Tra rapine, attentati e vendette, l”estate 1861 a Sant”Anastasia fu particolarmente movimentata. Al centro di tutto, il brigante Vincenzo Barone. Di Carmine Cimmino
Con questo articolo, il prof. Cimmino ri-pubblica a puntate, in esclusiva per Il Mediano, una parte del suo libro sul brigantaggio scritto 12 anni fa. In particolare, i capitoli che riguardano le vicende di Vincenzo Barone, brigante dell’entroterra vesuviano e precisamente di Sant’Anastasia, cittadina che, pare, abbia completamente dimenticato questa figura, attorno alla quale giravano “combattenti” e manutengoli provenienti da famiglie anche agiate, nient’affatto rozzi e ignoranti ma capaci di leggere e scrivere. Anzi, alcuni di questi uomini legati al brigante Barone, tra il 1880 e il 1890, parteciparono attivamente alla vita politica di Sant’Anastasia, di Pollena e di San Sebastiano.
Ringraziamo il prof. Cimmino per aver accolto questa proposta editoriale, che soddisfa le richieste dei lettori in cerca di copie del volume, impossibile da trovare perché andò esaurito già 12 anni fa. Possiamo, tuttavia, anticipare che è quasi giunta a conclusione la nuova edizione del libro sul Brigantaggio Vesuviano, arricchito di nuovi ed inediti documenti. A tempo debito vi informeremo su luogo e data di presentazione.
L.P.
Vincenzo Barone arroventò l’estate del 1861 a Sant’ Anastasia. L’8 luglio Antonio Coppola, "solerte ufficiale della G.N.", viene ucciso a fucilate sul Pendino di Madonna dell’Arco, mentre con il garzone Arcangelo Busiello va in calesse in direzione di Pollena. Interrogato dall’energico giudice supplente, Mattiantonio Giaccio, il garzone dichiara che i colpi sono venuti, in rapida successione, dalla siepe che separa dalla pubblica via il fondo di Giosuè Gifuni: mentre il "padrone" stramazzava colpito a morte, egli ha visto spuntare da dietro la siepe le teste di quattro o cinque briganti che si sporgevano a controllare, e ha perfino riconosciuto Barone, nipote dell’ucciso.
Il coraggioso garzone sa dalla voce pubblica , – e Angelamaria Pellegrino, moglie del Coppola, conferma -, che tra il Coppola e i Barone non correva buon sangue "per gelosia di mestiere di telajolo". Intanto Luigi Maione si reca nello spaccio di sale e tabacchi del fratello del morto e lo informa, a nome di Vincenzo Barone, che l’assassinio era stato un dolorosissimo errore, che c’era stata una confusione di calessi. Ucciso lo zio, Barone cerca di rinforzare il colore politico della sua azione. E punta le armi sugli uomini delle istituzioni. Il 25 luglio Mattiantonio Giaccio, supplente del giudice regio Mezzacapo, mentre si godeva il fresco della campagna, fu il bersaglio mancato di alcuni colpi di fucile sparati da una siepe di confine. Le indagini le condusse il Mezzacapo, con una strabiliante lentezza.
I vicini non fornirono alcun indizio. Non erano in casa a prendere il fresco, ma nelle vigne e negli orti, a faticare. Michele Maione, che anche nel soprannome, Mangiazitto, inalberava l’insegna di una prudenza assoluta, fu dipinto dall’autore del verbale in una ben tornita coppia di novenari come "dedito alla fatica campestre lontano dalla propria dimora". Nulla seppero dire il salassatore Domenico De Luca, il macellaio Domenico Paparo, il contadino Giovanni Esposito Frascone, il dottor Pietrantonio Maione, che fu interrogato a settembre inoltrato. Se si trovavano in casa, non avevano sentito gli spari, e se li avevano sentiti, non se ne erano preoccupati, poiché – spiegò la contadina Rosa Gifuni- " nel territorio si sentono continuamente fucilate che si tirano agli uccelli".
L’8 agosto uno sconosciuto contadino portò a un ricco “galantuomo“ di Sant’ Anastasia, Giacomo Liguori, del fu Antonio, una lettera: era di Vincenzo Barone, che chiedeva "un prestito" di mille ducati e garantiva regolare ricevuta a nome di Francesco II e rapido saldo del debito. Il giorno dopo, all’alba, il Liguori caricò su una carretta la parte più preziosa delle sue masserizie e partì per Napoli: teneva casa in via Scassacocchi. Ma, scampato ai briganti, incappò nella camorra dei traslochi. Quattro facchini, che lo avevano seguito dall’Ospedale dell’Annunziata, vollero "forzatamente e anche in via di minaccia scaricare la roba" e pretesero e ottennero 40 carlini," mentre già sarebbero stati troppi 12 carlini".
