“MEMORIE DI UNA SCHIAVA” REPLICA FINO ALL’11 MARZO AL MERCADANTE

Un racconto poetico. La storia della schiava sudafricana incontra le storie e i volti delle ragazze nigeriane, senegalesi, ghanesi, albanesi. Le schiave di oggi. In scena al Ridotto del Teatro Mercadante.

Nella settimana in cui si celebra la festa delle donne un’occasione di riflessione profonda. Un racconto poetico di una schiavitù reale che diventa simbolo di una condizione, quella della schiavitù, che attraversa i secoli e le distanze. La condizione di schiavitù che si pensa sempre così lontana ma che riaffiora in ricordi vicinissimi nel tempo e che si incontra la sera passeggiando nelle città indifferenti. Lo spettacolo, interpretato da Pamela Villoresi, è liberamente tratto da «Spedizione al Baobab» di Wilma Stockenstrom.
«Poema vegetale», come la traduttrice Susanna Basso lo definisce, il romanzo della scrittrice sudafricana bianca, Wilma Stockenstrom, che ha vinto numerosi premi tra cui, in Italia, il Grinzane Cavour, e da cui trae ispirazione lo spettacolo, è stato scritto nel 1981 in afrikaans.

Ed è bello notare che questo racconto di una schiava trovi parola nella lingua stessa di chi quella sofferenza ha causato, nella lingua gutturale e straniera dell’offesa.
Le memorie di una donna ridotta in schiavitù. Il suo desiderio di opporre resistenza ad una vita di violenze sono il punto di partenza dello spettacolo. Un poetico monologo dell’io narrante di una figura femminile della quale non si conosce il nome perché, commenta con amarezza: «pronuncio il mio nome e non significa nulla».
L’albero, il mitico e simbolico «baobab» in cui la vecchia schiava alla fine della sua vita si rifugia, l’accoglie e la protegge è il suo punto di riferimento, il confine spaziale e temporale tra un passato, dominato da confusione e terrore, e un presente in cui comincia a riprendere in mano i fili della sua esistenza.

Una riflessione che ci spinge a indagare sulla sottomissione psicologica e fisica, sulla schiavitù contemporanea che con nuove forme di costrizione continua a negare la libertà e la dignità umana. La messa in scena si muove su più piani narrativi, parole, immagini. La musica è eseguite dal vivo da musicisti africani, «Griot» chiamati a raccontare nuove e più amare storie, a cantare un solo grande «canto corale di libertà».
In occasione della festa dedicata alle donne, giovedì 8 marzo, ore 17.30 presso la Libreria Feltrinelli (Via S. Caterina a Chiaia, 23 Napoli) Incontro con Pamela Villoresi Intervengono Gigi Di Luca e Baba Sissoko Conduce Natascia Festa.
Teatro Mercadante, Sala Ridotto
1, 2, 3, 5, 8, 10, 11 marzo ore 21.00
4, 6, 9 marzo ore 18.00
Info 081 551 33 96 – info@teatrostabilenapoli.it

“:SE SEI UN UOMO SCENDI:”

Una frase all’apparenza priva di effetti, come “se sei uomo, scendi”, è reato se calata in una situazione di particolare tensione e contrapposizione.

Il fatto
Un’anziana signora viene condannata anche in appello per aver detto ad un condomino dell’edificio in cui abita “se sei uomo, scendi…bastardi, vigliacchi”. Non convinta della sentenza , ricorre per cassazione.

Il difensore della signora, tra i vari motivi, sostiene che l’anziana signora non può essere condannata per minaccia in quanto la frase (“se sei uomo, scendi”) , pronunziata da una signora avanti negli anni e in presenza di agenti della Polizia, era in radice priva di ogni, anche astratta, capacità intimidatoria. Nel caso in esame, l’inutile intervento di polizia a seguito della chiamata del vicino, fu vissuto dalla signora come una misura sproporzionata e umiliante, se rapportato al fatto che era in atto un semplice contrasto condominiale.

La Suprema Corte di Cassazione con la Sentenza – 21 novembre 2011, n. 42935 ha affermato che l’espressione usata dalla signora "sottintende la volontà di colui che la pronuncia di ricorrere alle vie di fatto e quindi di risolvere la controversia usando la forza, propria o del proprio nucleo di parenti e/o amici. L’espressione è pertanto idonea a intimidire il soggetto passivo, non rilevando le condizioni soggettive dell’autore della condotta e della vittima".

Ciò che, dunque, la Corte ha inteso escludere è il riferimento, appunto, alle condizioni soggettive (età, sesso, prestanza fisica ecc), non al contesto ambientale. Ed è indubbio che la frase, se "calata" in una situazione di particolare tensione e contrapposizione, può avere significato minaccioso. Così, d’altra parte, l’hanno motivatamente intesa i giudici del merito.

Infine la Suprema Corte con riferimento al fatto che l’intervento delle Forze dell’ordine sarebbe stato un fatto "umiliante" per l’ anziana signora e dunque la conseguenza di un’azione ingiusta, ha aggiunto che l’assunto si risolve in una affermazione di principio, in quanto si dà per dimostrato (l’umiliazione/provocazione) ciò che si dovrebbe dimostrare.

Il ricorso avanzato dal difensore della signora è stato rigettato.

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LA MELA ANNURCA DI SOMMA. LA DISPUTA ITALIA-GERMANIA

Agli inizi del “900 c”era forte tensione tra Italia, Germania e Austria, perchè i due imperi ponevano ostacoli doganali alle mele annurche provenienti da Somma Vesuviana.

