SANT”ANASTASIA. UN PUC DA SOGNO. ANZI, DA INCUBO

La lettura del documento preliminare del PUC conferma i dubbi di molti: i progettisti al servizio del Comune non conoscono il paese e ne stanno disegnando uno sviluppo improbabile.

A distanza di quasi due anni dal conferimento dell’incarico per la redazione del nuovo piano urbanistico, è in corso la fase d’ascolto del territorio e la messa a disposizione, su un apposito portale on-line del Comune di Sant’Anastasia, di un preliminare di piano, che vogliamo qui esaminare nei suoi aspetti salienti.

Questo preliminare, oltre ad elencare la serie di vincoli e piani urbanistici d’ordine superiore che gravano sul territorio di Sant’Anastasia, abbozza anche alcuni indirizzi, alquanti generici nella loro formulazione, sul futuro assetto del paese. Nelle more della presentazione di una prima proposta completa di piano urbanistico, enucleiamo questi orientamenti ed esaminiamoli nel dettaglio.
Per una migliore comprensione, soprattutto per i non addetti ai lavori, è utile prima richiamare alcuni articoli di legge.

Legge regionale 21/2003, art. 2, comma 1: “Gli strumenti urbanistici generali ed attuativi dei comuni di cui all’articolo 1 (comuni rientranti nella zona rossa) non possono contenere disposizioni che consentono l’incremento dell’edificazione a scopo residenziale, mediante l’aumento dei volumi abitabili e dei carichi urbanistici derivanti dai pesi insediativi nei rispettivi territori”.
È l’articolo di legge che ha introdotto per la prima volta il vincolo d’inedificabilità per l’edilizia residenziale, al fine di decomprimere la popolazione che insiste nella corona intorno al Vesuvio (“zona rossa”) e mitigarne il rischio. Oggetto delle forti contestazioni del sindaco Esposito, che, a suo dire, sconsiglierebbe i giovani a sposarsi ed avere figli per l’impossibilità di trovare alloggio.
In realtà non c’è, attualmente, alcuna carenza d’abitazioni, considerando che il numero di stanze per abitante a Sant’Anastasia ha superato il valore di 1,3 (al 1951 questo rapporto era di 0,36).

È reale, invece:
1) il rischio Vesuvio;
2) la necessità di decomprimere la densità abitativa dei comuni della “zona rossa” e, di conseguenza, di non richiamare ulteriori abitanti con la costruzione di nuove abitazioni;
3) la necessità di creare un insieme d’infrastrutture (permesse dalla normativa) per rendere questi territori più vivibili e per dare loro prospettive di sviluppo industriale ed economico.

– Legge regionale 1/2011 di modifica legge 19/2009, art. 2 bis, comma qq: “Negli interventi straordinari di demolizione e ricostruzione d’edifici esistenti, a parità di volume,…. possono essere mantenute le distanze già esistenti da edifici fronteggianti, qualora inferiori a quelle prescritte per le nuove edificazioni dalla normativa vigente”.
Questo recente articolo di legge rimuove certamente il forte ostacolo alla ricostruzione di vecchi edifici che, essendo stati costruiti in epoche lontane, distano in genere metri 1,5 dal confine e metri 3 da fabbricati adiacenti. Una volta demoliti, avrebbero dovuto, in assenza di questa disposizione di legge, rispettare, nella nuova costruzione, le distanze minime di metri 5 dal confine e metri 10 dagli altri fabbricati, il che avrebbe reso impossibile nella generalità dei casi la ricostruzione.

Stessa legge precedente, art. 11-bis, comma 7: “Per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area Vesuviana,.. “sono esclusi dal divieto di realizzazione gli interventi di ristrutturazione edilizia, anche mediante demolizione e ricostruzione in altro sito, in coerenza con le previsioni urbanistiche vigenti, a condizione che almeno il 50% della volumetria originaria dell’immobile sia destinata ad uso diverso dalla residenza”.
È il classico emendamento legislativo portato avanti da consiglieri regionali che dovevano, in certo qual modo, saldare promesse fatte incautamente in campagna elettorale.
Premesso quanto sopra, esaminiamo i punti salienti del preliminare di piano.
Cominciamo dall’edilizia residenziale.

I progettisti così si esprimono:
– “La proposta di riforma territoriale prevede la trasformazione dell’attuale modello insediativo, fortemente accentrato sulla città pedemontana, in un sistema “bipolare” con la progressiva delocalizzazione di una porzione dei tessuti urbani di recente formazione, gemmati intorno ai centri di Madonna dell’Arco e S.Anastasia, a valle presso le frazioni Starza, Romani e Ponte di Ferro” (pag. 13 del documento).
Ci auguriamo che ci sia un errore di battitura, che, anziché recente formazione, s’intendesse antica formazione. In caso contrario, sarebbe veramente folle pensare di trasferire a valle le residenze più recenti di Madonna dell’Arco e Sant’Anastasia Centro.

– “A monte…a seconda delle fattispecie dell’area di “decollo” delle quantità residenziali da trasferire a valle si prospettano diverse soluzioni:
– ricomposizione dell’area di sedime con ripristino paesaggistico-ambientale;
– sostituzione edilizia con ristrutturazione urbanistica e cambio di destinazione d’uso;
– ristrutturazione edilizia con cambio di destinazione d’uso”.

(pag. 14 del documento).
La lettura di questi due incisi, a parte il probabile errore del termine “recente”, chiarisce abbastanza bene la visione che i progettisti del PUC hanno della futura Sant’Anastasia: città d’affari, turistica, direzionale-commerciale, una specie di City di Londra in formato ridotto.

Non risulta chiaro se simile visione scaturisce da una ricerca di mercato, che avvalori una forte richiesta di tali destinazioni d’uso, o s’immagina di disegnare una città ideale, astraendosi dalla realtà. Condizionare la ristrutturazione di parte delle attuali residenze ad un forzoso cambio di destinazione d’uso ed al trasferimento a valle della relativa funzione residenziale comporterebbe, a nostro giudizio e tranne qualche eccezione, per gli Anastasiani due possibilità:
a) non effettuare alcun intervento sull’edificato esistente e, quindi, rinunziare ad un loro adeguamento tecnico e funzionale, oppure
b) cadere nell’illegalità ristrutturando con fittizio cambio d’uso.

