La dislessia non rende geni gli individui dei geni. Ma giova all”autostima del dislessico sapere che la sua mente funziona come quella dei grandi geni. In una parola non li fa sentire dei diversi. Di Annamaria Franzoni
Ronald Davis nel suo libro “Il dono della dislessia” ci spiega che la genialità che ha caratterizzato tanti “dislessici famosi” non era tale a dispetto di tale disturbo, ma “grazie ad essa”.
Ho ricevuto in regalo questo interessante libro dalla mamma di un mio ex alunno e mi è servito ad approfondire alcune idee su una problematica che ho molto amato fin da quando, negli anni ‘80 ho conosciuto il prof. Cesare Cornoldi e il suo mitico “Progetto M. T.
I preziosi insegnamenti che ho ricavato dall’approfondimento delle tematiche affrontate da lui e dal suo gruppo di studio mi hanno accompagnato non solo quando, da insegnante della scuola elementare, ho avviato alla grande scoperta della scrittura i neo iscritti al primo ciclo dell’istruzione, ma anche quando ho vissuto la splendida avventura di seguire, in qualità di docente di sostegno, un adorabile bambino Down.
Imparare a leggere, a scrivere e a far di conto è la realizzazione di un processo complesso a cui ho sempre guardato con inesauribile fascino e l’assunto di Davis mi fa riflettere sul fatto che evidentemente non sarà certo la dislessia a rendere gli individui dei geni, ma potrà giovare all’autostima del dislessico sapere che la sua mente funziona come quella dei grandi geni. In una parola non li fa sentire dei diversi.
La problematica è stata affrontata in modo scientifico fin dagli anni ’80 principalmente da numerosi gruppi di lavoro che hanno diffuso nel corso dei precedenti decenni competenze su come affrontare la problematica in riferimento ai bambini del primo ciclo d’istruzione e ancora di più sulla prevenzione di tali disturbi, ma con il passare del tempo si è resa sempre più impellente la necessità di affrontare il problema in senso ampio e diffuso sia a livello di ricerca-azione per individuare le metodologie più idonee ad affrontare il disagio, sia a livello normativo. La preoccupazione di improprie certificazioni di disabilità ha spinto il legislatore ad intervenire con la C.M. 1787: si è avvertita, infatti, l’esigenza di dedicare l’art. 10 del D.P.R. 122/2009 alla valutazione agli alunni con Difficoltà Specifiche di Apprendimento (vi si legge infatti che per questi allievi in sede di verifica e valutazione è consentito l’uso di strumenti metodologico – didattici compensativi e dispensativi in relazione alle specifiche esigenze).
Il legislatore con la Legge 170/2010 ha, poi, assegnato alle scuole di ogni ordine e grado e alle università il compito di individuare le idonee strategie e modalità di valutazione più adeguate e riconosce come D.S.A. la dislessia, la discalculia, la disgrafia e la disortografia. Viene così garantito il diritto allo studio e il raggiungimento del successo formativo, sottolineando che diversamente da quanto previsto per gli alunni disabili, che richiedono un piano educativo individualizzato, il tipo di intervento richiesto per i disturbi specifici dell’apprendimento riguardano strumenti compensativi e misure dispensative.
La legge 170, alle cui peculiarità si intende dedicare un successivo spazio di riflessione, si inserisce pertanto in un contesto normativo che tiene conto della flessibilità e dell’autonomia attribuita alle scuole con la L. 59/99 e dei principi di priorità della “cura della persona” stabiliti fin dalla riforma Moratti del 2003 e proclama una specifica attenzione alla realizzazione di strategie educative e didattiche che siano rivolte all’individualità e alla complessità del singolo allievo in relazione alle sue capacità, abilità e bisogni formativi in tutti gli ordini e gradi di scuola ed anche nell’ambito universitario.

