto prospettico per una maggiore profondità.

L’edificio venne eretto nel 1087 sulla centrale piazza del Vescovado, per volontà di Nicolò Rufolo, membro della potente famiglia che nel milleduecento decise per la realizzazione della Villa che sorge sulla stessa piazza e dove la cultura araba rivela i suoi millenari influssi nello sfarzo dell’edificio comprendente una cappella con volte a botte ed un suggestivo salone, l’antica "sala da pranzo", diviso da basse e massicce colonne, è un palazzo su tre piani, che ebbe ad ospitare personaggi di alto rango, tra i quali il papa Adriano IV ed il re Roberto d’Angiò.

Impossibile esaurire in poche righe le preziose ricchezze culturali della costiera che comprendono anche il complesso architettonico della cattedrale di Amalfi, le tipiche torri medievali per l’avvistamento dei saraceni disseminate lungo il percorso, la prima delle quali si trova al di fuori del comune Positanese, in località Punta Campanella e da dove veniva lanciato, con un colpo di cannone, il primo segnale dell’avvistamento degli incursori arabi, e i tesori conservati in quel di Sorrento, una di quelle

“ poche città [che] ponno vantare la sua veramente incantevole, romantica, deliziosa, e quanto mai amenissima situazione, quale non può esprimersi con poche parole” [Gaetano Moroni] con la sua celebra piazza dedicata al Tasso che ivi nacque, il centro storico che mostra ancora il tracciato ortogonale delle strade di origine romana con Duomo, riedificato nel XV secolo, con facciata neogotica, e la Chiesa di San Francesco d’Assisi, con un notevole chiostrino trecentesco, con portico arabeggiante ad archi che s’intrecciano su pilastri ortogonali. Nomi illustri del passato hanno immortalato cotanto splendore:

da Wagner, ammaliato dal giardino di Villa Rufolo, a Toscanini, dagli artisti Mirò, Escher, Turner, Ruskin, a scrittori e poeti come Virgina Woolf e Paul Valéry; padrini dei preziosi gioielli della costiera le cui parole ancora oggi aleggiano, altisonanti, come melodioso sottofondo di un panorama denso di storia, colorato d’arte e incorniciato dallo scenario incantevole disegnato dal mare nostrum. Le premesse ci sono tutte. Non resta che armarsi di una guida e partire: buon viaggio!
(Fonte foto: Rete Internet)

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