Nel 1901 il Bollettino Nazionale dell’ Agricoltura dedicò un lungo articolo al commercio delle mele annurche di Somma Vesuviana. Il mediatore poteva comprare le mele a colpo, cioè ancora sulla pianta. È inutile dire di che pasta fosse fatto un buon numero di mediatori: gli atti d’archivio della Questura e della Prefettura di Napoli ne illustrano con chiarezza i comportamenti e le relazioni. Il proprietario del meleto poteva, entro un determinato periodo di tempo, disdire il contratto: gli toccava restituire la caparra raddoppiata, anche se il suo nuovo cliente era un mediatore più potente del precedente. E lo era sempre: altrimenti solo un folle avrebbe osato venir meno alla parola già data.

Erano gli stessi meccanismi che regolavano la “trafica“ dell’uva. “Le Ditte esportatrici si incaricano dell’acquisto delle mele e anche della vendita diretta sui mercati di consumo, in modo che, volendo, possono costituire un trust ed imporre il prezzo di acquisto. Le Ditte si affidano ai mediatori, vastasi, del mercato di Napoli, i quali fissano quotidianamente il prezzo di vendita delle mele, e sono gli stessi che anticipano capitali alle persone che si incaricano della conservazione. Alle volte succede pure che gli stessi mediatori fanno anche da esportatori. Oltre a questi benefizi indiretti i vastasi percepiscono come mediazione una percentuale che oscilla dal 12 al 15 % sul valore delle mele vendute”.

La mediazione si svolgeva, dunque, a due livelli: i mediatori vesuviani che collocavano le mele sul mercato di Napoli, i mediatori napoletani che controllavano la vendita in città e l’esportazione al Nord. I più importanti produttori di Somma erano Baldassarre D’Avino, Michelangelo Raja e Michele Giuliano, mentre i traffici tra il mercato di Napoli e quelli dell’ Italia settentrionale erano nelle mani del padovano Paolo Boscolo, del veronese Cipriani, dei fratelli Gondrand, di Giosuè Tortora di Pagani e della società stabiese- napoletana Cirio- Cotronei – Montefusco.

Considerate le premesse, si comprende perché i prezzi erano “variabilissimi“: oscillavano “dalle 3 alle 10 lire a quintale per le mele che cadono dalla pianta, avanti la raccolta; per quelle raccolte a mano che si commerciano nell’autunno dalle 15 alle 50, e, al principio della primavera, dalle lire 50 alle 120 per quintale”. Di solito, le mele annurche venivano trasportate dai meleti ai depositi dentro ceste chiamate collette, fatte di legno di castagno e munite di coperchio: avevano forma rettangolare, angoli arrotondati, erano alte 50 cm., lunghe fino a 70 cm., larghe fino a 40. Al centro dei lati lunghi c’erano due piccole funi, che tenevano fermo il coperchio, di poco più alto del recipiente e munito di larghe fasce, tali da “comprendere la cesta e rivestirla per circa un terzo dell’altezza. Nel riempire le collette si ha cura di mettere sul fondo inferiore dell’erba, che agisce come cuscinetto elastico per attutire gli urti tra mele, evitando così le contusioni“.

Ovviamente in fondo alla cesta si disponevano le mele più piccole e meno belle, nella parte superiore, invece, l’accoppatura, fatta con le mele più grosse e più rosse, che con due o tre strati a piramide superavano l’orlo del recipiente. Il trasporto dai mercati ai rivenditori al minuto veniva fatto, quando il prezzo era basso, con cestini capaci di 15-17 Kg, i terzaroli, e, quando il prezzo incominciava a salire, con i variali, cestini più piccoli che contenevano non più di 10 Kg. I carri ferroviari usati per il trasporto delle mele all’estero erano, nella stagione calda, i così detti “refrigeranti“, che avevano aperture protette da grate di ferro, adatte a far circolare l’aria anche nella parte inferiore del vagone. In inverno, invece, si usavano carri comuni: ma gli sportelli restavano rigorosamente chiusi e le pareti erano rivestite di paglia.

Il corrispondente del Bollettino riconosce che “in generale, all’estero sono piuttosto precisi nelle consegne”. Egli usa parole durissime contro la politica dei dazi adottata, nei confronti delle annurche sommesi e giuglianesi, dall’ Austria e dalla Germania, insomma contro “il programma di sfruttamento tedesco nei riguardi dell’economia meridionale“. Dodici anni dopo, l’on. Barzilai dichiarò, in un discorso tenuto a Napoli, che era inevitabile la guerra contro i due Imperi, per liberare l’agricoltura meridionale dall’ “assedio economico“.

La Germania concedeva “l’esenzione doganale a determinate varietà di frutta ed erbaggi italiani, i quali venivano invece colpiti dal dazio nel tempo in cui la produzione tedesca poteva sopperire ai bisogni del consumo. Si doveva far godere al consumatore tedesco i benefici del bel sole d’Italia, che consente la coltura delle primizie, ma in pari tempo respingere la concorrenza non appena dei tardi raggi del sole si riscaldassero gli orti del Nord“.

Infatti le mele esportate in Germania erano esenti dal dazio per tre mesi, dal 1° settembre al 30 novembre: negli altri nove mesi si pagavano 2 marchi a quintale, “quando le mele si trasportano rinfuse nei carri“, tre marchi, “quando l’imballaggio è semplice“, 5 marchi, se l’imballaggio era di lusso.
(Foto: Quadro di Federico Rossano, “Strada di campagna”)

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IL PROBLEMA DEL LAVORO E CHI DEVE RISOLVERLO

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In questo continuo dibattere sulla mancanza di crescita e opportunità, c”è di vero che il grande dramma è il lavoro precario. Altro che art. 18. Di Don Aniello Tortora

Sta destando molto scalpore nella pubblica opinione e soprattutto nel mondo del lavoro il problema dell’articolo 18. Variegate e contraddittorie le tantissime reazioni di lavoratori, sindacati, imprenditori, politici, gente comune. Per qualcuno c’è la volontà di annullare il contratto nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori. Per qualche altro, in realtà, c’è un tentativo in atto di mantenere il lavoro senza tutela. Per i politici, divisi su questo delicato tema, è il parlamento a dover legiferare in materia.