Non vogliamo pensare che un’Amministrazione sia fautrice d’illegalità; siamo invece convinti che sia inutile ricorrere a simili forzature, che il cambio di destinazione debba essere semplicemente incentivato con misure di tipo fiscale o d’altra natura e non imposto. La decompressione abitativa di Sant’Anastasia, oltre con l’impedire incrementi di volumi residenziali, potrà avvenire gradualmente nel tempo, se si creeranno le condizioni economiche che renderanno conveniente trasferire la residenza altrove ed adibire gli immobili esistenti agli altri usi richiesti dal mercato.

Passiamo alla riforma del sistema infrastrutturale
I progettisti prevedono:
– un anello di distribuzione tra quartieri…atto a scaricare via Romani e via Pomigliano dal traffico di distribuzione tra insediamenti di valle e città storica di monte;
– una viabilità locale liberata dai traffici d’attraversamento/distribuzione in cui acquisti importanza lo spazio ciclo pedonale e podistico;
– una chiusura dei percorsi agricoli inurbani con una gemmazione d’ovuli di disimpegno dei quartieri);
– con la riforma, via Pomigliano e via Romani sarebbero interessate da modesti traffici carrabili, con la possibilità di un’utilizzazione ad unica direzione di marcia e percorse da bus dedicati o tramvia leggera (monorotaia o funicolare) per il trasporto passeggeri
(pagg.15-15 del documento).

Con simile riforma del sistema infrastrutturale, a parte la loro concreta fattibilità di realizzazione, non potremmo che essere d’accordo. Qualcosa di simile fu da noi proposto in un convegno pubblico del marzo 2010 con relativa pubblicazione. Qualche dubbio però ci viene circa la previsione che via Romani e via Pomigliano possano essere interessate, con questa riforma, da modesti traffici, con la possibilità addirittura d’essere utilizzate ad unico senso di marcia e percorse da tramvia.

Sistema produttivo e servizi
I progettisti prevedono:
Realizzazione dei seguenti parchi integrati, atti ad ospitare e favorire la sinergia tra attività economiche e servizi:
– a valle del centro di S.Anastasia, il parco si configura come “terrazza” di scala territoriale con servizi superiori per la città;
– nei quartieri Boschetto e Quadrifoglio, il parco avrà funzioni di terziario-direzionale e di centri di ricerca, collegato agli insediamenti (Parco Europa e PIP) di Pollena.
– tra via Romani e Ponte di Ferro, il parco ospiterà le attività del piano PIP del vigente PRG ed altre eventuali di tipo manifatturiero o legate alla trasformazione agricola, commerciali e di servizi;

– nei pressi della Starza, il parco ospiterà l’area PIP del vigente PRG, il centro civico locale (con una cittadella scolastica) e centri commerciali;
– lungo le risalite di via Pomigliano e via Romani, il parco avrà una connotazione turistica e di servizio.
– possibilità d’utilizzo aree di servitù di superstrade e/o ferrovia veloce per allocare TIR, container ed altro
. (pagg. 15-16 del documento).

Anche qui si conferma la visione di città di servizi che i progettisti immaginano per Sant’Anastasia. Non basta la ristrutturazione, con cambio di destinazione d’uso, delle residenze a monte; anche a valle s’ipotizza la realizzazione di parchi con funzioni direzionali, turistiche, di centri di ricerca (ricerca di che cosa?), oltre che manifatturiere nei due piani PIP del vigente PRG, il tutto non suffragato da dati di mercato che avvalorino la fattibilità e le dimensioni di simili realizzazioni.
Spicca poi l’ipotesi, alquanto bislacca, d’alloggiare TIR e container dell’attività logistica, sviluppatasi a Sant’Anastasia, nelle aree di servitù esistenti di superstrade e ferrovia veloce, senza possibilità d’adeguati servizi di supporto, come carico-scarico merci, rimessaggio, guardiania, ecc.

Evidentemente, questi progettisti non hanno preso adeguata visione delle dimensioni di simile attività e sono stati tratti in inganno dai pochi TIR che sostano abitualmente sotto il viadotto della ferrovia veloce, in corrispondenza della vecchia scuola elementare di Ponte di Ferro.
In conclusione, dalla lettura di questo primo documento preliminare, abbiamo tratto la netta sensazione che i progettisti del PUC stiano approntando un piano urbanistico non calibrato affatto sulla realtà sociale e territoriale di Sant’Anastasia, di cui dimostrano di avere scarsa conoscenza. La loro visione della Sant’Anastasia futura assomiglia molto ad una città “ideale”, molto meno ad una città “reale”.

Siamo convinti che non ci sia niente di peggio di un piano urbanistico progettato sul sogno anziché sulla realtà.
(Fonte foto: Ufficio Stampa Comune di Sant’Anastasia

I DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO E LA LEGGE 170

Proseguiamo la riflessione avviata alcuni giorni fa sui DSA. È un tema di grande attualità sul quale il legislatore ha definito le modalità di intervento, tenendo anche delle recenti ricerche scientifiche. Di Annamaria Franzoni

Tenendo conto delle più avanzate e recenti ricerche scientifiche, la Legge 8 ottobre 2010, n. 170, recante “nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”, detta le linee guida per la realizzazione degli interventi e costituisce essa stessa un documento informativo che, dopo aver illustrato le diverse tipologie di disturbo dell’apprendimento, indica non solo le modalità, i compiti e i ruoli dei soggetti coinvolti, ma fornisce le indicazioni su come reperire materiali di utile supporto metodologico didattico e le modalità di valutazione aggiornati in relazione al procedere della ricerca scientifica in tale campo.

