La lettura del documento preliminare del PUC conferma i dubbi di molti: i progettisti al servizio del Comune non conoscono il paese e ne stanno disegnando uno sviluppo improbabile.
A distanza di quasi due anni dal conferimento dell’incarico per la redazione del nuovo piano urbanistico, è in corso la fase d’ascolto del territorio e la messa a disposizione, su un apposito portale on-line del Comune di Sant’Anastasia, di un preliminare di piano, che vogliamo qui esaminare nei suoi aspetti salienti.
Questo preliminare, oltre ad elencare la serie di vincoli e piani urbanistici d’ordine superiore che gravano sul territorio di Sant’Anastasia, abbozza anche alcuni indirizzi, alquanti generici nella loro formulazione, sul futuro assetto del paese. Nelle more della presentazione di una prima proposta completa di piano urbanistico, enucleiamo questi orientamenti ed esaminiamoli nel dettaglio.
Per una migliore comprensione, soprattutto per i non addetti ai lavori, è utile prima richiamare alcuni articoli di legge.
– Legge regionale 21/2003, art. 2, comma 1: “Gli strumenti urbanistici generali ed attuativi dei comuni di cui all’articolo 1 (comuni rientranti nella zona rossa) non possono contenere disposizioni che consentono l’incremento dell’edificazione a scopo residenziale, mediante l’aumento dei volumi abitabili e dei carichi urbanistici derivanti dai pesi insediativi nei rispettivi territori”.
È l’articolo di legge che ha introdotto per la prima volta il vincolo d’inedificabilità per l’edilizia residenziale, al fine di decomprimere la popolazione che insiste nella corona intorno al Vesuvio (“zona rossa”) e mitigarne il rischio. Oggetto delle forti contestazioni del sindaco Esposito, che, a suo dire, sconsiglierebbe i giovani a sposarsi ed avere figli per l’impossibilità di trovare alloggio.
In realtà non c’è, attualmente, alcuna carenza d’abitazioni, considerando che il numero di stanze per abitante a Sant’Anastasia ha superato il valore di 1,3 (al 1951 questo rapporto era di 0,36).
È reale, invece:
1) il rischio Vesuvio;
2) la necessità di decomprimere la densità abitativa dei comuni della “zona rossa” e, di conseguenza, di non richiamare ulteriori abitanti con la costruzione di nuove abitazioni;
3) la necessità di creare un insieme d’infrastrutture (permesse dalla normativa) per rendere questi territori più vivibili e per dare loro prospettive di sviluppo industriale ed economico.
– Legge regionale 1/2011 di modifica legge 19/2009, art. 2 bis, comma qq: “Negli interventi straordinari di demolizione e ricostruzione d’edifici esistenti, a parità di volume,…. possono essere mantenute le distanze già esistenti da edifici fronteggianti, qualora inferiori a quelle prescritte per le nuove edificazioni dalla normativa vigente”.
Questo recente articolo di legge rimuove certamente il forte ostacolo alla ricostruzione di vecchi edifici che, essendo stati costruiti in epoche lontane, distano in genere metri 1,5 dal confine e metri 3 da fabbricati adiacenti. Una volta demoliti, avrebbero dovuto, in assenza di questa disposizione di legge, rispettare, nella nuova costruzione, le distanze minime di metri 5 dal confine e metri 10 dagli altri fabbricati, il che avrebbe reso impossibile nella generalità dei casi la ricostruzione.
– Stessa legge precedente, art. 11-bis, comma 7: “Per i comuni rientranti nelle zone a rischio vulcanico dell’area Vesuviana,.. “sono esclusi dal divieto di realizzazione gli interventi di ristrutturazione edilizia, anche mediante demolizione e ricostruzione in altro sito, in coerenza con le previsioni urbanistiche vigenti, a condizione che almeno il 50% della volumetria originaria dell’immobile sia destinata ad uso diverso dalla residenza”.
È il classico emendamento legislativo portato avanti da consiglieri regionali che dovevano, in certo qual modo, saldare promesse fatte incautamente in campagna elettorale.
Premesso quanto sopra, esaminiamo i punti salienti del preliminare di piano.
Cominciamo dall’edilizia residenziale.
I progettisti così si esprimono:
– “La proposta di riforma territoriale prevede la trasformazione dell’attuale modello insediativo, fortemente accentrato sulla città pedemontana, in un sistema “bipolare” con la progressiva delocalizzazione di una porzione dei tessuti urbani di recente formazione, gemmati intorno ai centri di Madonna dell’Arco e S.Anastasia, a valle presso le frazioni Starza, Romani e Ponte di Ferro” (pag. 13 del documento).
Ci auguriamo che ci sia un errore di battitura, che, anziché recente formazione, s’intendesse antica formazione. In caso contrario, sarebbe veramente folle pensare di trasferire a valle le residenze più recenti di Madonna dell’Arco e Sant’Anastasia Centro.
– “A monte…a seconda delle fattispecie dell’area di “decollo” delle quantità residenziali da trasferire a valle si prospettano diverse soluzioni:
– ricomposizione dell’area di sedime con ripristino paesaggistico-ambientale;
– sostituzione edilizia con ristrutturazione urbanistica e cambio di destinazione d’uso;
– ristrutturazione edilizia con cambio di destinazione d’uso”.
(pag. 14 del documento).
La lettura di questi due incisi, a parte il probabile errore del termine “recente”, chiarisce abbastanza bene la visione che i progettisti del PUC hanno della futura Sant’Anastasia: città d’affari, turistica, direzionale-commerciale, una specie di City di Londra in formato ridotto.