Ma, cosa dice l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Se ne parla tantissimo, spesso senza entrare nel merito. Innanzitutto non è l’articolo 18 che stabilisce se il licenziamento è valido o meno, se c’è la famosa “giusta causa”. L’articolo 18 (dalla legge 300 approvata il 20 maggio 1970, conosciuta come “Statuto dei lavoratori”) si intitola “reintegrazione sul posto di lavoro” e disciplina la possibilità per il lavoratore di essere reintegrato in caso di licenziamento illegittimo. L’articolo 18 si applica:

1. Nelle unità produttive con più di 15 dipendenti (5 se agricole). 2. Nelle unità produttive che occupano meno di 15 dipendenti (5 nel caso di imprenditore agricolo) se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti (5 se agricola). 3. In ogni caso se l’azienda occupa complessivamente più di 60 dipendenti. L’articolo 18 dispone che, in caso di licenziamento senza “giusta causa o giustificato motivo”, il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro. In alternativa allo stesso lavoratore è concessa la facoltà di optare per il risarcimento del danno.

A me sembra, però, che il vero problema del mondo del lavoro non sia l’articolo 18. La mia esperienza pastorale quotidiana mi fa avvicinare tantissimi giovani che non entrano nel mercato del lavoro e, quando vi entrano, lo fanno in modo precario. È, questo, non un problema, ma il vero problema del mondo del lavoro, oggi. Insieme all’altro, che stiamo vivendo soprattutto a Pomigliano (vedi Fiat e Alenia), ma non solo qui, purtroppo: tanti papà e mamme, con figli a carico, che vengono espulsi dal ciclo produttivo o messi in cassa integrazione (quando c’è). Nell’ultima enciclica sociale XVI (Caritas in veritate) Papa Benedetto XVI indica chiaramente in cosa consista la “dignità” del lavoro e offre a tutti il decalogo per un lavoro “decente”:

“Significa un lavoro che, in ogni società, sia l’espressione della dignità essenziale di ogni uomo e di ogni donna: un lavoro scelto liberamente, che associ efficacemente i lavoratori, uomini e donne, allo sviluppo della loro comunità; un lavoro che, in questo modo, permetta ai lavoratori di essere rispettati al di fuori di ogni discriminazione; un lavoro che consenta di soddisfare le necessità delle famiglie e di scolarizzare i figli, senza che questi siano costretti essi stessi a lavorare; un lavoro che permetta ai lavoratori di organizzarsi liberamente e di far sentire la loro voce; un lavoro che lasci uno spazio sufficiente per ritrovare le proprie radici a livello personale, familiare e spirituale; un lavoro che assicuri ai lavoratori giunti alla pensione una condizione dignitosa”.

Per giungere al risultato di un “lavoro decente” nella società, deve “lavorare” a questo scopo tutta la società e particolarmente il governo “tecnico”, se vuole veramente riformare il mercato del lavoro. Non esiste lavoro senza dignità e senza “decenza”.

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EUROPA 2020 PUNTA ALLA SOCIETÁ DELLA CONOSCENZA PER UNA CRESCITA INTELLIGENTE, SOSTENIBILE E INCLUSIVA

Tra gli obiettivi di Europa 2020 cӏ quello di costruire un equilibrio tra gli obiettivi umanistici e quelli produttivo-economici. Di Annamaria Franzoni

L’attuale contesto economico nazionale ed europeo è connotato da una profonda crisi che si intreccia e si connette con il settore dell’istruzione perché è proprio attraverso lo sviluppo della “società della conoscenza” che l’Unione Europea aspira a ridimensionare e superare la crisi economica: a partire infatti da Maastricht ’92 la Comunità Europea ha teso a rispondere in modo propositivo agli effetti della crisi mediante l’investimento nell’Istruzione e nella Formazione finalizzati al raggiungimento di obiettivi comuni che rendessero l’Europa “l’economia più competitiva e dinamica del mondo”.(Lisbona 2000).

A partire da quegli anni si è avviato, infatti, un processo fortemente significativo che ha creato sinergie di intenti e di programmi che nel corso degli anni sono andati delineandosi sempre più e sempre meglio evidenziando che, come ha ricordato di recente l’ingegnere Bernardo De Bernardinis Presidente dell’ISPRA, “la conoscenza è un patrimonio di tutti”, quindi non è di proprietà di alcuno, e che proprio la ricerca e lo sviluppo , indicati tra gli obiettivi prioritari di Europa 2020, possono dare quel giusto slancio di cui la nostra economia ha bisogno.

La crisi economica mondiale, di fronte alla quale ci troviamo, è di grande portata e l’Unione Europea, in modo pragmatico, contrappone ad essa una strategia per la “crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, manifestando, in modo coraggioso, come la crescita europea ha posto nella propria agenda il raggiungimento di obiettivi definiti concretamente: si va infatti dall’aumento del tasso di occupazione, all’investimento, nella ricerca e sviluppo, alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, riduzione dell’abbandono scolastico e del numero dei cittadini che vivono sotto la soglia della povertà.