Tale legge ha contribuito certamente a dare ordine all’intenso dibattito che in questi anni si è svolto sul tema dei disturbi specifici dell’apprendimento ed ha al contempo diffuso la consapevolezza delle caratteristiche di tali disturbi che colpiscono il 5% della popolazione.
È noto che la problematica è ormai affrontata da anni su base interdisciplinare e che è divenuta terreno fertile per numerosi studiosi che si sono interrogati sulle sue possibili origini, dalle scienze dell’educazione alle neuroscienze, stimolando un dibattito ed un’occasione di studio esemplare sulle interrelazioni tra fattori biologici, educativi e socio-culturali nella costruzione dei processi cognitivi.

Nell’ambito di numerose istituzioni scolastiche si è, infatti, diffusa la pratica di condividere una riflessione attenta e puntuale sulle problematiche inerenti ai disturbi specifici dell’apprendimento a partire quindi sia dalla diffusione delle indicazioni espresse nella legge 170/2010 sia nelle Linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbo dell’apprendimento allegate al D. M. del luglio 2011. Su tale riflessione è importante che si innesti un dialogo aperto alla formazione e all’aggiornamento sulle tecniche e metodologie provenienti dalla ricerca-azione che in questi anni ha raggiunto elevati livelli, ma i cui risultati restano troppo spesso distanti dalla scuola operativa e reale.

È pertanto necessario che ogni singola scuola si senta stimolata ad individuare i percorsi adatti, i metodi più opportuni per raggiungere i traguardi individuati dalle più recenti richieste.
Tale percorso richiede grande impegno che affranca la scuola da luogo deputato alla trasmissione di un sapere statico a luogo di espressione e opportunità formative dell’alunno che presenta disturbi specifici dell’apprendimento “affinché il diritto allo studio di tutti e di ciascuno si realizzi”.

ARTICOLO CORRELATO

LA RUBRICA 

IMPRENDITORI SOLIDALI: IL GRUPPO “FRATELLI LA BUFALA” TRA I RAGAZZI DI NISIDA

Il noto marchio di ristorazione ha aperto una scuola per pizzaioli nel carcere minorile napoletano. Maestri della gastronomia insegnano ai giovani che una strada diversa dalla violenza è possibile.

Un patto sociale che crei armonia fra le istituzioni per la costruzione di un sistema contro l’illegalità. La scuola di formazione per pizzaioli avviata per i detenuti all’interno dell’Istituto Penitenziario Minorile di Nitida ha questo obiettivo. L’iniziativa, la prima del genere in Italia, è stato realizzata grazie alla catena di ristorazione campana “Fratelli La Bufala”, in collaborazione con la direzione del carcere di Nisida e l’associazione partenopea “Scugnizzi”. Il progetto denominato “Finché c’è pizza c’è speranza” è partito da qualche mese e sta avendo ottimi riscontri. La scuola per pizzaioli coinvolge una quindicina di giovani detenuti di età compresa in particolare fra i 17 e i 19 anni. A tenere le lezioni è il maestro Antonio Bastelli, maitre pizzaiolo della catena “Fratelli La Bufala”.

Il corso si alterna in due momenti, teoria e pratica, e utilizza il forno a legna costruito proprio da “Fratelli La Bufala”. Un’idea solidale, un modo per dare un segnale contro l’illegalità e tentare di recuperare giovani che, altrimenti, percorrerebbero vie diverse. Qualche giorno fa, gli allievi del corso hanno preparato pizze per i clochard di Napoli, colpiti duramente dal gelo e assistiti dalle associazioni di volontariato. Un segno tangibile di una inversione di rotta: da ragazzi di strada a operatori sociali. Spiega Sandro Abeille, vicepresidente dei Fratelli La Bufala: “La scuola è la perfetta sintesi fra l’interesse di un’impresa e l’obiettivo etico: ci auguriamo di poter contribuire concretamente a fare emergere le potenzialità nascoste dei ragazzi di Nisida.

A Napoli come a Milano “Fratelli La Bufala” sta operando nel sociale: a Napoli diamo la possibilità di riscatto ai giovani che hanno violato il sistema mentre a Milano grazie alla collaborazione con i City Angels abbiamo ospitato in un nostro locale centinaia di clochard, coloro cioè che dal sistema sono stati travolti”. Il marchio del Gruppo di ristorazione “Fratelli La Bufala Pizzaioli Emigranti” è gestito dalla società Emme Sei di cui Giuseppe Marotta è azionista di maggioranza. Nato nel 2003, Fratelli La Bufala si ritaglia subito un’immagine di catena di ristoranti e pizzerie in espansione legata alla genuinità dei prodotti campani e alla cucina semplice. Il Gruppo punta sulla diffusione in Italia e nel mondo della Mozzarella di bufala e derivati, carne di bufalo, vini campani, la pizza napoletana e prodotti di agricoltura. Ad oggi conta oltre 100 location, circa 90 in Italia e una decina nel mondo: Bruxelles, Istanbul, Londra, Strasburgo, Miami e 2 store a Barcellona.
(Fonte foto: Rete Internet

PULCINELLA NELLA VENEZIA DEL XVIII SECOLO. STRANO MA VERO

0
Tra le più antiche raffigurazioni della maschera napoletana, spiccano quelle veneziane di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, i pittori che posero fine al grande periodo del Barocco italiano.

Pulcinella, si sa, è per eccellenza la maschera napoletana. Vero e proprio “genius loci” del popolo partenopeo, il personaggio ebbe origine nella seconda metà del Cinquecento, quando Silvio Fiorillo, un attore capuano, vestì per la prima volta i suoi panni. Anche se, secondo altre fonti, sarebbe stato un contadino di Acerra, tale Puccio d’Aniello, unitosi ad una compagnia di teatranti itinerante, ad ispirare, nel Seicento, l’invenzione della maschera. In ogni caso, non v’è dubbio che Pulcinella nasca, più in generale, dalla antica tradizione teatrale campana delle cosiddette Fabulae Atellanae che dovettero resistere lungo tutto il medioevo, assorbendo alcuni elementi del teatro classico.