Ma quando due di essi tornarono e chiesero altri 10 ducati, don Giacomo "ebbe un moto di coraggio", che sorprese lui, sorprese, quando gliene parlò, Francesco Miglietta, ispettore di questura della sezione Pendino, ma non sorprese i facchini, i quali immediatamente "si disposero in attitudine di voler offendere". La fiammata di coraggio si spense subito e Liguori tornò ad indossare la veste abituale dell’uomo di pace. Si piegò a pagare, per amore di quiete, 20 carlini: ma "l’attrito" aveva riempito di clamori il vicolo; gridavano le donne, spaventate, non si sa se dai camorristi o dalle guardie di P.S. che accorrevano dai Tribunali. Uno dei facchini, Giovanni De Maria, che era un noto camorrista, fu arrestato.
Il 15 agosto Salvatore Russo, bettoliere di Sant’ Anastasia, e la moglie Maria Notaro si godevano il fresco del tramonto seduti sulla porta di casa, che si apriva su un giardino ricco di viti e di meli, poco lontano dalla chiesa di Madonna dell’Arco. Discorrevano con Ferdinando De Simone, marito della loro figlia Cristina, la quale intanto passeggiava con un’amica lungo lo stradone, quando all’improvviso apparvero tra gli alberi due uomini armati di schioppo. Uno, facendosi avanti, apostrofò minaccioso Ferdinando: "Fesso, non ti muovere, a te jeva truvanne". Il giovane, pensando che fosse uno scherzo di cattivo gusto, si alzò dalla sedia e gridò :"Statti cojeto", mentre l’altro gli poggiava la bocca dello schioppo sull’anca sinistra. Ci fu un solo sparo: la palla, squarciata da parte a parte la coscia della vittima, andò a sfondare la porta.
Il De Simone riuscì ad alzarsi e a trascinarsi nella vicina casa di Rosa Migliaccio, mentre il suocero fuggiva verso un angolo remoto del giardino e dal lato opposto irrompeva un nugolo di briganti armati di schioppi. Costoro, trascinata dentro la Notaro, rimasta sola alla difesa dei suoi beni, le strapparono dalle orecchie i fioccagli d’oro a bottone, "che valevano 5 ducati", e tra sguaiate minacce di troncarle la testa, saccheggiarono la casa: “l’hanno fatta pulita pulita“. In seguito, al giudice che lo interrogava il bettoliere non negò di essere fuggito, ma giurò d’averlo fatto dopo che l’orda era già entrata in giardino, e non prima: era corso verso Sant’Anastasia a cercare aiuto, ma dopo pochi metri era stato costretto a nascondersi dietro le siepi, poiché gli era parso che "tutte le strade erano occupate da una moltitudine armata divisa in drappelli con gli schioppi impugnati tra le mani". La figlia era stata assai più coraggiosa del padre.
Proprio mentre Luigi Iacobelli, "impiegato dello stabilimento di Madonna dell’Arco", correndo verso la chiesa dava l’allarme gridando "Chiudetevi, vengono i Regi", ella aveva sentito lo sparo in direzione della sua casa. E sarebbe accorsa, se non l’avesse trattenuta il padre dell’amica, Biagio Nappo. Dopo un’ora si era sentito un altro colpo di fucile dalle parti di Guindazzi. La ragazza si era precipitata a casa, mentre già si prestavano i primi soccorsi al marito, che trasportato a Napoli, sarebbe morto in ospedale per dissanguamento.
Al giudice Mezzacapo la Notaro dichiarò che gli autori del misfatto erano i soldati sbandati e gli altri briganti "che si aggirano per questa campagna", che non aveva riconosciuto nessuno, poiché "la moltitudine della gente armata mi confuse e mi sbalordì talmente che fui quasi per perdere i sensi", che c’era "una dispiacenza" tra il genero e il luogotenente di Barone, Giovannangelo Sodano, “il quale era stato cambio militare del De Simone e pretendeva tuttora una resta per il premio stabilito all’oggetto”. Ma aggiunse subito, l’energica ostessa, che erano affari che riguardavano la giustizia e il padre e la "madrigna" del genero. Infine fece scrivere a verbale che la figlia e Ferdinando vivevano in casa sua, però in "istanze (sic) separate" e che "la di costoro abitazione non fu toccata, perché forse non veduta, e tutti gli oggetti rubati" appartenevano al marito e a lei.
(Foto: Quadro di Antonio Pitloo, "Il Vesuvio dai cantieri della Marinella")