Tra le finalità della Commissione Europea c’è quindi quella di costruire un equilibrio tra gli obiettivi umanistici della formazione e quelli produttivo-economici: nel merito la Commissione Europea, infatti, propone una serie di indicatori di riferimento che fanno capo a priorità che pur implicandosi a vicenda pongono al centro del programma la crescita in quanto essa stessa presuppone lo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza e da essa nello stesso tempo deriva la promozione di un’economia che favorisca una forte coesione sociale e che sia includente nel senso più ampio del termine.

Per quanto attiene alla crescita intelligente risulta indispensabile che l’Italia e i paesi europei investano in una formazione continua (life long learning) per evitare che aumenti il numero di cittadini messi ai margini dello sviluppo in quanto investire nella conoscenza è il primo motore di cittadinanza e uguaglianza.

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DIVORZI E SEPARAZIONI: LE CONSEGUENZE SUI FIGLI

È difficile che la rottura di un”unione avvenga in maniera pacifica. I primi a farne le spese sono i figli, specie se minori. Di Simona Carandente

Nella variegata casistica del diritto di famiglia, può accadere di imbattersi in contesti e situazioni paradossali, al limite della verosimiglianza, dai risvolti legali ed umani quasi inspiegabili, per i quali l’intervento dell’autorità giudiziaria, intesa in senso lato, appare di fatto l’unica via percorribile per cercare di limitare i danni e mediare tra gli interessi delle parti contrapposte. Le conseguenze, sia civili che penali, della separazioni e dei divorzi sono innumerevoli, specie sulla prole: è estremamente difficile, difatti, che la rottura di un’unione avvenga in maniera pacifica, con accordi sulle molteplici questioni esistenti tra gli ex coniugi, con la conseguenza che i primi a farne le spese sono i soggetti più deboli, ovvero i figli, specie se minori.

In tal senso, di fondamentale importanza appaiono le statuizioni espresse dal giudice civile nella sentenza di separazione, sia in relazione all’assegnazione della casa coniugale che per quel che concerne l’assegno di mantenimento, con particolare riguardo agli aspetti concernenti l’affido di eventuali figli minori, sovente nelle forme dell’affido condiviso da parte di entrambi i genitori.
Le statuizioni civili danno vita a veri e propri obblighi nei confronti degli ex coniugi, la cui inosservanza può essere valutabile anche ai fini penali, tenuto conto che gli stessi vincolano le parti in misura assoluta, almeno finché il contenuto degli stessi non viene rivisto da parte dello stesso giudicante.

Se non sussistono particolari motivazioni ostative, il giudice può disporre l’affido condiviso del minore con domicilio privilegiato presso uno dei genitori, di norma la madre, cui spetta il delicato compito di favorire gli incontri con l’altro coniuge, che deve contribuire alla crescita del figlio ed alla costruzione dell’equilibrio psico-affettivo di quest’ultimo.
Qualche giorno fa, una giovanissima madre di famiglia si è rivolta al legale per esporre una questione delicatissima: affidataria con domicilio privilegiato della figlia minore, dell’età di quasi 10 anni, ha permesso che la giovane, legatissima al padre, trascorresse un lungo periodo di vacanza presso l’abitazione di quest’ultimo, piuttosto benestante e proprietario di una vasta serie di attività commerciali della città.

Attraverso un processo lungo, ma continuo ed inesorabile, la giovane ha cominciato a manifestare tutta una serie di comportamenti vessatori verso la propria madre: violenze fisiche e verbali, atti di ribellione, rifiuto nei confronti della figura genitoriale materna. Ad un tratto, senza alcun preavviso, la giovane manifesta la volontà di andare a vivere presso l’abitazione paterna, cambiando addirittura il numero di utenza cellulare e negando alla propria madre ogni forma di contatto.

La strumentalizzazione dei figli minori, evidente come nel caso di specie, può comportare anche delicate conseguenze del diritto penale: il soggetto minore non ha capacità di scegliere né di discernere, e la "fuga" di questi dal genitore affidatario potrebbe far configurare non solo il reato di cui all’art. 388 (mancata osservazione di un provvedimento dell’autorità), ma anche e addirittura quello di sottrazione consensuale di minorenni (art.573 c.p.). Alla giovane madre, pertanto, non rimarrà che denunciare in sede penale quanto accaduto, sperando in un tempestivo intervento all’autorità giudiziaria che consenta alla minore di far ritorno a casa, senza trascurare in ogni caso diritti e doveri dell’altro coniuge. (mail: simonacara@libero.it)
(Fonte foto: Rete Internet)

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FRANCESCO CANGIULLO: UN GENIO FUTURISTA A NAPOLI

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Poeta, scrittore, pittore, Cangiullo fu autore spregiudicato e irriverente umorista con la sua “Piedigrotta”. Protagonista di primo piano della stagione futurista al pari di Balla, Russolo, Altomare e Palazzeschi.

«Avevamo vegliato tutta la notte, i miei amici ed io, sotto lampade di moschea dalle cupole di ottone traforato, stellate come le nostre anime, perché come queste irradiate dal chiuso fulgore di un cuore elettrico».

20 febbraio 1909. Su Le Figaro, celebre quotidiano parigino, queste parole, velate da un alone quasi mistico, aprono il Manifesto del Futurismo: è l’atto di fondazione del movimento che fa capo al poeta e letterato Filippo Tommaso Marinetti (Alessandria d’Egitto, 21 dicembre 1876 – Bellagio, 2 dicembre 1944), intorno al quale ruoterà un nutrito gruppo di intellettuali ed artisti. Pittura, scultura, teatro, musica, fotografia, cinema, letteratura, architettura, le «sette sorelle» e non solo, sono i tanti campi in cui il Futurismo italiano scompagina la tradizione delle arti; una rivoluzione ardita nel nome del progresso che correva sul filo della tecnologia, della velocità dell’automobile, della celebrazione della modernità declinata nelle sue molteplici manifestazioni, in piena sintonia con il vitalismo degli anni della Belle Epoque.