È stato notato, infatti, che il personaggio di Pulcinella ha molto in comune con la maschere romane di Maccus e Kikirrus. Con quest’ultimo condividerebbe sia l’aspetto “ornitomorfo” che il nome, che in entrambi i casi richiama quello di un uccello (il suono “Kikirrus” imita il verso del gallo). È certo, comunque, che Pulcinella incarni pienamente lo spirito napoletano e, in senso lato, quello umano, oscillando tra furbizia e stupidità, esperienza e incompetenza, bontà e cattiveria. Una dicotomia e un’elasticità che è alla base della fortuna del personaggio, soprattutto nel genere teatrale della Commedia dell’arte, in cui Pulcinella approdò prestissimo (già agli inizi del XVII secolo o forse prima), divenendo, con Arlecchino, uno dei protagonisti assoluti di questo tipo di rappresentazione “improvvisata”, anch’essa fortemente legata al teatro classico romano e all’antica tradizione della commedia italiana.

Tradizione che, tra il XVI e il XVII secolo, si consolida a Venezia, specie grazie alla spinta delle famiglie aristocratiche, che favorirono questo genere di spettacoli. È qui che il teatro italiano vive la sua epoca d’oro, il Settecento, il secolo di Goldoni e della sua “riforma” teatrale ma anche il secolo di maggior successo della Commedia dell’arte. Proprio in questo periodo, la maschera di Pulcinella sostituisce definitivamente quella dello “Zanni” veneziano, molto simile, sia nel carattere che nell’aspetto, al personaggio napoletano. È in questi anni, quindi, che Venezia conosce Pulcinella e si innamora di lui.

Lo testimoniano Giambattista Tiepolo e soprattutto il figlio Giandomenico, che più volte, nelle loro opere, ritrassero questa maschera, individuando, “nella sua smorfia contratta tra il riso e il pianto”(Giovanna Galli), l’immagine di una civiltà aristocratica ormai in declino. I Tiepolo intuirono, difatti, che le feste e gli spettacoli grandiosi del tempo erano solo la briosa faccia di una città e di un ceto che stava perdendo gradualmente la sua sovranità, e ci scherzarono su. I loro Pulcinella, scrive Nunzia Abet, “tutti uguali, senza distinte fisionomie, simboleggiano quella parte dell’umanità popolaresca e vitale, quegli individui indistinguibili sui quali passa la storia calpestandoli, ma che continuano a giocare, danzare e a brindare dando sfogo alla spontaneità goffa, deforme, volgare ma viva, che resiste oltre gli eventi disastrosi di una classe politica allo sfacelo”.

Le loro raffigurazioni di Pulcinella, gaie e festose, salutarono, con elegante ironia, il canto del cigno di quel mondo frivolo e vezzoso. Il loro acuto umorismo, ultimo sprazzo del Barocco italiano, cela la malinconia di una società agonizzante che viveva nei ricordi dei fasti di un tempo e cercava, negli spettacoli e nelle feste, un modo indolente di passare il tempo, nella lenta attesa della fine di un’era.
(Foto: Quadro di GiandomenicoTiepolo, “L’altalena dei Pulcinella”, 1793

STORIE D’ARTE

LA FENOMENOLOGIA DELLA LASAGNA

La lasagna è amore dei sensi, è – direbbe Platone – amore delle anime. La sua eticità è nel cuore di chi la prepara e di chi la gusta. Vede il mondo con ottimismo, si rivolge ai robusti di stomaco, non ai maligni e agli invidiosi…

Direbbero i linguisti che la lasagna, come tutti i timballi, è, fino a un certo punto, una struttura aperta. Tra le sfoglie trovano spazio e accoglienza carni di maiali e di vitello, formaggi, mozzarelle, fiordilatte, erbe aromatiche, strutto, olio. Il tutto sotto la benedizione del ragù. I monaci di una novella di Sabadino degli Arienti, citata da Massimo Montanari, non riuscendo a fare a meno della lasagna nemmeno nei giorni di magro, si accontentavano di un’imbottitura di solo, abbondante formaggio.

I confratelli che avevano la fortuna di vivere la loro vita di privazioni e di preghiere in conventi prossimi al mare di Liguria nei giorni di astinenza farcivano le loro lasagne di crostacei sgusciati. La lasagna è un modello del mondo filosofico: e non tanto per la varietà delle sostanze, quanto per la molteplicità dei loro modi di essere: il vuoto e il pieno, il concavo e il convesso, il tritato, il macinato, il grattugiato, l’insaccato, il frammentato, il fluido, il cagliato, la solida sfericità delle uova, l’asimmetrica e mutevole rotondità delle polpette, la linearità ora diritta, ora ondulata, della sfoglia. In una plaquette pubblicata pochi giorni fa dal “Mattino“ leggo che Napoli, città degli eccessi, sta “in bilico“ “fra l’assoluta essenzialità dello spaghetto al pomodoro fresco o quello antico con il formaggio dei maccaronari, oppure la sontuosità dei pasticci di pasta come la lasagna“.

Ho trascritto alla lettera. L’immagine dello “stare in bilico“, con la sua connotazione di irresoluta incertezza e di precarietà, non mi convince. Gli spaghetti al pomodoro fresco e la lasagna non stanno agli estremi della linea storica del gusto napoletano, ma appartengono alla stessa scala. Che è simile alla scala dell’eros in Platone. La lasagna occupa i primi due gradi, a partire dal basso: è amore dei sensi, è, in chi la prepara e in chi se la mangia, entusiastica attenzione al tempo esterno, alla polifonica e, ahimé, caduca bellezza delle cose, degli odori, dei sapori. E poi è amore delle scienze e della giustizia, è, direbbe Platone, amore delle anime: la perfezione della lasagna sta, infatti, nell’equilibrio degli ingredienti, nella doratura arroscata del suo colore, un denso e caldo colore di terra bruciata, brulée, a cui si adeguano perfino i toni del verde.