Non risulta chiaro se simile visione scaturisce da una ricerca di mercato, che avvalori una forte richiesta di tali destinazioni d’uso, o s’immagina di disegnare una città ideale, astraendosi dalla realtà. Condizionare la ristrutturazione di parte delle attuali residenze ad un forzoso cambio di destinazione d’uso ed al trasferimento a valle della relativa funzione residenziale comporterebbe, a nostro giudizio e tranne qualche eccezione, per gli Anastasiani due possibilità:
a) non effettuare alcun intervento sull’edificato esistente e, quindi, rinunziare ad un loro adeguamento tecnico e funzionale, oppure
b) cadere nell’illegalità ristrutturando con fittizio cambio d’uso.
Non vogliamo pensare che un’Amministrazione sia fautrice d’illegalità; siamo invece convinti che sia inutile ricorrere a simili forzature, che il cambio di destinazione debba essere semplicemente incentivato con misure di tipo fiscale o d’altra natura e non imposto. La decompressione abitativa di Sant’Anastasia, oltre con l’impedire incrementi di volumi residenziali, potrà avvenire gradualmente nel tempo, se si creeranno le condizioni economiche che renderanno conveniente trasferire la residenza altrove ed adibire gli immobili esistenti agli altri usi richiesti dal mercato.
Passiamo alla riforma del sistema infrastrutturale
I progettisti prevedono:
– un anello di distribuzione tra quartieri…atto a scaricare via Romani e via Pomigliano dal traffico di distribuzione tra insediamenti di valle e città storica di monte;
– una viabilità locale liberata dai traffici d’attraversamento/distribuzione in cui acquisti importanza lo spazio ciclo pedonale e podistico;
– una chiusura dei percorsi agricoli inurbani con una gemmazione d’ovuli di disimpegno dei quartieri);
– con la riforma, via Pomigliano e via Romani sarebbero interessate da modesti traffici carrabili, con la possibilità di un’utilizzazione ad unica direzione di marcia e percorse da bus dedicati o tramvia leggera (monorotaia o funicolare) per il trasporto passeggeri (pagg.15-15 del documento).
Con simile riforma del sistema infrastrutturale, a parte la loro concreta fattibilità di realizzazione, non potremmo che essere d’accordo. Qualcosa di simile fu da noi proposto in un convegno pubblico del marzo 2010 con relativa pubblicazione. Qualche dubbio però ci viene circa la previsione che via Romani e via Pomigliano possano essere interessate, con questa riforma, da modesti traffici, con la possibilità addirittura d’essere utilizzate ad unico senso di marcia e percorse da tramvia.
Sistema produttivo e servizi
I progettisti prevedono:
Realizzazione dei seguenti parchi integrati, atti ad ospitare e favorire la sinergia tra attività economiche e servizi:
– a valle del centro di S.Anastasia, il parco si configura come “terrazza” di scala territoriale con servizi superiori per la città;
– nei quartieri Boschetto e Quadrifoglio, il parco avrà funzioni di terziario-direzionale e di centri di ricerca, collegato agli insediamenti (Parco Europa e PIP) di Pollena.
– tra via Romani e Ponte di Ferro, il parco ospiterà le attività del piano PIP del vigente PRG ed altre eventuali di tipo manifatturiero o legate alla trasformazione agricola, commerciali e di servizi;
– nei pressi della Starza, il parco ospiterà l’area PIP del vigente PRG, il centro civico locale (con una cittadella scolastica) e centri commerciali;
– lungo le risalite di via Pomigliano e via Romani, il parco avrà una connotazione turistica e di servizio.
– possibilità d’utilizzo aree di servitù di superstrade e/o ferrovia veloce per allocare TIR, container ed altro. (pagg. 15-16 del documento).
Anche qui si conferma la visione di città di servizi che i progettisti immaginano per Sant’Anastasia. Non basta la ristrutturazione, con cambio di destinazione d’uso, delle residenze a monte; anche a valle s’ipotizza la realizzazione di parchi con funzioni direzionali, turistiche, di centri di ricerca (ricerca di che cosa?), oltre che manifatturiere nei due piani PIP del vigente PRG, il tutto non suffragato da dati di mercato che avvalorino la fattibilità e le dimensioni di simili realizzazioni.
Spicca poi l’ipotesi, alquanto bislacca, d’alloggiare TIR e container dell’attività logistica, sviluppatasi a Sant’Anastasia, nelle aree di servitù esistenti di superstrade e ferrovia veloce, senza possibilità d’adeguati servizi di supporto, come carico-scarico merci, rimessaggio, guardiania, ecc.
Evidentemente, questi progettisti non hanno preso adeguata visione delle dimensioni di simile attività e sono stati tratti in inganno dai pochi TIR che sostano abitualmente sotto il viadotto della ferrovia veloce, in corrispondenza della vecchia scuola elementare di Ponte di Ferro.
In conclusione, dalla lettura di questo primo documento preliminare, abbiamo tratto la netta sensazione che i progettisti del PUC stiano approntando un piano urbanistico non calibrato affatto sulla realtà sociale e territoriale di Sant’Anastasia, di cui dimostrano di avere scarsa conoscenza. La loro visione della Sant’Anastasia futura assomiglia molto ad una città “ideale”, molto meno ad una città “reale”.
Siamo convinti che non ci sia niente di peggio di un piano urbanistico progettato sul sogno anziché sulla realtà.
(Fonte foto: Ufficio Stampa Comune di Sant’Anastasia)