Il Futurismo rappresenta una dura sterzata rispetto alla tradizione: la sua poetica è in netta contrapposizione con qualsiasi forma o valore arcaici, boicottati come passatisti, retaggio di un mondo al tramonto ma anche freni al progresso del nuovo incipiente. Parolibere (foto) è un dipinto che incarna quella fede propria dei futuristi; lo realizza Francesco Cangiullo, che fu pittore ma in primis poeta e scrittore prontamente convertitosi alla nuova grammatica marinettiana. Interessatissimo a tutte le forme artistiche e geniale nell’uso delle parole, Cangiullo era nato a Napoli il 27 gennaio del 1884. Insieme con il fratello Pasqualino avrebbe partecipato alla redazione di molti tra i manifesti futuristi.

Precoce e appassionata fu l’adesione al gruppo di Marinetti, dopo l’incontro illuminante con il poeta alessandrino avvenuto nel 1910 proprio a Napoli, al teatro Mercadante, dove Marinetti, Palazzeschi, Altomare, Boccioni, Carrà e Russolo avevano scandalizzato il pubblico con una «serata futurista» . Cangiullo era così abile con le parole che i suoi testi scritti avrebbero fatto il giro del mondo, consacrandolo come sottile umorista (con Hugo Ball e Tristan Tzara tra i suoi principali estimatori, tanto che alcuni testi dell’artista vennero così apprezzati da essere recitati dal gruppo Dada attivo al «Cabaret Voltaire» di Zurigo).

Nell’ambito della suggestione per l’azione e il sovvertimento di ogni regola precostituita, Marinetti aveva ideato le «tavole parolibere»: una nuova forma narrativa, al passo coi tempi, attraverso cui il poeta è chiamato a sintetizzare la propria espressione, a trovare nuove immagini per mezzo dell’accostamento incongruo o il raddoppio dei sostantivi, attraverso la soppressione degli aggettivi e con l’utilizzo di un verbo «rotondo e scorrevole come una ruota», rigorosamente all’infinito. Parolibere di Cangiullo è la testimonianza perfetta della rivoluzione letteraria in atto, con l’introduzione di una suggestione visiva per mezzo di una soluzione grafica allusiva e movimentata al pari degli eventi trattati dal testo scritto.

La visualizzazione delle «parole in libertà» sarebbe continuata nella seconda metà degli anni dieci e all’inizio dei venti, fra le pagine di «Lacerba» e quelle di «Vela latina» e de «L’ltalia futurista», e, soprattutto, con l’ aulica sfrontatezza di «Piedigrotta», datata settembre-ottobre 1913. Proprio i colori e la buona dose di sentimentalismo a buon mercato delle canzoni della famosa festa, dove la componente melanconica è spesso diluita da un’ ironia tutta partenopea, rappresentavano quel ciarpame arcaico della cultura ufficiale napoletana che l’irriverente Cangiullo era deciso a colpire attraverso il “suo” futurismo a tutto tondo.

Il poeta mette dunque in scena una Piedigrotta tutta personale, presso la galleria di Sprovieri a via dei Mille, «con declamazioni a più voci, corteo di scugnizzi, pianoforte, strumenti piedigrotteschi, fuochi d’artificio; tutto sul magico fondale di Balla…». Così Marinetti chiosava nella prefazione all’opera di Cangiullo: «Nella Tofa, grossa conchiglia, dalla quale gli scugnizzi traggono soffiando una melopea tragicomica turchino-scura, io ho scoperto una feroce satira della mitologia con tutte le sue sirene, i suoi tritoni e le sue conche marine, che popolano il golfo passatista di Napoli.
– Nel Putipù, chiamato anche caccavella o pernacchiatore, piccola scatola di stagno o di terracotta coperta di pelle nella quale è conficcato un giunco che rumoreggia buffonescamente se strofinato da una mano bagnata, è l’ironia violenta colla quale una razza sana e giovane corregge e combatte tutti i veleni nostalgici del Chiaro di luna.

– Lo Scetavaiasse, che ha per archetto una sega di legno, ricoperta di sonagli e di pezzi di stagno, è la parodia geniale del violino quale espressione della vita interna e dell’angoscia sentimentale. Ridicolizza spiritosamente il virtuosismo musicale, Paganini, Kubelik, gli angeli suonatori di viola di Benozzo Gozzoli, la musica classica, le sale del Conservatori, piene di noia e di tetraggine deprimente.
-Il Triccaballacche è una specie di lira di legno che ha per corde delle fini sottili aste di legno, terminate da martelli quadrati, pure di legno. suona come i piatti, aprendo e chiudendo le mani alzate che impugnano i due montanti. E’ la satira dei cortei sacerdotali greco-romani e dei ceteratori che fregiano le architetture passatiste». In poche righe, tutta la «trasgressione della tradizione» che si converte al nuovo futurista, con Napoli protagonista. 

SE LE FRECCE SONO PIÙ PRUDENTI DEGLI ARCIERI

Di questi tempi cresce la delusione di assistere ad una realtà amara, dove gli intoccabili continuano a restare tali. Chi nasce sotto la tenda sbagliata ha sempre meno opportunità. Di Carmine Cimmino

La verità può essere più crudele della caricatura (Joseph Conrad)
È più facile chiedere ai poveri che ai ricchi (Anton Cechov)
Quando lo stomaco è pieno, è facile parlare di digiuno (San Gerolamo)

È tempo di preiscrizioni scolastiche. Una copiosa signora, che fu mia alunna, mi viene incontro con un sorriso smagliante, e dopo festosi convenevoli, mi comunica che suo figlio conseguirà brillantemente la licenza media, che ha già deciso di iscriversi a un liceo del territorio, che lei, la madre, si augura però che non capiti in certe sezioni, perché le hanno detto che i docenti di quelle sezioni sono….. La blocco immediatamente. Le dico che non conosco quel liceo e quelle sezioni, e che le cose che dicono sui professori sono le solite chiacchiere metropolitane. Non ho mai incontrato, le dico, un docente che non fosse all’altezza del ruolo e che non “rendesse“ molto più del valore dello stipendio.