L’ “eticità“ della lasagna è tutta dentro il cuore di chi, nel prepararla e nel gustarla, dimostra di vedere il mondo nella prospettiva dell’ ottimismo, dell’amicizia, della robustezza di stomaco: si sa che gli invidiosi, i maligni e i malinconici cronici hanno lo stomaco fiacco. Questo pasticcio barocco si offre solo agli amici veri. Ma come in Platone l’ “amante“, dopo aver cercato, e trovato, la bellezza prima nei corpi e nelle cose, e poi nelle anime, ascende al sommo della scala, al Bello in sé, ideale e assoluto, così il napoletano vero, verace di spirito prima ancora che di nascita, dall’affollato castello della lasagna ascende all’Essenzialità degli spaghetti al pomodoro, che è rigore dell’intelletto come le forme nel quadro di Sànchez- Cotàn.

La lasagna a Napoli si mangiava anche nel giorno di San Martino: quella dell’ultimo giorno di Carnevale Ippolito Cavalcanti la chiama “timpano di maccheroni“. È la stessa cosa: la duttilità della lasagna assorbe ogni nome. Se la lasagna fosse solo uno schiaffo alla fame e ostentazione della dispensa opulenta, non ne parlerei: per rispetto: vedo in giro i segni, ogni giorno più numerosi e più netti, della disperazione. Ma questa “pasticcio“, che i napoletani mangiavano e mangiano all’ingresso dell’inverno e alla sua uscita di scena, è anche un atto di scongiuro contro ogni forma di maleficio. E non a caso nella lingua popolare dell’eros la lasagna è metafora dell’organo sessuale femminile, dunque della felice fecondità: e fare lasagne significa, insomma, quella cosa là.

Negli ultimi anni anche contro la lasagna hanno combattuto aspramente le truppe di donne e uomini che inalberavano la bandiera del “magro è bello”: anche la lasagna è stata ridotta, da una spietata campagna di calunnie, a simbolo di oziosità canagliesca, di torpore intellettivo, e perfino dell’arretratezza del Sud – come se solo i meridionali mangiassero lasagne -, e perfino del bamboccismo: i figli di mammà vogliono il posto accanto a mammà, per gustare la lasagna di mammà. Anche questo fisico e metafisico amalgama di sostanze è stato il bersaglio di una civiltà che stava, e ancora sta, cancellando le cose, gli oggetti, il peso stesso della realtà, e toglie corpo ai libri, alle opere d’arte, ai rapporti sociali, al danaro, e sostituisce il mondo che si tocca, si urta, si pesa e si annusa con i fantasmi del mondo virtuale.

La civiltà smateriale, così l’ha chiamata recentemente Raffaele Simone, non può che odiare la massa imperiosa della lasagna. Ma la crisi economica spazza via gli artifici e il gioco delle assenze che si fingono presenze: spazza via la cucina cerebrale, che al centro di un immenso piatto di portata mette una goccia, ‘no schizzeco, di crema giallastra e, tutt’intorno, un filo di gelatina verde, e tu non sai che è: ma che è, dentifricio? e se trovi il coraggio di portare quella roba alla bocca, prima ti guardi intorno, a spiare se gli altri usano il cucchiaio o la forchetta.

Tornano le cose, tornano gli oggetti del nostro passato, tornano le memorie di quando camminavano per strade fatte di basoli, e non per le vie di Internet, e mangiavamo smisurati panini gonfi di mortadella e di Auricchio piccante – sposo insostituibile della mortadella, soprattutto di quella tagliata con il coltello, e non con la macchina – , e leggevamo libri di carta vera, con dentro storie vere di donne e uomini veri, e non di avatar. Torna anche la lasagna. Avevano ragione i frati di Sabadino degli Arienti. Non se ne può fare a meno. Per necessità filosofica. Una mistica necessità.
(Foto: Quadro di Juan Sànchez Cotàn, “Natura morta”, 1602 circa)

LA RUBRICA DEL PROF. CIMMINO 

EVITARE CHE IL SILENZIO PRENDA IL SOPRAVVENTO

0
Il compleanno del maestro Mario Lodi ci offre la possibilità di parlare di tempi in cui la Scuola era lotta e speranza. Certi argomenti non sono vecchi, aiutano a sconfiggere il silenzio. Di Ciro Raia

Vi ricordate del maestro Mario Lodi, l’autore de Il paese sbagliato (Einaudi, 1970)? Venerdì scorso ha compiuto 90 anni. È stato -come meritava- molto festeggiato e alcuni quotidiani, non lasciandosi sfuggire la ricorrenza, gli hanno dedicato interviste e commenti. Forse, ai più giovani, il nome di Lodi dirà ben poco. Bisogna essere veri amanti (direi quasi esteti) di cose della scuola, per aprire il cuore e la mente a personalità (ormai fuori scena) come il maestro di Vho (suo paese natale, in provincia di Cremona, che ricorre anche nel titolo di un altro libro: C’è speranza se questo accade a Vho, Einaudi, 1963), come Albino Bernardini, Aldo Capitini e qualche altro, veri pilastri della pedagogia innovativa.

Lodi cominciò ad insegnare agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, in un momento in cui il paese Italia cominciava a risollevarsi da un ventennio di dittatura e dalle rovine della guerra. Bisognava far sparire la paura dagli occhi dei bambini, costruire percorsi di relazioni e ricostruire le coscienze, badando a comunicare con una lingua che doveva unire laddove aveva sempre fatto la differenza. Era il periodo in cui cominciava a passare -grazie, soprattutto, alle idee diffuse dal pedagogista francese Célestin Freinet- l’immagine di una scuola non più trasmissiva ma collaborativa e criticamente ricettiva. Mario Lodi fu amico di don Lorenzo Milani, il primo a pensare alla scuola, in Italia, come a uno strumento di democrazia!

Intorno a questi pionieri della didattica innovativa (tra cui Piaget, Visalberghi, Bini, De Mauro, Vygotskij, Santoni Rugiu [nomi citati, così, alla rinfusa, ma ne dimentico molti!]) si accesero le speranze di un paese, che aveva capito di potersi rigenerare essenzialmente attraverso l’istruzione. Purtroppo, vana speranza! Oggi il novantenne Mario Lodi commenta con amarezza: “l’Italia è un disegno incompiuto. Non è nato il popolo che volevamo rieducare, così come non è nata la nuova scuola che avevamo in mente. Se mi volto indietro, se penso al nostro lavoro di quei decenni, mi sembra tutto vanificato. Ora è prevalsa la scuola tradizionale, un modello competitivo che somministra nozioni e dà la linea”.

