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PULCINELLA NELLA VENEZIA DEL XVIII SECOLO. STRANO MA VERO

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Tra le più antiche raffigurazioni della maschera napoletana, spiccano quelle veneziane di Giambattista e Giandomenico Tiepolo, i pittori che posero fine al grande periodo del Barocco italiano.

Pulcinella, si sa, è per eccellenza la maschera napoletana. Vero e proprio “genius loci” del popolo partenopeo, il personaggio ebbe origine nella seconda metà del Cinquecento, quando Silvio Fiorillo, un attore capuano, vestì per la prima volta i suoi panni. Anche se, secondo altre fonti, sarebbe stato un contadino di Acerra, tale Puccio d’Aniello, unitosi ad una compagnia di teatranti itinerante, ad ispirare, nel Seicento, l’invenzione della maschera. In ogni caso, non v’è dubbio che Pulcinella nasca, più in generale, dalla antica tradizione teatrale campana delle cosiddette Fabulae Atellanae che dovettero resistere lungo tutto il medioevo, assorbendo alcuni elementi del teatro classico.

È stato notato, infatti, che il personaggio di Pulcinella ha molto in comune con la maschere romane di Maccus e Kikirrus. Con quest’ultimo condividerebbe sia l’aspetto “ornitomorfo” che il nome, che in entrambi i casi richiama quello di un uccello (il suono “Kikirrus” imita il verso del gallo). È certo, comunque, che Pulcinella incarni pienamente lo spirito napoletano e, in senso lato, quello umano, oscillando tra furbizia e stupidità, esperienza e incompetenza, bontà e cattiveria. Una dicotomia e un’elasticità che è alla base della fortuna del personaggio, soprattutto nel genere teatrale della Commedia dell’arte, in cui Pulcinella approdò prestissimo (già agli inizi del XVII secolo o forse prima), divenendo, con Arlecchino, uno dei protagonisti assoluti di questo tipo di rappresentazione “improvvisata”, anch’essa fortemente legata al teatro classico romano e all’antica tradizione della commedia italiana.

Tradizione che, tra il XVI e il XVII secolo, si consolida a Venezia, specie grazie alla spinta delle famiglie aristocratiche, che favorirono questo genere di spettacoli. È qui che il teatro italiano vive la sua epoca d’oro, il Settecento, il secolo di Goldoni e della sua “riforma” teatrale ma anche il secolo di maggior successo della Commedia dell’arte. Proprio in questo periodo, la maschera di Pulcinella sostituisce definitivamente quella dello “Zanni” veneziano, molto simile, sia nel carattere che nell’aspetto, al personaggio napoletano. È in questi anni, quindi, che Venezia conosce Pulcinella e si innamora di lui.

Lo testimoniano Giambattista Tiepolo e soprattutto il figlio Giandomenico, che più volte, nelle loro opere, ritrassero questa maschera, individuando, “nella sua smorfia contratta tra il riso e il pianto”(Giovanna Galli), l’immagine di una civiltà aristocratica ormai in declino. I Tiepolo intuirono, difatti, che le feste e gli spettacoli grandiosi del tempo erano solo la briosa faccia di una città e di un ceto che stava perdendo gradualmente la sua sovranità, e ci scherzarono su. I loro Pulcinella, scrive Nunzia Abet, “tutti uguali, senza distinte fisionomie, simboleggiano quella parte dell’umanità popolaresca e vitale, quegli individui indistinguibili sui quali passa la storia calpestandoli, ma che continuano a giocare, danzare e a brindare dando sfogo alla spontaneità goffa, deforme, volgare ma viva, che resiste oltre gli eventi disastrosi di una classe politica allo sfacelo”.

Le loro raffigurazioni di Pulcinella, gaie e festose, salutarono, con elegante ironia, il canto del cigno di quel mondo frivolo e vezzoso. Il loro acuto umorismo, ultimo sprazzo del Barocco italiano, cela la malinconia di una società agonizzante che viveva nei ricordi dei fasti di un tempo e cercava, negli spettacoli e nelle feste, un modo indolente di passare il tempo, nella lenta attesa della fine di un’era.
(Foto: Quadro di GiandomenicoTiepolo, “L’altalena dei Pulcinella”, 1793

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