La signora mi guarda cortesemente stupefatta. E io le do il colpo di grazia: per una manciata di euro, le dico serissimo, un docente accende negli allievi la conoscenza di temi, argomenti e tecniche ardui e fondamentali: la lettura e la scrittura, il complemento di modo, che pare una sciocchezza, ma la cui analisi presuppone che il maestro e l’allievo abbiano solide competenze di logica, e poi il teorema di Pitagora, e Hegel, e il participio predicativo, e l’apofonia vocalica. E poi, sempre per la stessa manciata di euro, il docente deve sopportare i genitori degli alunni , i colleghi e i bidelli. E il dirigente scolastico. La signora si congeda movendo moscia la mano in un saluto malinconico, rinforzato da un’occhiata di pietà: il professore si è fatto vecchio. Ogni scarpa diventa scarpone.

Fui alunno, al Liceo Diaz di Ottaviano, di Antonio Portolano, che a metà degli anni ’60 vi teneva cattedra di latino e di greco, e non solo. In quegli anni tenevano cattedra nell’istituto Gennaro Correale, Luigi Carbone, Raffaele Sorrentino, Filippo D’Avalos, Guido Angrisani, storico dell’arte di competenza mostruosa, capace di spiegare, e di farci capire, per esempio, che nel modo con cui Vermeer dispone le ombre nei suoi quadri c’è tutta la filosofia di Spinoza. Antonio Portolano divenne poi direttore generale del Ministero per le discipline umanistiche e, in questa veste, agli inizi degli anni ’80 ritornò nel liceo Diaz per una visita in cui nemmeno per un attimo egli cedette alla retorica della nostalgia. Una giovane collega gli domandò come si misura la qualità di un liceo.

Ed egli, guardando con il suo inimitabile ghigno di beffa due giovanotti che insegnavano latino e greco al Diaz e che erano stati suoi allievi, rispose che un liceo è un buon liceo se funzionano bene le cattedre di italiano, di storia e di filosofia, e di arte. Una cattedra di italiano funziona bene se il docente non si stanca di parlare di grammatica, di sintassi, di lessico, se convince i suoi alunni a leggere il vocabolario, una pagina al giorno, per tutta la vita. Se ha il coraggio di dire che Francesco Guicciardini, Carlo Porta, Giacchino Belli, Carlo Dossi, Carlo Emilio Gadda sono tra i più grandi scrittori e tra gli ingegni più sottili della cultura italiana. Una cattedra di filosofia funziona bene se il docente non si scorda di Abelardo, di Giordano Bruno, di Darwin. Se ha il coraggio – non ne serve molto, in verità – di dire che Eraclito, Zenone di Elea e Protagora sono “menti“ filosofiche tra le più profonde della civiltà dell’Occidente e che meritano, perciò, attenzione e riflessione.

Parmenide, il maestro di Zenone, sostenne che il movimento e la molteplicità sono un inganno dei sensi: l’essere è uno ed è immobile. Gli avversari prima si fecero una risata, ma come? il movimento è un’illusione?, poi tentarono di confutare, come assurde, quelle tesi. Zenone difese il maestro confutando le confutazioni degli avversari e argomentando che dalla dottrina di chi crede nella realtà del movimento e della molteplicità derivano assurdità ancora più plateali di quelle imputate a Parmenide. Zenone è il padre della dialettica. Egli sa, duemila anni prima di Wittgenstein e di Cassirer, che la conoscenza è un’operazione logico-linguistica, e che dunque gli uomini non possono conoscere la verità delle cose, se prima non comprendono perfettamente le funzioni, i poteri e le trappole del linguaggio. I paradossi linguistici di Zenone sono una pietra miliare nella storia della filosofia.

Egli dice che una freccia scoccata dall’arco non va da nessuna parte: pare che si muova, in realtà è ferma. Poiché il tempo e lo spazio sono divisibili, l’uno in infiniti istanti, l’altro in infiniti punti, in ogni istante la freccia sta in un punto: il movimento è la somma di infinite posizioni statiche: è uno stare che niente può modificare. Ha scritto Piergiorgio Odifreddi (la Repubblica, 11 gennaio 2012) che “il ragionamento di Zenone non ci sorprende più, perché il cinema l’ha reso popolare tra gli spettatori…Il divenire cinematografico non è altro che un’illusione, riducibile a una successione di istantanee statiche e compresenti.”. Si sorprenderebbe, però, Piergiorgio Odifreddi, se sapesse che in qualche liceo, anche ai piedi del Somma-Vesuvio, la pratica di Eraclito e dei sofisti viene sbrigata in un amen, in quattro parole, e che il povero Zenone “viene saltato“: chi è? quello della freccia? Non abbiamo tempo per queste barzellette.