Noi giovani di allora, che scegliemmo intenzionalmente di essere insegnanti, prima di perderci, in gran parte, nelle idiozie della scuola-azienda o di improvvidi distrattori -grembiulino sì-grembiulino no, giudizio di valutazione o voto, didattica breve compensativa o riduttiva ed tanto altro ancora- avemmo, però, buoni esempi e buoni modelli di riferimento. Ricordo il mio primo giorno al corso di abilitazione all’insegnamento di materie letterarie nella secondaria di I grado (1975). In un’aula della scuola media “A. Manzoni” (scomparsa molti anni prima delle logiche del risparmio sottese alla cosiddetta razionalizzazione della rete scolastica), al Corso Vittorio Emanuele di Napoli, il nostro docente di scienze dell’educazione, il preside Nino Pino, si presentò con un borsone pieno di libri.

Quindi, dopo aver detto brevemente di sé, tirò fuori i libri, uno a uno, cominciò a parlare a noi, giovani laureati in lettere in attesa di insegnamento, di ognuno di quei volumi, chiedendoci se mai ne avessimo letti qualcuno e cosa ne pensassimo: Vittoria Ronchey Figlioli miei, marxisti immaginari, Ivan Illich Descolarizzare la società, Albino Bernardini Un anno a Pietralata, Umberto Eco Apocalittici e integrati…Poi, dal fondo del borsone estraendo gli ultimi due libri, disse: “Questi sono gli unici libri risparmiati al rogo del ’68: sono il Libro rosso dei pensieri di Mao Tse Tung e Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani”.

Successivamente, poi, il preside Pino (diventato, per me, maestro e fratello e, quindi, solo Nino) ci parlò più volte di don Milani e della scuola di Barbiana e non omise mai di sottolineare con la sua accattivante dizione: “Pensate, sulla porta di quella scuola c’era scritto: I care (mi interessa, mi riguarda)”. Com’è difficile, oggi, pensare a una scuola che stimoli l’interesse dell’alunno (un interesse inteso come attenzione ai fatti che accadono nella società, che vedono protagonista l’uomo).

Pochi giorni fa, Adele Corradi, una professoressa che ha lavorato col prete scomodo nella scuola di Barbiana, ha dato alle stampe Non so se don Lorenzo (Feltrinelli), un libro in cui cerca di ricucire le tappe di un rapporto tanto coinvolgente quanto problematico. “Sono nata a Firenze nel 1924 e per tutta la mia vita lavorativa sono stata insegnante di lettere nella scuola media. Sono andata in pensione a 67 anni. Devo confessare che ero un’insegnante identica alla destinataria della “Lettera a una Professoressa”. I rimproveri che i ragazzi di Barbiana rivolgono a quell’insegnante me li meritavo tutti. Per questo non c’è una parola della Lettera che non sottoscriverei. L’incontro con la scuola di Barbiana e con don Milani ha scavato un solco nella mia vita. Mi son vista come non mi ero mai vista. E non solo come insegnante, ma come persona”.

Da un po’ di anni -devo dire insieme e con la complicità di pochi altri resistenti capatosti e fessi (per l’immaginario collettivo)- mi sento come se fossi stato relegato in una riserva indiana di Sioux, Lakota fa lo stesso. Le riserve sono ricche di storia dei Nativi e sono l’ultimo rifugio, che lega l’individuo alla propria terra.
Abbiamo attraversato anni di lotta e di speranza. Abbiamo intrapreso percorsi di studio (epistemologia, scienze dell’educazione, valutazione…), siamo stati educati a metterci sempre in discussione e, senza avere mai certezze, siamo stati sommersi dalle certezze degli altri.

Per gran parte degli addetti ai lavori costituiamo un vero problema: di disagio, di insoddisfazione, sin’anche di mancanza di autostima. Una vera follia -dicono di quelli come noi- continuare a farsi del male, quando ognuno ha tante pene nella propria giornata. Diceva don Milani: “chi si occupa dei ragazzi non deve avere pene personali! Le sue pene personali devono essere quelle dei suoi ragazzi!”.

Mi chiedo, spesso, perché insisto su certe tematiche e perché riprendo certi, ormai, apparentemente superati ragionamenti. Rischio di passare per un inguaribile laudator temporis acti. E non è così. Assolutamente.
Ho, forse, solo necessità, da testimone e piccolo protagonista di un tempo di passione e di sangue, che tutto ciò che i nostri “maggiori” hanno detto, scritto e fatto non vada irrimediabilmente perduto. E che qualcuno ancora si industri a utilizzare la categoria del pensiero più che quella del silenzio.

LA RUBRICA 

LA CORRUZIONE: UNA PIAGA SOCIALE CHE NON SI É SANATA CON TANGENTOPOLI

0
L”Italia ottiene 3,9 su 10 collocandosi al 69° posto su 183 e al quartultimo posto in Europa per percezione delle fenomeno della corruzione. Viviamo ormai in un sistema ad alta densità di corruzione, o di “corruzione ambientale”.

Il fenomeno della corruttività non ha accennato minimamente a diminuire. Infatti la Transparency International la quale ha pubblicato l´Indice di Percezione della Corruzione 2011, afferma che:
« l’Italia ottiene anche quest’anno una valutazione molto negativa, identica a quella dell’anno passato, di 3,9 su 10 collocandosi al 69° posto su 183 e al quartultimo posto in Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. »

Quindi a questo punto bisognerebbe chiedersi quali sono le cause socio-politico-istituzionali che generano il fenomeno. Domanda alla quale ben risponde il professore Silvano Belligni dell’Università degli Studi di Torino, il quale in un suo studio sulla corruzione sostiene:

«l’istituzionalizzazione di reticoli e di “macchine” di partito -tipica di Tangentopoli- avrà l’effetto di assicurare la ripetizione indefinita del gioco, costituendo un capitale di fiducia-omertà capace di produrre effetti selfenforcing, ossia equilibri che si autosostengono. Alternativamente (o complementariamente) si potrà ricorrere alla minaccia di sanzioni esogene, attraverso l’intervento della malavita organizzata a protezione dei contratti illegali, come avviene tipicamente nelle zone mafiose».

