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L’ODIO E IL RISENTIMENTO DEI BRIGANTI “SOPRAVVISSUTI”

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Usciti dal carcere, i briganti provarono ad inserirsi nel sistema sociale, ma tanti di loro, vesuviani e nolani, sperimentarono quanto fosse violento il nuovo Stato. E risposero all”odio con l”odio. Di Carmine Cimmino

La banda di Antonio Cozzolino Pilone venne dissolta da soldati e carabinieri nella battaglia notturna in mezzo ai castagni della Masseria Garofalo tra il 28 e il 29 febbraio del 1863. Pilone, sua moglie, i suoi figli, e una decina di compagni scampati alla morte e all’arresto raggiunsero lo Stato Pontificio. Nel novembre del ’64 due fedelissimi di Pilone, Biagio Panariello Numinammini e Salvatore Lombardi Zoccolaro, furono scovati nella campagna di Torre del Greco da due spie. Si mossero a braccarli, sotto la guida di Michele Cancello che seguiva le tracce, Tommaso Cirillo, capitano della G.N. di Trecase e Giuseppe Petrillo, delegato di P.S.

Sotto gli scrosci di una pioggia torrenziale i militi, vestiti da cacciatori, scovarono i due in una "casella" sotto i Camaldoli di Torre e li accerchiarono. Se ne accorsero Numinammini e lo Zoccolaro, e balzarono fuori da una finestra posteriore, che si apriva su un gigantesco nodo di lave antiche. Qui stava alla posta il solo Cirillo e contro di lui si avventò Numinammini, gridando con voce terribile: "non ti muovere, anima fottuta", e intanto infilava la mano nella tasca del panciotto, come per cavarne un’arma. Il Cirillo gli scaricò addosso il fucile e l’uomo crollò, ferito, nella fenditura della roccia, che "come belva…stava sormontando". Lo tirarono su con una corda, mentre lo Zoccolaro s’arrendeva senza combattere.

I militi li perquisirono con cura e non trovarono nemmeno un coltellino. Nella caserma di Torre Annunziata lo Zoccolaro raccontò la storia sua e del suo amico, – che i medici intanto cercavano di rimettere in piedi per l’interrogatorio – come un miscuglio di ricordi sbiaditi, il cui senso ultimo sfuggiva ormai anche a lui. Parlò prima di tutto dei signori e dei preti che venivano a ossequiare Pilone da Napoli Resina Portici Torre Ottajano Boscoreale e Boscotrecase: non ne aveva riconosciuto nessuno, perchè il capo parlava con loro "a molta lontananza". Parlò di Matteo Laville, “galantuomo“ di Torre Annunziata, che due volte alla settimana mandava un suo colono con i rifornimenti di pane, vino e formaggio; ignorava che proprio quel colono, quasi sicuramente per ordine del Laville, aveva riferito ai soldati che i briganti erano accampati nella Masseria Garofalo.

Da qui lo Zoccolaro e Numinammini erano fuggiti a Terracina su una barca da pesca e con una spesa di 60 ducati. L’ispettore di polizia di Terracina li aveva mandati a Roma, e da Roma erano stati spediti a Velletri, a lavorare alla costruzione della ferrovia e a consumare gli ultimi ducati della "porzione del ricatto del marchese Avitabile". Erano ripartiti da Anzio alla fine di settembre, su una grossa barca che trasportava carboni, con due ottajanesi, Giovanni Pagano e Crescenzo "Loffa" ed erano sbarcati alla Marina di Napoli, vicino al mercato del pesce.

Si erano subito inselvati nei boschi del Somma, dopo essersi liberati dei pochi baiocchi pontifici che avevano in tasca, e di vallone in vallone erano giunti nei castagneti di Ottajano: qui Pagano e il Loffa si erano separati da loro. Lo Zoccolaro e Numinammini avevano vagato per qualche giorno da un paese all’altro – i paesi che fino a qualche mese prima erano atterriti dal nome stesso di Pilone – ora a piedi, ora sui "traini" . Una notte avevano bussato alla porta di un amico, Luca Mosco, sulla strada delle Grazie poco fuori Torre Annunziata. Una donna, da dietro la porta chiusa, aveva domandato chi fossero."Sono Biaso" aveva risposto Numinammini. "Che vuoi?" "C’è tuo marito?" "Sta in carcere" "E il Craparo, dove sta?" "È morto". "E le armi?" "Le hanno già prese i vostri compagni".

I due erano andati a nascondersi nella "casella" ai Camaldoli. Da qui Biagio si era allontanato una sola volta, per scendere a Torre del Greco e giocare "un biglietto a un posto di lotto". Il biglietto fu trovato dalla polizia nella "borsetta del brigante insieme a 5 medaglie con teste di santi, tre scapolari, le immaginette di San Silvano San Cataldo San Leone e della Vergine sine tabe concepta, una preghiera in italiano" e 25 capsule fulminanti per pistola. Lo Zoccolaro consegnò un passaporto, una carta di soggiorno a Roma, un astuccio di latta in cui conservava il testo di una preghiera in latino che Pilone aveva dato, a Roma, "a ciascuno della residuale banda assicurandoli che sarebbero immuni dall’essere feriti".

E lo Zoccolaro era stato preso, ma non ferito. Usciti dal carcere, Panariello e Lombardi cercarono di inserirsi nel sistema sociale. Panariello si dedicò al commercio del vino, e gli accadde di violare ancora la legge, ma in misura veniale. Lombardi si trasferì a Ottajano e lavorò come guardaboschi. Giovanni Pagano aprì una panetteria. Qualcuno si diede al contrabbando, e tornò in carcere. In carcere tornarono quasi tutti i “soldati“ dei La Gala e dei Gravina, che, dopo la fine della storia dei briganti, non seppero e non vollero rientrare negli spazi della legalità. Nei quali si sistemarono agevolmente i seguaci, “combattenti“ e manutengoli, di Vincenzo Barone: molti di essi provenivano da famiglie di contadini proprietari e di agiati artigiani, e sapevano leggere e scrivere.

Alcuni dei manutengoli più noti di Barone tra il 1880 e il 1890 parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano. Scrissi un libro sul brigantaggio vesuviano, su Barone e Pilone, dodici anni fa. A Pilone ha dedicato un bel libro Gabriele Scarpa; pare, invece, che Sant’ Anastasia si sia dimenticata di Barone. Ma, finito il trambusto per i 150 anni dell’Unità, racconteremo le storie dei “sopravvissuti“, dei briganti vesuviani e “nolani“, che usciti dal carcere tra il 1870 e il 1880, sperimentarono quanto fosse “legalmente“ violento il nuovo Stato, che li aveva sconfitti e li aveva chiusi in carcere, e quanto fosse difficile trovare posto in una società che era spietata con i deboli. Molti dei “sopravvissuti“ vennero dall’istinto indotti a rispondere all’odio con l’odio.

Questo flusso di risentimento, di rancore feroce, di invidia e di paura ha orientato la storia di individui, di famiglie, di importanti comunità e ha “ispirato“ strategie, regole e comportamenti della delinquenza organizzata nel Vesuviano, nel Nolano, nel Vallo di Lauro. Dagli ultimi anni dell’’800 alla fine della seconda guerra mondiale. L’incendio scatenato dai briganti del Vesuvio e della Campania Felice non è ancora spento.
(Foto: Quadro di Rubens Santoro, Case rustiche, 1884)

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