E invece questa è proprio la stagione di Zenone, della freccia che pare che si muova, e invece sta ferma, di Achille che in una gara di corsa non riesce a raggiungere la tartaruga partita con un vantaggio di dieci centimetri. Lo vediamo e lo sperimentiamo ogni giorno, e con un’amarezza che cresce di ora in ora: hai voglia di essere Achille: se sei nato nella tenda sbagliata, non raggiungerai mai la più lenta delle tartarughe, nata nel posto giusto. E ci sono bersagli che nessuna freccia colpirà mai, quale che sia l’arciere: Berlusconi, Bersani, Monti…È la freccia stessa che si rifiuta di muoversi: no, su quel bersaglio là io non ci vado. Ci sono bersagli intoccabili. Ci sono bersagli che non è prudente nemmeno inquadrare nel mirino: anzi, già chiamarli bersagli è pericoloso. Ci sono arcieri prudenti, e frecce ancora più prudenti.
(Foto: Quadro di F. Loyen Du Puigaudeau, “Ombre cinesi”, 1895)

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IL FUTURO DELLA SCUOLA SI CHIAMA MEMORIA

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Per evitare che i figli paghino le colpe dei padri. Di Ciro Raia

Un mio giovane amico, abituale lettore delle pagine del diario, mi ha chiesto, più volte, di esprimermi su come io immagini che la scuola si prepari al futuro. Non ho difficoltà a dichiarare che, per quanto mi riguarda, il futuro della scuola si chiama memoria. Specie nel momento in cui sono avvenuti inquietanti mutazioni negli organizzatori di base dei popoli.

Quando saltano, infatti, le tranquille cittadelle dell’economia e del lavoro, della geografia e della storia delle culture, allora è necessario potersi avvalere di una memoria intorno a cui ricollocarsi socialmente e da cui individuare i valori da selezionare. E nelle istituzioni, che respirano Europa e ne formano i cittadini, è importante educare alla serendipità, quella capacità o arte, cioè, di rilevare e interpretare i dettagli apparentemente più insignificanti in una traccia di riflessione e di ricostruzione di un processo.

Questo percorso, ovviamente, esclude il tradizionale artificio scolastico, che ritrova ogni legittimazione didattica solo nei programmi di studio, nel selezionato, delimitato e concluso. Mentre diventa importante educare all’apprendere a vivere, sapendo gestire l’incertezza, le emozioni, le curiosità, il non concluso. Con il conseguente capovolgimento di un modello, che, superando i prodotti manierati e le sterili simulazioni ripetute mille volte, restituisca agli allievi il gusto della conoscenza del mondo, attraverso una ricerca esistenziale dell’identità. Chi sono e cosa faccio io in questo luogo? Di quali conoscenze ho necessità per penetrare e governare i modelli della mia tribù? Di quali valori sono portatore ed intorno a quale memoria essi si abbarbicano?

Dovrebbero essere queste le domande “intelligenti” di un giovane scolaro, che non si lasci affasciare dai panni del bullismo, della noia, della consuetudine, del prodotto finito ad ogni costo. E dovrebbero essere queste le domande di chi è deputato, responsabilmente, ad educare alla socialità, alla salvaguardia dell’ambiente, alla salute, alle regole della vita pubblica, delle istituzioni, del lavoro, della vita culturale. Così la scuola potrà sentirsi parte integrante di un contesto comunitario, dove il rapporto interattivo scuola-società è la pregiudiziale ineludibile per costruire il rapporto io-mondo. Così la scuola non sarà più sede delle definizioni, delle storie parziali e di apprendimento di “certe” opinioni, ma governo della realtà con tutti i dubbi, le incertezze, stati di malessere e di benessere. Sarà la scuola dell’apprendimento alla complessità.

L’apprendimento -che è parola già di per se stessa con significato di “processo di acquisizione delle nozioni necessarie ad un individuo per conseguire o migliorare l’adattamento all’ambiente”- non può, quindi, prescindere dall’individuazione di compiti precisi a cui rispondere. Ciò presuppone il superamento, non l’annullamento, del curricolo dei saperi a tutto vantaggio del curricolo delle logiche. Un ennesimo modo per dire che l’acquisizione delle strumentazioni di base è il presupposto, e non il traguardo a cui tendere, per realizzare compiti, veri concentrati di sviluppi logici e sistemi rigorosi. I sistemi rigorosi inglobano anche il sistema-uomo, per cui chi va a scuola deve avere una grande garanzia: acquisire la fiducia di “essere capace”. Essere capace di essere un cittadino, essere capace di essere un lavoratore, essere capace di essere un politico, essere capace di essere.

I sentimenti di solidarietà europea non possono essere delle semplici dichiarazioni di intenti. La solidarietà è un comportamento, un modo di operare. Ogni problema non può essere risolto semplicemente e da un solo Stato. A problemi complessi si richiedono soluzioni complesse: che sono transnazionali ed associative. La globalizzazione non resta in vita senza la concertazione. Est ed Ovest dell’Europa, specie dopo il 1989, sono chiamati a rispondere, in modo coerente, corretto e chiaro, ad istanze sovranazionali. La salute, l’ambiente, il lavoro sono problemi della casa comune.

Ripensare l’apprendimento è dare, perciò, strumenti logici per affrontare i delicati processi di sviluppo dei prossimi anni, ricchi di incertezze e di dubbi. I destini degli uomini sono legati da una stessa identità: il pericolo delle armi nucleari è uguale al rischio dell’ ”effetto serra”; l’inquinamento delle acque è letale quanto quello dell’aria, dell’economia, della politica, della cultura.
Il senso di appartenenza si conquista solo agendo sulla solidarietà e sulla responsabilità. Oltre i discorsi civici, i decaloghi delle buone intenzioni, i manuali di comportamento, resta il radicamento all’interno di una identità conosciuta, condivisa, respirata, amata. Identità che, se come succede spesso nei nostri anni, si perde in gretti personalismi e in assenza di valori, può ritrovarsi solo nella cultura della memoria. Necessita partire dalla memoria per ritrovarsi, poi, in una identità, di volta in volta, nazionale, europea e planetaria.