«Una volta instauratosi, al di là di certe soglie, il gioco non solo si automantiene ma si espande diffusivamente, produce propri incentivi alle deviazioni collusive e diviene un processo cumulativo che tende a generalizzarsi fino al punto in cui tutti i corrompibili diventano corrotti, mentre tutti gli altri si ritirano dal “mercato”. La selezione avversa determina così, a lungo andare, quello che si chiama un sistema ad alta densità di corruzione, o di “corruzione ambientale”».

Sistema nel quale pare stare a tutt’oggi il sistema sociale Italiano. Inoltre Piercamillo Davigo, giudice della suprema corte di Cassazione, afferma:
«Se dopo due decenni non si può dire che i livelli di corruzione in Italia siano diminuiti, le responsabilità sono in gran parte della politica che non è stata capace di affrontare il problema nel merito ma si è limitata a contrastare i processi».

Dunque si può asserire che il fenomeno della corruttività insito nel sistema sociale, non intaccato minimamente neanche dall’attenzione che “l’era di Tangentopoli” ha posto sulla problematicità del fenomeno in questione, è sì di natura politica, ma soprattutto concernente l’efficienza delle istituzioni normative del sistema sociale in cui è radicato che risulta inefficace nel mutamento rivoluzionario, che servirebbe per un passaggio obbligato di rinnovamento radicale della classe politica odierna in una nuova, giovane generazione di “Buona” politica.

LA RUBRICA
http://www.ilmediano.it/aspx/visCat.aspx?id=52

SOMMA VESUVIANA, IN MOSTRA LE OPERE DI GIANCARLO IANUARIO

Prima mostra a Somma Vesuviana per il pittore e scultore napoletano, che, dopo aver partecipato a collettive e personali in tutta Italia, espone le sue opere nella città in cui vive da circa venti anni.

La mostra inaugurata domenica 12, sarà visitabile dal 19 al 26 febbraio nella suggestiva cornice del Santuario di Santa Maria del Pozzo. L’evento ha ricevuto il patrocinio morale del Comune di Somma Vesuviana e dell’Assessorato alla Cultura, «GiancarIo Ianuario» scrive Emanuele Coppola, Assessore alla Cultura e Direttore dei Beni Culturali di Santa Maria del Pozzo «pittore e scultore, é un artista completo e le sue opere interpretano l’aspetto più puro e misterioso dell’esistenza umana. La grande consapevolezza delle forme e l’approfondita conoscenza della materia fanno di Lui un modello contemporanea che fa scuola. Ispirato e rapito da simboli mitologici, accende quel fuoco ardente che anima la vita di chi vive e lavora alle pendici del Somma-Vesuvio».
La mostra sostiene il progetto «Somma Città d’Arte» finalizzato al restauro dei libri liturgici del XVI secolo.

Giancarlo Ianuario, in arte Solaris, nasce a Napoli nel 1952, laureato in sociologia con indirizzo antropologico, organizza spesso seminari ed’ incontri con la cattedra di antropologia culturale della facolta di sociologia di Napoli. Si interessa di psicologia, antropologia dell’arte e psichiatria sociale.
E’ diplomato presso la Scuola Internazionale di Ontoarte di Roma in scultura e pittura. Sin da ragazzo, Verso la meta degli anni sessanta, si dedica alla modellatura in creta, si perfeziona poi come ceramista presso l’Istituto delle ceramiche e porcellane di Capodimonte. Negli anni ‘7o si trasferisce a Roma iscrivendosi alla facoltà di psicologia, nello stesso tempo dipinge e frequenta numerose gallerie di Roma e organizza collettive e personali.

Sue opere si trovano in numerosi musei italiani tra questi: il Museo Internazionale delle ceramiche di Faenza (MIC) Ravenna, Museo civico Rocca flea di Gualdo Tadino Perugia, Museo Epicentro Gala di Barcellona P.G.Messina, Museo delle arti e del multimediale di Pietrabbondante Isernia Museo civico di Vieste Foggia, Museo Rocca dei Rossi di San Secondo di Parma, Museo Civico di Castel di Sangro L’Aquila, Museo il Torrione Ischia, Biblioteca Nazionale di Napoli Palazzo Reale. Allestisce tre grandi mostre personali a Milano presso la libreria Bocca in Galleria Vittorio Emanuele a piazza Duomo.

Nel 1988 a Milano nella fiera del Mobile realizza un’istallazione di opere monumentali per la Società Dercom di Farra di Soligo Treviso. Il Goethe Institut di Napoli gli allestisce tre grandi mostre personali: nel 1984, nel 199o e nel 1996. In Emilia Romagna espone con sue personali a Modena, Parma e Bologna. A Novara espone nel Palazzo Arengo del Broletto, nella sala della Borsa e nel centro d’arte la Riseria. Nel 2ooo e nel 2o1o espone alla festa delle Lucerne a Somma Vesuvia quest’ultima occasione il Maestro Roberto de Simone gli dedica uno scritto intitolato: «La `festa delle lucerne e l’opera scultorea di Giancarlo Ianuario Solaris».
(Fonte Foto: Umberto Vocaturo)

VOSTRA MOGLIE PROVOCA? NON É UN BUON MOTIVO PER MALTRATTARLA

La separazione tra coniugi genera, quasi sempre, forti tensioni in famiglia, le quali non giustificano i maltrattamenti a carico della moglie, anche se provoca.

