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L’ARTE AL TEMPO DEI “BARBARI”. QUANDO BENEVENTO ERA CAPITALE

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Con l”avvento dei “barbari” l”arte romana si fonde con quella delle popolazioni nordeuropee; i longobardi, penetrati nella penisola italiana, fanno di Benevento la splendida capitale del Sud.

Quando si sente parlare di “invasioni barbariche” vengono generalmente in mente orde inferocite di vichinghi assetati di sangue. In verità solo parte di quelle “invasioni”, che dal I secolo d.C. si succedettero l’una dopo l’altra per più di mille anni, furono caratterizzate da violenze e saccheggi. Gran parte delle popolazioni nomadi (non solo nordiche) che si insediarono nei territori dell’Impero lo fecero pacificamente e gradualmente. Per queste civiltà l’espansione dell’Impero Persiano costituiva una minaccia costante. Roma, con le sue ricchezze, i suoi palazzi e le sue infrastrutture, rappresentava per questi popoli in cerca di fortuna una terra prospera e ospitale.

Da tempo la politica imperiale si era occupata di questo “problema” con accortezza, cercando sempre le soluzioni più efficaci per una tollerante convivenza. Non a caso nel 212 d.C. Caracalla promulgò la Costitutio Antoniniana, un editto che estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’Impero, compresi quelli delle province più lontane. Questa “romanizzazione” dei popoli barbarici non fu che la conseguenza di un processo già da tempo in atto. Da molti anni infatti le popolazioni straniere erano entrate in contatto con la cultura romana e avevano adeguato i loro usi e costumi a quelli più “civili” dei romani. Il termine “barbaro”, letteralmente “balbuziente”, era utilizzato dai greci, e dai romani, per indicare coloro che non parlavano e non si comportavano secondo le norme della civiltà greco-romana, da cui il sinonimo “incivile”.

L’espressione fu quindi estesa a tutti i popoli “stranieri” sia europei che mediterranei. Tuttavia, come si è visto, nel corso del tempo, queste civiltà si fusero con quella romana a tal punto che la salita al potere di alcuni imperatori come Teodosio o addirittura Odoacre, entrambi provenienti dalle regioni più lontane dell’Impero, non suscitarono particolari reazioni né a Roma né in altri centri della penisola italiana, che ancora costituiva il centro del potere imperiale occidentale. Anche nel campo dell’arte la “contaminazione” fu evidente.

Le popolazioni che avevano occupato parte dei territori dell’Impero, ancora strettamente legate ad un’economia di sussistenza basata sulla caccia, erano per lo più nomadi. Di conseguenza esse si erano specializzate nella produzione di manufatti artistici facilmente trasportabili, sviluppando soprattutto forme d’arte come l’oreficeria e la scultura lignea. Pittura e scultura monumentale erano ovviamente poco praticate. Si trattava di un’arte dominata da figure zoomorfe e antropomorfe che subì profondamente, nei primi secoli d.C., le influenze dell’arte romana tardo-antica. Quest’ultima, viceversa, prese a modello l’arte “provinciale” abbandonando il naturalismo classico a favore di forme più elementari, personaggi gerarchicamente proporzionati e una prospettiva “ribaltata”, che allineava cioè le figure e gli elementi architettonici su un unico piano, limitando drasticamente gli effetti di tridimensionalità che l’arte classica aveva conquistato nel corso dei secoli.

Quando nella seconda metà del VI secolo d.C. Alboino, re dei longobardi, conquista l’Italia, l’arte romana era già dunque profondamente cambiata. All’avanzata longobarda si opposero con forza Roma e i territori pontifici (che si estendevano dal Lazio alla Romagna) e le città campane di Napoli, Amalfi e Paestum che riuscirono a preservare a lungo la loro indipendenza. Il regno dei longobardi si spaccò così in due: da una parte i territori del Nord, la “Longobardia Maior”, con capitale Pavia; dall’altra i territori del Sud, la “Longobardia Minor”, con capitale Benevento. Qui l’arte longobarda, fortemente “romanizzata” e “cristianizzata”, trova le sue espressioni più alte.

Nella città sannita si sviluppò difatti una vera e propria scuola di pittura e di miniatura che seppe fondere, secondo il gusto longobardo, elementi della tradizione romana con elementi della tradizione bizantina, anch’essa diffusissima nell’Europa del tempo. Esempio di questa straordinaria apertura culturale è la Chiesa di Santa Sofia a Benevento (foto), caratterizzata da una complessa struttura “a stella”. Un giro di colonne classiche, al centro, ne amplifica il dinamismo architettonico e ne fa un capolavoro dell’architettura longobarda in Italia.

Il ciclo di affreschi al suo interno è inoltre l’opera più importante della pittura beneventana di quegli anni; “segno”, scrive Stefano Zuffi, “dell’apertura dei ducati longobardi a un dialettico rapporto con differenti modelli culturali, e non semplicemente di rifiuto, come in passato si è spesso ritenuto”. A ben guardare, dunque, quelli che ancora oggi ci ostiniamo a chiamare “barbari” non furono popoli invasori e “incivili” ma uomini che contribuirono a forgiare la storia del nostro Paese.
(Fonte foto: Rete Internet)

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