Per battere questi sentieri ed ottenere conseguenti risultati, la scuola ha bisogno di buoni docenti. Di docenti che sanno e sanno insegnare; che sanno prendere dall’interno della loro disciplina ma sanno ritrovare le risposte anche all’esterno della loro disciplina. Nessuna disciplina non comunica con un’altra. I presunti sconfinamenti o le false interferenze non fanno altro che creare ponti, collaborazioni, sinapsi. La scuola è un teatro di vita. Chi volontariamente si propone a sostenere i giovani nella fatica dell’apprendere, nel facilitare loro i percorsi, deve governare non solo i saperi (mai trasmissivi) ma tutta la regia del teatro. Un buon regista lavora sul testo, affina le parti per gli attori, cura i particolari, studia i toni, le luci e le musiche. E se questo può sembrare troppo “teatrale”, in altre parole, c’è bisogno che i docenti respirino gli statuti disciplinari, la metodologia della ricerca e l’organizzazione dei processi di programmazione.

Il regista di scuola non può invecchiare su vecchi modelli e decrepite teorie. “Se voglio vivere, devo dimenticarmi che il mio corpo è storico, devo abbandonarmi all’illusione di essere contemporaneo dei giovani presenti, e non già del mio corpo, passato. In altre parole, io devo periodicamente rinascere, farmi più giovane di quello che sono”(Roland Barthes, Lezione, 1981). In fondo, essere contemporanei è collocarsi tra memoria e futuro. Ed essere docenti contemporanei è saper insegnare a porsi delle domande, piuttosto che dare delle risposte. Non a caso il filosofo e psicanalista Cornelius Castoriadis ha scritto che il vero problema della civiltà globale, è che abbiamo smesso di farci delle domande.

Ora è tempo che le domande si facciano tutte. Farà bene a chi ha la responsabilità di educare, a chi ha quella di governare, a chi semplicemente sta guardare. Ed evitare, così, che nel teatro della vita avvenga ciò che avveniva nel teatro tragico greco: i figli predestinati a pagare le colpe dei padri.

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QUANDO IL BAGAGLIO CULTURALE É ESTRANEO ALLA CIVILTÁ IN CUI SI VIVE

Una mamma, di etnia africana sottopone il figlio ad un intervento di circoncisione. Il giudice la condanna, la Cassazione accoglie il ricorso della donna.

Il fatto
Una cittadina nigeriana era stata dichiarata colpevole per avere fatto sottoporre il proprio figlio a intervento di circoncisione da parte di soggetto non abilitato all’esercizio della professione medica, con la conseguenza che il neonato, poche ore dopo l’intervento subito, aveva avuto una imponente emorragia, che ne aveva imposto il ricovero d’urgenza in ospedale per gli interventi terapeutici del caso.

La donna era stata condannata perché il Giudice distrettuale riteneva che l’intervento di circoncisione andava qualificato come atto medico, sia "in ragione della materialità dell’atto" che, interferendo sull’integrità fisica, non può prescindere dall’attenta valutazione delle condizioni del soggetto che lo subisce, sia in considerazione del fatto che "richiede capacità tecniche e conoscenze di medicina tali da dovere essere riservato solo ai soggetti abilitati alla professione medica". Sottolineava, inoltre che l’imputata aveva deciso di sottoporre il figlio di poche settimane alla circoncisione "per motivi culturali – religiosi", .

La Cassazione con sentenza del 24 novembre 2011, n. 43646 ha accolto il ricorso presentato dalla donna.

La Suprema Corte ha affermato che si è in presenza, sotto il profilo della materialità, di un reato, per così dire, culturalmente orientato, quello che gli americani definiscono cultural offence. Nel reato culturalmente orientato non viene in rilievo il conflitto interno dell’agente, vale a dire l’avvertito disvalore della sua azione rispetto alle regole della sua formazione culturale, bensì il conflitto esterno, che si realizza quando la persona, avendo recepito nella sua formazione le norme della cultura e della tradizione di un determinato gruppo etnico, migra in un’altra realtà territoriale, dove quelle norme non sono presenti. Il reato commesso in condizione di conflitto esterno è espressione della fedeltà dell’agente alle norme di condotta del proprio gruppo, ai valori che ha interiorizzato sin dai primi anni della propria vita.

È certamente dato oggettivo incontestabile il difettoso raccordo che si determina tra una persona di etnia africana, che, migrata in Italia, non è risultata essere ancora integrata nel relativo tessuto sociale, e l’ordinamento giuridico del nostro Paese; non può tale situazione risolversi semplicisticamente a danno della prima, che, in quanto portatrice di un bagaglio culturale estraneo alla civiltà occidentale, viene a trovarsi in una oggettiva condizione di difficoltà nel recepire, con immediatezza, valori e divieti a lei ignoti.

Quanto all’aspetto soggettivo, non possono essere ignorati il basso grado di cultura dell’imputata e il forte condizionamento derivatole dal mancato avvertimento di un conflitto interno, circostanze queste che sfumano molto il dovere di diligenza dell’imputata finalizzato alla conoscenza degli ambiti di liceità consentiti nel diverso contesto territoriale in cui era venuta a trovarsi.

Sussistono pertanto, nel caso concreto, gli estremi dell’errar iuris scusabile e la conferma indiretta di ciò si coglie nel comportamento post – delictum dell’imputata, che, resasi conto che il figlio necessitava di assistenza medica, non esitò a ricoverarlo in ospedale e a riferire ai sanitari, senza alcuna reticenza e con molta naturalezza, quanto era accaduto.

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