Il fatto
La Corte di Appello di Bologna, diversamente dalla decisione del Tribunale di Piacenza, condannava un marito, imputato del reato di maltrattamenti in danno della moglie e condannava l’uomo, ai soli effetti della responsabilità civile, al risarcimento dei danni patiti dalla moglie e liquidati in euro 25.000,00 oltre gli interessi.

La Corte territoriale riteneva provata la condotta di maltrattamenti ascritta al marito da una serie di elementi di univoco significato e tutti convergenti nello stesso senso: dichiarazioni attendibili e particolareggiate della moglie, che aveva riferito sull’abituale comportamento tenuto dal marito nel corso della convivenza coniugale, resa intollerabile dalle continue ingiurie, percosse e lesioni di cui era stata destinataria; la testimonianza di un vicino di casa, che aveva riferito dei continui litigi tra i coniugi, degli insulti e delle lesioni di cui la donna era stata gratificata dal marito, in una occasione in cui la donna, picchiata dal marito, si era rifugiata in casa sua e gli aveva chiesto di chiamare i Carabinieri.

Il marito, non accetta tale decisione e propone ricorso per cassazione, deducendo di aver dato rilievo ad episodi (lesioni subite dalla moglie.) mai contestati. La Cassazione con la Sentenza 27 maggio – 18 settembre 2008, n. 35862, rigetta il ricorso.

La sentenza della Cassazione ricostruisce la tormentata convivenza dei coniugi in maniera approfondita e sintetizza che il reato di maltrattamenti può ben evidenziarsi anche in un contesto familiare caratterizzato da forti tensioni ascrivibili ad entrambi i protagonisti della vicenda, tra i quali viene a crearsi un clima di reciproca insofferenza e intollerabilità, considerato che anche una tale situazione deve essere comunque gestita con equilibrio, nel rispetto delle regole di civile convivenza e della dignità fisica e morale della persona e non legittima reazioni che insistono su condotte abitualmente proiettate alla aggressione, alla mortificazione e all’umiliazione della controparte.

La provocazione della moglie, nel caso concreto – peraltro – non provata, è, in astratto, compatibile con il reato di maltrattamenti, ma non è causa di esclusione dello stesso, che può essere attenuato nelle conseguenze sanzionatorie in relazione soltanto ai singoli episodi ai quali la stessa inerisce.

LA RUBRICA

I DISTURBI SPECIFICI DELL’APPRENDIMENTO. TRA LETTERATURA E NORME

La dislessia non rende geni gli individui dei geni. Ma giova all”autostima del dislessico sapere che la sua mente funziona come quella dei grandi geni. In una parola non li fa sentire dei diversi. Di Annamaria Franzoni

Ronald Davis nel suo libro “Il dono della dislessia” ci spiega che la genialità che ha caratterizzato tanti “dislessici famosi” non era tale a dispetto di tale disturbo, ma “grazie ad essa”.
Ho ricevuto in regalo questo interessante libro dalla mamma di un mio ex alunno e mi è servito ad approfondire alcune idee su una problematica che ho molto amato fin da quando, negli anni ‘80 ho conosciuto il prof. Cesare Cornoldi e il suo mitico “Progetto M. T.

I preziosi insegnamenti che ho ricavato dall’approfondimento delle tematiche affrontate da lui e dal suo gruppo di studio mi hanno accompagnato non solo quando, da insegnante della scuola elementare, ho avviato alla grande scoperta della scrittura i neo iscritti al primo ciclo dell’istruzione, ma anche quando ho vissuto la splendida avventura di seguire, in qualità di docente di sostegno, un adorabile bambino Down.

Imparare a leggere, a scrivere e a far di conto è la realizzazione di un processo complesso a cui ho sempre guardato con inesauribile fascino e l’assunto di Davis mi fa riflettere sul fatto che evidentemente non sarà certo la dislessia a rendere gli individui dei geni, ma potrà giovare all’autostima del dislessico sapere che la sua mente funziona come quella dei grandi geni. In una parola non li fa sentire dei diversi.

La problematica è stata affrontata in modo scientifico fin dagli anni ’80 principalmente da numerosi gruppi di lavoro che hanno diffuso nel corso dei precedenti decenni competenze su come affrontare la problematica in riferimento ai bambini del primo ciclo d’istruzione e ancora di più sulla prevenzione di tali disturbi, ma con il passare del tempo si è resa sempre più impellente la necessità di affrontare il problema in senso ampio e diffuso sia a livello di ricerca-azione per individuare le metodologie più idonee ad affrontare il disagio, sia a livello normativo. La preoccupazione di improprie certificazioni di disabilità ha spinto il legislatore ad intervenire con la C.M. 1787: si è avvertita, infatti, l’esigenza di dedicare l’art. 10 del D.P.R. 122/2009 alla valutazione agli alunni con Difficoltà Specifiche di Apprendimento (vi si legge infatti che per questi allievi in sede di verifica e valutazione è consentito l’uso di strumenti metodologico – didattici compensativi e dispensativi in relazione alle specifiche esigenze).

Il legislatore con la Legge 170/2010 ha, poi, assegnato alle scuole di ogni ordine e grado e alle università il compito di individuare le idonee strategie e modalità di valutazione più adeguate e riconosce come D.S.A. la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia. Viene così garantito il diritto allo studio e il raggiungimento del successo formativo, sottolineando che diversamente da quanto previsto per gli alunni disabili, che richiedono un piano educativo individualizzato, il tipo di intervento richiesto per i disturbi specifici dell’apprendimento riguardano strumenti compensativi e misure dispensative.

La legge 170, alle cui peculiarità si intende dedicare un successivo spazio di riflessione, si inserisce pertanto in un contesto normativo che tiene conto della flessibilità e dell’autonomia attribuita alle scuole con la L. 59/99 e dei principi di priorità della “cura della persona” stabiliti fin dalla riforma Moratti del 2003 e proclama una specifica attenzione alla realizzazione di strategie educative e didattiche che siano rivolte all’individualità e alla complessità del singolo allievo in relazione alle sue capacità, abilità e bisogni formativi in tutti gli ordini e gradi di scuola ed anche nell’ambito universitario.

LA RUBRICA